Google This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project to make the world's books discoverable online. It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the publisher to a library and finally to you. Usage guidelines Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. We also ask that you: + Make non- commercial use of the files We designed Google Book Search for use by individuate, and we request that you use these files for personal, non-commercial purposes. + Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of public domain materials for these purposes and may be able to help. + Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. + Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner anywhere in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. About Google Book Search Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web at http : / /books . qooqle . com/ Google Informazioni su questo libro Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. Linee guide per l'utilizzo Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. Inoltre ti chiediamo di: + Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. + Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. + Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. + Fanne un uso legale Indipendentemente dall' utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. Informazioni su Google Ricerca Libri La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web nell'intero testo di questo libro da l http : //books . qooqle . com Digitized by Google Digitized by Google NUOVO ARCHIVIO VENETO NUOVA SERIE - ANNO II Digitized by Google COMMISSIONE DIRETTRICE V. LAZZARINI - G. OGCIONl-BONAFFONS - R. PREDELLI ( ) (*) Il N. U. conte cav. Andrea Marcello, non permettendogli le sue occupazioni di attendere alla direzione del periodico, come avrebbe desiderato, di sua volontà si ritirava dalla Commissione direttrice, e il Consiglio direttivo della R. Deputazione, spiacente di perderne il valido concorso e ringraziandolo per l'opera fin qui prestata, ad una- nimità eleggeva in suo luogo il professore Vittorio Lazza ri. ni Digitized by Google NUOVO ARCHIVIO VENETO PUBBLICAZIONE PERIODICA DELLA R. DEPUTAZIONE VENETA DI STORIA PATRIA V E N E Z I A PRRM. TIP. VISRNTINI CAV. FEDERICO I903 Digitized by Google Digitized by Google IL LODO DEL DUCA DI FERRARA TRA FIRENZE E VENEZIA Il lodo pronunziato il 6 aprile 1499 da Ercole d'Este per porre termine alla guerra, che si combatteva tra Venezia e Firenze a causa di Pisa, fu contro V aspetta- zione generale favorevolissimo per i Fiorentini, quasi offensivo per la Serenissima. Tutti gli storici che ne parlarono non si dettero pena di discuterlo; si limitarono in quella vece a rias- sumerlo dopo avere solo di volo accennato ai negoziati che lo precedettero. Data V importanza dell' atto, che segna un gran cambiamento nella politica tenuta fino allora'da Venezia, non ci è sembrato privo d' interesse T indagare le vere ragioni che indussero, il Duca di Fer- rara a dettare una così fatta sentenza, i Veneziani a desiderare ed accettare il di lui arbitrato. Queste ragioni ci si sono manifestate studiando nei documenti del tem- po (1), nei Diarii del Sanuto, negli altri storici del- l'epoca, tutto quanto può aver relazione con la decisione dell' Estense. (1) Ho limitato le ricerche ai soli Archivi di Stato di Pi>a e di Venezia. In quest' ultimo mi erano sfuggiti alcuni documenti del re- gistro XVI II dei Commemoriali, gentilmente segnalatimi, a lavoro com- piuto, dalla spettabile Direzione di questo periodico. Li citerò volta per volta in 4 nota Non ho usufruito adunque del material? dell'Ar- chivio di Firenze ; solo vi ho consultato pochi documenti corrispon- denti a quelli dei Commemoriali sopra ricordati. M774C46 Digitized by Google 6 Nuovo Archivio Veneto Di tali ricerche ci proponiamo adesso di esporre i risultati. Uno dei primi atti della lega sorta in Italia contro Carlo Vili fu di soccorrere Pisa^ che ribellatasi a Fi- renze si sosteneva con eroismo contro 1' aborrita rivale, per punire in tal modo la Repubblica del Giglio della sua affezione a Francia. Mandarono allora milizie in Toscana Ludovico il Moro, la Repubblica veneta, l'im- peratore Massimiliano. Ma presto Venezia, approfittando dell'incuria e dell'avarizia degli altri collegati, nella speranza di impadronirsi in breve essa sola del dominio di Pisa, aumentò sempre di numero i propri soldati, finch^, ritirate dopo V infelice tentativo di Massimiliano su Livorno le milizie del Duca e dell' Imperatore, la città protetta rimase custodita esclusivamente da forze venete (i). Ciò naturalmente non poteva piacere al Moro, ge- loso dell' ingrandimento di qualsiasi stato italiano e spe- cialmente di Venezia; egli anzi, in contraddizione di quanto aveva operato e consigliato alla lega in difesa di Pisa, fin dal decembre 1496 faceva intendere al Papa e agli ambasciatori residenti presso la Corte Pontificia la convenienza di rendere Pisa a Firenze ove questa si distaccasse da Francia, anche per sventare le pratiche (1) Per la storia di Pisa dal giorno della ribellione a quello della partenza di Massimiliano confronta Fanucxt, Pisa e Carlo Vili in Annali della Scuola Normale di Pisa 1893, e Scaramella, Relazioni tra Pisa e Venezia in Studi Storici, voli. VII, fase. 2 e IX fase. 2 e 4, 1898 e 1900. Le vicende della guerra di Pisa negli anni nei quali que- sta città rimase sotto 1' esclusiva protezione veneta (1496-99) daranno argomento ad un altro mio lavoro, che sarà compiuto tra breve. Digitized by Google Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 7 iniziate — a suo dire — da Venezia coi capi dei Pisani, pratiche che tendevano ad assoggettare Pisa (i). Si irritò il Senato veneto di tale agire del Moro e delibero di rispondere esplicitamente dichiarando inven- zioni del Duca le pretese macchinazioni dei Veneti su Pisa : Essi avevano difeso e continuavano a difendere quella città a vantaggio della Lega e in odio a Francia; sarebbero stati lietissimi di una composizione con Fi- renze compatibile colla libertà di Pisa, che avevano pro- messo e volevano mantenere ad ogni costo ; si sarebbe in ogni modo potuto venire ad un accordo trovando « aliquam formam censUs aut recognitionis aut alterius rei consimilis»» che soddisfacesse anche Firenze; lo stesso Pontefice avrebbe potuto incaricarsi delle trattative (2). Non si acconciarono gli stati della Lega a tali pro- teste, e durante tutto il 1497 e ne ^ a prima metà del '98 il Moro, il Papa, il Re di Spagna, Massimiliano e persino Genova, per istigazione anche dei Fiorentini, esortavano Venezia a tralasciare V impresa di Pisa e a ritirare di là le sue milizie, proponendo ora di rendere la città a Firenze, ora di mantenerla in libertà con forze di tutta la Lega. Ma Venezia rimase inflessibile; ripe- teva che aveva assunta la difesa di Pisa, liberata da Carlo Vili, dietro preghiera dei collegati per ostacolare Firenze aderente a Francia; abbandonare la città ai Fiorentini sarebbe stato un tradire la causa comune, un menomare l'onore della Serenissima; non si peritava di soggiungere di non fidarsi delle forze degli altri stati troppo favorevoli a cedere Pisa alla sua rivale, colla quale era pronta a cessare la guerra non appena con un conveniente accordo — la cui iniziativa poteva essere (1) Sanuto, Diari 1, I, 444. (2) Doc I. Digitized by 8 Nuovo Archivio 4 Veneto presa da uno qualsiasi dei potentati — fosse assicurata a Pisa la libertà, dietro il pagamento di un canone annuo ai Fiorentini (i). In realtà la Signoria veneta insisteva molto su tale composizione sapendola impossibile ; che i Fiorentini avevano fatto capire di volere, come per il passato, es- sere assoluti padroni di Pisa, e avevano risposto scon- venientemente alle poco sincere proposte venete, non impegnandosi neanche — riottenuta che avessero la città — di abbandonare le parti di Carlo Vili (2). Il Moro allora impensierito pensò di aiutare Fi- renze; dapprima lo fece col negare il passo alle milizie (1) Per le pratiche in proposito con il Moro cfr. Sanuto, 447 e 882; Senato Secreta 23 ottobre 1497 (re:. 36 c. 168 t.), 12 feb. 1498 (c. 184), 25 giugno 1498 (reg. 37, c. 23), nel R. Arch. di St. in Ve- nezia : con il Papa (istigato dai Fiorentini) cfr. Sanuto 863, >qg- ì Guic- ciardini, Storia d' Italia, 1. Ili, Milano 1803, voi. II, pag. 147; una lettera di Ascanio Sforza al Moro del 10 marzo '98 in Ardi. St. It. n. s. voi. XVI li [Nuovi documenti su Girolamo Savonarola, docu- mento XXIX) e Senato Secreta 15 feb. 98 (reg. 36 c. 187), 4 aprile (reg. 37 c. 8 in Villari, Storia del Savonarola* Firenze 1861, voi. II, do- cum. XC) : col Re di Spagna cfr. Sanuto 445; Senato Secreta 5 sett. 97 (36 c. 158 t ), 12 feb. '98 (c. 185 t): con Genova cfr. S.\n.uto ioii, e Senato Secreta 7 maggio, 7 giugno, 9 luglio 1498 (reg. 37 c. 13. 19 e 23): con la Cesarea Maestà Sanuto 96S. Cfr. anche Bembo, Historiae, Venezia, 1718, p. 12G, e Romanin, St. Doc. di Venezia, voi. V, pa- gine 98 e 101. (2) « Recordamosi haverli ' (i Fiorentini) molte volte per diversi mezi invitati a voler essere Italiani .... offerendoli ogni conveniente forma di superiorità de Pisani, purché remanesseno ne la libertà ne la qual sono sta posti non da nuy ma dal Re de Franza : may hano voluto prestar oreehie, sempre respondenJo cum forma mancho che conveniente a loro». -Il Senato veneto all' oratore milanese a Venezia, il 12 febbraio 1498; Senato Secreta, reg. 30, c. 184 cit. Gir. Senato Secreta, 23 ottobre 1497 cit Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 9 venete che si recavano a Pisa (i), poi coli* inviare na- scostamente ai Fiorentini forze proprie, in unione ad altre che aveva ottenuto da Massimiliano (2), finalmente col dichiarale apertamente * di scendere in campo per combattere, come egli diceva, V indomabile cupidigia di Venezia (3). Le cose stavano a questo punto, allorché giunse inaspettata la notizia della morte di Carlo Vili e della successione del Duca d' Orleans. Sebbene non fossero un mistero per alcuno le idee belligere di Luigi XII, che aveva iniziato il regno intitolandosi non solo re di Napoli ma anche duca di Milano, pure tutti gli stati italiani stettero per un poco in forse sul contegno da tenersi col nuovo Re. Venezia, che fino dal primo mo- mento intravide la possibilità di inrendersi con lui per dividersi le spoglie dello Sforza, stanca di una guerra che non le aveva procurato alcun guadagno ma in quella vece le aveva attirato V odio di tutte le potenze, inco- mincia — senza trascurare per questo V impresa di Pisa — a considerare più pacatamente la possibilità di un accordo con la maggior Repubblica toscana (4), tanto (1) Senato Secreta aprile 149S, reg. 37 c. 9-12. Cfr. Sanuto 933 e Guicciardini 173. (2) Sanuto 990. (3) Senato Secreta u agosto: f Non cessant Fiorentini una cum apertis favoribus Domini Ducis MeJiolnni facere omnem conatum ad ilesolationem impresie Pisarum » (reg. 37, c. 35). (4) « Quotiescumque reperiatur et proponatur aliquod medium expediens quod faciat dietimi etTectum, cetera faciilimc componentur b. Istruzione agli oratori veneti in Francia durante il loro passaggio per Milano; 25 giugno, Senato Secreta cit. c. 23. « Que (compositio) si proponatur conveniens secura et certa nos libentissime amplexabimur ». A Giorgio Negro segretario a Genova, il 9 luglio; Senato Secreta c. 25 « Nui f facillime ce adapteremo ad ogni altra cos^a, che sia rasuncvole Digitized by Google IO Nuovo Archivio Veneto da accogliere con piacere la notizia che Firenze, dopo il rifiuto di Luigi di impacciarsi nelle cose di Tosca- na (i), aveva stabilito di inviare alla Signoria due suoi oratori. La decisione dei Fiorentini di mostrare la loro de- ferenza a Venezia cercando per primi direttamente un accordo (2) fu dovuta e alle istigazioni del popolo poco proclive a prolungare la guerra di Pisa (3) e alle insi- stenze del Duca di Milano, il quale ottenne anche che insieme con Bernardo Rucellai fosse scelto dalla Repub- blica ad oratore Guidantonio Vespucci, già-ambasciatore di Firenze alla sua corte (4). I due Fiorentini in com- pagnia di un giovane Niccolò Capponi, inviato a Vene- zia perchè si impratichisse nelle trattative diplomatiche, giunsero a Ferrara il 21 agosto (5) ; là, secondo ii desi- derio del Moro, ebbero qualche lume da Ercole d'Este (0); giunti a Venezia il 25, onorati da molti gentiluomini (7), furono convenientemente ricevuti dal Doge il dì veniente. Nella prima udienza T una parte e T altra si tenne sulle generali : il Vespucci chiese lo sgombro di Pisa et onesta, et trovandosi modo expediente a questo presto se vederà 1' effecto de le parolle nostre ». Al Duca di Ferrara il 9 luglio; Senato Secreta c. 25 t. (1) Guicciardini, 1. IV, p. 160 ; Sanutó 1034. (2) Guicciardini, 182 e sgg. Tanto lo storico fiorentino, quanto il Roma ni n (p. 104 e sg) parlano brevemente di questa ambasceria. (3) Sanuto, 1041. (4) In., 1034, 1037, 1044. (3) 1045- (6) Id , loc. cit. [.'oratore estense a Firenze, Manlredo dei Man- fredi desiderava V 8 agosto, che ai due oratori fosse dato qualche lume dal Duca (Documenti relativi a Girolamo Savonarola ecc. in Atti e Memorie della R. Dep. di St. Patria per le Prov. Modenesi, voi. IV, 1868, p., 403 doc. 456). (7) Id., 1051. Digitized by Google Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia ir da parte dei Veneti, il Doge diede il benvenuto agli ambasciatori prendendo qualche giorno per rispondere, dopo che avesse udito la volontà dei Pregadi (i). 11 Se- nato si riunì il 28 e fu decisa una risposta, la quale, mentre mostrava il desiderio di Venezia di pacificarsi con Firenze purché rimanessero salvi •« V honor nostro e la libertà et securità de' Pisani », suonava fiero rim- provero contro chi, dopo aver rivolto i più cupidi dise- gni su Pisa e sulla stessa Firenze, dopo aver indotto Venezia a difender Pisa e a prometterle di conservarne ad ogni costo la libertà, pretendeva adesso che la Si- gnoria abbandonasse vituperosamente V impresa e vio- lasse la parola data; del resto «quello hanno facto da poi et facino li altri, nuy non curamo saper; ma ben sapemo esser officio de chadauno vero principe mante- nir la fede sua incontaminata, el che sempre è stato peculiar istituto del nostro stato (2) ». Dato il tenore della risposta comunicata ai messi Fiorentini il 29 (3), V accordo diveniva quasi impossibile per le esigenze delle due parti, delle quali T una chie- deva lo sgombro delle forze venete da Pisa per ricon- quistarla più facilmente, 1' altra invece poneva a condi- zione del ritiro delle truppe la libertà della città fino allora protetta. Nondimeno le pratiche continuarono se- gretissime per qualche giorno (4Ì, finche vista la diffi- coltà dell 4 accordo, l'oratore milanese prima, lo spa- gnolo, certo Soarez, poi, si offersero come intermediarii per facilitare la conciliazione. Al primo fu risposto un po' bruscamente «che dovesse attender a exeguir li man- dati del suo Signor, et non voler conzar quello che a (1) Sanuto, 1053. Cfr. Guicciardini, 182. (2) Senato Secreta, reg. 37, c. 38. (3) Sanuto, loc. cit. '4) Ii>., 1065 e sg. Digitized by Google 12 Nuovo Archìvio Veneto lui (il Doge) tochava (i) » ; il Doge cercò pure il 9 set- tembre di evitare V intervento dell' oratore di Spagna limitandosi a ringraziarlo (2), ma alle di lui insistenze il 17 acconsentì si intromettesse quale paciere (3). Cin- que giorni dopo, venuto agli oratori fiorentini pieno mandato di accordo, il collegio delegò Marco Antonio Morosini, Alvise Bragadino, Giorgio Corner a rappre- sentare la Signoria nei negoziati (4). Il Soarez voleva, come base della conciliazione, far concedere a Pisa dai Fiorentini i privilegi goduti da Pistoia, la qua] città pur dipendendo da Firenze godeva di Una certa autonomia; ma, visto che i Fiorentini li trovavano troppo liberali (5) e i Veneti troppo onerosi per i Pisani, rinunziò ad ogni accomodamento (6). Qualche giorno dopo, il 25 ottobre, il Vespucci e il Rucellai presero anch' essi commiato, dichiarando che avrebbero combattuto fino all' ultimo per riaver Pisa (7). Il Senato, senza troppo impensierirsi dell' infelice esito delle pratiche preveduto fin dal primo momento, comunicato Y insuccesso alla Curia come prova della (1 ; Sanuto, 1070. A tale offerta d' intromissione si riferisce con ogni probabilità una risposta fatta il 13 settembre al Moro nei soliti ter- mini generali (Senato Secreta c. 44 t.). (2) « Ringratioe de la oferta et quasi sine conclusione' li fu risposto per el Principe ». 9 settembre. Sanuto, 1078. (3) Sanuto, 1 100. (4) Io., 1108. (5) Guicciardini. 184. (6) 9 ottobre Sanuto, voi. II, col. 22. Essendo il Sanuto nell'ot- tobre del 98 entrato nel collegio come Savio agli ordini, le sue testimo- nianze da ora innanzi crescono d'importanza per esser egli a cogni- zione dei più segreti maneggi della Repubblica. Il Soarez prima della partenza fu regalato dalla Signoria (Senato Secreta, 9 ottobre c. 49) e nuovamente ringraziato per lettera 1' 8 novembre (Senato Secreta, c. 36). (7) Sanuto, 38; Buonaci orsi, Diarii, Firenze 1 508, p. 6. Digitized by Google Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia mala fede Fiorentina (i), raddoppiò i suoi sforzi contro Firenze e inviò il Duca d 1 Urbino con forze considere- voli in Val di Lamone per assalire anche da quella parte il territorio della Repubblica e cercare nel tempo stesso di rimettere in Firenze Piero dei Medici, il quale aveva promesso, pur di riacquistare il potere, di non molestare Pisa (2). Senonchè nuove circostanze indussero la Signoria a cercare di nuovo una soluzione pacifica e decorosa, che le permettesse di abbandonare al più pre- sto T impresa. Luigi XII aveva prestato facile orecchio alle propo- ste di alleanza fattegli dagli oratori veneti ; ma non volendo disgustare Firenze, che gli prometteva di rima- nergli fedele pur di riavere Pisa (3), chiese agli stessi ambasciatori che la città contesa fosse data per' allora in sua mano (4). La domanda non piacque a Venezia che fin da principio aveva escluso qualsiasi intromissione del Re di Francia nella sua contesa con Firenze (5). La (1) t Fuerunt multos dies apud nos oratores Fiorentini missi iudi- cio nostro artificiose et sub aliquo latenti misterio sicuti effectus com- probavit; fuerunt enim ipsorum propositiones prius generales, et postea, quamvis adiuncta fuerit interpositio magnifici oratoris Hispani prò reperienda aliqua forma convenienti super libertate Pisarum, nunquam tamen induci potuerunt ad proponendam aliquam formam nisi mere et simplicis servitutis civitatis predicte. Tamen re infecta discesserunt ». Il Senato all'oratore veneto a Roma il 21 ottobre (Senato Secreta, c. 51 t.). (2) Fin dall' 8 agosto si era deliberato di aiutare il Medici (Senato Secreta c. 33), interessando della cosa il Papa (c. 34). L' impresa del Casentino ideata anch'essa V 11 agosto (c. 35) fu iniziata nel settembre (Sanuto, I 1098), ma intrapresa seriamente verso la fine di ottobre [Se- nato Secreta, 28 ottobre c. 54). (3) Sanuto, II,, 1 1. (4) Io-, 63. (5) Romanin, 101. Cfr. Senato Secreta 6 settembre e sgg., c. 42 e passim. Digitized by Google •4 Nuovo Archivio Veneto Signoria intuì V intenzione di Luigi XII di rendere la città ribelle alla sua antica dominatrice, purché questa non gli ostacolasse V impresa di Lombardia (i) ; ma d'al- tra parte comprendeva che 1' ostinarsi nella guerra ai Toscana, non solo V avrebbe messa in mala vista di tutti i potentati, ma avrebbe ritardato V alleanza francese e le avrebbe impedito — ove tale alleanza si concludesse — di attendere con efficacia alla guerra contro il Moro, dalla quale si aspettava grosso guadagno. Tentò adun- que di togliersi d' imbarazzo col cercare un accordo con Firenze — cui fosse estraneo il Re di Francia — più conforme alla sua dignità e consentaneo alla libertà di Pisa. Così — mentre promette va a Luigi che avrebbe cercato di terminare per altra via la contesa con Firen- ze, riservandosi di rimettere Pisa nelle mani del Re, quando ogni altro tentativo di pacificazione andasse a vuoto (2) — interessava Ercole d' Este, duca di Ferrara, a definire la questione. Il duca di Ferrara, anch' egli — come in seguito vedremo — ad istigazione del Moro, aveva avanzato fin dal decembre 1497 proposte di conciliazione (3); le aveva replicate nel febbraio del '98 (4), e più tardi, nel giugno, sebbene scoraggiato dalle continue repulse venete (5), aveva rinnovata l'offerta, ottenendo da Venezia una (1) Guicciardini, 204 ; Buonaccorsi, 15, (2) Sanuto, 15 novembre, col. 123; Romanin 105. La stessa pro- messa di rimettere la questione nelle mani del Re, se non si addive- niva ad altro accordo, è ripetuta il 15 gennaio 1499 (Sen. Sec. c. 73).. (3) In., I, 839. (4) In., I, S69. (5) Cfr. una lettera del Duca al Manfredi in data del 18 maggio 149S in Atti della Dcp di St. Patria per h Prov. Modenesi ecc. cit., doc. 149. Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 15 delle solite risposte evasive (1). Contuttociò non volle arrendersi, e appena seppe che erano andati a vuoto i negoziati coi due oratori fiorentini, rimandò a Venezia un suo fido, Giovan Alberto dalla Pigna, ad offrire nuo- vamente la sua mediazione, impegnandosi di lasciare ai Pisani tutte le fortezze ad eccezione di Livorno e di far pagare dai Fiorentini ai Veneti un congruo inden- nizzo per le spese sostenute (2). Il partito era conveniente per Venezia, alla quale, sebbene a torto, non era sospetta la persona del paciere legato alla Serenissima (che teneva nel di lui stato un visdomino) e almeno in apparenza più favorevole a lei che allo Sforza suo genero, come aveva dimostrato nel- T accordare alle milizie venete il passo rvegato dal Mo- ro (3) e nel rifiutare di visitare quest'ultimo a Man- tova (4). Il Senato non volle lasciar sfuggire Y occasione e, seb- bene nulla ancor conoscesse delle intenzioni di Luigi XII su Pisa, il 16 ottobre deliberava di rispondere al Duca, che tentasse pure V accordo alle condizioni da lui proposte ; il Senato soggiungeva che non avrebbe cessato dall' osteggiare in ogni modo Firenze fino alla conclusione della pace, ma che per favorire V accordo era disposto a non essere troppo esigente nei patti, sempre beninteso che fossero accordate ai Pisani le for- tezze e alla Serenissima un conveniente compenso per le spese da lei sostenute (5). (1) Sanuto, I, 998. Per la risposta v. Senato Secreta 9 luglio, c. 25 t. cit. (2) Id., Il, 23 e 38. (3) Id., 1,935 esgg. (4) Id., I, moi : giugno 1498. (5) Doc. II. Abbiamo voluto riportare integralmente tale risposta anche perchè da essa si rilevano nella loro pienezza le primitive pro- poste del Duca di Ferrara. Digitized by Google i6 Nuovo Archivio Veneto Ricevuta la risposta, V Estense coir appoggio del Duca di Milano scrisse ai Fiorentini oifrendosi come arbitro (i). Costoro, avuta la lettera il 28 ottobre (2), * chiesero ad Ercole quali patti avrebbe stabilito (3) ; il Duca osservò che la richiesta non era conveniente; al- lora, d* intesa col Moro, domandarono all' Estense che egli si unisse come arbitro lo Sforza, o quanto meno che andasse a stringere le trattative a Pavia (4), ove il Moro già si trovava insieme ' air oratore del Duca di Ferrara e al di lui figlio Ippolito (5); alla fine, respinte tutte queste proposte, visto che Luigi XII non si curava di far rendere loro Pisa (6), fidenti di esser favoriti nelle trattative dal Duca d' Este da loro ritenuto nemico oc- culto di Venezia (7) e dal Moro, stabilirono di inviare a Ferrara un loro rappresentante, Antonio Strozzi, cui per le insistenze di Ercole, fu dato amplissimo man- dato (8). Al Duca di Ferrara parve di aver superato le dif- ficoltà principali ; ma trovò una resistenza inaspettata nel Senato veneto, il quale, per quanto oramai volesse definire le cose di Pisa (9), non desiderava mostrare al- cuna premura della composizione per non mancare alla propria dignità. AI Pigna che quasi quotidianamente si (1) Sanuto, II, 63 e 63. (2) buonaccorsi, 15. (3) Sanuto, 77. (4) Id„ 85 e 106 00 In-, 05- (ò) II Re di Francia dopo l'ottobre non fece ulteriori insistenze per Pisa (Sanuto, 115 e 150). Nel decembre anzi dichiarò di disinte- ressarsene (In., 235). (7) Parenti, Storie Fiorentine, mss. nella Bibl. Naz. di Firenze, II, II, 131, c. 105. f8) Sanuto, 129, 137 e 144 (9) *5 6 - Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia ij presentava al Doge per sollecitare V invio di un oratore a Ferrara e ripeteva a nome del suo Signore che sareb- bero date le fortezze ai Pisani, Livorno eccettuata, e centocinquantamila ducati a Venezia, al Moro che faceva continue insistenze nello stesso senso (i), si chiedeva il 26 novembre una dichiarazione dell'Estense, nella quale si impegnasse di mantenere i patti proposti (2) ; ricevuta la dichiarazione (3) si dava mandato al Duca di con- chiudere a patto di non essere obbligati ad inviare un oratore a Ferrara (4) ; quando poi Ercole fece intendere di non assumersi una cosi grave responsabilità senza la presenza d' un rappresentante della Serenissima, i Pre- gadi, dopo molto discutere, lo invitarono a venire a Venezia, ove tutto sarebbe appianato (5). La proposta era contraria alla dignità dell' Estense e dei Fiorentini; un lodo pronunziato a Venezia non avrebbe potuto essere se non nocivo agli interessi di Firenze (ó). Parve per un momento, che tutto fosse an- dato a monte, allorquando, apparentemente per le pre- mure del Moro, ma in realtà per le difficoltà sempre mag- giori e inaspettate che presentava l' impresa del Casen- tino, e per gli insuccessi delle armi venete in quei luoghi (7), il 3 gennaio il Senato decise di mandare a (1) Sanuto, 145-262 passim. (2) Senato Secreta, reg. 37, c. 65. (3; Fu rilasciata il 28 novembre Commemoriali, XVIII, c. 131. Cfr. Saxuto, 167. (4) « Essendo le cose de Pisa e del Casentino nei termini che sono ai presente e in questo ponto, el mandar hora alcuno de nostri a Fer- rara seria un ruinar del tuto la impresa nostra in 1' uno e 1' altro de dicti luogi ». Senato Secreta, 4 decembre, c. 66. (5) Senato Secreta, 15 decembre, c. 67 t. La discussione era comin- ciata il 12. Sanuto, 196. (6) Sanuto, 242, 262 6315. (7) Cfr. Sanuto, 192,2556274. 2 Digitized by Google i8 Nuovo Archivio Veneto Ferrara il segretario Zaccaria 'dei Freschi, non in veste ufficiale ma incognito et secretissimo, per rendere 1' ac- cordo più facile (r). Il giorno seguente il Freschi partì col Pigna (2), dopo aver ricevuto dai Pregadi una dettagliata com- missione per la quale egli era incaricato di richiedere al Duca qual somma sarebbe assegnata ai Pisani per la custodia delle fortezze che sarebbero loro rilasciate, ma specialmente qual forma di libertà essi godrebbero; do- veva poi far garantire ai Pisani la facoltà di libera- mente commerciare e amministrare di per sè la giusti- zia, e infine ottenere alla Signoria un indennizzo di almeno duecentomila ducati pagabili al più presto e garantiti possibilmente dai mercanti fiorentini residenti in Venezia. Quando tali punti principali fossero stabi- liti il Duca avrebbe dovuto venire a Venezia, ma non sotto colore di compiere atto d' ossequio alla Signoria, ma in vera e propria veste di arbitro accompagnato dall' oratore fiorentino (3). Il Senato probabilmente credeva che coli' invio del Freschi V accordo si sarebbe conchiuso in pochi giorni senza prevedere che i Fiorentini imbaldanziti dai re- centi successi in Casentino avrebbero sollevato mille pretese, non ostante le sollecitazioni fatte loro dallo Sforza e avvalorate dalle di lui minaccie di ritirare le truppe che aveva spedite in loro soccorso (4). Così, quando Ercole, abboccatosi con Zaccaria (5), volle strin- (1) Senato Secreta, 3 gennaio 1499, c. 67. (2) Santtto, 298. (3) Abbiamo trascritto nel documento III la parte principale della commissione. (4) San uro 327. (5) Iu.,3i8. Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia gere la pratica, si sentì chiedere dallo Strozzi, che l'am- ministrazione della giustizia criminale in Pisa fosse ri- servata a Firenze in uno coli' appello delle cause civili; le sole cause civili in prima istanza sarebbero state de- cise da giudici Pisani (i). Si maravigliarono i Pregadi di tale proposta. « Que- sta cosa, rispondevano il 12 gennaio al Freschi, è ve- ramente di summa importanza, et se de quella da principio non fu fatta particulare expressione, fu perchè realmente la se intende compresa ne la libertà che sem- pre è sta specificata nominatamente. Nientemeno azò non appariamo volerse discostar dal razonevole, dicemo parerne conveniente immo necessario per assai respecti ben noti alla sapientia di questo signor Ducha, che non solamente se faci mention del civile ma etiam far mocto del criminale da essere administrato per Pisani, i quali habino ad eleger li administratori de tale justicia 0 de li soi o de forestieri, come se observa ne la mazor parte de le cità d'Italia, cum reservare però le appellatione ai Fiorentini in 1' uno et in 1' altro, che cum questo mezzo venirano ad haver la superiorità sua ». Soggiun- gevano al Freschi di insistere per il pagamento di al- meno 200.000 ducati ben garantiti, e gli trasmettevano modificati alcuni capitoli di accordo relativi a Pisa, già proposti da Carlo Vili a Firenze poco prima del suo ritorno in Francia, capitoli che garantivano ai Pisani piena libertà d' industria e di commercio (2). Non erano appianate le differenze riguardo all'am- ministrazione della giustizia — benché per desiderio di Venezia stessa vi si fosse intromesso 1' oratore mila- nese (3) — quando i Fiorentini levarono nuove opposi- (1) Sanuto, 324. (2) Senato Secreta, 12 gennaio, c. 72. (3) Sanuto, 332. Digitized by Google 20 Nuovo Archivio Veneto zioni all' andata del Duca di Ferrara a Venezia, e a grande stento, dopo esserne stati premurati vivamente(i), concedettero che Ercole vi si recasse lasciando a Fer- rara lo Strozzi col quale potrebbe comunicare per let- tera (2). La Signoria avuta il 18 una lettera che la in- formava della risposta di Firenze senza accennare a nessuna risoluzione circa V amministrazione della giu- stizia, scrisse al Freschi che le sembrava il Duca, vo- lesse perder tempo per nulla (3). Molti anzi indispettiti avrebbero voluto richiamare il segretario; ma la mag- gioranza era così favorevole all' accordo, desiderato, anzi quasi imposto dal re di Francia (4), aspettato oramai ansiosamente perfino dai Pisani (5), che si preferì di scrivere al Freschi di stringere una buona volta (6). « Venga il Duca — gli si ripeteva il 23 in replica a una sua lettera che dava la venuta di Ercole come probabile (1) Sanuto, 329. (2) In., 342. (3) Senato Secreta, c. 74. (4) Arch. di St. in Firenze. Riformagioni X, III, 84 : 3 gennaio 1498 (St. fior.) cit. in Volpe, Alcune relazioni di Pisa con Alessan- dro VI e Cesare Borgia in Studi Storici, voli. VII e Vili, p. 497, nota 1. La notizia delle nuove pressioni di Luigi XII, sebbene provenga da fonte fiorentina, ci pare attendibile, ponendola in raffronto colle nuove assicurazioni che in quei giorni Venezia faceva al Re di voler definire ad ogni costo la questione di Pisa. Senato Secreta 15 gen- naio, c. 73 cit. (5; A Pisa si era avuto sentore della pratica il 7 decembre (Lett. degli Anziani 14991500 st. pisano, reg. C 25 c. 148 in R. Arch. di St. in Pisa) ; informatine particolarmente dal loro ambasciatore, gli Anziani rispondevano il 15 gennaio: « Imendemo 1' acordo al tucto come se fa . . . . ; duolci che non vadi inanti in honore vero di code- sta illustrissima Signorii et nostra utilità, perchè hormai ognuno è stancho, yramo" non può quasi più. vivere per le cose occorse e che occorrere sogliono nei- luoghi ove è la guerra », c. 158. (6) Sanuto, 346. Digitized by Google 77 Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 21 purché i Veneti non affacciassero nuove pretese (1) — .« imperocché zonto de qui se trovarà cum el nome de Dio lo expediente al tuto (2) ». Alla fine il 30 gennaio, dopo che il Freschi ebbe fatto ripetutamente notare la poca disposizione dei Fiorentini a venire ad una com- posizione, pregando il Senato' di richiamarlo (3), si de- cise ali 1 unanimità di farlo tornare a Venezia; si lasciava facoltà al Duca di riprendere le pratiche quando potesse venire con un ambasciatore fiorentino (4). Ma il Moro si era fitto in capo di allontanare ad ogni costo Venezia da Pisa. Tornò a promettere ai Fio- rentini che li avrebbe assistiti durante i negoziati (5), s'impegnò d'inviare a Venezia insieme al Duca di Fer- rara un altro suo oratore straordinario (6), tanto scrisse insomma che il 15 febbraio decise quei Signori a inca- ricare Giovan Battista Ridolfi e Paolo Antonio Soderini di seguire l'Estense a Venezia (7) ; egli per conto pro- prio stabilì di mandarvi Leonardo Botta (8). Proprio in quei giorni si strinse la lega tra Fran- cia e Venezia (9). La Signoria contentissima deliberò di (:) Sànuto, 359. (2) Senato Secreta, c. 75. (3) Sanuto, 374 e 382. (4) Senato Secreta, c. 75 t. (5) Cambi, Storie, voi. II in Idfxfonso di S. Luigi, Delizie ecc., voi. XXI, p. 137. (6) I Pregadi scrivevano il 25 agli oratori in Francia il prossimo arrivo degli oratori fiorentini « cum uno alio oratore mediolanensi misso, ut credimus, ad requisitionem Florentinorum i. Senato Secreta, carte 70. (7) Cambi, loc. cit. ,• Sanuto, 450 e 456. Cfr. Senato Secreta, 20 febbraio, c. 77 t. (8) Sanuto, 464. (9) A Venezia se ne conobbe il tenore il 19 febbraio (Sanuto, 432); fu pubblicata con gran pompa il 25 marzo (In., 557). I capitoli editi già da vari altri autori sono riportati anche dal Sanuto, 522. Digitized by 22 Nuovo Archivio Veneto tener segreti i patti conchiusi a danno del Moro, anche per non interrompere le pratiche relative a Pisa, che ora più che mai desiderava di condurre a termine (i). All' opposto a Firenze si dubitò che Venezia, sentendosi oramai forte della nuova amicizia, non volesse rinun- ziare alle sue pretensioni su Pisa (2), 0, per lo meno, che per appagare un desiderio del Re di Francia non volesse ammettere il Botta a presenziare le trattative (3). Per tali ragioni gli oratori ritardarono la loro partenza fino al 6 marzo, e unitisi a Ferrara con Ercole e col Botta pernottarono tutti insieme il 16 a Chioggia e l'in- domani arrivarono a Venezia. Per assecondare il desi- derio del Duca andarono loro incontro sul Bucintoro (4) il Doge e molti patrizi ; il Duca fu accompagnato al suo palazzo fra V indifferenza del popolo, mentre i Fio- rentini si recavano a ca' Dandolo e il Botta a ca* Cor- rer, destinate rispettivamente per loro abitazioni. Sorvoliamo sulle prime udienze accordate dal Doge all' Estense, al Ridolfi e al Soderini, al Botta, perchè in esse le parti si limitarono a scambiarsi parole di pura cortesia (5) ; e veniamo a parlare delle trattative che pre- cedettero il lodo. Il 19 un segretario d' Ercole, Giovan Luca da Pontremoli, si presentò al Doge per consul- tarlo sulla via da tenersi per venire più presto ad un accomodamento. Si dovevano prima concordare amiche- volmente i patti fra le due parti o era preferibile che (1) Senato Secreta, c. 79 cit. (2) Sanuto, 484. (3) In, 508. (4) Id , 507. Il Bucintoro fu accordato all' Estense dopo viva di- scussione con molti voti contrari (Senato Secreta, 7 marzo, c 81), cosa questa di cui più tardi il Duca ebbe a lamentarsi (Sanuto, 536). Per i particolari del viaggio degli oratori fiorentini e del loro arrivo a Ve- nezia vedi Sanuto, 519 e 528-532. (5) Sanuto, 532 e 534. Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 23 il Duca, debitamente autorizzato, pronunziasse un lodo arbitrale (1)? La risposta fu discussa il giorno stesso in Preg^di e si convenne di rimettere la cosa completa- mente nelle mani dell'Estense, non appena i Fiorentini lo accettassero per arbitro, nella certezza che il Duca, mantenendo le promesse replicatamente fatte circa tutti gli altri punti, avrebbe saputo trovare una via concilia- tiva circa le questioni ancora indiscusse cioè non deter- minate, quella della giustizia e quella dei Medici, che Venezia avrebbe voluti lontani da Firenze ma inden- nizzati da quella Repubblica con una lauta provvigione annua (2). Pareva tutto stabilito, quand' ecco V Estense imbat- tersi in un nuovo ostacolo: il Soderini e il Ridolfi non avevano ricevuto pieni poteri dai loro Signori e chiesero quattro giorni di tempo per ottenere da loro il man- dato pel Duca (3). I Veneziani si dolsero con lui di questo nuovo indugio, accusandone lo Sforza che, a pa- rer loro, voleva metterli in sospetto di Francia col pro- lungare la dimora del Botta a Venezia (4). Per buona fortuna i Fiorentini — vinti proprio dalle preghiere del Moro che aveva il massimo interesse di veder conchiuso T accordo (5) — pur temendo che la Serenissima non (1) Sanuto, 534. (2) Doc. IV. (3) Sanuto, 539. I Fiorentini avevano bensì il 5 marzo dato ai loro oratori procura di eleggere il Duca ad arbitro (Commemoriali, XVIII, c. 131) ma nell' istruzione ai loro ambasciatori avvertirono che tale procura non sarebbe valida senza ulteriore loro conferma. (Istru- zione al Soderini e al Ridolfi a c. 29 delle Istruzioni agli ambascia' tori i4gG i52g, Signori, Legazioni e Commissarie, 22 (mod. 23), R. Arch. di Firenze). (4) Id., 556 e 560. (5) 553 e 556. Digitized by Google 24 Nuovo Archivio Veneto obbligasse Ercole a favorirla incondizionatamente (i), nella speranza che nelT Estense predominasse su ogni altro sentimento l'odio da lui segretamente nutritQ con- tro Venezia, dopo molto discutere, il 25 marzo si affi- darono completamente al di lui giudizio (2). Non appenà pervenne alla Signoria la notizia uffi- ciale della decisione dei Fiorentini, il Collegio accor- datosi col Soderini e col Ridolfi nominò il Duca di Fer- rara arbitro nella questione di Pisa. Questi si obbli- gò a pronunziare dentro 8 giorni, cioè prima del 6 aprile, la sua sentenza, che doveva essere accettata dalle due parti qualunque essa fosse, pena 100.000 ducati (3); Firenze sarebbe rappresentata presso il Duca nei giorni necessari a formulare il lodo o arbitrato dagli stessi Ri- dolfi e Soderini, il Dominio veneto da tre patrizi, scelti il giorno seguente, primo aprile, nelle persone di Marco Antonio Morosini, consigliere del Doge, Nicolò Fosca- rini, savio di consiglio, e Paolo Pisani, savio di terra- ferma (4). A stendere la sentenza il Duca impiegò tre giorni, chiedendo schiarimenti all' una e all' altra delle parti. Sappiamo ben poco di tali trattative riferite giornal- mente al Collegio e ai Pregadi dai patrizi all' uopo no- minati, ma non registrate in nessun documento ufficiale e neanche dalló stesso Sanuto; certo i Fiorentini si mo- strarono restii a lasciare tutte le fortezze del contado ai Pisani e proponevano di distruggerne le principali (5). (1) Cambi, 139. (2) Parenti, cit., c, 136 e 130. La notizia giunse a Venezia il 29. Sanuto, 561. (3) L'elezione del Duca ad arbitro da parte della Serenissima nel R. Arch. di Stato in Venezia Commemoriali, XVIII, c. 133 t. Cfr Sanuto, 563. (4) Sanuto, 566. (5) Ii> > 5/0< 57i, 573 e 575. Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Yene^ia 25 Compilata la scrittura il Duca — per mostrare, alme- no in apparenza, il suo attaccamento a Venezia — offrì più volte x di comunicarle segretamente alla Signo- ria per averne il di lei avviso; ma il Collegio, con una lealtà che torna cji grande onore alla Serenissima, non volle saperne nulla ; mandò anzi a rispondere al Duca che spa\ase pur, che cioè secondo V autorità avuta pub- blicasse senz'altro il suo arbitrato (1). Gli oratori Fio- rentini probabilmente si condussero con minore delica- tezza ed ebbero cognizione anticipata di quanto aveva deliberato l'Estense; forse, approfittando del rifiuto di Venezia, ottennero all' ultimo momento qualche modi- ficazione in loro favore : il certo si è, che prevedendo ch,e il lodo avrebbe prodotto pessima impressione per la sua partigianeria, non vollero essere presenti alla sua solenne pubblica\ione (2). Nè ebbero torto. Chi può dire infatti lo stupore, lo sdegno di tutti i Signori veneti all' udire che Ercole si era limitato ad accordare ai Pisani un pretore per le cause civili in prima istanza, le fortezze da loro ricu- perate durante la guerra — - ed anche queste con guar- die insufficienti — e libertà di commercio e navigazione, lasciando per tutto il resto, in reliquis omnibus, « pri- stina Florentinorum iura in dictis urbe Pisarum et ter- ritorio illesa et intacta ? » (3). Air udire in altre parole che T Estense, anziché lasciare libera Pisa accordandole le fortezze a garanzia di tale libertà, l'aveva confermata nella servitù nella quale si trovava prima della sua ribellione a Firenze, concedendole come compenso della guerra eroicamente fino allora sostenuta l'apparente (1) Sanu^o, 573 e 578. \2) In., 583. (3) Doc. V. Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto possesso di pochi fortilizi e l'elezione di un magistrato di nessuna importanza ? Come dovette risuonare amaramente ironica ai Ve- neti la dilazione di 12 anni concessa ai Fiorentini per pagar loro 180.000 ducati di indennità in confronto al termine perentorio imposto a Venezia di 8 giorni per desistere dalle offese, di 19 per ritirare dalla Toscana tutte le truppe ! I Senatori, reprimendo a stento la loro ira, senza prendere al momento alcuna deliberazione, si ritirarono nelle loro case, mentre il popolo, avuta notizia della sentenza, imprecava pubblicamente contro il Duca trat- tandolo da traditore e da scroccone (1). Ercole non volle rimanere o sembrare di rimanere indifferente a tanti rimproveri : si recò il giorno seguente in Collegio per manifestare il suo dispiacere per lo sde- gno del Dominio veneto, adducendo a sua scusa 1* of- ferta da lui fatta di comunicare anticipatamente il lodo alla Signoria per averne il parere. E alle acerbe rimo- stranze del Doge, il quale gli ricordava le promesse tante volte fatte per mezzo del Pigna e del Freschi, rispose gettando tutta la colpa sul vero compilatore della sen- tenza, su Giovan Luca da Pontremoli, il quale alla sua volta impudentemente difese il lodo mostrando di igno- rare gli impegni presi dal Duca, e come conclusione del discorso presentò — non sappiamo con quanta op- portunità — una carta che esponeva il desiderio del Moro di allearsi con Venezia per il bene d' Italia (2). L'indomani il Duca, temendo qualche rappresaglia di Venezia, nel dubbio che la Signoria non accettasse (1) Sanuto, 583. (2) In 589 e sg. Conosciuto il lodo lo Sforza ritirò le sue milizie dalla Toscana. Digitized by Google Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 27 la sentenza, mandò per mezzo del Pigna una lettera nella quale esprimeva nuovamente il suo rammarico: suo unico pensiero era stato di favorire la Serenissima, e per dimostrarlo proponeva di apportare al lodo sotto forma di dichiarazioni alcune piccole modifiche, che ri- guardavano principalmente la guardia delle fortezze, di cui i Pisani avrebbero potuto aumentare lievemente la guarnigione ricevendo a tal uopo un annuo assegno da Firenze (1). Ma quando i Pregadi per mostrare in qualche modo il loro interessamento ai Pisani (2) chiesero mo- dificazioni sostanziali, che cioè fossero limitati i diritti riconosciuti ai Fiorentini a un semplice diritto di esi- gere il" sopravvanzo delle entrate, e che ad un assessore forestiero, il quale secondo il lodo doveva assistere i magistrati fiorentini nelle cause criminali, fosse dato non solo voto consultivo ma anche deliberativo (3), Ercole dichiarò che non gli era lecito modificare ulteriormente il già fatto, e a mala pena si indusse ad inserire una raccomandazione generica ai Fiorentini di trattar bene i Pisani (4) e più tardi il 16 aprile — quando, partito da Venezia tra fischi assordanti, si trovò al sicuro a Fer- rara (5) a — togliere l'obbligo fatto alle parti della re- (1) La lettera del Duca in Senato Secreta, c. 83 t. Questa e le modificazioni al lodo sono pure in Commemoriali, XVIII, c. 136 e 136 t., e in Sanuto, 592 e 601. (2) « L' opera di Venezia fu in mostrare d' observare la fede ai Pisani ». Parenti, c. 140 t. La stessa osservazione, giustissima, fa il Guicciardini, 237. (3) Secondo il lodo « capitaneus .... indagare et exequi teneatur cum Consilio assessoris ex dominio nostro eligendo ». I Pregadi chie- devano invece : « Quod is capitaneus in nulla penitus causa criminali iudicari possit, neque procedere sine Consilio et consensu assessoris •. Questa e le altre richieste del Senato in risposta alla sopradetta lettera del Duca, in Senato Secreta, c. 83, 8 aprile 1499. (4) Sanuto, 601 cit. (5) Partì il 12 aprile. Sanuto, 603, 605. Digitized by Google 28 Nuovo Archivio Veneto stituzione dei beni immobili confiscati durante la guer- ra (i). Dopo aver cercato con tali pratiche di migliorare la sorte di Pisa, i Pregadi vennero alla questione princi- pale. Si doveva accettare si o no il lodo ? Gli spiriti più esaltati e tra questi primeggiava ser Filippo Tron, savio del consiglio, assecondando gli umori di buona parte dei cittadini, non ne avrebbero voluto sapere (2) ; ma cal- matisi un poco gli animi, la maggioranza e il Doge stesso, che, si noti, era stato uno dei più caldi fautori dell 1 impresa di Pisa (3), considerate le difficoltà finan- ziarie della Repubblica e l'imminente guerra di Lom- bardia e le continue minaccie dei Turchi, fecero predo- minare la ragione sul sentimento e determinarono di sottostare a quanto l'Estense aveva stabilito (4). Così il 9 aprile fu proposto e il 10 approvato di ordinare a tutti i capi dplle milizie venete in Toscana di sospendere le offese (5), e intanto fu richiamata la flotta che era ancorata presso il porto pisano sotto il comando del Malipiero (6). Giungeva nello stesso tempo a Venezia V approva- zione di Firenze che, sembra impossibile, sul principio trovò vituperoso V accordo e biasimò i suoi oratori per quelle poche franchigie lasciate ai Pisani (7), ma subito (1) Tale ultima modificazione in Commemoriali, XVIII, c. 1*37. Gfr. Sanuto, 635 in data 20 aprile. (2) Sanuto, 589 e 590. (3) Scaramblla, op. cit. y cap. I (Studi Storici, voi. VII, p. 240, nota 3). (4) Sanuto, 594. (5) Doc. V. La deliberazione fu comunicata alla Curia e agli ora- tori in Francia, Senato Secreta, c. 85. (6) Senato Secreta, c. 88. (7) Parenti, c. 140 t. Landucci, Diario fiorentino, Firenze 1881, p. 193. Gfr. Guicciardini, Storia fiorentina (voi. IH delle Opere ine- dite, Firenze 1859), P- l $9- Digitized by Google Il Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 29 ricredutasi aderì al lodo (1), lieta di avere fatto su- bire a Venezia un grave smacco (2). Furono allora con deliberazione del 17 aprile richiamate dal Casentino e da Pisa tutte le milizie venete, e da allora in poi la Serenissima non si occupò più della guerra di Pisa (3). Fu questo del resto Y unico effetto che si ritrasse dall' arbitrato di Ercole d' Este ; che Pisa la quale aveva seguito con ansia indicibile le pratiche dell' accordo (4), si rifiutò di riconoscerlo. E mentre i suoi oratori a Ve- nezia, dopo aver supplicato invano il Senato di non voler adattarsi a tale iniquità (5), saputa l' irrevocabile decisione della Signoria (6) se ne erano partiti senza accomiatarsi (7), gli Anziani dichiaravano « che prima che divenir in potere dei Fiorentini o vivere sotto di loro, come pare per quelli capituli, elegiamo tucti non essere più chiamati Pisani et abandonare la terra et ire sparsi per il mondo, o morire con l'armi in mano infino (1) I Dieci di Balia di Firenze comunicarono agli oratori a Ve- nezia la loro disposizione ad accettare il lodo l'8 aprile (Commemo- riali, XVIII, c. 137). Gli oratori accettarono solennemente la sentenza 1' 1 1 aprile (R. Arch. di Stato in Firenze, Atti pubblici, tomo XIV, n. XLI). Cfr. gli autori citati nella nota precedente. (2) Si cantò in quei giorni a Firenze una canzone contro S. Marco alocho, che aveva chiesto pace dando il foglio in biancho. Cfr. S.\- nuto, 663. (3) Senato Secreta, 86 t. (4) Cfr. nel!' Arch. di Stato di Pisa le lettere degli Anziani dal 23 gennaio al 10 aprile (500 (st. pis ) in reg. C. 23 cit. da c. 162 a c. 194. Il 26 marzo per esempio scrivevano ai loro oratori a Venezia : t Noi crediamo che Dio ne farà gratia dell'accordio, il quale quando segui cesseranno tutti li nostri affanni, che sono grandi più che non potemo sopportare, e noi e Dio lo sa •. Reg. cit. c. 193. (5) Sanuto, 589, 591 e 596. (6) Id , 601. (7) "5 aprile. Sanuto, 620. Digitized by Google 3ò iVwovo Archivio Veneto a tanto che Dio ne conceda la vita» (i). E in effetto, non sperando più in Venezia, aprirono trattative per assoggettarsi al Duca Valentino o alla Chiesa a patto di esserne soccorsi contro la loro implacabile rivale (2); e intanto il 16 giugno, spirata una breve tregua accordata dai Fiorentini in seguito al lodo, scrivevano al Com- missario fiorentino che riprendesse pure le ostilità: «Noi faremo stare li nostri a buona guardia et ci raccoman- diamo a Dio, il quale così come non ci ha abbandonato in preterito speranno non ci abbandonerà in futurum» (3). E la guerra continuò accanita per altri 10 anni. Dopo aver minutamente esposte le circostanze che precedettero e accompagnarono V accordo, ci è facile adesso determinare le ragioni che spinsero Venezia a deliberarlo e ad accettarlo. La Serenissima dapprima aveva acconsentito con entusiasmo all' impresa di Pisa nella speranza di impa- dronirsi della città, il cui possesso avrebbe recato im- mensi vantaggi, fra V altro, al suo commercio. Ma le difficoltà dell'impresa andarono sempre aumentando: Venezia era esausta di danaro (4) e minacciata dai Tur- chi ; i potentati italiani gelosi la ostacolavano con tutte le loro forze; il prolungarsi indefinito della guerra (1) Lettera ai loro oratori a Venezia dell' 1 1 aprile in reg. cit. carta non numerata. Cfr. nello stesso registro un'istruzione del 17 aprile data dagli Anziani a Giacomo di Tarsia, capitano dei Veneti richia- mato dalla Signoria. ('2) Vedi a questo proposito G. Volpe, op. cit. (3) Lett. degli Anziani cit. (4) Per le ristrettezze finanziarie di Venezia in quell' epoca cfr. ol- tre Sanuto, 594 cit, Malipjero, Annali Veneti, p. 484. Digitized by Google // Lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia 3* aveva fatto scoraggire anche quelli che ad essa erano stati fino allorapiù propensi, persino il doge Barbarigo (1), Sopravvenne la morte di Carlo Vili e il riavvicinamento della Repubblica a Francia in odio a Ludovico il Moro. Come si poteva pensare a una guerra colla Lombardia, se tutta l'energia veneta doveva impiegarsi in Toscana? Si cominciò così a desiderare davvero queir acco- modamento che prima si era richiesto in mala fede, un accomodamento però che non ledesse l'onore di Venezia e garantisse la libertà di Pisa sostenuta con tanti sforzi. Non si volle 9ome intermediario il Re di Francia che avrebbe finito per cedere Pisa a Firenze, e in quella vece si accettarono le offerte di Ercole d' Este. Nello spingere innanzi le trattative la Signoria veneta mostrò un ardore pari a quello del Moro, maggiore certo di quello dei Fiorentini ; una pronta conclusione era desiderata da tutti e desiderata così ardentemente che l'iniqua sentenza del Duca di Ferrara, passato il primo momento di sde- gno, venne accettata quasi all' unanimità dal Senato, senza preoccuparsi della libertà dei Pisani così barbara- mente sacrificata dal lodo dell'Estense. Venezia adunque non andò a caso incontro alla pace ma obbedendo a un piano prestabilito, come mostrò di comprendere, unico dei contemporanei, queir accorto politico che fu Alessandro VI, quando pochi giorni dopo 1' accordo diceva ali 1 oratore veneto che la Signoria se ne era uscita di impaccio mirando essa a possessioni ben maggiori di quella di Pisa (2). In una sola cosa si ingannò Venezia, nel riporre la (1) Il Senato era così sfiduciato neir impresa di Pisa, che il 18 settembre 1498 bisognò ricorrere alla minaccia di una multa perchè i Pregadi provvedessero ai bisogni di quella guerra (Senato Secreta, carte 46). (2) Sanuto, 659. Digitized by Google yi * Nuovo Archivio Veneto sua fiducia nel Duca dì Ferrara, stimandolo fedele solo perchè vicino e in qualche modo soggetto. A farla ricredere sul di lui conto non bastarono i ripetuti avvisi del vicedomino residente presso la sua corte Bernardo Bembo (i), non bastarono i rapporti di parentela e l' in- timità che aveva col capitale nemico della Signoria, il xMoro ; si spiegavano gli uni coli' animosità esistente fra T Estense e il Bembo, gli altri colla necessità nella quale il Duca si trovava di non disgustarsi collo Sforza il quale, sebbene — a suo dire — gli fosse inviso, pur era suo genero (2). (1) Questi consigli che tanto avrebbero giovato a Venezia se fos- sero stati seguiti, come osserva malinconicamente il Sanuto (t scrisse assà mal, et quasi quello intravene, che non era a fidarsi ; tamen non fu aldito» col. 173), sono riportati dallo stesso Sanuto (col. 79, 100, 173, 180 e 183 dal 29 ottobre all' 8 decembre 1498). Diffidava pari- mente del Duca V oratore pisano a Ferrara, Francesco Pianoso. (Il Pianoso agli Anziani di Pisa 1*8 gennaio, 7 febbraio, 27 api ile 1498 in R. Arch. di Stato in Pisa, Lettere agli Anziani varie, reg C 31, c. 412, 487 e 520; lo stesso all'oratore pisano a Venezia il 7 decem- bre 1498 in- Sanuto, 180). — Il Vicedomino perchè inviso ad Ercole (Sanuto, 52) non prese, come invece afferma lo storico Bembo (142), nessuna parte ai negoziati ; ne fu anzi deliberatamente escluso (Sa- nuto, 298), tanto che non accompagnò neanche, come avrebbe voluto l'uso, il Duca a Venezia (Id„ 538). — Incidentalmente noto che se- condo gli indici del Sanuto (voi. II, 1476) vicedomino veneto a Fer- rara durante le trattative sarebbe stato Girolamo Donato. Ora il Do- nato, oratore veneto a Roma, fu bensì destinato nell'agosto 1497 a succedere al Bembo (Sanuto, l, 905) ma non si recò a Ferrara ove perciò rimase il Bembo (Sanuto, II, 7), tanto è vero che si trovava sempre a Roma alla fine dell'aprile 1499 (Sanuto, II, 675). (2) Così i Veneziani non si curavano dei continui rapporti episto- lari tra 1' Estense e lo Sforza, nè della dimora alla corte di costui del cardinale Ippolito, tutti lieti che una sola volta il Ferrarese si fosse rifiutato di visitare il Moro per non fare cosa sgradita a Venezia (Sa- nuto, I. 1 101 cit). Digitized by Google // Z,o e in verità ebbero l'effetto di rallentare le operazioni del Riario (i) — , tro- vano, da parte dei duchi di Milano e del re di Napoli, la loro ragione in opposte cause. Da quella dei primi, evidentemente nel timore che Costanzo Sforza dovesse perdere il dominio di Pesaro ; da quella del secondo, ol- tre che nel pericolo de 1 Turchi, ancorati in gran numero nel porto di Valona, di fronte al regno, pronti a gettarsi sulle coste della Puglia (2), nelle agitazioni di Genova, testé ribellatasi ai Milanesi (3), nella venuta del duca di Lorena (4), erede dei diritti degli Angioini nel reame di Napoli, assoldato da Venezia, chiaramente allo scopo d'impaurire gli Aragonesi col fantasma di una restaurazione angioina (5), cose tutte che, con l'uscita del papa dalla lega napolètana, accrescevano i timori di gravissimi guai, già acuiti dalla preoccupazione di tener stretti i Milanesi, per- chè infine perderli, in quel momento, data la mutevole politica del tempo, equivaleva quasi ad un completo iso- lamento. Ed ecco la ragione per la quale la difesa di Pesaro acquistava, pure per lui, una grande impor- tanza. Interessarsi con calore di Pesaro, mostrare la ne- cessità di conservarla a Costanzo, doveva sembrargli il modo migliore per tenersi amici i Milanesi, che V uscita del papa dalla lega napoletana poteva dirigere ad altri pensieri e ad altre opere. Onde è curioso osservare con (0 F. Fossati, op. cit , p. 9. (2) Lettera 14 maggio 1480 di N. Sadoleto, oratore ferrarese a Napoli, al duco Ercole I d' Este in Archivio di Staio di Modena. (3; Ibidem. (4) Ibidem. (5) Libri Commemoriali, XVI, doc. 17 aprile 1480, ce. 152 t. 153. in Archivio di Staro di Venezia. Digitized by Google ' L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 55 quale studio e con quale ansia il re spiasse e seguisse ogni atto della cancelleria ducale milanese. Un testimo- nio autorevole, V oratore ferrarese Niccolò Sadoleto, re- sidente a Napoli, narra che, alla notizia della venuta a Roma delT ambasciatore veneziano Zaccaria Barbaro, il re fu preso da tali pensieri, da reputar opportuna la par- tenza da Roma per Napoli degli ambasciatori milanesi, sotto il pretesto di voler risparmiare ad essi la vergogna di assistere alla festosa accoglienza del Barbaro, e di riceverli nella sua corte, per contrapporre cosa a cosa, con la maggiore solennità, affinchè tutto il mondo appren- desse la cordialità dei rapporti fra il ducato di Milano e il regno di Napoli, pronto quesf ultimo a concorrere, oltre che in quella in difesa di Costanzo Sforza, in ogni altra impresa (1), gradita ai Milanesi. Una simile dichiarazione implicava certamente, seb- bene in apparenza sembrasse dettata da altre ragioni, un sospetto spilla condotta dei duchi di Milano, sospetto che T Aragonese non tarderà a manifestare apertamente. Il 30 di maggio infatti, chiamati dinanzi a sè gli oratori di Firenze, di Ferrara e di Milano, dichiarò non parergli corretto V atteggiamento degli Sforza per le loro tresche col Riario e per la insistenza di mantenere Leonardo Botta a Venezia, dopo che i Fiorentini avevano revocato di là il loro oratore; biasimò la prolungata e ingiustifi- cata dimora degli ambasciatori milanesi a Roma, contri- buente col resto ad accrescere la riputazione di Sisto e di Venezia a danno della lega di Napoli, inerte di faccia ai preparativi bellicosi degli avversari contro Pesaro. E concluse che, in questa grave bisogna, il ducato di Mi- lano era il più interessato : egli, re di Napoli, in effetto « mal volentieri farebe contro el papa, ma pur quando (1) Lettera 18 maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este. Digitized by Google 5« A'wovo Archivio Veneto bisognasse, voria fare ogni cossa, et andare, sei biso- gnasse, de compagnia curri li soi al inferno, et che da lui non mancharà mai fare tuto quello vorà Milano (i)». E, in una lettera al figlio lontano del 31 maggio, ripeteva che tutta la riputazione della lega napoletana risiedeva nella salvezza di Pesaro, ma che i duchi di Mi- lano comportavansi al contrario del bisogno, premurosi di coprire di onori e di favori V inviato del Riario, il quale, per sua natura malizioso e superbo, avrebbe tratto da tali amichevoli dimostrazioni maggiore ardimento e non si sarebbe smosso dal proposito di assalire Pesaro (2). Non sappiamo precisamente che cosa rispondesse alla lettera del padre il duca di Calabria, cui era stato commesso di certificarsi della cooperazione dei Fiorentini e dei Milanesi (3), alFinfuori di quanto egli aveva provveduto d' accordo coi capi del suo esercito ; sappiamo invece, per altre notizie, raccolte a Napoli dal Sadoleto, che un cancelliere sforzesco aveva dimorato, più che venti giorni, incognito a Roma nel palazzo del Riario, cosa che gli oratori milanesi cercavano di far passare come un' abile mossa per distrarre il conte dall' impresa pesarese (4). Il re, come si vede, aveva da fare con un' alleato subdolo e pericoloso, che, in altri momenti, avrebbe po- tuto abbandonare ; ma che, allora, minacciato da tanti pericoli, stimava di dover comunque conservare, per non rimanere solo e dar maggior esca alle brame dei Turchi. La condotta dei duchi di Milano, certamente in relazioni col Riario, come anche attestano documenti veneziani, rispetto al re di Napoli, era in vero subdola (1) Lettera 30 maggio 1480 dello stesso allo stesso. (2) Lettera 31 maggio 1480 del re di Napoli da Napoli al figlio Alfonso a Siena, in Archivio di Stato di Modena. (3) Ibidem. (4) Lettera 3 giugno del 14^0 di N. Sadoleto a Ercole I d* Este. Digitized by Google L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 57 e doppia. Preparavano armi ed armati col concorso del loro alleato per l'eventualità di difendere Pesaro; ma, nello stesso tempo, tentavano, pur cercando di ottenere per altra via la salvezza del loro parente, di intrinsecarsi col papa e coi Veneziani e lasciarlo solo. Nonostante tutto questo intrigo della cancelleria du- cale milanese e del Riario, non era ancor detto che si potesse venire* ad un accordo fra loro, e che le proteste e preparativi bellicosi, dovessero prendersi del tutto alla leggera, sia pur fatti più per impaurire che per offendere il papa e Venezia. Questa, sempre cauta in ogni azione, mostrò subito di non disconoscere, per quanto gli Sforza di Milano trescassero col Riario in danno della lega di Napoli, la presente condizione politica, pericolosa non solo per la particolare questione di Pesaro, ma ancor più per altre genérali, come la lega degli stati italiani contro i Turchi, caldeggiata con tutte le arti dall' amba- sciatore del re Ferdinando presso il pontefice (i), alla quale essa non si sentiva allora inclinata ad accedere. Vorremmo, a quest' ultimo proposito, manifestare subito tutto il pensiero della Repubblica ; se non che, per maggiore chiarezza, ci sembra di non lasciare pas- sare sotto silenzio, nella parte più importante, le sue relazioni con Sisto IV dal giorno della pubblicazione ufficiale della alleanza veneto-pontificia. Venezia, convinta dell' opportunità di cementare sal- damente F unione col papa, e col dargli continue prove di amicizia e coli' allargare il numero dei collegati, de- gli aderenti e dei raccomandati , incoraggiò prima le trattative del Riario coi duchi di Milano e le pratiche per attirare nella lega il duca di Ferrara, i Lucchesi e i Senesi (2), e poi ordinò al podestà e capitano di Raven- (1) Senato, Delib. Secr. XXIX. doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. (2) Ibidem, doc. 17 maggio 1480, c. 102-102 t. Digitized by 58 Nuovo Archivio Veneto na, qualora questi il reputasse conveniente, di mandare un presidio a Forlì, minacciata dai figli del morto Cecco Ordelaffi (i). Non piccolo servizio invero, se si pensi alle aspira- zioni del Riario al possesso di quella città, dove, dopo la morte di Pino Ordelaffi, fratello di Cecco, governava la moglie Costanza, in nome del bastardo Sinibaldo (2), fatta segno alle insidie dei figli del cognato, accampanti pretese e diritti, a cagione dell' investitura di quel domi- nio, accordata al padre da Pio II (3). Erano quindi co- storo terribili rivali del conte, il quale aspettava il mo- mento propizio per strappare alla vedova e al pupillo l'a- gognata signoria (4). Quanto ai duchi di Milano, circa la cui amicizia nulla era da trascurare, prese tempo a revo- care di là il suo ambasciatore, nonostante le parole in- solenti trovate scritte sulla porta della sua dimora (5); quanto poi a Siena dava incarico aiT oratore Alessandro Sermoneta, diretto a quella città, di far le più ampie dichiarazioni sullo scopo pacifico della nuova lega, nella quale era riservato posto ad ogni potenza d* Italia, e (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 22 maggio 1480, c. 103. (2) Mazzatinti, // Principato di Pino 111 Ordelaffi, in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia pdtria per le provincie di Romagna. Serie III, t. XIII, p 13, dove si trova che Sinibaldo era un bastardo, nato nel 1446, non si sa da quale femmina; pare non fosse neppure figlio di Pino, ma solamente adottato da lui, dopo la uccisione della madre, o quando temeva che Isabetta Manfredi, mo- glie di Cecco, d'accordo col fratello Astorre, coli' aiuto del papa cer- casse di cacciarlo dal seggio e di sostituirgli i propri figli. (3) T. Bonoli, Istoria della città di Forlì, Forlì, 1826, T. II, pp. 199-200. (4) T. Bonou, op. cit., luogo citato. (5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 17 maggio, 1480, c. 102, 102 1. citato. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 59 di confortare i Senesi ad entrarvi (1); quanto infine al duca di Ferrara, esplorava V animo del suo oratore residente a Venezia, ma dalle risposte comprendeva che quel principe, vincolato da una condotta di cinque anni coi Milanesi e i Fiorentini, aveva in animo di perseve- rare nella fede data (2). Infatti questo era il pensiero di Ercole d 1 Este, uno dei più caldi patrocinatori della rin- novazione della lega napoletana, nella quale doveva rap- presentare non T ultima delle parti (3). Tuttavia, quando si era parlato di rinnovare la lega, questo uomo, che odiava mortalmente i Veneziani a ca- gione delle loro esorbitanti ingerenze commerciali nel suo stato, non aveva trovato la forza di far aperta ade- sione a tutti i capitoli, ma aveva insistito perchè lo si dichiarasse sciolto da ogni impegno nel caso di una guer- ra contro la Repubblica, pronto a sottoscrivere invece uno speciale istrumento che dicesse il contrario (4), usan- do di una di quelle finzioni allora assai frequenti, che il re di Napoli non volle accettare (5). Anche altri rapporti erano intervenuti fra Venezia e Roma per richiamare V attenzione del Riario sui pe- ricoli cui sarebbe corso incontro il suo dominio d' Imo- la, qualora Galeotto Manfredi signore di Faenza, fosse riuscito, come era suo desiderio, ad entrare nella lega di Napoli (6); pericoli, che parvero diminuire, come si (D Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 18 maggio 1480, ce. 102 t 103. (2) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 108-108 t. (3) Lettera 30 maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este citata. (4) Lettera 30 aprile 1480 dello stesso allo stesso. (5) Lettera 10 maggio dello stesso allo stesso. (G) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 24 maggio 1480, c. 103. Digitized by Google 6o Nuovo Archivio Veneto seppe dal cardinale Foscari che il papa aveva cambiato opinione intorno all'avvenire di queir uomo, per la con- dotta del quale il Senato, soddisfatto dei buoni propo- siti di Sisto, s' affrettava a dichiarare che avrebbe con- tribuito per metà nella spesa « ad finem firmamenti rerum Romandiole et pacis Italie (i) ». In tutti questi atti della Repubblica è evidente il desiderio di non opporsi, per quanto le era possibile, alle intenzioni e ai voleri di Sisto IV. Se non che, circondato dalle arti del nipote Giro- lamo, che voleva Pesaro, cosa che mal si conciliava con le trattative con Milano, e dall' insistenza dell' ambascia- tore napoletano Anello Arcamone, careggiante la rottura delle leghe particolari per una generale unione contro i Turchi (2), il papa aveva bisogno di consigli di prudenza, perchè non fossero compromessi la pace d'Italia e gli in- teressi di Venezia, la prima minacciata dalla più volte ricordata questione di Pesaro ; i secondi da una non desiderata e temuta lega generale contro i Turchi. Pertanto, nella necessità di far comprendere il suo pensiero, contrario alla guerra e a qualsiasi novità, il Senato aveva scritto il 25 di maggio al cardinale Pie- tro Foscari, di dissuadere Sisto IV dall' impresa di Pesaro (3). Più che da questa prima lettera, da un'altra del giugno, diretta allo stesso cardinale, possiamo inte- ramente afferrare il pensiero dell' alto consesso, accom- pagnato da alcune gravi considerazioni. Ne avevano de- terminato l' invio recenti notizie mandate dal Foscari sulla volontà del papa e del nipote di assediare Pesaro, e il timore di prossimi moti in Italia. Ed ecco il conte- (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. citato. (2) Ibidem. (3) Ibidem, doc. 25 maggio 1480 al Card. Foscari, c. 105. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. òi nuto: il cardinale doveva, data l'urgenza della materia, presentarsi subito a Sisto IV per dissuaderlo dai suoi propositi bellicosi, e per ricordargli che la Repubblica, stretta a lui d' alleanza, aveva, per patto, P obbligo di assicurare la pace d' Italia. Da questa — doveva far con- siderare al papa — dipendeva la sua salute e incolumità, la difesa, l' onore e la dignità della sede apostolica; dalla guerra invece, dopo la recente conclusione della alleanza veneto-pontificia, piena di pacifiche promesse, non potevano che scaturire gravi pericoli. Il papa quindi era in dovere di riflettere a' quali termini facilmente si sarebbero ridotte le cose della Cristianità durante il suo pontificato, se, per intestina guerra, fosse stata al nemico della fede lasciata aperta la porta d' Italia, o se, spinti dal- l'esasperazione, gli oppressi, avessero tentato « aut prò sa- lute sua aut prò universali saltenx exitio et ruina » i rimedi estremi. Di tali cose la Repubblica si riservava di intrat- tenere Sisto IV per mezzo del proprio oratore, per ora si limitava a consigliare la prudenza, poiché nelle guerre le cose apparentemente facili e pronte potevano diventare difficilissime e lunghe. Era inoltre da aggiungere T oppo- sizione del re di Napoli, dei Milanesi, dei Fiorentini, i quali nulla avrebbero tralasciato d'intentato per divertire le forze del papa e rendere vana ogni sua impresa, come eviden- temente già appariva dalla partenza da Milano per la To- scana di Roberto Sanseverino con parte de' suoi, dalla raccolta di altre genti d' armi per raggiungerlo, dal ru- more sollevato da tali apparecchi, dalle recenti parole vi- vaci dell' oratore sforzesco Leonardo Botta, pronunciate a Venezia. E poi quale iattura ne sarebbe venuta all'onore, alla gloria, alla stima del papa in tutto il mondo cristiano, se si fosse divulgata la fama che, all' indomani della fine della guerra toscana, della ratifica e della pubblicazione della lega, stretta allo scopo di stabilire e conservare la pace, il papa stesso invece avesse suscitato una nuova Digitized by Google 62 Nuovo Archìvio Veneto guerra ? e poi, se per disgraziato caso, tal guerra avesse condotto ad alcuna rovina, quale imputazione si sarebbe fatta da tutti, e quanta materia di ciarle sarebbe stata somministrata ai nemici per lacerare P onore della Santa Sede? e infine, pel fatto che tanto P alleanza veneto ponti- ficia e quella napolitana' avevano per iscopo la pace, non sarebbe stato come dare ai collegati di Napoli una miri- fica occasione di coonestare la loro unione-e di accusare quella degii avversari « tanquam inquietimi, insidiosum et mendax», se il papa avesse mosso la guerra? Così finiva la parte sostanziale della lettera, nella quale il Senato aggiungeva il consiglio, qualora al Fo- scari non riuscisse di convincere il papa, di cercare al- meno di piegarlo ad attendere P oratore veneto sulle mosse di partire per Roma, inoltre dava notizie sulP invio di soldati in difesa di Forlì sotto la guida di Paiamone Cavalcabove, e sulla buona disposizione della Repubblica di accontentare il papa, dal quale attendeva informazioni sulla condotta di Galeotto Manfredi, e pronte istruzioni per dissuadere il Riario da ogni novità, e avvertimenti perchè questi non si lasciasse sedurre dalle arti e dalle promesse del re Ferdinando: il che voleva dire abban- donarsi alP arbitrio e alla discrezione di Lorenzo de' Me- dici, il quale esercitava un grande ascendente sulP animo delP Aragonese (i). Lasciata fuori tutta la parte scritta per far impres- sione sul mobile animo di Sisto IV, la nostra attenzione si ferma su tre fatti principali: P impresa di Pesaro; il grande pericolo Turco ; i maneggi delP Aragonese per amicarsi il Riario, sufficienti di per sè ad impensierire il governo veneto, anche se questo ne avesse voluto, a parer nostro, ridurre a minimi termini P importanza. Del primo di questi fatti abbiamo già a lungo discorso; del secondo, (i) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480, c. 107. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto ÌV ecc. 63 del quale dovremo a lungo occuparci in altro capitolo, ac- cennammo la ragione, narrando dell' armata turca ancorata nel porto di Valona; dell'ultimo qualcosa possiamo spi- golare nelle lettere dell' ambasciatore Niccolò Sadoleto, scritte da Napoli al duca di Ferrara, cioè poche parole per informare di quanto il duca di Urbino aveva inteso a Ro- ma: che il re di nuovo aveva intelligenza segreta col conte Girolamo contro Costanzo Sforza (1). Il Sadoleto aggiunge che Ferdinando tacciò di menzognera la notizia, e in corte la si reputava un artificio del Riario per creare sospetti tra il re e Milano (2): e, più tardi, in un' altra lettera, lo stesso oratore ribatte che il conte aveva fatto spargere anche la notizia che il re stava per il papa, il che aveva prodotto al re stesso grande indignazione (3). A chi credere ? Dopo la lettera scritta dall' Arago- nese il 31 di maggio al figlio lontano, nella quale di- chiarava che tutto T onore e la forza della lega di Napoli stavano nel salvar Pesaro, bilanciando bene le azioni del- l' uno e dell' altro uomo, sebbene entrambi pronti ad ogni inganno ; noi incliniamo a credere che veramente il Riario, per trascinare Venezia nella impresa che gli stava tanto a cuore, avesse messo in giro quella voce, che non trova una accettabile giustificazione nell' indirizzo della politica napoletana, tutt^ intenta a scongiurare il peri- colo turco e a far concorrere in una crociata tutti gli stati italiani. Possiamo ammettere che col papa e col Riario Anello Arcamone avesse relazioni riguardo a Pe- saro, ma semplicemente per veder di risolvere la grave questione in un modo pacifico, senza andare incontro al volere dei Milanesi, ascoltando o proponendo una solu- (1) Lettera 28 maggio 1480 di N. Sadoleto al duca di Ferrara. (2) Ibidem. (3) Lettera 6 giugno 1480 di N. Sadoleto al duca di Ferrara. Digitized by Google 6 4 Nuovo Archivio Veneto zione che avesse per base, ad esempio, un compenso, come quella che, più tardi, mise termine a questa sca- brosa questione. Ci è ntfto infatti che il re aveva repu- tato, per un momento, ottimo il consiglio del suo ora- tore a Milano, di proporre al Riario, in cambio di quello di Pesaro, V acquisto di Faenza, acquisto atto, secondo lui, a « saldar la quiete » d 1 Italia, nella lusinga che tale partito avrebbero accettato anche i Milanesi per salvare Costanzo Sforza senza spesa, e i Fiorentini, bisognosi di non entrare in nuova briga e di ottenere più facilmente le terre perdute durante la guerra toscana e ancora oc- cupate dalle milizie napoletane (i); ma si era poi astenuto dal seguirlo per timore che si ingenerasse il sospetto che i collegati di Napoli avessero paura degli avversari ; che i Fiorentini, per tale caso, dichiarassero di non volere così vicino al proprio stato il conte e cresciuto di potenza ; che Galeotto Manfredi, signore di Faenza, non si abbando- nasse per disperazione nelle braccia dei Veneziani (2). Come il duca d'Urbino, anche il Foscari aveva ab- boccato air amo, e indi informato il suo governo dei rap- porti del re col Riario, onde la prudente risposta del Se- nato, ignaro dell' inganno grossolano, dettata da quel legit- timo timore, che poteva destare ogni atto del re, ritenuto maestro raffinato d'inganni, e tanto più un atto di remissi- vità, come quello accennato. E vero che Ferdinando piegava allora alla pace e volentieri dava udienza a chi gliene ragionava (3) ; ma certo la sua condiscendenza nella questione di Pesaro non avrebbe giovato a togliere ogni cagione di guerra e raccogliere, come era suo desiderio, tutti gli stati italiani (1) Lettera 14 maggio 1480 di N. Sadoleto al Duca di Ferrara. (2) Ibidem. (3) Lettera 14 maggio di N. Sadoleto a Ercole I d' Este citata. Digitized by Google L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 65 in una grande lega contro il Turco, giacché il ducato di Milano non vi avrebbe naturalmente partecipato e, d'al- tronde, conosceva Tumore dei Veneziani, i quali avevano licenziato un oratore napoletano, mandato per intrinse- carsi con loro e farli entrare nella lega, stretta a Napoli prima dell' 11 maggio del 1480. In conclusione, per gua- dagnare il Riario e con lui il papa, due uomini di assai dubbia fede, senza V appoggio di Venezia, avrebbe arri- schiato di perdere indubitabilmente i Milanesi, anche con certo pericolo di una guerra italiana, e compromettere sem- pre più lo scopo della lega generale. Inoltre Ferdinando non era uomo da commettere, con leggerezza, simili grosso- lani errori, e la ulteriore fase della questione pesarese è una nuova prova che, per altra via, egli mirava a sgom- brare il terreno dalle tante difficoltà. Solo, per concedere qualche cosa, possiamo ammettere che, dopo i preparativi fatti per soddisfare i Milanesi, giungendo gravi notizie da tutte le parti sulle intenzioni dei Turchi, distraesse di là un pò 1 della sua attenzione e. cura, e cessasse dall'aperta opposizione, come l'attestano un ulteriore rimprovero mos sogli dai Milanesi stessi per la fredezza mostrata verso Co- stanzo (1), e la risposta del re ad una lettera della cancel- leria sforzesca, la quale pretendeva che egli dovesse far comprendere al papa : « gagliardamente volere attendere insieme con li compagni della lega soa alla deffensione del Sig. Constancio » (2). Il re infatti ricordò che, a tal propo- sito, aveva sempre proceduto d' accordo co' suoi confede- rati, ma non poteva ora mettersi, senz' altro, in aperta op- posizione col papa, dell' aiuto del quale aveva assai biso- gno in causa del pericolo turco (3), e, come vedremo, delle (1) F. Fossati, op. cit., doc. 9 luglio 1480, p. 11. U) Ibidem. (3) Ibidem. 5 Digitized by Google 66 Nuovo Archivio Veneto altre difficoltà, create dalla fine politica di Venezia, occupata a trattenere il papa dal passo deir alleanza generale. Le istruzioni della Repubblica a Zaccaria Barbaro, designato ambasciatore a Roma, succedono immediata- mente all' ultima lettera scritta al Foscari il 2 di giugno, e portano la data del 4 di giugno del 1480 (i). — Tali istruzioni meritano di essere qui particolarmente ricor- date, come autorevole testimonianza dei propositi politici di Venezia e dell' indirizzo, che essa voleva allora im- primere alla lega col papa, non solo nei rapporti della questione pesarese, ma anche della pace d' Italia e della lega generale degli stati italiani. Il Barbaro, sollecitato a partire senza indugio, do- veva tenere la strada di Rimini e di Urbino, più breve, più spedita e più idonea al disbrigo de' negozi affidatigli. Premeva infatti alla Repubblica che si fermasse in quelle due città per intrattenersi in colloquio con quei signori, pervenuti a somma reputazione pei loro talenti militari e per la parte notevolissima avuta nelle cose d' Italia. Con grande abilità, arrivato a Rimini, il Barbaro do- veva interrogare Roberto Malatesta, capitano generale della Repubblica, per conoscerne V opinione intorno alle cose di Romagna, specialmente di Pesaro, all' arrivo del Montefeltro in quei luoghi, e alle forze del papa e dèi re di Napoli. Prima di lasciarlo, doveva dichiarargli il vivo desiderio del Senato per la conservazione della pace, scopo della legazione a Roma, esporgli il mandato di perorare in suo favore presso il papa V assoluzione dalle censure, che V avevano colpito durante la guerra toscana. Da Rimini a Urbino il viaggio doveva compiersi senza indugio; e ciò perchè il cardinale Foscari aveva scritto che il grande Federico, dopo l'arrivo nel suo (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 108- 108 1. Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 67 stato, avrebbe ripreso il cammino per Pesaro con una missione di oscuro fine: # non sai se pacifica o bellicosa. Onde, con destrezza, il Barbaro doveva da lui intendere se « motus aliquis circa Pisaurum pel alibi futurus sii « ; e, nel caso di una risposta affermativa, far bale- nare i pericoli della guerra, i beni e i vantaggi della pace, e trattenerlo, se mai fosse sulle mosse, da qual- siasi impresa, prima del suo arrivo a Roma, dichia- rando di aver ne' propri mandati P incarico preciso di dissuadere il papa dalle sue intenzioni guerresche (1). A questa istruzione il Senato fa seguire una considerazione che, per la sua importanza, integralmente crediamo di riportare : « Ceterum quum difficile nobis inlellectu sit quomodo ista simili stare possint ; quod idem dominus dux sit regi obligatus ; rex autem cum slatu Medio- lani et cum Laurentio concurrat ad defensionem domini Constantii ; et tamen ipse dux Urbini, penes quem au- divimus duos regios oratores, oppugaaturus ad instati- iiam sammi pontificis, Pisaurum videatur» (2). Veniva da sè che il Barbaro cercasse d'indagare la verità di queste cose e di trovare la soluzione « huiusmodi nodose com- plicationis et ambiguitatis (3). Non precipitiamo per ora il giudizio sul fatto assai strano del papa, che manda un generale ad assalire una città, senza parteciparne la no- tizia agli alleati, e dà una prova cosi prematura di poco rispetto e di stima, e fermiamoci invece al duca d\ Ur- bino, per tentare di sciogliere quella che il Senato a ra- gione chiamava «nodosa complicatio et ambiguitas ». Di Federico Montefeltro, duca di Urbino, come con- dottiero e come uomo di integro carattere e specchiata onestà, risuona alta la fama nel secolo XV. Tuttavia (i) Senato, belib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 10S. (>) Ibidem.' (3) Ibidem. Digitized by Google 68 Nuovo Archivio Veneto errerebbe chi non volesse trovare in lui alcuna contrad- dizione e alcuno di quei difetti, che abbondavano nella gente del suo tempo, e specialmente tra uomini di go- verno e di spada : certo, rispetto ai capitani contempo- ranei, corrotti e spergiuri, egli appare un tipo ideale di corretteza. Al tempo in cui fu stretta alleanza fra la Repub- blica e Sisto IV non era ancora scaduto il termine della sua ferma col papa e col re di Napoli, per i quali aveva combattuto nella guerra toscana, senza il proposito di rovinare, come dice Sigismondo de' Conti, Lorenzo de' Medici (i). Per ciò gli era stato tolto il primo co- mando delle milizie italiane, fatto conferire poi da Fer- dinando al suo primogenito Alfonso, duca di Calabria, — condizione aggiunta nella lega rinnovata coi Milanesi e coi Fiorentini, e con un annuo stipendio di centomila ducati d'oro —, e fu lasciato militare solamente per il papa (2). Valente, come egli era, nell'arte della guerra e facile ai risentimenti (3), persuase il pontefice a collegarsi coi Veneziani, mostrandogli pericolosa V alleanza con Fer- dinando, di cui poco prima aveva sperimentato il perfido animo, poiché male affidavasi il papa a chi gli aveva non solo strappata una bella vittoria (4), ma arrogavasi il vanto della commiserazione e del perdono, ed ora, paci- ficati i Milanesi e i Fiorentini, tutte cose avrebbe dirette secondo le mire della sua ambizione (5). Fu il Montefel- tro stesso che aprì le pratiche con Venezia, per mezzo di un suo ambasciatore, agevolando la via alla conclu- (1) Sigismondo de' Conti, op. cit., Roma 1883, T. I, p. 99. (2) Ibidem. (3) Ibidem. (4) Ibidem. È noto che il re di Napoli accolse alla sua corte il Medici ridotto agli estremi. (5) Ibidem. Digitized by Google L % opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. sione del trattato (i); e a lui subito i nuovi alleati pen- sarono per averlo capitan generale, cessati che fossero i suoi impegni col re di Napoli (2). I negoziati per la sua condotta furono assai più la- boriosi di quelli per la condotta del Riario, stipulata il 10 di giugno del 1480(3). A Napoli l'opera sua, come era naturale, fu giudicata assai severamente, e il segre- tario del re il chiamava responsabile di ogni male (4) ; ne meno severo verso di lui fu Foratore estense Nic- colò Sadoleto, il quale ripeteva in tutti i toni che Fede- rico aveva sempre servito male tutti ; che ben lo aveva conosciuto il morto duca Galeazzo Sforza; e che infine mal si comprendeva il largo favore concessogli da Fer- dinando (5). Se non che, sfogliando la lunga e minuta corrispondenza di Niccolò Sadoleto, noi siamo attratti da alcune curiose informazioni, che potrebbero spiegare la « nodosa complicatio » e dare anche la ragione per cui il Montefeltro non divenne capitano generale della lega veneto-pontificia. Il duca è dapprima del parere che si soddisfi ai desideri di Girolamo Riario per facilitare la pace d 1 Italia con una lega generale ((3) : un suo messo, giunto a Napoli, dopo aver dichiarato al re, che si fa- rebbe T impresa di Pesaro, lascia comprendere che il suo signore aveva un patto col papa, che, in caso di discor- dia col re di Napoli, le sue genti dovessero dividersi per metà, ed egli in persona servire chi prima Y avesse ri- chiesto, onde ora gli conveniva servire il papa con la per- sona, essendogliene stata fatta domanda, con V una metà dì Sigismondo De Conti, op. cit., Roma 1883, T. I, p. 99. (2) E. Piva, op. cit., p. 22. (3) Ibidem, p. 23. (4) Lettera 30 aprile 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este. (5) Ibidem. (6) Lettera 14 maggio 1480 del Sadoleto a Ercole I d' Este. Digitized by Google 70 Nuovo Archivio Veneto delle sue genti, lasciando V altra a disposizione del re fino al termine della sua ferma (i). Queste informazioni del Sadoleto meglio non potrebbero illuminare quanto il Senato mostrava di non comprendere a proposito della spedizione affidata al duca di Urbino, ma, ai 4 di giu- gno, quando il Senato stesso consegnava al Barbaro le sue istruzioni, il Montefeltro non voleva più capitanare in persona V impresa (2), e altra direzione avevano preso i suoi pensieri. Rimase oscura la causa che condusse il duca a piegare ancora verso Napoli, quando non fosse stata la difficoltà incontrata nell'ottenere ciò che doman- dava a Venezia per entrare ai servigi della lega veneto- pontificia. Infatti troviamo ne' documenti veneziani tracce di questa difficoltà. Comunque sia, benché noi non siamo lontani dal crederlo, già in una lettera del 18 maggio del Sadoleto, troviamo scritto che il duca di Urbino si scusava assai, per mezzo del suo messo, col re, e accusava il papa di mutabilità, per non avergli creduto, e dichia- rava di sforzarsi per concordare le cose. Ne seguono i commenti fatti in corte, dove si fingeva di credere ogni cosa, ma, nello stesso tempo, si metteva nelT imbarazzo il messo, il quale si sforzava di negare le pratiche del suo signore per assoldarsi presso il papa e Venezia per novanta mila ducati (3). Più innanzi, in altre lettere, si nota che il duca fa dire che, quando non potesse accordare le cose come cercava, sarebbe stato tutto del re e avrebbe lasciato del tutto il papa (4) ; che egli aveva sempre cre- duto che Ferdinando volesse di Pesaro ciò che voleva il papa; che égli era stato ingannato; che preferiva il re al papa; che lo si tenesse nella corte di Napoli e di (1) Lettera 16 maggio 1480 del Sadoleto ad Ercole I d' Este. (2) F. Fossati, op. cit., doc. 29 maggio 1480, p. 9. (3) Lettera iS maggio 1480 di N. Sadoleto a Ercole I d' Este (4) Lettera 22 maggio dello stesso allo stesso Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 71 Milano per amico (1); e il re aveva finito per credere che il duca di Urbino tenesse il papa a buon cammino verso di lui, e sperava che, qualora il papa si alterasse, il duca sarebbe con lui (2). Da una lettera infine del 6 giugno, che si riporta a fatti anteriori, il Sadoleto narra della ferma intenzione del Montefeltro di staccarsi dal papa, quando lo potesse con onore. Onde il re aveva fatto convocare gli ambasciatori di Spagna, di Milano, di Firenze, di Ferrara per deliberare che cosa gli si do- vesse rispondere. E la conclusione fu che egli si dichia- rasse apertamente favorevole al re, subito che il papa, mosso da passione, il richiedesse contro Costanzo, e il re contro i Turchi (3). Va da sè che Venezia, quando inviava il Barbaro all'Urbinate, non sapesse nulla delle sue dichiarazioni, e tanto meno di quanto il re di Napoli e gli ambasciatori della lega napoletana avevano deliberato di scrivergli; e s' aggiungeva poi una nuova difficoltà insormontabile, che un documento del Consiglio dei X dice chiara- mente derivante tanto dallo stipendio quanto dal titolo (4), nelle trattative per avere il duca agli stipendi, trattative che, nonostante tante contrarietà, si protrassero ancora per qualche tempo senza frutto. Chiarita così questa prima parte della legazione del- l' oratore veneto, procediamo nelT esposizione dei suoi mandati. Giunto a Roma, il Barbaro doveva subito pre- sentarsi al papa, e, fatte le debite cerimonie, adoperarsi con la maggiore abilità per ottenere la pace d'Italia ed evi- tare la lega generale degli stati italiani contro i Turchi, (1) Lettera 24 maggio del Sadoleto ad Ercole I d'Este. (2) Lettera 28 maggio dello stesso allo stesso. (3) Lettera 6 giugno 1480 dello stesso allo stesso. (4) Cons. X, Misti, R°. XIX, doc 3 giugno 1480 c i, t. in Ar- chivio di Stato di Venezia. Digitized by Google 7* Nuovo Archìvio Veneto caldeggiata con molte arti dal re di Napoli. Quanto alla prima cosa, era desiderio del Senato, che il Barbaro si regolasse secondo le informazioni assunte presso il duca d' Urbino, e secondo quello, che avrebbe, in seguito, appreso in Curia : non risparmiasse per ciò la lode, se trovava il papa mutato nei suoi propositi bellicosi ; si sforzasse di dissuaderlo da ogni novità, se mai persistesse in quelli, pericolosi per la natura e la condizione delle guerre, incerte, variabili, laboriose e dispendiose, e per la risoluta nimicizia del re di Napoli, di Lorenzo de' Me- dici e dei Milanesi. Fra tutti poi conveniva diffidare mas- simamente del re di Napoli, pronto nel fare e nel rom- pere le promesse, sempre geloso della lega contratta dal papa con la Repubblica, e indegno di credenza, quando anche dimostrasse di disinteressarsi della materia di Pe- saro, come aveva fatto supporre il Riario. Non era poi inopportuno far presente al papa, per ribadire nella sua mente il pensiero della pace, il sovrastante pericolo dei Turchi, formidabili per immenso naviglio, sempre mi- nacciosi e pronti a piombare sulT Italia, se ne vedessero gli stati divisi e in guerra fra di loro (i). Infatti, profit- tando delle discordie dei potentati italiani, al tempo della guerra toscana, Keduk Achmet, pascià di Valona, eveva mandato a Venezia un ambasciatore (23 agosto 1479) per far conoscere la sua volontà di assalire, unito con la Repubblica o da solo, il re di Napoli e il pontefice, che egli accusava essere nimicissimi del nome veneziano (■>). (1) Senato, Delib. Secr., XXIX, doc. 4 giugno 1480, citato. (2} . . . . de voluntate ciusdem basse offendendi, vel una cum nobiscum vel sine nobis, moJo id requiratur, tam pontificem quam regem Ferdinand um, quos ambos afiìrmabat esse hostes acer- rimos nostri dominij. » Ibidem, doc. 23 agosto 1479,0. 32. 32 t.. sem- plicemente citato dal Romamn, Storia documentata di Venezia, Ve- nezia, Naraiovich, 1855, voi IV. p 3^5. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 73 E, fino d' allora, se il Senato con prudenti, ma, quanto al fine, insospettabili parole, non avesse declinato V of- ferta, che poteva essere accettata in un momento di guerra, avremmo veduto le due più potenti armate del Mediterra- neo unite ai danni dei nemici di Lorenzo de' Medici (1). Passati alcuni mesi da quel prudente rifiuto, del quale dovremmo ancora occuparci, comparve T8 di marzo del 1480, un altro messo dello stesso pascià (2). Dome- nico Malipkro annalista, magistrato, soldato, narra che il legato turco parlò dei confini di Schiavonia, d'Albania e di Grecia, che voleva regolare a modo suo (3). Alberto Cortesi, ambasciatore ferrarese, in una lettera al duca, lettera che ne svela i * egreti e colpevoli rapporti con qualche patrizio veneto bene informato della cosa, ag- giunge che, nelT intento di assalire la Puglia e la Sicilia, fu richiesto alla Signoria il passo pe' suoi porti e vetto- vaglie, ed espresso il desiderio di mandare a Corfù, isola de! dominio veneziano, settanta galere sfornite, perchè ivi fossero provviste di tutte le sartie e di ogni altra cosa necessaria alla navigazione (4). E, per queste notizie, (1) La risposta del Senato si può riassumere così: « Quanto al papa e al re, il Pascià sappia che, non ostante i turbamenti e movimenti di Toscana c 1' invio delle genti veneziane in soccorso di Lorenzo de' Medici, alleato della Repubblica, i cittadini e i mercanti veneziani, come quelli napoletani e pontifici in Venezia, non hanno avuto nè hanno alcuna molestia nel reame nè nello stato del papa. Senato De- lib, Secr. XXIX, doc. 23 ag. 1479, c - 3 2 * Le stesse cose sono ripetute circa il re di Napoli in un documento posteriore. Ibidem, doc. 23 settembre •479- c - 4i- (2) D. Malipiero, Annali Veneti dall'anno 1 4SI al 1500 in Ar* chivo St. It. Serie I, t. VII, Firenze 1848 p. 123. (3) Ibidem. (4) Lettera 27 marzo 1480 di A. Cortesi, ambasciatore ferrarese a Venezia, ad Ercole I d' Este, in C. Foucarj>, Fonti di storia napo- letana dell Archivio di Stato di Modena, in Archivio storico per le Provincie napoletane, Anno \ I, Fase. I e IV, Nupoli 1881, p. 128 Digitized by Google 74 Nuovo Archivio Veneto nota il detto oratore ferrarese la « brigata » stava di « rea- lissima voglia » ed erano subito partiti ordini per prov- vedere alla sicurezza di Corfù e dei luoghi di Romania nonché per raccogliere i navigli, armarli, tenerli pronti, vigilare la rotta del Turco, sia verso Rodi sia verso la Pu- glia, e impedirla, nel caso che mirasse ai dominii veneti (2). Frattanto erano giunte a Costantinopoli le risposte della Repubblica date al primo messo di Keduk Achmet, che, a suo tempo, dovremo giudicare alterate ad arte da quello stesso pa cià, che le aveva trasmesse alla Subli- me Porta; e, circa un anno dopo, sbarcava a Venezia, ai 29 di aprile del 1480 (3), Osman bey con due lettere di Maometto II in data del 17 febbraio del 1480 (4): T una riguardante i luoghi strappati alla Repubblica dal pascià Achmet, V altra il vivo desiderio del Sultano, che il Senato prestasse aiuto e buona compagnia al [detto pascià, incaricato di una spedizione marittima, e del quale lo stesso Osman bey recapitava altre due lette- re (5). E facile comprendere subito V imbarazzo del Se- nato per tali richieste, che lo mettevano in una nuova e pericolosa necessità di declinarle, tanto più che il Sul- tano scriveva di voler così annuire all'invito della Re- pubblica (6). E evidente che Keduk Achmet aveva alterato (1) Leu. 27 mar. 1480 di A. Cortesi ad Ercole I d'Este « Brigata » qui vale governo (2) Lettera 29 marzo 1480 dello stesso allo stesso in Foucard, op. cit, p. 128. (3) D. Malipiero, op. cit., p. 123. • (4) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 14S0 c. 99-99 t, citato dal Romanin, op. cit., t. IV, p. 395. (5) Ibidem. Non siamo del parere del Cipolla (op. cit., voi. II, p. 605), secondo il quale il messo del pascià ebbe una risposta così ac- corta, che, come provano le posteriori relazioni, a Costantinopoli venne ritenuta come una promessa d' aiuto. (6) Ibidem. Digitized by Google L'opposizione^ diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 75 il tenore delle risposte veneziane, conservate in un do- cumento inoppugnabile nella raccolta degli atti del Se- nato, e di forma così limpida e recisa nella loro prudenza, da non lasciar alcun dubbio sul vero senso di esse (1). Così la nuova risposta, inviata per lettera al Sultano, è una riprova di queir artificio del pascià, che poteva get- tare nuovi semi di discordia fra i due popoli. Mai — scri- vono con certa fierezza i magistrati della Repubblica a Maometto II. — « fo per nuj dicto a Cycaglia, nuntio del dicto Achmet, che lui mandò a nui questo anno passato, nè ad altri, che in luogo alguno havessamo nemici, nè desiderassemo V offesa o male de alguno». Anzi con tutti, soggiungevano, abbiamo cercato la pace; e, seb- bene quando il « Chichagia» fu a Venezia, l'Italia fosse turbata da discordie, quelle non riguardavano menoma- mente la Repubblica, come del resto ne è valido argo- mento il libero accesso, che ovunque fu allora accordato a 1 nostri mercanti. E ben vero che noi intervenimmo in favore de 1 nostri amici e collegati, ma a fine di pace e di concordia : infatti, composta ogni differenza fra bellige- ranti e pacificata tutta Italia, noi non abbiamo, come non avemmo prima, alcun nemico. Se altrimenti fosse occorso, ed altro dal presente fosse stato il pensiero nostro, ad altri non V avremmo comunicato che al Sul- tano, col quale questa materia meritava principalmente di essere conferita. A Keduk Achmet veramente abbiamo scritto, secondo che lo stesso Sultano potrà vedere dalla copia delle nostre risposte al pascià, che gli trasmettiamo, e alle quali aggiungiamo pure la copia delle prime richieste fatte allora da lui, assai più particolari delle ultime, quali « non dovemo honestamente far per le sopradicte raxon che cusi scmo certi, intesa la verità (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 1480, c. ijcj. Digitized by Google 7 6 Nuovo Archivio Veneto de la cossa, vostra sublimità zudegerà» (i). Dello stesso tenore è la lettera al pascià, la chiusa della quale merita veramente di essere qui ricordata, per V alto concetto cui si ispira: esser cioè «troppo grande infamia et anche periculo de tutte le cosse nostre in tuto el mondo se non ci essendo data causa, anzi venendo tuti bene e pacificamente cum nui, nui mandesamo ad offenderli in caxa. loro » (2). Pertanto, a discolpa del pascià, non possono valere le imprudenti, quanto inconcludenti, parole riflettenti le cose d'Italia e i nemici della Repubblica, sfuggite a Battista Gritti, bailo veneziano a Costantinopoli, ma non giustificate da commissione alcuna, nò da altri documenti riguardanti quei fatti, e reputate di poco valore dallo stesso Senato, che si limitò a semplici consigli di pru- denza (3), poiché mai alcun rapporto era corso tra lui e il pascià, dietro le cui particolari esortazioni e informa- zioni il Sultano affermava di aver deliberato quella spe- dizione contro la Puglia, e di aver chiesto V aiuto della Repubblica (4). Una sola attenuante quindi rimane al pascià, che tuttavia esclude la responsabilità del Senato, derivante dalP impressione, che può aver riportato dalle relazioni del suo messo circa gli umori e i sentimenti poco bene- voli allora nutriti a Venezia verso il papa e il re di Napoli. Oltre questa attenuante non può andare il retto giudizio dello storico, che non deve confondersi colle varie dicerie di complicità veneziana coi Turchi, propa- (1) Senato Delib. Secr. XXIX, doc. 15 maggio 1480, c. 99 1. (2) Ibidem, citato dal Romamx, op cit. t. IV. p. 396. (3) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 105, citato dal Romanin, op cit., luogo citato. (4) Ibidem, doc. 15 maggio 1480, c. 99-99 t. citato. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto 1 V ecc. 77 late posteriormente, quando costoro presero cT assalto Otranto nella Puglia. Resta infine, a coronare l'edificio incrollabile della verità, oltre i provvedimenti, presi in sua difesa dalla Repubblica, un' ultima e non inopportuna osservazione : se Keduk Achmet avesse veramente detto la verità, il Sultano e lo stesso pascià avrebbero soppor- tato in santa pace la recisa smentita del Senato ? e que- sto, alla sua volta, se non avesse avuto piena coscienza della onestà delle sue risposte / si sarebbe permesso, con- sapevole dell' impetuoso e impulsivo carattere turco e della debolezza, già altra volta deplorata, del proprio naviglio, di ricorrere ad un espediente di difesa pericoloso e vano, e, più di ogni altro, atto a scatenare una fiera tempesta si i possedimenti veneti del Levante, così vicini ai Turchi e così indifesi, e sulla stessa metropoli, re- sponsabile di una così indegna manovra diplomatica, non comportabile colla fine scaltrezza di quei tempi rimasti celebri per le sottili arti della .diplomazia italiana in ge- nere, e della veneziana in specie? Sta invece il fatto, che i Turchi, pur mettendo in effetto il loro progetto sulla Puglia, non alzarono un dito per colpire i Veneziani, e questi, non a guari, poterono regolare ogni differenza di confine; e la testimonianza del Sadoleto, il quale, man- dato dal duca di Calabria a Valona, nell'aprile del 1481, per trattare dello scambio dei prigionieri, "apprese dallo stesso Achmet che il u suo signore haveva havuto gran cagione di venire alli danni del signor re, perchè lo teneva per fratello et haveva con lui buona pace, ma lo signor re li ha facto molte cose contrarie, come è havere receptato tante volte tanti inimici del suo gran signore et factoli grandi. Et poi non volse ascoltare suo ambassatore ne leggere sua lederà, per le quali epso gran signore si doleva seco di tali receptamenti. Così il suo imbassatore che fo Caco/anni lo prese et sempre lo ha tenuto presone et male tractato. Et che questa sola è stata la cagione che lo suo signore ha Digitized by Google 7«. Nuovo Archivio Veneto mosso guerra a sua Signoria, la quale fino a queslo dì è siala una ciancia rispetto di quello ha ad seguire se sua signoria non viene ad humiliarse . . . (i) ». Altra testimonianza di grande valore, che completa il racconto del Sadoleto, è quella dell' ambasciatore turco, arrivato sulla fine di settembre del 1 48 r a Napoli, per trattare la pace col re Ferdinando, allorché Otranto sta- va per capitolare nelle mani d 1 Alfonso duca di Calabria, e pareva che le armi cristiane volessero unirsi in una crociata contro il nemico della fede, bisognoso a sua volta di raccoglimento per rivolgere tutti i suoi sforzi nelT in- terno dell 1 impero, dove, dopo la morte di Maometto II, erano scoppiati gravissimi torbidi. Ebbene queir amba- sciatore, il quale avrebbe potuto impunemente gettare tutta la colpa delP invasione turca in Puglia sui Vene- ziani, e agevolare con tale spediente i negoziati di pace, non proferi una parola contro la Repubblica: «... /b e/ bassi* (Achmet) — egli narrò — che sempre lo (Mao- metto II) stimolò dandogli ad intendere che questo si- gnor Re era suo inimico et che 7 non lo extimava, et che f l receptava non solamente li inimici de epso turco, ma che gli donava stato in questo reame, perchè col tempo potessero nocere a lui o a fìoli et corno male ha- pepa tractato suo ambassatore et molte altre cosse » (2). (1) Copia lirterarum Ill. m0 duci Calabrie ex Saxon per Nicolaum Sadoletum del 15 aprile 1481, inclusa in un dispaccio dello stesso Sadoleto al duca Ercole I d' Este del . . . aprile 1481. Questi due do- cumenti che pubblicheremo in Appendice, non figurano nella già citata opera del Foucard, e sono tuttora inediti. Devo poi notare che i documenti estensi, che non sono accompagnati dalla citazione del Fou- card, e che fanno parte del lungo e importante epistolario del Sadoleto, sono tutti inediti e citati per la prima volta in questo scritto. E ciò a scanso di equivoci. (2) Lettera 29 settembre 14S1 di N. Sadoleto al duca Ercole I d' Este Anche questa lettera è un interessantissimo documento che Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 79 Noi abbiamo tenuto conto per ora solamente degli elementi più essenziali e diretti per giudicare della con- dotta dei Veneziani, di quegli elementi, che costituiscono il fondamento delP accusa e della difesa. Di quanto si è detto e scritto dopo lo sbarco dei Turchi a Otranto contro i Veneziani non abbiamo creduto di far parola, perchè intendiamo occuparci più innanzi, e perchè ci troviamo di fronte a congetture, a opinioni, a giudizi personali, a interpretazioni fallaci, a supposizioni più o meno verosimili e a fatti tali, che se allora potevano coo- nestare accuse, oggi, smentiti da prove inoppugnabili, non hanno più alcuna importanza. Per parte nostra siamo dell' opinione che i Turchi non ebbero bisogno alcuno degli eccitamenti altrui per muovere alla conquista della Puglia, animati da un istin- pubblicheremo in Appendice. — Il Fossati nel suo opuscolo Sulle cause dell' invasione turca in Italia nel 1480 (Vigevano, Unione Ti- pografica Vigevanese,, 1901) dopo aver trascritto a pag. 5 un brano di una lettera dell' ambasciatore milanese Trotto, aggiunge a pag» 6 : « V'è di più qualche altra testimonianza a carico dei Veneziani. 11 Foucard accingendosi a dare alla luce le fonti della stpria napoletana dell' Ar- chivio di Stato di Modena, asserì che in esse si sarebbero trovate le dichiarazioni confidenziali dell'ambasciatore turco ai Re sulle cause dell' invasione, dichiarazioni, che egli giudicava importantissime. Ma non compì 1' opera intrapresa, onde nulla si venne a sapere. Notiamo tuttavia, poiché con ogni verosimiglianza si tratta della stessa cosa ì come anche il Capponi ha ricordato la confessione di un ambasciatore turco a Ferdinando, che attribuiva V impresa di Otranto alle sug- gestioni dei Vnepani » — E evidente che l' ipotesi del Fossati, basata su quanto scrive il Capponi, è priva di fondamento, giacche le notizie autentiche del Sadoleto provano due cose: i.che l'ambascia- tore turco non parlò affatto dei Veneziani ; 2. che esse furono subito contorte e svisate ad arte e poscia divulgate, affinchè nuovi semi di discordia cadessero fra la Repubblica, restia a entrar in bizza contro il Turco, e i potentati cristiani, spinti dal re Ferdinando a unirsi in una crociata contro quello per recuperare Orranto. Digitized by Google 8o Nuovo Arcìiivio Veneto tivo desiderio di conquista, proprio di un popolo nuovo ed esuberante di energie, e per di più guidato da un uomo della mente e dell 1 animo di Maometto II, il trion- fatore di Costantinopoli, il quale, cinto della corona dei Cesari d' Oriente, poteva bene vagheggiare la ricostitu- zione delT impero bizantino, forte di quei diritti tanto irrisi e violati dai suoi predecessori e da lui stesso, ma ora divenuti, per ragione della conquista e della fede musulmana, altrettanto sacri e inviolabili (i). Degli ordini all'ammiraglio Vcttor Soranzo, delle istruzioni a Niccolò Cocco, ambasciatore a Costantinopoli, intese a stornare la progettata impresa turca contro la Puglia (2), della risposta data air inviato del Sultano, doveva il Barbaro informare particolarmente il papa, senza alcum testimonio, in luogo appartato, per svol- gerlo assieme al nipote Girolamo, dalla guerra e da no- vità, che potevano attirare i Turchi non solo contro il reame di Napoli, ma anche, come ne dubitavano i magi- strati veneti, contro la stessa Repubblica (3). (1) Il dott. Felice Fossati, che si è occupato di proposito, come si è scritto, sulle cause deir invasione turca del 1480 in Italia, dopo aver esaminato le molteplici fonti contemporanee e posteriori, così conclude: « La ragione prima della venuta di Kedtlk Ahmed fu una ragione storica, per la quale uno stato conquistatore deve, quasi, continuare nella via incominciata, resa più efficace dal carat- tere, dalla natura t dalla fortuna di Maometto: la vicinanja del- l' Julia, specie del suo tallone, air Oriente, le discordie de' suoi stati, V invito, o almeno, il contegno di Venezia, le sollecitazioni del pascià stesso poterono, in diverso grado, affrettarla, come V imprigiona- mento di alcuni turchi con la negata restituzione di una donna, e, anche /' invio degli aiuti a Rodi poterono offrirne i prelesti per giu- stificare poi i fatti compiuti, ma non più in la ». F. Fossati, Sulle cause dell* invasione turca in Italia nel 1480, Vigevano, Unione Ti- pografica Vigevanese, 1901, pp. 20, 21. Ciò è quanto, presso a poco, pensiamo anche noi. (2) Ibidem, doc. 15 maggio 1480, ce. 99 t. 100. (3) Ibidem, doc. 4 giugno 1480, c. 108-108 t. citato. Digitized by Google L' opposi? ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 81 L' altro oggetto importantissimo, in rapporto sem- pre col pericolo turco, meritevole di tutta la cura del- l' oratore veneziano, era quello della lega generale, cal- deggiata dai confederati di Napoli, e promossa, già da lungo tempo, dal re di Francia (1). Luigi XI, uomo di carattere inquieto e bramoso di conquiste, aveva compreso che il miglior modo di con- ciliarsi gF Italiani era quello d'avere V aria di preparare una spedizione in Oriente (2). Cosi, in un suo scritto molto studiato (20 nov. 1478) (3), il re si faceva quasi l'apostolo di una nuova crociata; poi cercava di dimo- strare la necessità per la Cristianità di unire le sue forze al fine di respingere gli Ottomani, e incitava tutti gli stati cristiani a sospendere le loro querele per consacrarsi a questa spedizione ; per la qual cosa egli aveva convocato un congresso a Lione. E, poiché il papa era allora in conflitto coi Fiorentini, faceva appello ai sentimenti cristiani del capo della Chiesa, affinchè non volesse continuare una guerra, che distraeva le forze di Firenze e di Venezia dal loro oggetto naturale, la difesa d' Italia contro i ne- mici della fede. Reclamava infine una tregua, a cagion della quale, mentre egli si occuperebbe a praticare un accomodamento, i belligeranti potrebbero volgere le loro armi contro i Maomettani (4). Ma gli stati italiani non risposero air appello di Luigi XI, compresa Venezia, la quale invece strinse pace coi Turchi, e, per di più, pre- occupata delle mene del re per conchiudere una lega generale e una generale spedizione contro gli Ottomani, (1) Ibidem. (2) P. M. Perret, Histoire des Relations de la France avec Venise du XlIIe siede a 1' avenement de Charles Vili. Paris, Welter, 1896, voi. II, cap. IX, p. 148. (3) Ibidem. (4) Ibidem. 6 Digitized by Google 82 Nuovo Archìvio Veneto reputata assolutamente contraria alla salute e alla inco- lumità dello stato, scrisse al suo ambasciatore Sebastiano Badoero a Roma di guardarsi bene « ab omni responsione verbo et nutu, qui spem aut suspitionem aliquam alicui dari posset nos ab nostra immutabili dispositene ser- varteli illibatam pacem per nos cum turco factam esse deviaturos», e concluse: «estote excitatus ne maligne artes rebus nostris afficere valeant » (i). Tuttavia il re francese non si diede per vinto, e mandò al papa, sul principio del 1480, tre ambasciatori, che giunsero a Roma agli 8 di marzo (2). Costoro avevano pieno mandato di contrarre, in nome del re, lega con qualunque potentato italiano contro il temuto Turco, e di promettere alla Repubblica perpetua pace qua- lora prendesse le armi contro quel popolo, e di darle « bona promessa dentro da Venetia, de mandare la por- tione sua singulis annis, per spendere in dieta impresa contra el Turco » (3), al cui esito felice, secondo i cal- coli di Luigi XI, occorreva la somma di un milione c duecentomila ducati così ripartita: tutta Italia ducati 400,000, l'imperatore con tutta la Germania alta 200,000; il duca Massimiliano di Borgogna con tutti i suoi domi- mi 100,000; il re d' Inghilterra 100,000; il re di Spagna 100,000, il re di Francia 300,000 (4). Gli agenti di Napoli, di Milano e di Firenze par- vero accogliere caldamente queste proposte; anzi, il 19 di marzo del 1480, si riunirono presso il papa per trat- tare del grave argomento con gli oratori francesi, già (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 16 marzo 1479, c. 3 (2) P. M. Perret, op. cit., voi. II, p. 206. (3) Dispaccio 9 marzo 14S0 in J. Chmeel, Brìefe und ActenstUcke fur Oeschichte der Her^oge von Mailand voti 1452*15 13, in Noti- jenblatt de /' Academie de Vienne, t. VI, 1856, p. 249. (4) Ibidem, p. 250. Digitized by Google L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 83 informati da un precedente colloquio coir ambasciatore veneziano del pensiero della Repubblica, contrario alle proposte del re, per non provocare con un atto impru- dente, un 1 altra volta, alle spalle i Turchi, combattuti per ventidue anni senza V aiuto di potenza alcuna, e pronti a scagliarsi, per terra e per mare, sul dominio ve- neto così vicino al loro impero (1). Di quella lunga conferenza abbiamo un 1 ampia re- lazione collegiale degli oratori italiani ai loro governi, degna veramente di essere qui ricordata. Erano presenti gli* oratori milanesi, il napoletano, il fiorentino, il ferra- rese, i francesi, i cardinali deputati e il papa. Questi prese per primo la parola. Premise che il re di Francia, per più ragioni, V aveva fatto certo del suo cristianissimo proposito, ma ora V aveva fatto più certo, poiché, in seguito alla pubblicazione della bolla pontificia contro i Turchi, aveva mandato i propri ambasciatori, per mezzo dei quali confortava l'unione d'Italia e la rimozione di ogni differenza, come mezzo necessarissimo della spedi- zione, se si voleva veramente trarre da questa, bene alcuno. Le quali cose, seguitava il papa, erano sempre state da lui lodate, poiché V unione caldeggiata dal re era pure co- mandata da Cristo, e intesa a produrre buoni elfetti. Concludeva col dire, che Luigi XI offriva di collegarsi con tutte le potenze d' Italia e d' Europa, e di dare 200,000 scudi del proprio e 100,000 del clero francese con li- cenza del sommo pontefice per la detta impresa turca, al buon esito della quale occorreva la somtna di un mi- lione c duecento mila ducati, ripartita fra V Italia, la Ger- (1) Ibidem, doc. 20 marzo 1480, pp. 252-253. Il dire che i Vene- ziani combatterono per ventidue anni contro i Turchi è una esage- razione. I documenti veneti parlano sempre di diciasette anni di guerra. Digitized by Google 8 4 Nuovo Archivio Veneto mania, la Spagna, Y Inghilterra, la Borgogna, la Fran- cia (i). Udite tali parole, confermate dagli ambasciatori fran- cesi, parve ai rappresentanti delle potenze italiane di doversi, con licenza del papa, appartare per concre- tare una comune risposta, attesa la comune volontà di propositi. Concertato il tenore della risposta, parlò per tutti Anello Arcamone, ambasciatore del re di Na- poli, pronto di parola e acuto di mente. Ringraziò il re francese, e dichiarò di accettarne e abbracciarne di buon grado le proposte, per venire, al più presto possibile, ad una pratica conclusione, a cagione delle condizioni d 1 Italia e della Cristianità, cui urgevano piuttosto fatti che parole. E siccome il papa aveva fatto osservare, tra l'altro, che gli ambasciatori italiani dovessero scrivere ai loro governi per informarli di quella nuova pratica del re, e per aver consiglio e regolare mandato di condurre a termine la bisogna; così fu fatto tanto nei riguardi della stipulazione della lega contro V « immanissimo » turco, quanto in quelli della contribuzione in danaro. Congedatisi dal papa, il quale aveva promesso di scrivere a tutti i confederati di Napoli e alle altre potenze d' Italia, alludendo ai Veneziani, tutti gli ora- tori continuarono a intrattenersi del grave argomento, intorno al quale i francesi dichiararono che nulla pote- vano conchiuderc senza il concorso di Venezia, già pre- ventivamente informata del pensiero del loro re per mezzo di un ambasciatore speciale. Ad ogni modo, qua- lora s'incontrassero difficoltà, soggiungevano, potrebbe il papa costringerla a entrare nella lega con le censure (2). Si comprende come, in queir importante discussio- (1) Ibidem, docr 20 marzo 1480, pp. 2 53-2 54-25S-2 56. (2) Ibidem. Digitized by Google U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 85 ne, Foratore, prescelto a parlare dai colleghi, fosse stato Anello Arcamone, non solo per la sua qualità di rap- presentante del maggiore e più minacciato stato della lega di Napoli, ma anche per la stima in cui era tenuto per il senno, per l'astuzia e per le eminenti doti diploma- tiche. L'attività di quest'uomo, destinato a triste fine, diventa veramente meravigliosa allorquando cominciano a trasparire le intime relazioni fra i Veneziani e il papa, e con sorpresa generale, spunta sulF orizzonte politico della penisola la nuova dell'alleanza veneto pontificia, contratta mentre tutti credevano che il papa non sognasse altro che la crociata. D'allora in poi, ripetiamo, Fatti- vità delF Arcamone — conosciuto più sotto il nome di Anello — diventa meravigliosa, nò rista un sol momen- to, nonostante gl'inevitabili insuccessi, dalFinsidiare quel- F unione, ne sarà pago dell' opera sua finché non cadrà infranta ogni relazione fra i due potentati italiani. Sarebbe un fuor d 1 opera il voler seguire il lavoro sottile dell'oratore napoletano ne' suoi particolari; basta ora vedere quali pratiche furono fatte presso la Repub- blica per attirarla nella lega generale contro i Turchi e con quale risultato. Conviene, innanzi tutto, premettere che in queste pratiche la diplomazia napoletana trovava un terreno poco preparato. Parecchi anni avanti avrebbe trovato nel governo veneto grande accoglienza; ma ora, dopo la lunga guerra, sostenuta per diciasette anni con- tro gli Ottomani, sitibondi di sangue cristiano, senza il concorso dei gelosi potentati italiani, compreso il sommo pontefice, certo grandi difficoltà sarebbero sorte (1). (1) « Di quella guerra — scrive il Manfroni — che si chiuse nel 1479, e ^ a ^ a quale (Venezia) uscì con la perdita di molte delle sue ricche colonie, abbiamo parlato rapidamente altrove .... Occorre però far rilevare, in questa occasione, il contegno di Firenze, i cui amba- Digitized by Google 86 Nuovo Archìvio Veneto Quella guerra non era stata un semplice episodio, ma una lunga e dolorosa pagina della storia della Re- pubblica, dove, accanto alle patite sconfitte, ai nomi glo- ssatori mandati a Rema per trattare la lega con Pio II, per tutta risposta alle calde parole, che Cristoforo Moro aveva rivolto alla Re- pubblica, perchè prendesse parte alla spedizione contro i Turchi, non dubitarono di seminare zizzania tra il Papa e i Veneziani, esponendo a Pio II i sospetti loro, che V insaziabile avidità di dominio, che aveva la Repubblica, non trascinasse a rovina V intiera Italia »- ■ Che fai — dicevano al Papa — che fai, o Sommo Pontefice? Se f rai guerre ai Turchi, renderai V Italia schiava dei Veneti. Tuttociò che si acquisterà in Grecia, sarà dei Veneziani, i qusli, sottomessa la Grecia, rivolge- ranno le loro forze verso I' Italia. Sono un popolo insaziabile di do- minio i Veneziani, son loro che han provocato i Turchi .... lascia che si combattano fra di loro; la loro debolezza e rovina sarà la sa- salute d'Italia». «Così si parlava a Roma della Repubblica di Vene- zia; così interpreti dei sentimenti di altri Italiani, gli ambasciatori fio- rentini trattavano quel popolo che scendeva in campo per difendere l'Italia dalle invasioni turche. E questo odio, cui certo Venezia colla sua sete di dominio aveva dato occasione e pretesto, quest' odio bieco e feroce spingeva gli stessi Fiorentini a far feste e luminarie a Co- stantinopoli per la caduta delle colonie venete in Marea nel 1465 e, come dice con frase scultoria Benedeto Dei a soffiar nel bossolo per far schioppare di rabbia i Veneziani, e per mostrare al Turco € che anche i Fiorentini avevano buoni banchi, e più chase e più fondachi e più mercantie di drappi e di pjnni che non ebbono mai nessuna nazione». « Invero è triste - continua giustamente il Manfroni — lo studio di questo perioJo della nostra storia; e sconfortante 1' esame di tante brutture — i mercanti Fiorentini esercitavano per conto del sul- tano lo spionaggio in Europa — per le quali i nostri maggiori, che in tutto avevano il primato, scesero a grado a grado sempre più in basso e meritarono la servitù e disprezzo degli stranieri. Ma da queste ricer- che, che pochi hanno tentato e nessuno ancora ha cercato di coordi- nare e di raggruppare alla storia politica, sfolgorante appare la ve- rità a cancellare ingiuste prevenzioni ed interessate accuse y a spie- garci le cause segrete di quella politica veneziana, che fu sino ad oggi argomento di calorose discussioni » Cfr. C Manfroni, Storia della Marina Italiana dalla Caiuta di Costantinopoli alla battaglia di Lepanto, Roma, Forzani, 1897, cap. IV, pp. 50-51. Digitized by L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 87 n'osi di Paolo Erizzo, di Pietro Mocenigo, di Antonio Lo- redano, agli eroismi di Negroponte, di Croia, di Scutari, tace il ricordo dei fratelli accorsi a soccorrere i fratelli e la fede di Cristo, che i pochi e derelitti superstiti delle smantellate e incendiate città, portavano ne'loro cuori lon- tano lontano, dopo aver veduto la devastazione de' santi luoghi, ancora echeggianti delle supplici preci al Dio dei Cristiani. Quella guerra, lunghissima per tempo, grandis- sima per eroici fatti e magnanime virtù, infelice per fallite imprese e inani sforzi, aveva stretto in un amplesso e in uno sforzo sublime tutti i cuori e tutte le menti, cui la visione terribile della patria in pericolo infiam- mava a nuovi ardimenti e piegava a nuovi sacrifici. Nulla fu risparmiato: non gli ordinari e straordinari balzelli, non le imposizioni alle città soggette, non i prestiti, non il sangue di tanti cospicui cittadini, non le ambascerie, succedentisi con febbrile vicenda, a tutti i potentati d' Eu- ropa, e a' principi dell'estremo Oriente. Nessuno, den- tro i confini del dominio, mancò dal rispondere all' ap- pello; ma, al di fuori, specialmente fra i potentati d'Ita- lia c d' Europa, sempre incerti e gelosi, meno qualcuno, la parola della corcordia e P incitamento alla comune di- fesa caddero nel vuoto. Ogni giorno più, cresceva l'iso- lamento della fiera Repubblica, la quale, negli sconforti dell' abbandono e nelle vane speranze, sperimentava, come s'è detto, a proprie spese, lo zelo degli stati cri- stiani per la salvezza della religione, e la fallacia delle promesse d'aiuti, di cui erano larghissimi, senza avere il proposito di mantenerli. In tale condizione di cose era naturale che la condota degli stati cristiani lasciasse nella mente dei Veneziani un ricordo disgustoso e un* idea incancellabile non solo di pochezza, ma anche di dop- piezza, che si mutò in stretta neutralità, allorquando minacciati essi stessi dallo stesso feroce nemico, chiesero più tardi, dopo la pace fatta dalla Repubblica col Turco, aiuto efficace e quella lega generale, che sempre, con Digitized by Google 88 Nuovo Archivio Veneto politica sapienza, avevano cercato di evitare. Aggiungi a tutto questo che, nella guerra turca di cui abbiamo parlato, a Venezia non dovettero certamente sfuggire due cose: la grande, anzi immensa, potenza degli Otto- mani, e la fatalità del loro cammino verso V Occidente. Di fronte quindi alla gravità di questi due fatti, alla subdola ignavia dei principi cristiani, e alla debolezza della propria armata stremala in tante battaglie, sarebbe stato, agli occhi dell'assennato governo veneto, un errore il continuare allora in una politica che avrebbe costato oltre alla perdita delle ricche colonie e all' interdizione de'traffici nel mar Nero e nelle altre acque dell 1 Oriente, una spesa immane, superiore alle forze della Repubblica. Onde, dopo la pace conchiusa nel gennaio del 1479, ma che ebbe la sua ratifica solo nell'anno seguente, appare manifesto il concetto informatore della politica di Vene- zia, desiderosa solamente di mantenere con trattati e ne- goziati pacifici T equilibrio nelT Oriente, dove i Turchi, per audacia di popolo e di principi, per ogni sorta di armi e di danaro, tenevano un predominio incontra- strato (1). (1) Così scrive il Perret: a Gli interessi della Cristianità a lei (a Venezia) erano indifferenti, e la sua condotta si regolava unica- mente sulla necessità del commercio; ora egli è evidente che questa richiedesse imperiosamente la pace dell' Arcipelago e delle isole del Levante. Venezia sapeva anche che l' era della fede .... era finita, che i conflitti materiali e d'amor proprio impedirebbero la riuscita di tutto il progetto di una comune spedizione. Il gioco era stato froppo pericoloso d' incoraggiare i governi cristiani per rischiare d'essere abbandonati soli in faccia al nemico ereditario. L'intesa (coi Turchi) era precisamente cordiale in questo momento, dopo che Gentile Bel- lini s' era portato a Costantinopoli per dipingere il ritratto di Mao- metto II. E sarebbe stata follia distruggere qnesti buoni rapporti, per una sentimentalità inopportuna .... Cfr. P. M. Perret, op. cit., voi. II, pp 206-207. Quanto a Gentile Bellini a Costantinopoli, cfr. l'opera del Thuasxe, Gentile Bellini et le SulLvi Mohammed li, Paris, 1888. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 89 Gli armamenti, testé ricordati, erano stati fatti solo per evitare una sorpresa: del resto era fermo proponi- mento della Repubblica di contenersi colla massima pru- denza verso i Turchi per non provocarli in qualsivo- glia modo, e tanto meno coli' aderire ad una crociata. Non mancarono quindi, al primo accenno di neutralità, acerbi rimproveri di nemici, e, più tardi, passato la spa- vento dell' invasione turca, di scrittori, che usarono, per chiamare i Veneziani, il termine dispregiativo di mer- canti. Ma grandi mercanti, a parer nostro, fattori della più possente patria; mercanti statisti e ideatori di una delle più ardite e complesse costituzioni, palladio della sicurezza interna e dell'esterno splendore; creatori della più bella città, in cui l'occhio si culla nelle visioni più pure ed elevate dell' arte, e V anima, inebriata da quella superba gloria di lin^-e e di colori, ovunque prorompente dai pubblici e privati edifici, dalle cose sacre e profane, ne porta con sè, nel tempo e nello spazio, la vivissima e dolcissima impressione; mercanti eroi, che le deboli fusle del traffico scambiarono con le guerresche galee,, e col sangue difesero ancora per tanti anni da soli i cari acquisti dell'Oriente, campioni ad un tempo del pa- triottismo e della fede. Per ritornare alla diplomazia napoletana, diremo che le prime proposte fatte direttamente alla Repubblica furono di entrare nella lega di Napoli, per mezzo di un inviato (1), ma invano. Le stesse proposte furono fatte a Sisto IV, il quale interpellò la RepubbMca « an scilicet ingrediendum in ili ud sit sive ab ambobus nobis, sive ab altero, .sive a neutro nostrum » (2), e n'ebbe il consiglio di tenersi lontano da ogni partecipazione (3). (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 14 aprile 1480, c. 89 t. (2) Ibidem, doc. 29 aprile 1480, c. 95- 95 t. al card. Foscari. (3) Il papa chiese, come si è detto: « an ingreJienJum in illud sit Digitized by Google 9 o Nuovo Archivio Veneto In maggio, in seguito a questi risultati negativi, A- nello Arcamone, spalleggiato dai Milanesi e dai Fioren- tini, concretò un'altra proposta, che menava allo stesso fine : rompere le leghe particolari e stringerne una ge- nerale (i). Ma anche questa fu subito attraversata dal- l' opera di Venezia, come rilevasi da un dispaccio a Zac- caria Barbaro, nel quale sono contenute le istruzioni per dissuadere il papa da qualsiasi passo, e alcune conside- razioni per dimostrare l'opportunità di conservare inte- gra e indissolubile V alleanza veneto-pontificia « utile, comodun et honorabile et sufficientissimum non solum ad tutamentum et securitatem communium statuum sed etiam ad stabilimentum et pcrpetuitatem universalis pacis et quietis •> (2). Qui non finiva il compito dell' orator veneto, giac- che stava a cuore alla Repubblica che, qualora egli fosse sive ab ambobus nobis, sive ab altero, sivc a neutro nostrum, quonìam S. S. factura est quantum probari a nobis inttllexerit », Ibidem. E il Senato così rispose «... Quod finis propositus noster in hoc fe- dere, preter tutamentum et conservationem statum quietemque et tran- quillitatem comunem, fuit etiam conservatio honoris et reputationis utriusque sed presertim istius S. Sedis et beatitudinis S. P., quibus rebus si per fedus consultum sapienter est, longe magis consuletur per eiusdem federis stabilimentum et fugam cuiuscumque rei, que quatere illud aut aliquo modo infirmare valeat, ut proculdubio qua- tere videretur aut ratificano sive ingressio federis Neapolitani, aut nova aliqua forma, que in rebus Italie introduceretur, haberet etiam iuditio nostro suprascripti Neapolitani federis ratificano et ingressus ultra mon- strositatem de qua vos in vestris litteris facitis mentionem hoc aliud genus preposteritatis et perfectionis ordinis naturalis, quod caput in sublimi parte corporis locatum et reliqua membra ordine et imperio nature regat et gubernet, ab ipsis regi et gubcrnari infirmioribus mem- bris videretur si Summus Pontifex supremus omnium princeps et do- minus ad aliena federa et societates trahereturo. Ibidem. (1) Ibidem, doc. 25 maggio 1480, c. 103-103 t. citato. (2) Ibidem, doc. 4 giugno 1480 c. 108-108 t. al Barbaro, citato. Digitized by Google // opposi f ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 91 interrogato sull' ingresso di Genova nella lega veneto- pontificia, cercasse di evitare una simile unione, dan- nosa per i torbidi che affliggevano continuamente quella città, teste ribellatasi ai Milanesi, e sgradita per i danni da essa inflitti ai Veneziani in diverse occasioni; e in- vece propugnasse, qualora il papa insistesse nel suo proposito, una lega particolare, senza V intervento di Ve- nezia (1). Conveniva poi il Senato negli altri desideri di Sisto IV, e ripeteva quanto aveva scritto al Foscari circa la condotta di Galeotto Manfredi; e infine ricordava al- l' oratore di rendere i dovuti omaggi al Riario, a Gio- vanni della Rovere, prefetto di Roma, ai cardinali e, spe- cialmente, al cardinale Savelli (2), e di fare una viva raccomandazione al papa e al nipote prediletto di guar- darsi bene dal tentare una spedizione contro Pesaro, sempre da loro accarezzata, come appariva da una re- cente lettera del Foscari, il quale informava anche il Se- nato intorno alla disposizione del duca di Ferrara, dei Luc- chesi e dei Senesi, eccitati ad entrare nella lega veneto-pon- tificia. Quanto al duca di Ferrara, il Foscari avanzava il dubbio che fosse più propenso ad entrare in quella di Napoli, e anzi avesse già deliberato di entrarvi, tutta- via opinava che non si dovesse desistere dai tentativi per rimuoverlo da quel proposito; quanto ai Lucchesi, sog- giungeva che nulla era da fare, poiché erano già entrati nella lega napoletana; quanto infine ai Senesi, concludeva, bisognava adoperare ogni mezzo per averli amici (3). Il Barbaro affrettò il suo viaggio. Il 10 di giugno il Senato aveva già ricevuto sue lettere da Rimini, da (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 4 giugno 1480, c. 108. (2) Ibidem. (3) Alla commissione del Barbaro era allegato l'elenco dei colle- gati prescelti dalla Repubblica a far parte dell' allenza veneto pontificia. Ibidem. Digitized by Nuovo Archivio Veneto Urbino, da Gubbio e da altri luoghi. Coir ultima Fora- tore informava dell' esito delle sue pratiche col duca di Urbino, il quale aveva lodato non solo la saggezza delle ragioni del Senato, ma anche dimostrato la volontà di raffreddare F ardore bellicoso del papa (i), come del resto ci è già noto pei dispacci del Sadoleto al duca di Ferrara (2). Dopo le dichiarazioni del Montefeltro, il Senato, pen- sando che le parole di costui e le notizie di minacce turche, venute da Otranto, avessero modificate le ime zioni del papa, scrisse al Barbaro, già giunto a Roma di non far parola sulF argomento di Pesaro, e di aspet- tare invece a parlarne, secondo le istruzioni, solo nel caso che ne fosse costretto (3). E perchè ciò? Non era forse nel famoso trattato delF alleanza veneto-pontificia dell'aprile del 1480 un articolo pel quale si lasciava pie- na libertà al papa di punire Costanzo Sforza ? Nessuno dei governanti della Repubblica poteva negare la cosa; ma essi obiettavano, d' altra parte, di essersi sempre dichiarati contrari alla guerra. Ed ora tanto più senti- vano quella contrarietà a cagione della minacciata inva- sione turca, già annunciata da un messo turco comparso a Venezia, e da lettere ricevute dal re di Napoli (4), la qual cosa non solo pareva dovere commovere il regno na- poletano, ma anche Roma e la Curia, e far trepidare tutta la penisola (5). QuaF altro fatto sarebbe stato più peri- coloso e condannabile, pensavano quei magistrati, che F accendere una guerra intestina, quando il nemico della (1) Senato, Delib. Sec. XXIX, doc 13 giugno 1480,00. not. uh (2) Lettera 28 maggio 1480 del Sadoleto a Ercole I d' Este citata. (3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480,00. 107-107 t. 108. (4) Ibidem (5) Ibidem. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 93 Cristianità era alle porte cT Italia, proprio air indomani della alleanza veneto-pontificia, stretta per mantenere la pace universale (1)? E poi, dato che questo pericolo non fosse tanto imminente, conveniva gettarsi a capo fitto in un'impresa così arrischiata? Se il re di Napoli, i Mi- lanesi e i Fiorentini erano amici di Costanzo Sforza, prima che le armi pontifice avessero preso Pesaro, la guerra sarebbe divampata per tutta l'Italia; se invece il re di Napoli, e con lui i suoi alleati, mostrava, come voleva far credere il Riario, di non opporsi all'impresa, il soprassedere e V indugiare ne avrebbero meglio chia- rito le intenzioni (2). In conformità a tali considerazioni, i magistrati veneti non potevano a meno di non racco- mandare ancora al Barbaro di stringere vieppiù i vin- coli d' alleanza col papa e di cercare tutti i mezzi per tener lontana la guerra (3). Era questo un compito assai difficile, tanto più che si trattava di smuovere, più che il papa, il conte Giro- lamo, così avido di potere e di stato. Ma, questa volta, pare che le considerazioni di Venezia, congiunte alle dif- ficoltà militari dell 1 impresa e ai tanto strombazzati pre- parativi bellicosi di Napoli e di Milano in difesa di Pe- saro, facessero breccia sull' animo del folle nipote di Sisto IV, e il distraessero da quella pericolosa spedizione. Se non che la sua mente ristretta, piena di sogni di do- minio, non poteva acquietarsi al pensiero di dover rinun- ciare alle sognate conquiste. Ci voleva tosto un 1 altra vittima, e fu subito trovata : Galeotto, signore di Faenza, quel Galeotto, protetto di Venezia, ma resosi indegno di qualsiasi riguardo per il partito da lui preso di unirsi ai (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 2 giugno 1480 c. 107 (2) Ibidem. (3) Ibidem. Digitized by Google 94 Nuovo Archivio Veneto confederati di Napoli, nonostante le pratiche fatte da Roberto Malatesta da Rimini, capitan generale de' Ve- neziani, e dal capitano veneto di Ravenna, per tratte- nerlo da quel passo (i). La terra vacillava sotto i piedi del Faentino. Vene- zia, timorosa di perdere V amicizia del Riario, non cre- dette di insistere più oltre nella protezione di quest'uomo, che le mostrava così pochi riguardi, e pensò di abban- donarlo a sè stesso. Della proposta del Riario, fatta per mezzo del Bar- baro, s' occupò il Consiglio dei X, che s 1 aggregò una giunta di venticinque gentiluomini, de'quali cinque sup- plenti (2). Nello stesso giorno 23 di giugno la risposta era pronta. Si partecipava al Barbaro la letizia del Consi- glio dei X nel! 1 apprendere la sospensione della spedizio- ne di Pesaro, e, quanto a Faenza, si dichiarava che la im- presa non presentava difficoltà e s'aggiungeva : «Accedi! ad hec ratio levitatis et ingratitudinis domini Galeoti, sed hec illa potissima reliquarum omnium ratio et con- siderati quod coniunctus statua civìtatis predicte cum Imola et Ravena, IlL mus comes Hieronymus,jìlius noster carissitnus, non solum erit per nostrani adherentiam et protectionem tutissimus in statu ambarum civitatum, sed perpetuus etiam stimulus tirannidi Laurentij de Medici (3), Dopo aver affermato in modo preciso il di- ritto del Riario su Faenza, lo stesso Consiglio suggeriva il modo sicuro per riuscire nell' impresa. Il conte doveva valersi ali 1 uopo di Gian Francesco da Tolentino, gover- natore d' Imola, e costui subito abboccarsi con Anello (1) Il Senato comandò anche al capitano di Ravenna di ritirare dalla custodia di Faenza la guarnigione vene a, e di mandarla in- vece alla custodia della città di Forlì, possesso del Riario. Ibidem. (2) Cons. X. R°. 20, Misti, doc. 23 giugno 1480. c. 4. (3) Ibidem. Digitized by Google L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 95 Arcamone per ottenere il consenso dei potentati alleati, facendo conoscere come ali 1 attuazione del progetto erano risolutamente avversi i Veneziani, e come il conte, su- bito che gli fosse concessa libertà nel!' impresa, avreb- be riconosciuto il possesso di quella città unicamente dal re di Napoli. A dar maggior forza a tale dichiarazione e disposizione del Riario, il Tolentino poteva presentare una lettera di Venezia scritta ad arte, colla quale essa mostrava di opporsi al progetto del papa su Faenza, sopratutto pel timore dei Turchi (1). Queste pratiche del papa e la sospensione dell 1 im- presa di Pesaro, anzi che quietare il sospettoso Costanzo Sforza, lo spingevano a dire, per mezzo del suo oratore, al re di Napoli che si facessero solo per addormentare i nemici e piombargli poi addosso con tutta furia (2). Il re rispose che il suo signore non sarebbe stato abban- donato, e che sarebbe compreso nella nuova lega napo- letana (3). la quale si veniva maturando in mezzo a grandi difficoltà ; i duchi di Milano, che avevano licenziato l'ora- tore veneto (4), mettevano in guardia i loro oratori a Roma, e soggiungevano che non vorrebbero permettere alcuna cosa (5), e riprendevano il re di troppa freddezza per Costanzo. Ferdinando si meravigliava del desiderio loro, cioè, che egli dovesse rispondere al papa « gagliar- damente volere attendere insieme con li compagni della (1) Cons. X, R.° 20, doc. 23. giugno 1480, ce. 5-6 Questa parte fu ballottata con la precedente. (2) F. Fossati, A proposito di una usurpazione di Sisto 1 V nel 1480, doc. 1 luglio 1480, p. 10. (3) Ibidem, p. 11. (4) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc 17 giugno 1480, c. 112-112 t. (5) • expultione del Costanzo, s." Galeoto de faenza, nè de l'andata del M.co Laur.° ad Roma ». Fossati, op. cit, p. 11, doc. 7 luglio 1480. Digitized by Google 9 6 Suovo Archivio Veneto lega soa alla deffensionc del Sig. Constancio ecc. », perchè, a tal riguardo, aveva sempre proceduto appunto secondo i desideri dei confederati, ma non poteva mettersi sen- z' altro in aperta opposizione con S. Santità, del cui aiuto avea bisogno per il pericolo turco (i). Appare da ciò che an- cora non si fosse compreso che il Riario aveva dimesso, per allora, ogni pensiero su Pesaro ; della qual cosa fu data solo comunicazione il 6 di luglio dagli oratori milanesi, residenti a Roma, agli Sforza, assieme al pensiero de! papa, dichiaratosi alienissimo da ogni guerra in Italia, anzi bramosissimo di pace, tanto più per le minacce dei Turchi, contro i quali avrebbe scritto un breve alle po- tenze d' Italia, compresa Venezia, per apparecchiarsi a combatterli (2). A tali pensieri del nipote e dello zio non furono estranei i consigli della Repubblica, la quale vedeva, ogni giorno più, addensarsi il pericolo turco non solo per gli altri ma anche per sè. Infatti, dopo le prime istruzioni date in marzo al capitan generale di mare, altre aveva portate con sè Cristoforo Duodo, inviato provveditore all'armata, allestita per la difesa di Corfù, di Parga, di Butrinto (3), e il Consiglio dei X aveva votato una som- ma di 16.000 ducati, da prelevarsi dal deposito delle Pro- curative, per armare nuove galee e nuovi altri navigli (4). Il 2 di giugno giungeva a Venezia la notizia del- l' entrata dell'armata turca nell'Adriatico, e, nel giorno stesso, partiva V ordine ai capitani delle galee di Barba- ria e delle Acque Morte di recarsi a Spalato per ingros- sare l'armata veneta, e di là attendere nuovi ordini dal capitan generale (5). L' ultima lettera di Vettor Soranzo, (1) F. Fossati, p. 11, doc. 9 luglio 1480. (2) Ibidem, p. 11, doc. 6 luglio 1480. (3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 13 giugno 1480, c. 112. (4) Cons X. Misti, R° 20, doc. 21 giugno 14S0, c. 3. (s) Senato, Delib. Secr. XXIX. doc. 2 Lglio 1480, c. 115 t. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venejia a Sisto IV ecc. 97 portante la data del 24 giugno, informava il governo in- torno alle mosse del naviglio turco, che, uscito da Co- stantinopoli, si era, per viaggio, diviso in due parti: una aveva gettato F ancora a Rodi. F altra aveva proseguito per F Adriatico (1). Il Soranzo, a quella notizia, era ritornato su suoi passi ; ma, per maggior sua sicurezza, aveva voluto sa- pere dal governo quale dovesse essere la sua condotta, dopo la divisione delF armata turca (2). Il Senato elo- giò il pensiero di ritornare indietro, e gli ordinò che, qualora i Turchi si volgessero all' impresa di Ragusa o di altra terra delP Adriatico, si dirigesse a Cattaro, e a quei luoghi veneti di Dalmazia, ove reputasse più oppor- tuno, per rassicurare F animo dei sudditi alla difesa, e di là non si partisse fino a che i Turchi rimanessero nel- F Adriatico ; ma pertanto guardasse che a nessuna nave turca fosse fatto danno alcuno dai Veneti, e procurasse che ogni cesa procedesse con cautela, per togliere qual- siasi causa di scandalo. Quando poi F armata turca, per disgrazia, assalisse i dominii veneziani ne cercasse con tutte le forze la difesa; e se mai quell'armata si diri- gesse in Puglia, rimanesse pure nelF Adriatico o andasse a Corfù, secondo Futilità. Infine il Senato dà conto dei provvedimenti, allestimenti e invii di navi fatti e da farsi, e eccita il Soranzo a tener d' occhio Creta e Cipro (3). Non è a dire quanto scompiglio portassero ovun- que le notizie delle mosse delF armata turca, giunte con quella celerità che i mezzi di trasporto d'allora consen- tivano. L'isola di Rodi pertanto era stata investita sulla fine di maggio, essendo intento dei Turchi di abbattervi la (1) Senato Delib Secr. XXIX, doc. 2 luglio 1480 c. 1 15-1 15 t. (2) Ibidem. (3) Ibidem. 7 Digitized by Google 9 8 Nuovo Archivio Veneto signoria dei Giovànniti, da lungo tempo il terrore dei Mussulmani e l'oggetto del loro odio inestinguibile (1). Se non che V eroismo di Pierre d' Aubusson, maestro dell' ordine, e de' suoi cavalieri compiè cose incredibili e scampò T ultimo baluardo della Cristianità in Oriente dalla invasione dell* islamismo (2). Già -ai primi di agosto si scioglieva V assedio. Sisto IV, circa V aiuto da prestarsi a Rodi, spedì un breve anche ai Veneziani, contro la cui politica troppo neutrale si cominciava a mormorare. Il Barbaro, a que- sto proposito, aveva dovuto scagionare la Repubblica, alla quale si faceva già addebito di aver ricevuto quel- l'oratore turco, della venuta e delle domande del quale e delle relative risposte fatte dal Senato aveva informato subito il papa. Anche il papa aveva diféso i Veneziani, i quali gli avevan inviato copia, di lettere spedite dal ca- pitan generale, da Corfù, e dal rettore di Durazzo, più vi- cino al dominio turco di Valona, confermanti le istruzioni ricevute dal loro governo (3), certa prova, e in modo ap- parente, di non soverchia intesa coi Turchi. In mezzo a tali grandi preoccupazioni, il Riario, sempre assorto ne 1 suoi pensieri di conquista ; badava ad altro; anzi aveva fatto annunciare il suo desiderio di an- dare a sciogliere un voto alla chiesa di S. Antonio di Padova (4). E facile immaginare che egli volesse fare anche una digressione a Venezia, per abboccarsi con quei magistrati e provvedere di persona a' casi suoi. Ma per allora non compì il viaggio. Le ragioni le dobbiamo cer- (1) L. Pastor, Storia dei Papi ecc. voi. II, cap. Vili, p. 4S1, Trento, 1891. (2) Ibidem. (3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, ce. 1 17 1, 118. (4) Ibidem. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 99 care nei recenti avvenimenti di Forlì, al cui possesso il conte aspirava da tempo, come altrove si è detto. Finché era vissuto Pino Ordelaffi, la città di Forlì aveva goduto molta quiete e prosperità, ma, dopo la morte di lui, cominciarono i torbidi. Egli, prima di mo- rire, aveva lasciato, come curatori del bastardo Sini- baldo, Sisto IV e Ferdinando, re di Napoli, e a tutricé la moglie Costanza (i), temendo forse qualche usurpa- v zione dello stato per parte dei tre figli di Cecco suo fra- tello, il quale era stato investito del possesso di Forlì dal papa Pio II (2). Morto Cecco, i figli Antonello, Francesco, Ludovico erano fuggiti con la madre presso lo zio Galeotto Man- fredi per sottrarsi alle persecuzioni di Pino, il quale li aveva anche fatti per alcun tempo imprigionare (3). Dal loro esilio, eccitati dai Teodoli, dai Bifulci e da altri fuo- rusciti forlivesi, cominciarono a tener pratiche con alcuni cittadini di Forlì, i quali mostravano di non voler essere governati da una donna (4). Queste pratiche portarono ben presto ad un accordo; onde, nella prima metà di luglio del 1480, i tre fratelli, per favore del popolo e per la loro audacia, e non per intelligenza e aiuto di tutta o (1) P. Bonoli, Istorie della citta di Forlì, Forlì, 1826, T. II, pp. 199-200. (2) Ibidem. (3) Ibidem. Avvelenata la madre con lento veleno e tentato invano di fare altrettanto coi figli, la disgraziata famiglia, per pia frode d'un fa- entino aenigero dell'Ordelaffi potè essere trafugata nel marzo del 1469 in Faenza, dove la sciagurata donna morì agli 8 di agosto dello stesso anno. Cfr. G. Mazzautjnti, // Principato di Pino 111 Ordeleffi secondo un frammento inedito della Cronaca di Leone Cobelli in Atti e Memo- rie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Roma- gna, Terza Serie, Voi. XIII, Anno Acc. 1894-95, Bologna, 1895, p. 14. (4) P. Boxoli, op. cit pp. 184 185. Digitized by Google 100 Nuovo Archivio Veneto di parte della lega napolitana, come sospettarono Si- sto IV e il Riario (1), entrarono nella città (2). Questo fatto e la morte avvenuta in quei giorni di Sinibaldo (14 luglio 1480) nella rocca di Ravaldino (3) do- vettero certamente distogliere dal suo viaggio il Riario, il quale vedeva ora giunto il momento di cogliere i frutti delP eredità di Pino. Così, dopo la non ancora risoluta questione di Pesaro, se ne apriva una nuova: quella di Forlì. Ma, questa volta, al papa e al nipote non s' oppo- sero ostacoli tanto grandi, anzi la cancelleria milanese per prima mostrossi contenta di prestare a loro « fa- vore ad bavere in suo dominio la città et stato de Forlì, acciò corno vero Signore desso stato possi poi darlo al prefato conte Hieronymo con questo che al S. re Constando et S. re de Faenza sij perdonato et facta libera remissione, et in totum extinte le censure contra Fiorentini, et non se rasoni più deh andare del mS° Lauren\o ad Roma, immo se dia universa la pace et liga generale sei è possibile ad tucta Italia per fare poi megliore penserò et megliore provisione ale cose turchesche corno la co- mune salute de tucti christiani re\erca » (4). La proposta del cambio fu bene accetta al Riario, e non è a dire quanto al re di Napoli. L'oratore napole- tano, residente a Roma, si die a tutt 1 uomo all' opera per dare alla questione di Pesaro questa soluzione, e riu- scì, il 26 di luglio del 1480, a conchiudere un trattato, per il quale « Forlì fosse per contra a Pesaro li (1) Chmel, op. cit., p. 279. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, c. 117. (3) Cfr. anche l'opera magistrale di A. Schmarsow, Melojfo da Forlì. Ein Beitrag jur Kunst-und Culturgeschichte Italiens in 15 JahrhunJert, Berlin und Stuttgart, 1 88(5, p. 179, e l'opera di A- Reumont, Lorenzo dei Medici il Magnifico. Leipzig, 1874, voi. I, p. 507. (4) F. Fossati op. cit., doc. 14 luglio 1480, p. 13. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. ioi fioli del S. Cicho non fusseno receptati nelle terre della lega e .... la S. de n. s. libere perdonava al S. re Con* stantio e remetteva ogni offesa, et lo acceptava a bona gratia » (i). Quanto a Galeotto Manfredi, ai Fiorentini, i quali ultimi aspettavano la restituzione delle terre per- dute nella guerra toscana, e a Lorenzo de* Medici, che voleva sfuggire, come era stato pattuito, il viaggio a Ro- ma per chiedere perdono al papa, non potè ottenere nulla (2). I Milanesi, che avevano proposta la soluzione della questione, non rimasero contenti del trattato, per- chè da esso non si erano tratti i vantaggi sperati, e quindi si rifiutarono di accettarne le conclusioni. Ma poi, forse incalzati dagli avvenimenti, che commossero tutta l'Italia e T Europa, vennero a più miti consigli, e mostrarono alfine di accettare il trattato con lievi modificazioni favo- revoli al solo Costanzo Sforza (3). L'8 di agosto del 1480, i figli di Cecco Ordelaffi uscirono dalla città, e, il giorno dopo, v* entrava il duca di Urbino (4), le cui truppe si erano unite alle veneziane, capitanale dal Malatesta presso Forlimpopoli (5) ; il 21 (1) F. Fossati, doc. 27 luglio J480, p. 16. (2) Ibidem. Lorenzo de' Medici, il 27 aprile 1480, aveva dato istru- zione a 1 suoi ambasciatori, che andavano a Roma, di fare < ogni instantia per la salute de Sri di Romagna : i quali benché siano exclusi per ho- nore della S. S** dalla pace et lega nostra non debono essere exclusi dal nostro favore et aiuto et dalla sua clementia ». Inoltre li incari- cava di scusarlo se non andava in persona a Roma, e che essi faces- sero quello che doveva fare lui. B. Buser, Lorenzo de? Medici als ìtalianischer staatsman, Leipzig, 1879, pp. 154-55-56-57. (3) Ibidem, p. 22. (4) Ibidem. Cfr. anche A. Reumont, op. cit., p. 507 e Schmarsow, op. cit-, p. 179. Antonello Ordelaffi, il maggiore dei figli di Cecco, come partigiano dei Fiorentini, pressso i quali militava, fu dal papa di- chiarato decaduto da' suoi diritti di successione, Schmarsow, op. cit., p. 179. (5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce. 123 t. 124. Digitized by Google 102 Nuovo Archivio Veneto il conte Girolamo veniva fatto vicario ottenendone il pri- vilegio (i). Così la questione di Pesaro fu seppellita. Venezia, in quest' ultima fase del negozio, che tanto P aveva tormentata da principio, non ebbe gran parte. Tuttavia, quando entrarono in Forlì i tre fratelli Orde- laffi e si rivolsero anche a lei per averne lo stabile pos- sesso (2), negò il suo appoggio, e ai Milanesi, che ne ave- vano scrutato al proposito le intenzioni, rispose, che non avrebbe mai abbandonato il papa nella rivendicazione dei suoi diritti (3). E per difendere le ragioni del conte Giro- lamo, ordinò a Roberto Malatesta di mandare il maggior numero di stipendiari con le milizie di Ravenna contro Forlì (4). Il Senato poi, non contento, e forse desideroso di mostrare il suo zelo presso il papa, si lagnò con Fi- renze, perchè Antonello Ordelaffi, che militava a' suoi sti- pendi, avesse capitanato il moto contro la Chiesa, che van- tava forti diritti sulla città ribelle (5). Infine, essendosi pre- sentato a Venezia' un nunzio degli Ordelaffi per impe- trarne T aiuto, lo stesso Senato lo licenziò, dicendo che avrebbe sempre seguitola volontà del papa (6). Nè man- carono, da parte della Repubblica, i consigli di prudenza al papa e al nipote, perchè si guardassero di non cadere in qualche inganno teso loro dai confederati di Napoli, tanto più che correva voce di una pratica di matrimonio tra la vedova di Pino e un figlio del condottiero milanese (1) Fossati, op. cit.. p. 22. L. Pastor, op. cit., voi. II, cap. IX, p. 493, Sigis. De Conti, op. dr., voi. I, lib. III, cap. v, p. 114, e p. 147 nota 21 ; Leone Cobelli, Cronache Forlivesi^ edit. da G. Carducci e Enrico Frati ecc. in Monumenti Istorici pertinenti alle Provincie della Romagna, T. I, Bologna 1874, p. 259. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480^. 117 citato. (3) Ibidem, dpc. 15 luglio 1480 ai sigg. di Milano, c. 118. (4) Ibidem, doc. 15 luglio 1480 a R. Malatesta c. 118. 1 18 t. (5) Ibidem, doc. 15 luglio 1480, c. 118, e Bonoli. op. cit , t. II, p. 117. (6) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 15 luglio 1480, c. 119 Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 103 Roberto Sanseverino, e che la rocca di Forlì era ancora nelle mani del germano della signora Gostanza ; onde il sospetto e il timore di insidie nelle proposte fatte, e il pericolo di vedere cadere la rocca nelle mani dei nemici (1). Tali timori e sospetti furono dissipati dalla notizia mandata dal Barbaro, che Anello Arcamone aveva con- chiuso il trattato riguardante Forlì ; ma allora il Senato si preoccupò della dignità delP alleanza veneto-pontifi- cia (2), affinchè ne fosse toccata e infirmata la forza e la riputazione (3), nel qual caso bisognava provvedere (4). In quei giorni un altro avvenimento si compiva de- gno di ricordo : dopo lunghi negoziati, il 25 di luglio del 1480, si rinnovava la lega di Napoli per 25 anni e oltre, comprendente Napoli, Milano, Firenze e Ferrara, con lo scopo evidente di contrapporsi a quella veneto- pontificia. Non figuravano i Senesi, i quali, togliendo la ragione o il pretesto da certa questione di precedenza rispetto a Ercole d' Este, duca di Ferrara, erano rimasti fuori, con l'intesa di entrarvi subito dopo (5). Anche questa lega, come il trattato di Forlì, aveva lasciate insolute varie questioni importanti, che stavano specialmente a cuore ai Milanesi : ad esempio la con- dotta di Galeotto Manfredi e la restituzione ai Fioren- tini delle terre perdute nella guerra toscana (6). Quali capitani della nuova lega furono scelti il duca Alfonso di Calabria, figlio di Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, ed Ercole I d' Este, duca di Ferrara (7), il quale, come aveva previsto Venezia, finiva col gettarsi non solo in (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 21 luglio 1480 al Barbaro, c. 1 19. (2) Ibidem, doc. ultimo luglio 1480, c. 122. 122 t. (3) Ibidem, doc. ultimo luglio 1480 al Barbaro c. 112 t. (4) Ibidem. (5) F. Fossati, op. cit. p. 17. (6) Ibidem. (7) Ibidem. Digitized by Google 104 Nuovo Archivio Veneto braccio della lega napoletana, ma anche riusciva ad otte- nere, per mezzo del suo ambasciatore, un capitolo spe- ciale, inteso a togliere, quando che fosse, anche colla forza delle armi, alla Repubblica tutti i privilegi ed immunità, che da secoli aveva accumulato nel territorio di Ferrara (i). Il mese di luglio intanto si chiudeva con una terribile no- tizia : i Turchi erano apparsi in vista di Otranto (27 lu- glio 1480). Quale grande sciagura per Y Italia ! (Continua) Dott. Edoardo Pjva. (1) Ecco la parte sostanziale del capitolo, tale e quale l'aveva spedita l'ambasciatore ferrarese Nicolò Sadoleto al duca: ■ si contigit fieri vel moveri aliquod bellum inter ipsos d. conducentes et IH mum dominium Venetorum, et seu eorum statum nunquam per ipsos d. conlucentes riet pax cum ipsis Venetis, vel eorum dominio et statu nec cum eis ad aliquod concordium, pacta vel compositiones devenient, immo unquam ab ipsa guerra vel bello cessabunt vel de- sistent, nisi ipse Ill.mus d. Hercules dux etc. et communitas civitatis sue Ferrane et eius Policinum Rodigij et status ipsius III mi domini ducis prius fuerint et sint absoluti et liberati valide at solemniter ab ipsis Venetis et dominio ac statu eorum ab et de omnibns pactis, con- ventionibus, servitutibus et obligationibus, que et quas ipse Ill.uius j. dux prò statu suo sive ipsa sua civitas Ferrane et eius Policinum Ro- digij et seu ipse status eiusdem ducis habuit et habet et seu habue- rune et habent cum prefato dominio et statu ipsorum Venetorum quotquot fuerint et sint ac esse reperiuntur et qualis ac qualescum- que ipsu pacta, conventiones, obligationes et seu servitutes ac quibu- scumque de causis induca et inducte qualitercumque et quocumque fuit et fuerit concepte et concepta, firmate et firmata, itaque ipsum dominium Venetorum vel statum e^rum nullum amplius iurisditionem vel preheminentiam nullum ius nullamque actionem habeat vel ha- bere possit contra ipsum Ill.mum d. ducem, eius filios, eius heredes, auccessores, vel eius status aliquam partem respectu vel occasione pre- dictarum obligationum, conventionum et servitutum et vel pactorum et seu aliquarum clausolarum vel aliquorum verborum in eius vel aliqua parte ipsorum et ipsarum contentorum et contentarum et ac si ipsa pacta, conventiones, obligationes vel servitutes nunquam fuis- sent inita et facta ac firmata, inite et facte et firmate et ac si nun- quam fuissent in rerum natura». Capitolo contenuto in una lettera di N. Sadoleto al duca di Ferrara. APPUNTI PER U STORIA DELLA VITA PRIVATA IH « DURANTE IL DOMINIO VENETO (*) I Giostre e Tornei — Il giorno 5 del mese di aprile dell'anno 1450, i deputati del comune di Crema, « avo- chati et agregati in salla magna domus residentiae ma- gnifici et preclaris^imi domini Iacobi Antoni Marzelli dignissimi provisoris . . . volentes et intendentes in die festi S. tae Eufemiae quae est die XVI septembris, quae dies fuit et est salvano redemptio... totius terrae Cremae et eius districtus, celebrari dignissimis laudibus . . . cum haec dies sit celebranda, honoranda, solemnizanda ac sine fine commemoranda, quia eadem die populus cremensis ambulans tenebris vidit lucem magnarn super se desceh- dentem; » ordinarono tra le altre pubbliche e grandiose (*) Manoscritti consultati. I. Parti e Provvisioni del Comune di Crema, — Voi. 40 nell'Ar- chivio municipale di Crema. Sono segnati col N. I. II. Indice dei detti volumi — (Bjbliot. civ. di Crema e Archiv. municipale). III. CoJ. misceli, di Memorie storiche della città di C, trascritte da Eugenio Balis, cancelliere notaro. Cart. in 8°, di fogli 74, segnato coi N°. 19 [1490-1802] HI (Archiv. munic.) IV. Registri delle Ducali - Reg. Ili - Voi. I. e VI. (ibi). V. Lotto - Fascicolo XLVII, N 0 1. (ibi) VI. Statuti del Monte di Pietà — Cod. membr. in 8° dell'anno 1496 (Archiv. del Monte di pietà). 8 Digitized by Google i o6 Nuovo Archivio Veneto feste una solennissima giostra. A questa potevano pren- dere parte sei giovani del Connine ; ma se tanti non si VII. Capitoli della dedizione di Crema a Ludovico XII — (1509) — Pergamena neh" archiv. municip. Vili. Pietro Terni — Cronica (Sec. XVI — copia) — dalle origini della città a tutto il 1553. — (Bibl. civ.). IX. Cesare Fr. Tintori — Memorie patrie — Voi 1 . X — (Bibl. del Seminario vescovile) (sec. XVI II) X. Giuseppe Racchetti — Genealogie delle famiglie nobili cre- masene — Cod. in 2 voi. 1 (Sec. XIX). (Bibl. civ.). XI. G. B. Terni — Memorie annuali di Crema — dal a. 1759 all' a. 1787. (Bibl. civ.). XI L Niccolò Ammanio — Poesie — ms. cart. del sec. XVI. di p. 108, segnato 2, III, 59 — (Civ. Biblioteca di Bergamo). E unito un fascicoletto di mano più recente (sec. XVIII) con altre rime di N. Ammanio e con alcuni versi di suo fratello Giovan Paolo. Ho potuto facilmente riconoscere la calligrafìa dì Fr. Tintori. XIII. Dispacci da Crema al Senato Veneto. — (R. Archivio di Stato di Venezia). Stampe di storia cremasca. I. Municipalia Cremae — Venezia 1537. Ne furono fatte tre edi- zioni: cito quella della quale mi sono servito. II. Alemanio Fino — Storia di Crema raccolta dagli Annali di P. Terni. Ristampata con annotazioni di Giuseppe Racchetti (Crema, 1844). III. A. Fino — Le Seriane — in appendice alla Storia. IV. Ludovico C anobio — Proseguimento della Storia di Crema dall'anno 1586 ali a. 1664 — Senza data nè luogo nè nome di stampatore, ma fu stampata a Milano dal Ronchetti nel 1847. V. Giov. Batt. Cog rossi — - Fasti istorici di Crema descritti in Versi ed arricchiti di annotazioni che servono come di sto- ria alla medesima, con l' aggiunta di alcune poesie dello stes- so. — Venezia, 1738, appresso Modesto Fenzo. VI, Antonio Ronna — Zibaldone cremasco — dall'anno 1787 al- l' a. 1797. VII. Francesco Sforza Benvenuti — Storia di Crema, in due vo- lumi — Milano, 1859. Appunti per la storia della vita privata in Crema 107 fossero presentati si doveva tenere egualmente con qual- siasi numero di combattenti : premio, un elmetto ful- tus argenti, oppure dodici braccia di drappo scarlatto. Questa deliberazione, che si legge al f. 32 del voi. I delle Parti e provvisioni del comune di Crema, (1) è la prima testimonianza, per dir così, ufficiale di una gio- stra corsa in questa città; ma di altre più antiche avrem- mo certamente notizia, se nei giorni che precedettero la resa di Crema a Venezia, il 1449, non fosse stato dal popolo tumultuante saccheggiato e incendiato 1' archivio municipale. A ogni modo, noi possiamo con tutta si- curezza affermare che i tornei erano nel sec. XV, e senza alcun dubbio anche nel precedente, spettacolo frequente e gradito nella piccola città lombarda, sia per V indole della popolazione data da secoli agli esercizi dell'armi (2) e ghiotta di simigliami divertimenti, sia per l'educazione che si impartiva ai più dei nobili, (3) sia anche in fine per la natura dei governi e dei governanti che vi si erano succeduti. Quando Beatrice della Scala, moglie di Bernabò Visconti, tenne la sua corte in Crema, e più ancora quando nel 1379, uno dei figliuoli di Bernabò la scelse a sua dimora e vi fece erigere una bella e ricca abitazione, che fu detta il Paradiso, potevano mancare balli, giuochi, conviti e giostre? 11 governo dei Benzoni (1) Anche a Bergamo il 4 di maggio del 1429 si ordinarono le stesse feste che a Crema per solennizzare ogni anno il giorno in cui la città riparò sub sanctissima Divi Marci alarum umbra, come di- ceva una antica epigrafe. V. Calvi — Effemeridi II, 24. (2) Il poeta Cumano, ove tocca della scofitta. dei Cremaschi au- siliari dei Milanesi nella guerra contro Como, ha due versi notevoli: Plurima ferventes cxornant bella Cremenses Nulla dies, et nulla quies sine Marte feroci. {Rer. Hai Script. Voi. HI.) (3) V. Racchetti — op cit. Prefazione ; — e F. Sforza Benve- nuti — op. cit. II, p. 99. Digitized by Google o8 Nuovo Archivio Veneto poi, che cominciò il 1403, e amò circondarsi di tutte le apparenze di un dominio popolare (1), non fu in fondo dissimile da quello dei cento altri tiranni e tirannelli che comandavano in quegli anni nelle nostre città. Ric- chissimi (2) ambiziosi, non badavano a spese pur che le feste, con le quali volevano distogliere il popolo dal pensiero dei pubblici negozi, riuscissero splendide e ma- ravigliose per concorso di cittadini e di forestieri: tutti gente d'arme (3) i Benzoni tennero in grande onore gli esercizi cavallereschi e diedero più volte e in più città, in campo aperto e in campo chiuso, chiare prove di loro valentia. E ricordo un fatto solo, notevolissimo, da una pagina inedita del Terni. L' anno 1435 Filippo Visconti vinceva nella bat- taglia di Ponza il re Alfonso d* Aragona, faceva pri- gionieri lo stesso re e i suoi fratelli, quattrocento si- gnori, moltissimi soldati, e tutti eran condotti a Mi- lano. « Grande alegrezza de fuochi et de processioni per tutto il stato si celebra, (narra il cronista nel suo povero e rozzo italiano), et per solennigiare meglio la vittoria, una molto honorevole giostra fue ordinata, a quale tuta quasi Lumbardia gli concorse, non meno per vedere tanta Maestà captiva, quanto per la Giostra, che tuti gli primi giostratori d' Italia gli concorrevano. » Avrebbe desiderato il Duca che i primi onori fossero toccati a qualcuno de' suoi, ma invece nei primi due giorni trionfò facilmente di tutti i combattenti il prode don Carlo Gonzaga. Del che Filippo si doleva coi fa- ti) V. istrumento con cui i Benzoni furono eletti signori di Cre- ma ; conservatoci dal Terni e pubblicato dal Fino e dal Benvenuti. (2) V. il testamento di Bartolomeo del 16 novembre 1404, in Fino, I, 176. (3) Neil' istrumento predetto i Benzoni sono detti famosos et stre- nuos. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 109 miliari, tra i quali era Bonicio Corio, zio di Ventu- rino Benzone, cremasco, allora prigioniero nelle carceri ducali. (1) Bonicio udendo le lamentele del duca, gli disse con grande fierezza: « Voi havete ne le pregioni.. una de le migliori lanze d' Italia, Venturino Benzone, mio nipote, servitore di Vostra Ex. a ; se quella si digna liberarlo son certo che il preggio non sarà portato giù dil stato vostro, et perchè io so quello che in questa arte vale. » Venturino, chiamato al cospetto del Visconti, accetta di provarsi nella giostra con qualsiasi cavaliero, pur che gli sia concesso « un poco di tempo di reha- vere gli spiriti » e sia provveduto di un buon ca- vallo . Ed ora udiamo per intero la efficace narra- zione del Terni: «Venuto il giorno, Venturino cun grande cuore alla giostra si apresenta, tenendo per certo che questa sia la volta de liberarsi, et di fuorse nel arme a magiore grado che pria assendere. Cun Carulo Gonzaga, che le botte non haveva ancor fornite, di or- dine del Principe fu accompagnato, correndo ambidue le lanze cun tanta gagliardia che fin a quello giorno nisuno di meglio potevasi avantare. Quando apresso il fine de le ordinate botte agionsero, Venturino cun una forte lanza nel elmo 1' agiunse, et Carulo cun il cavallo a terra fece cadere, talmenti tramortito, che de le sue (i) Il Benzone era caduto in mano del Visconti l'anno 1432. Col padre Giorgio, egli era passato al servizio della repubblica di Venezia durante la guerra tra questa e Filippo. Venturino, posto dal conte di Carmagnola alla difesa di Fontanella, non potè resistere per la defe- zione dei terrazzani e il poco numero de' suoi soldati: i ducheschi lo fecero prigione e lo condussero a Crema carico di catene. Vole- vano i Ghibellini la sua morte, ma per intercessione dei parenti e in particolar modo della madre, che era una Corio, il Visconti con- vertì la pena di morte in quella del carcere. Il Benzoni stette diciotto mesi nei forni di Monza, indi fu chiuso in una torre di Milano. Digitized by Google Nuovo Archìvio Veneto botte Vemurino fece honorato aquisto, per il che al fine fue dil glorioso preggio decorato. Quanta alegrezza fussi quella di Venturino et dil Principe anchora, non potria ingegno humano considerare, havendo uno la libertade, et 1' altro la già quasi perduta gloria raqui- stata, et tanto Venturino ne la gratia dil Signore entra quanto per innanci in disgratia era, et cun fronte se- rena abrazzandolo, la libertade et gli beni già confischa- tigli restituisse (sic), et di la famiglia Ducale lo fece capitano . . . . » (i) Così nel 1435 un cittadino cremasco trionfava, an- che dopo una dura prigionia, delle migliori lame d' I- talia. II. Sino dalla seconda metà del sec. XIV, Crema, a poco a poco ingrandita, si era andata abbellendo di grandiosi ed eleganti palazzi, di chiese, di conventi, di strade, di piazze. Ma più prospera di molto si fece la sua condizione durante il dominio veneto. Il danaro non vi scarseg- giava, le entrate ogni anno aumentavano, le campagne erano rese dai numerosi canali fertilissime, alle sue fiere accorrevano genti da tutte le città dell'alta Italia: i cit- tadini forti, laboriosi, modesti, se amavano divertirsi, non rifuggivano dalle fatiche. Nel mentre la città con- correva per una terza parte alla, ingente spesa della rico- struzione delle mura, rovinate dalle continue guerre (2), (1) Terni — Cronica — lib. VI, f. 87. Il fatto non è ricordato dal Corio. (2) I lavori si cominciarono il 24 maggio del 1488 con grande solennità. Digitized by Google Appuntì per la storia della vita privata in Crema 1 1 1 vide fondarsi il bel tempio di S. Maria della Croce (i), il monte di Pietà (di cui ci occuperemo più oltre), e molti edifizi ricchissimi. Ornai sotto la forte custodia del leone di S. Marco si era perduto. per fino il ricordo dei tristi tempi delle lotte fratricide e della guerra di- sastrosa tra Venezia e Filippo Visconti, quando, a detta del maggiore cronista cittadino, « le famiglie volendo mangiare era bisogno a' soldati dimandare il pane, et ne' più vili luochi di casa habitare. Molte case pure avevano qualche secreto luogo, dove le figliuole et robe elette nascondevano . . . O quante amare lagrime si dovevano spargere, et più assai di quello che io dico, quando le povere donne vedevano mariti, figliuoli et fratelli confinati, le figliuole tra muri peggio che carcere serrate, la roba da cani dissipare cun grande loro de- saggio, et cun parole villane da villani essere oltragiate. » (Terni - lib. VI, f. 86). Con la pace e con le migliorate condizioni eco- nomiche, più frequenti, più ricche e suntuose si fecero le feste. Per ciò che riguarda le giostre, nei quaranta libri citati delle Parti e Provvisioni, ne vediamo ricor- date parecchie che seguirono quella del 1450, bene spesso nelle medesime ricorrenze e con gli stessi premi. Nell'anno 1451 si pose una taglia da 12 a 14 ducati d'oro sugli uomini per comperare un Palio da donare ai vincitori della giostra che si doveva correre il giorno di S. Mi- chele, in occasione della fiera. Non più a una taglia, ma a un prestito si ricorse l'anno seguente per comperare il Palio da offrirsi al vincitore del torneo la festa di Santa Eufemia. E la stessa (1) Su disegno del Batacchio, architetto lodigiano, si diede princi- pio alla chiesa nel 1493: fu compiuta l'anno 1500 da Giov. Antonio Montanaro, cremasco. Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto deliberazione fu ripetuta negli anni 1454, 1455, 1456 (1). Nel 1457 '1 Consiglio stabiliva di « fare uno donativo alla Chiesa maggiore, fino alla somma di 80 imperiali, in vece del Palio et giostra, e si faccia una processione con li Religiosi et Consoli et Artefici di Crema e suo territorio » (2). Ma poco appresso, nominato Doge Pa- squale Malipiero, anche Crema partecipava ai grandi festeggiamenti che in onore di lui celebrava Venezia, e deliberava di offrire un Palio del valore di du- cati 100 d'oro, per la giostra che si doveva tenere in quella città: si elessero oratori Agostino Benvenu- ti e Bernardo Vimercati, figliuolo di Cristoforo (3). Per alcuni anni non v* ha più menzione di giostre, ma vi si tornò nel 1464 (4) e nel 1466 (5), e questa volta alla solita deliberazione del Consiglia generale è fatta questa aggiunta : « non vi possano correre nè soldati, nè forestieri, e si faccia in pubblica piazza, e chi usi giostrare sia tenuto darsi in nota nel termine di otto giorni » (6). Poco appresso si decretava di non correre più giostra il giorno di S. ta Eufemia, e di destinare la som- ma che si spendeva per essa annualmente, a feste reli- giose. Ma il popolo o mai non poteva farne senza, nè i nobili volevano rinunciarvi, e per solennizzare la lega tra il re di Francia e la repubblica veneta, nel 1499, si ri- petè una mirabile giostra con un premio ricchissimo del valore di L. 1000 imperiali: qualche anno dopo (1504) ai giochi cavallereschi, si unì anche un ballo po- polare, pel quale il Consiglio ordinava « quod emantur (1) Lib. I, c. 84, 114; lib. II, c. Co, G2, 67, 115, 157. (2) Lib. Ili, c. 5. (3) Lib. Ili, c. 86, 87 r., 88, 90, 95 r. (4) Lib. IV, c. 103, 103 r. (5) Lib. V. c. 20, 137. ^ (6) Una giostra si corse anche nell* anno 1469. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 113 expensis Comm. tis brachia XVI pignolatis et par unum manicarum rutei coloris, seu drapum prò ipsis manicis fiendis », e oltre a questo un paio di calze da donna, un paio di pianelle e un paio di calze da uomo, da essere distribuiti, secondo il proclama del podestà Giov. Paolo Gradenigo « prò ballo facturo dieta die, seu vigilia ip- sius diei, et quae res emi debeant prò praecio et colore prout melius videbitur sapientissimis dominis provi- soribus. Et item quod expensis praefatae Comm. lis con- ducantur pifferi cum uno trombono prò dicto festo » (1). E feste non mancarono certamente nel 1509 per il solenne ricevimento a Ludovico XII (27 di giugno), quando per breve tempo Crema fu perduta dai Vene- ziani ; e dovettero ripetersi alla presenza di Gastone di Foix l'ottobre del 151 1 (2), di Gian Giacomo Trivulzio nel febbraio del 1512, del Duca di Urbino, Tanno 1346, ma non ne ho trovato ricordo ufficiale. Altri festiggiamenti si univano ai tornei e talora ne prendevano il posto: il 4 gennaio del 1338 il Con- siglio deliberava di dare « autorità alii Ill. mi Provvedi- tori di spenderei. 16 imperiali per far combattere nelle (1) Lib. XII, c. 12 r. (2) Tra le Rime di N. Ammanio conservateci nel cit. Ms. della civica di Bergamo, si legge da p. 106 a p. 108, un « Capitolo dove parla Mons. da Fois . . . quando fu morto ne la bataglia di Ravena 1512 al tempo di Iulio II pontefice» Non è edito nel voi. dei versi dell' Ammanio, e parmi che meriti d'essere qui riferito: Tutto '1 furor di la giente di Spagna, Che nel terren d' Ausonia ha posto '1 nido Di che ogn' alma gientil forse sijlagna, Giont* era contra me là dove il lido Il Po da la superba Hadria frange L' ultima foce sua, con alto grido. Armata era con seco la falangie De duo gran Colonesi in cui 1' antico Valor rifolgie e non è ancor chi '1 cangie. Digitized by Google H4 Nuovo Archivio Veneto pubbliche piazze un Toro con un Leone di alcuni fo- restieri ». Il divertimento piacque tanto che fu ripetuto, e con più grande solennità, alcuni giorni dopo, per il parto felicissimo di Lugrezia Contarini, moglie del podestà Latin sangue gientil di gloria amico, Seco eri ancor di 1' antico odio armato Al nome nostro eterno aspro nemico. Io con quel cuor eh' avea tant' alto alciato Fra tai nemici entrai con ardir tale Che di me dir a tutto '1 mondo ho dato. Che non fu mai al mondo un giorno tale Nè credo visto sia, che uscir parea Fuor di queir armi ogni furia infernale. Et fulgurar la morte si vedea In aria, in terra, in stridi, in ferro e fuoco Sopra la giente mia, spietata e rea. Ne tanto hebbe perho forcia che un puoco Puotesser mai tanta ruina farmi Perder V ordin giammai, nè cangiar luoco. Anci com' huom che in alte imprese s'armi Di valoroso sdegno, alhor più strinsi. Contra si bel morir V insegne e 1' armi, Tanto che al fin quelle campagne tinsi Dil gran sangue Roman: tu di Cardona Fuggi pur vivo, eh' io morendo vinsi. Vivi e fa noto [a]. Iulio e ad Aragona Ch'il mio morir è gloria a quanti mai Ne nasceran tra il monte e la Carona. Morte m' ha morto, che gì' increbbe assai Et hebbe a sdegno che quel giorno unquanco Haver tema di lei non mi monstrai. Morte il scia ben, che mi fu sempre al fianco Et vide il suo gran danno, et pianse forsi, Vedermi in si verd' anni venir manco. Non ti doler del mio morir, Namorsi, Ne tu Aquitania mia, che quel eh' io feci Sol per alciarti il nome oltra transcorsi, Che anchor nascon tra noi e Curtij e Deci. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Cfema 115 Costantino • Priuli. Il «superbo Toro» fu lasciato dal morso del « Leone atrocissimo come morto sulla piazza » (1). Fugacissimi accenni a quintane e a corse dell 9 anello si incontrano sotto gli anni 1561, 1591 e 1600,(2): una giostra del 1587 ci è invece con grande copia di parti- colari descritta da Lodovico Canobio, e nulla ha di di- verso dalle tante altre del sec. XVI e del XVII (3). Poiché le giostre in questi secoli appunto — e già nel quattrocento è facile scorgerne gli indizi — erano andate soggette a una notevole e inevitabile trasforma- zione. Di origine francese, come i più oggi ammettono (4), non si può con sicurezza affermare quando siano co- minciati nel nostro paese i tornei e le giostre, ma cer- tamente molto presto. E gli italiani, trattati dai loro vi- cini quali mercatanti o poltroni che non sapevano cin- gere una spada, cavalcare con grazia, scendere in lizza, gli italiani, che in tutti i poemi epici francesi facean le parti dei pigri e dei paurosi, e davano la materia ai più comici episodi, mostrarono sempre di sapere egregia- mente e con rara maestria combattere e vincere (5). Cer- (1) Voi. XX, a c 95 e 104. (2) Voi. XX a c. 277 e 279 Voi. XXIX, a c. 45 r. e 62 .r. (3) Canobio — op. cit. p. 9 — 13. (4) V. L. Gautier — La Chevalerie, p. 675, e le opere che vi sono citate; Vedi pure Schultz — Das hqfische Leben furfeit der Minnesanger, Voi. II 2 p. 106 segg. (5) Il Castiglione dice del suo Cortegìano: t E perchè degli Ita- liani è peculiar laude il cavalcar bene alla brida, il maneggiar con ragione massimamente cavalli assai, il correr lance e il giostrare, sia in questo de' migliori Italiani: nel torneare, tener un passo, combattere una sbarra, sia bono tra i migliori Franzesi ecc. » Onde appare che i nostri nel cinquecento erano eccellenti nelle giostre (cioè nei com- battimenti singolari a corpo a corpo), ma inferiori ai francesi nei tornei (cioè nei combattimenti di due schiere). Digitized by Google 1 16 Nuovo Archivio Veneto tamente le giostre da noi non raggiunsero mai l' impor- tanza nazionale e la grandiosità delle francesi, e la poe- sia che le celebrò è ben lontana dalla ampiezza e al- tezza epica dei racconti d'oltre Alpi, quali il Nomati de Ham, i Tournois de Chauvenci, V Histoire de Guillaume Le Maréchal (i), poemi lunghissimi che formarono la delizia degli ascoltatori e dei lettori, e che in qualche parte ci interessano ancora, (2) ma è certo che anche in Italia quei giochi d' arme furono amati e sentiti più di quanto non si crede, e produssero anche da noi una letteratura descrittiva in prosa e in verso abbastanza co- piosa, se non sempre pregevole (3). I tornei erano in origine un prodotto della caval- leria, un esercizio pei baroni in tempo di pace, i giuo- chi olimpici del medio evo, come li chiamò, il Sainte- Palaye (4). Da prima veri e proprii combattimenti, si andarono a mano a mano ingentilendo per l'azione della idea cristiana, per la civiltà che si imponeva alla bar- barie; e cessando di essere «una pericolosa prova di valor militare, in cui ciascuno a gara faceva mostra di forza e di coraggio » (5), diventarono nel secolo XV, e (i) V. Gàutier, op. c/7, p. 673 e segg. ; e P, Meyer in Romania, XI, 22 r. segg. (2) V. Histoire de la Lingue et de la littérat, frane publiè sous la direction de L. Petit de Iulleville, I, p, 336. (3) Delle giostre in Italia e della letteratura su giostre mi occupo in uno studio particolare, cui attendo da tempo. (4 N Mémoires, I, p. 179. (5) L. Frati — La vita privata di Bologna nel medio evo — in Rassegna Nazionale, di Firenze, an. XX, p. 90 dell' estratto. Lo studio fu poi ripubblicato in un volume, con molte nuove aggiunte e con documenti, dallo Zanichelli, Bologna, 1900. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 117 più nei seguenti, vere e proprie feste. Non più per tanto la forza e la poesia delle antiche pugne, non più le belle donne che seguivano ansiose, trepidanti l' esito della lotta e incoronavano con le loro mani il vincitore; non più i cozzi degli uomini e dei cavalli, nè i corpi lividi dai colpi spietati; a poco a poco anzi, particolarmente nel seicento, il vero combattimento non esistette più, scomparendo in mezzo a balli, a musiche, a giochi, a trasformazioni e apparizioni, a trionfi e a mascherate. « Il genio delle nobili azioni, notava dolosamente un cronista bolognese, si era tanto depravato da restare to- talmente sepolto nella indifferenza lo spirito cavallere- sco che in altri tempi animava la nostra gioventù » (1). III. Feste religiose e civili — Un popolo vivacissimo, impetuoso, ardito quale era il cremasco, doveva essere bramoso, già lo notammo, oltre che di esercizi caval- lereschi, anche di banchetti, di balli, di corse e di giochi popolari e di sorte, di teatri, di processioni, di gozzoviglie, di prediche spettacolose. E i padroni suoi — principi o repubbliche — sapevano egregiamente as- secondarlo. Delle feste religiose non sappiamo molto: numero- sissime erano le associazioni e le confraternite, di cui la più antica, quella di S. Maria Elisabetta di porta Serio, risaliva al 1383. Frequenti per tanto le proces- sioni, alle quali prendevano parte preti e frati d'ogni ordine, monache, chierici e gran popolo. Dieci conventi di frati e sette di monache si contavano nella piccola città, ove i preti erano saliti in grande potere e petu- (1) Citato dal Frati, op. ricordata p. 91. Digitized by Google !l8 Nuovo Archivio Veneto lanza, con infinito dispetto del clero secolare che ve- deva diminuite le sue entrate e la sua autorità. Di qui litigi, contese, e più tardi anche tafferugli nelle pub- bliche vie, in solenni occasioni di feste o di funerali (i). Sono curiosissime, a questo proposito, alcune pa- gine inedite del Tintori (Mss. citt.J che discorrono delle « Dimostrazioni di giubilo fattesi in patria nostra Vanno 1724 per la creazione di Benedetto XIL sommo Pontefice, con altre notizie spettanti al medesimo fatto. »> Le feste, che durarono tre sere, consistettero nei soliti spari, nei soliti fuochi artificiali, (che in Crema non mancavano mai (2), in un'assordante scampanio, in illu- minazioni, ecc. Se non che i frati dell' ordine dei Pre- dicatori « acciecati non so se dal fumo di queir ambi- zione che d' ordinario suole regnare nelle anime deboli e popolari, o ricolmi di troppo giubilo per la ricevuta nuova della assunzione al pontificato di un Soggetto che molto tempo visse fra loro, » fecero porre sopra una macchina di fuochi artificiali, rappresentante una torre sormontata dal triregno, una grossa rapa, con il motto: Sic error vincitur. Si capì subito il significato, e T allusione di tali parole, vedendo in esse « una dimo- (1) V. il Canobio op. cit. all' a. 1660, e lo Zucchi — Diario, agli anni 1720 e 1752. (2) Quello dei fuochi artificiali era uno dei più lieti e cari diver- timenti per i Cremaschi, ed era ufficio dei bombardieri di prepararlo e di offrirlo al pubblico. E degno di ricordo il fatto avvenuto 1' anno 1628 : bombardieri abbruciarono sulla piazza maggiore nientemeno che la statua del gran Turco, tra le acclamazioni e le risa di tutto il popolo. Non per nulla i Cremaschi eran detti brusa — christi, e se un giorno avevano dato alle fiamme Cristo in croce, ben potevano fare la stessa cosa dei Sultano. Questi, informato dello spettacolo, ne chiese tosto soddisfazione alla repubblica di Venezia, che si affrettò a dargli le più ampie assicurazioni che i rei sarebbero stati damnati a morte. Naturalmente, non se ne fece nulla. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 119 strazione fatta in dispregio della corte di Roma, la quale ne' tempi di Sisto V, forse in quello di sede vacante per la morte seguita di esso papa, fece col mezzo della Plebe affiggere una grandissima rapa alla statua di Pa- squino, con un cartello che conteneva questa sordida predizione : Se da qui avanti alcun frate sarà Papa, Mi sia cacciato in c. . . tanto di Rapa ». II popolo cremasco fischiò i frati, protestò contro T oltraggio fatto a Roma, e ben presto molte poesie satiriche (dovute per la maggior parte a persone del clero secolare) girarono per la città. La cosa andò tanto oltre che se ne dovette occupare la pubblica rappresen- tanza : alcune di quelle rime furono abbruciate nel luogo ove sorgeva la Berlina, e quindi, « convocato tutto il popolo a suon di tamburo, il dì 19 di detto mese di giugno, fu proclamato che niuno in avvenire avesse avuto ardimento di comporre cosa alcuna che satirica stata ella- fosse contro di detti Rev. dl , sotto pena della sua disgrazia». Il Tintori riporta uno di quei sonetti: La Rapa che Pasquino destinata, S' avea nel c. . . s' errava il suo predire, Voi, frati, con insano ed empio ardire Su la croce Y avete collocata ? . Dunque il simbol per voi dell' adorata Croce sarà una Rapa in avvenire ? Oh Dio ! mi sento tutto inorridire Udendo tal sacrilega fratata. Questo è T onor che fate al nostro Papa Collocarvi d' un soggetto cosi pio (sic) Sopra il sacro Triregno una vii rapa ? Digitized by Google 120 Nuovo Archivio Veneto Ne' secoli trascorsi non lidio Sì nefando successo un antipapa; E or vedrallo un vero Vice — Dio? (i) Ma torniamo alle feste religiose nelle quali, a Crema come altrove, durante il secolo decimoquinto, si videro comparire accanto al Redentore e alla Vergine, agli Apostoli e ai Santi, gli dei pagani e i personaggi della antica mitologia. Questo i tempi comportavano, e niuno da noi se ne sentiva punto urtato o offeso. Nella poesia, nelle arti scultorie e della pittura, nella architettura, nelle chiese financo e sulle tombe, si era ormai abituati a tale miscela di elementi sacri e profani. Il quale ac- cozzo del resto non può dirsi proprio ed esclusivo del secolo decimoquinto, troppo presto da alcuni definito secolo del risorto paganesimo : « risaliva, bene osserva V. Rossi (2), ai primi tempi del Cristianesimo, e tutto il medio evo ne offriva esempi abbondanti così nella letteratura come nell* arte. Ma la lunga consuetudine aveva compiuto opera di adattamento e ciò che di stri- dente era nel contrasto attenuavano le modificazioni sofferte da quelle figure e da quei riti gentileschi, e l'abito dei fedeli di ravvisarvi allegorie ormai ovvie». La narrazione eh* io trascrivo dal Terni è quasi inte- ramente inedita, ed è nuovo documento di questo fatto che si ripeteva in quasi tutte le nostre città. Ne' 1496, grazie alle prediche che aveva tenute in Crema tre anni innanzi frate Bernardino da Feltre, e (1) Voi. I, p. 5 e segg. (2) V. Rossi — // Quattrocento — Vallardi, 1899, p. 190. V. poi L. Pastor — Storia dei Papi, voi. II, p. 420 e seg. della traduzione italiana. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 121 a a persuasione, dice il Fino, di Frate Michele d' Aquis », ebbe principio il Monte di Pietà (1). Con quanto mirabile accordo di tutti i cittadini e con quale clamorosa gioia si accompagnassero le prime offerte, prova la lunga descrizione che il Terni ci ha tramandato con larghezza insolita. Dopo le oblazioni di « tutte le Arti stati et gradi di tutta la terra», si ordinò (2) In un bel Cod. membr. del 1496, che contiene gli antichi ca- pitoli del Monte di Pietà, si legge nel secondo foglio: « In nome del onnipotente Dio et gloriosa Virgine Maria et San- cto Panthaleone speciale protector e advoc^to de la Terra de Crema; et ad exaltatione et pacifico stato della 111.' 11 * et Excell. ma Sig.rìa no- stra de Venetia, Essendo exultata novamente la Terra de Crema per voce del Rev.<*° frate Michele de Aquis predicator famosissimo del ordine de Minori osservanti, ad elevare per sancta Emulatione de le cità convicine uno Monte de Pietà ad commodità et sovventione de li poveri et remotione delle usure exacte da gli Ebrei cum gravissimo danno de Christiani, ha ordinato nel Consillio suo generale in pre- sentia del Mg.co D. Frane. 0 Badona Podestà e Cap.o de essa . . . che in essa terra de Crema sia fatto uno Monte de Pietà, cioè una massa sive cumulo de dinarij da esser recuperata da qualunque persona vorrà de soa mera e spontanea voluntade donare ovvero per via de pre- stito gratioso ad tempus da essere restituito, ovvero per altra via et contratto finto gratis et amore contribuire al dicto monte per potere succurrere et prestare dinarij a bisogni de poveri de Crema et del con- tado sopra li pegni a termino di sei mesi senza togliere interesse al- chuno a chi darà li pegni per tale mutatione; sed solum el proprio et puro capitale ». Crema iu tra le città di Italia una delle prime ad avere il monte di pietà. Intorno all' origine e alla importanza di questi istituti di be- neficenza, sorti su la fine del sec. XV per opera dei Francescani e segnatamente di San Bernardino da Feltre, vedi L. Pastor — op. cit. voi. Ili della traduz. ital. p. 73 e segg. A pag. 76 sono citate alcune parole dette a Crema da S. Bernardino su 1' usura e gli ebrei ; v. anche tutte le opere cui rimanda nelle note il dotto storico tedesco. Da princ pio il prestito fu gratuito, ma poscia per il gran nu- mero dei ricorrenti, fu necessario introdurre un piccolo interesse che serviva a pagare le spese di amministrazione. 9 Digitized by Google 122 Nuovo Archivio Veneto che lo stesso facessero le quattro porte, o quartieri della città, in diversi giorni. Senza sfarzo e con gentile pen- siero la porta Serio inviò al luogo deputato molti fan- ciulli d* ambi i sessi a cavallo « cun sopraveste di seta, ricamente adobati a diverse foggie, che Cavaglieri erano dimandati, cun alcune presentationi fra meggio». Es- sendo questo il quartiere popolano, si comprende la semplicità della offerta, che è anche la meno ricca, con- frontata con la magnificenza delle altre. La porta di Pianengo, il i° di giugno, mandò innanzi processional- mente i contadini « cun la oblatione ne la sumità di una virgulta che havevano in mano, cun una bandiera che teneva scritto il nome di Giesù. Drieto avevano uno triburio coperto di seta cun la Imagine di S. Michele Arcangelo, al quale seguivano trenta cavaglieri hornati... meglio che si sapeva et poteva cun la oblatione in mano ». Dopo di questi, le Imagini di S. Bernardino, di S. 1 An- tonio di Padova, di S. Bonaventura, di S. Francesco, tutte fiancheggiate e seguite da una gran quantità di cavalieri : indi Santa Chiara con molte donne, e final- mente S. Pantaleone. Una tal pompa accese di emula- tione gli animi degli abitanti delle altre due Porte, i quali dì e notte lavoravano « per rimanere agli altri superiori ». Ed ecco, in uno degli ultimi giorni del giu- gno, presentarsi quelli della porta di Ombriano: prime le Ville, di poi le scuole e i Religiosi, e tra questi le imagini «del precursore di Gesù Cristo che dimostrava T Agnello, drieto la gloriosa Monica madre di Au- stino, poi la Madalena, et drieto la sorella Marta, et drieto Lazaro cun il Signore che di I sepolcro uscisse (sic) Passati questi, venne un ornatissimo carro cun la hi- storia di Paris et de le tre Dee ignude, da due griffoni tirrato, acompagnato da molti cavaglieri. Drieto uno triumphante carro cun Diana et cun le nuove (sic) Muse che dolcemente cantavano, tirato da quattro ben ornati Corsieri, acompagnato da alcune fanciulete ca- Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema C23 valere a la nimphale vestite. Di poi venne un altro carro meglio degli altri ornato, cun uno Imperatore de 60 cavaglieri tuti ala tedesca vestiti, et drieto uno Re indiano negro, al quale seguivano altri tanti cavaglieri moretti al indiano portar vestiti, cun panni tanto bi- zarri et richi, che fece gran vedere, cun gli staferi an- chora di quel habito et colore: poi la imagine di la Matre di Gesù Cristo, .come in Egitto fugisse, poi di S. 1 Antonio Abbate »>. E dopo Diana e la Vergine, il Re indiano e Sant' Antonio, ecco Ninfe in abito dà caccia, con Apollo nel mezzo a cavallo, recitante versi latini, e, a chiudere la procesione, vessilli, trionfi, orna- menti e « ombrelle che al Doge si portano. » La quarta porta che ancora rimaneva, domandò tosto una proroga alla sua offerta, non essendo ben preparata ogni cosa; Intanto si dà principio ugualmente al Monte nella casa di Benedin Cremasco « cun tanti clamori nel no- me di Gesù, che ognuno per dolcezza piangeva. » Ve- nuto il gran giorno, sfilarono da principio i fanciulli e le donne, poi gli uomini a piedi, quindi i cavalieri, tutti elegantemente vestiti; poscia i frati di S. Dome- nico. Dietro « venne una machina di tal belezza gran- dezza et arte, che ala forma tuti li vicini gli erano con- corsi, a spese fabricata di Hieronimo de la Ruveré car- dinale de Recanati, Comendatario di la Abbazia nostra di Cereto ...» La torre, altissima, oltrepassava tutti i tetti, era portata da quaranta facchini invisibili, ma sem- brava sorretta dai dodici apostoli messi all' ingiro. S'in- nalzava sulla cima una sfera dorata, sostenuta da otto angeli : da un lato era S. Pietro, da V altro S. Bernardo Abate : nella parte più alta, un trono, con alcuni Sera- fini circonfusi da nuvole di bambagia. Il cronista che narra e che fu testimonio oculare, stupito, quasi fuori di sè a tale non mai visto spettacolo, confessa di non avere sufficiente ingegno a descriverlo, e si sforza di dare alla sua prosa pesante e brutta un colorito poetico, Digitized by 124 Nuovo Archivio Veneto che la rende invece goffa più che mai. « Erano le ne- bule di bambaso candidissimo, acompagnato cun bambasi tincti in varii colori di cinere, et gialli, uno cioè più scuro di T altro, et l' altro men chiaro di quello, che tanto bene l' umbre unevano et acompagnavano, las- sando il chiaro verso il Sole (non so se ad arte o a caso fussi) che già verso l'occaso s'inviava, che meno vage erano di quelle che nel ciel sereno molte volte da Raggi di Phebo risguardate, cun lieve spirar de venti, errando vanno. Nel meggio del Truono gli era una Ver- ginella et uno fanciulino vivi cun tanti raggi relucenti d'oro a torno, che a pena da l'occhio humano per il reflexo dil Sole erano sostenuti. — » La macchina fu portata dietro alla Canonica del Duomo, si recitarono versi latini, e si assistette alla sfilata. Ecco S. Iacopo con gran codazzo di pellegrini ve- stiti di nero, ecco un Elefante finto che pareva vivo, con una torre sul dorso piena di fanciuli armati, ecco un carro con cavalieri vestiti di bianco, recanti uno stendardo che raffigura l'annunciazione di Maria: e dopo un bellissimo struzzo, bizzarramente cavalcato da un cavaliere, e un Minotauro che andava saltando, e la Imagine della Vergine circondata da vergini cantanti laudi; e poscia un Imperatore che recitò «alcune cose », un Re, S. Bartolomeo « che scorticavano », e militi vestiti alla tedesca, e suonatori. « Venne di poi in carro trium- phale T ingannatore del humane genti, Cupido, da cava- glieri di V uno e 1' altro sexso acompagnato, da lascivi abiti vestiti. Seguiva poi il triumpho dil hospitale di la porta cum molti mendici cun gli ducati in mano. Ulti- mamente presentossi Vespasiano . . . cun tanta caterva de giudei ligati et incatenati . . . Disse molti belli versi a proposito dil Monte contro Giudei ». — Le varie offerte produssero la somma di lire dodicimila e cento venti- due, ragguardevolissima pei tempi in sì piccola città; e il capitale si aumentò ancora di molto quando nel- Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 125 l'anno 1503 frate Giacomo di Padova un'altra volta « riscaldò il popolo ad offrire » .Si ripeterono feste e pro- cessioni, che il Terni non descrive « per non parer te- dioso», soltanto fa eccezione perla « presentazione che fecero quegli di Rivolta, non meno forte ingeniosa di quante ne avemo detto. »> Si trattava di un carro sui quale era raffigurato nientemeno che il Paradiso terre- stre (1). Festa essenzialmente civile si celebrò il 20 di aprile dell'anno 1525, quando si cominciarono i lavori di ri- costruzione del palazzo municipale « per vetustà colla- bente », secondo 1' espressione del Terni. Davanti a gran popolo che in processione s' era recato sulla piazza, una Giustizia recitò in due riprese ventitré distici latini, brutti, brutti davvero, sì che non sembrano scritti nel primo trentennio del cinquecento. Vexarat quando mortalia pectora sordes Est libitum terras deseruisse mihi, Decretumque fuit potius phlegethontis ad undas Ire ... . Ultima celestum linquens Terrena volavi Ad superos igitur non reditura pios. Rursus ab axe sacro mittor delapsa per Urbes Conciliando malos, conciliando rudes. Sed cum nequitie (sic) paulatim creverit ingens, Expeller nidis marte furente meis Mens fuit atque iterum superas conscendere sedes Cum locus Astreae nullus in orbe foret ; Solis utramque domum stabili sed lumine lustro. Ad Venetos specto, structa Theatra mihi (1) Terni, op. cit. lib. Vili f. 113-114. Digitized by Google 126 Nuovo Archivio Veneto Huc moveor Crema videbaris scd cum mihi turior aedes Te petii, et semper mater amica fui Et te deserui nunquam: si quando laterem Cum fera sòrs nobis tempora sceva daret. . Ast modo cum prischa tu me spoliaveris aede Anceps an maneam, seu potius fugiam, Freta tamen vestra, o cives, pietate, fideque, Expectabo novos non abitura Lares ! «Fato per la giustitia silentio, per Giuliano Bravo notaro nostro pubblicato fu uno Istrumento di la fun • datione dil palazzo sopra di uno pulpito cum solenni- tade aparato, a perpetua memoria di tale principio, quale fornito, la Giustitia voltandosi verso il Potestà disse » : Ergo tu, venetum splendor vel gloria Maure Ioannes, summi maxima cura Iovis, Cum meus antistes, cultor meus, atque sacerdos Sis, et virtutum Vasque piumque Iubar, Hunc sacrùm lapidem (jubeo) cape Rector, et in hec Fundamenta jace, fiat ut ista domus; Nam tibi policeor, Stygiae per stagna paludis Perpetuam nuc sub hac statione fore . . . Se onorerai me, conchiude la dea, tutti i cittadini saranno felici e tu da tutti benedetto: così il culto mio non si fosse mai spento ! Si me novissent Neptunia pergama, certe Regis adhuc starent Laomedontis opes; Si me servassent aquilae, si Roma superba, Non socer in generimi tela tulisset atrox. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 127 Ut taceam multos, si me servasset et orbis, In Latio nunquam tot fefa bella forent. Ergo quisquis avet pacem, concordia sceptra, Me teneat, rogitet, me veneretur, amet. « Fu il sasso da quattro Preti giù nel luoco de le fondamenta portato, et per il Potestà metuto per prin- cipio dil opera. Il segondo per Giacobo Philippó de Fer- rari) Vicario . . . , la terza per il Conte Guido Benzone dottore e cavagliere, uno de Proveditori di la terra nostra » (1). (Continua) Riccardo Truffi. (1) Terni, lib. XI, rT. 151-52 — Lo stile del Temi ricorda quello del Corio, ma è molto più lombardeggiante : lo stesso cro- nista al principio della sua opera senti il bisogno di fare la dichiara* zione seguente: f E perchè sono . . . . di nazione lombardo, iscusami se il mio ragionar saprà di lombardo e non di Tosco, perchè non mi è parso dal mio domestico parlar dislongarmi, che dalle fasce e ma- terne mamme ho riportato, per rimboccarmi parole forestiere, che non sia per Lombardo conosciuto, e con la mia voce fai zar gli accenti di quella tanto onorata Provincia, che Dio e la natura mi hanno con- cessa » . Digitized by Google IL COMUNE DI TREVISO E I SUOI PIÙ ANTICHI STATUTI FINO AL 1218 (Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo II, Parte I). L'eco delle contese fra Treviso e i Vescovi giunse certo a Costanza; ne fa fede la dichiarazione comunicata dai nunzi imperiali ai rettori della Lega nelle trattative condotte a Piacenza fra il Marzo ed il Maggio del 1183, nella quale si proponeva di accordare un termine di tre settimane ad alcune città estranee alla lega, e ai Vescovi di Feltre, Belluno e Ceneda, per aderire alla pace, « sai- vis pactis et datis inter homines predictorum episcopa- tuum et civitalis Tarvisii » (1). Nel testo definitivo del trattato si dice soltanto che a Feltre, Belluno e Ceneda come ad altre città e terre, non erano applicabili le con- cessioni elargite dall' imperatore (cap. 37). V omissione della riserva inserita nelle proposte dei nunzi, fu dovuta forse alla pressione dei rappresentanti del Comune di Pa- dova, i quali non avranno mancato di contrapporre le proprie poste a quelle dei trivigiani di data più vecchia; e forse anche ai consigli dati all' imperatore dal Patriar- ca, preoccupatosi del pregiudizio che poteva derivare ai (1) M. G. H. Lcgum S. IV. 1, p. 403. Digitized by Google // comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 129 diritti dei suoi suffragatici e ai suoi stessi interessi per le curie che possedeva nel Cenedese, se in un atto tanto solenne avesse trovato posto siffatta riserva. L' anno dopo Federico, cedendo, per quanto sembra, alle sollecitazioni dei nemici dei trivigiani, che gli sta- vano dappresso (1), rilasciò a Sigifredo vescovo di Ce- neda un diploma (2), con cui dichiarava di riceverlo sub alis aquile nostre protedionis e di assolverlo dalla sog- gezione del Comune di Treviso e di ogni altra città ; simili diplomi egli aveva già rilasciato a Drudone ve- scovo di Feltre nel 1 179 (3) e ad Ottone vescovo di Bel- luno nel 1 161 (4). Più fortunato dovette credersi il Comune nelT ap- pello interposto avanti 1' imperatore Enrico VI contro la sentenza proferita dai rettori della Lega nel 1193 (5)1 che T imperatore annullò, avocando a sè la cognizione della controversia ed invitando le parti a provvedersi w avanti la sua curia. La sentenza imperiale seppelliva quella dei rettori tanto pregiudizievole agli interessi del Comune, faceva dimenticare i diplomi a favore dei Ve- scovi e permetteva di procmstinare sine die la defini- zione della causa, dando così modo al Comune di creare nel frattempo una stabile posizione di fatto che avrebbe potuto influire con vantaggio sull'esito della contro- versia. Le relazioni rolla Chiesa non avrebbero potuto es- sere improntate a maggiore e più costante ostilità. Si è accennato alle lunghe lotte col proprio Vescovo e cogli (1) M. G. H. Legum S. IV, 1, p. 426, a. 1184 Ottobre 19. (2) Cappelletti X. p. 258 e seg. (3) idm. X. p. 143 e seg. (4) Italia sacra V. c. 152. (5) M inotto, II. I. p. 20 e 21. Digitized by Google 130 Nuovo Archivio Veneto altri ecclesiastici della città e del Comitato e alle guerre sostenute contro i tre vescovi di Feltre, Belluno e Ce- neda e contro il Patriarca. Alle scomuniche individuali tenevano dietro gli in- terdetti e le minacce di più gravi pene canoniche. Delle scomuniche pare che in generale non si facesse gran caso. Si lamentava Gregorio Vili nel 1187(1) c ^e Ez- zelino, cui il suo predecessore Urbano III aveva inti- mato di restituire certe terre usurpate all' abbazia di Sesto nel Friuli, non ostante la scomunica contro di lui lanciata dai delegati apostolici, persistesse in sua duritia, e disponeva perchè alla scomunica si desse la massima pubblicità nelle diocesi di Treviso, Padova e Vicenza ; ventisei anni dopo Innocenzo III rimproverava i pado- vani perchè avevano fatto lega cum Ecilino et aliis exco- municath (2). Ezzelino si riconciliò, o quanto meno fece mostra di riconciliarsi colla Chiesa nel 1221 (3), quando il car- dinale Ugolino venne nella Marca a compiervi la sua missione apostolica. Si può quindi concludere che per oltre trent' anni il più potente cittadino del Comune fosse rimasto in sua duritia pubblicamente fuori della comunione dei fedeli, senza che il suo prestigio, la sua influenza politica ne avessero troppo scapitato. Diversamente avveniva per gli interdetti : il Comune temeva i gravi pregiudizi materiali che ne potevano de- rivare alla popolazione, specialmente a quelli che si tro- vavano per ragione dei loro commerci fuori del distretto, e si affrettava ad impetrarne la sospensione, promettendo (1) Pflugk-Hartung. Acta III, 349. (2) Cod. Ejf. p. 154. 28 ottobre 12 13. (3) Cod. Eff. p. 183. 1221, e p. 234. 1 settembre 1231. Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti con giuramento di stare ai precetti che il Pontefice o i suoi delegati avrebbero pronunciato (i). Nelle lettere di Innocenzo III del 26 Marzo 1 199 (2) e di Onorio III del 28 Maggio 1220 (3), dirette al Co- mune, è compendiata con foschi colori la storia delle ostilità dei trivigiani contro la Chiesa dal 1 170 in poi, delle violenze di cui si erano resi colpevoli verso i tre Vescovi ed il Patriarca, dalla devastazione delle loro terre all' incendio delle cattedrali di Feltre e di Ceneda e alla sacrilega uccisione del vescovo Gerardo. Dall'accusa di empietà e di irreligione all'accusa di eresia era facile il passo. Lo stato di guerra quasi permanente col Patriarca e coi Vescovi e l'abuso delle pene canoniche in difesa di interessi puramente mate- riali, dovevano avere intiepidita la fede di molti. Posti quasi al bando dagli amici dalla Chiesa, i trivigiani ave- vano finito per dare ricetto e favore a quanti nemici essa aveva, e pare che tollerassero il propagarsi fra loro delle dottrine dei patarini e dei catari, assai diffuse in tutto il secolo XII; tanto più se è vero che lo stesso Ezzelino era tinto di quella pece. Due lettere di Inno- cenzo III l'una del 1209, l'altra del 1207 (4), conferme- rebbero che Treviso era divenuto sicuro asilo per tutti coloro che altrove correvano pericolo di finire sul rogo. E forse a questa condizione di cose che si deve la mancanza negli statuti del 1207 e nelle addizioni, di qualsiasi accenno alla Chiesa, al clero e a pratiche di culto, a differenza delle successive compilazioni che, ol- tre alle disposizioni contro gli eretici, ne contengono (1) Epist. Innoc. III. Ed. Brequigny. II. I. 42. 13 Novembre 1200. (2) Epist. Innoc. III. Ed. Baluze I. c. 346 (3) Italia sacra. V, c. 372. (4) Epist. /71/7. III. ed. Baluze II. c. 26 e Migne. T. 214, p. 922. Digitized by Google 132 Nuovo Archivio Veneto altre relative a copiose obblazioni assegnate dal Comune a questa o quella chiesa o monastero. Si direbbe quasi che in quei primo periodo la Chiesa politicamente per il Comune non esistesse, o fosse un nemico dal quale bisognava tenersi sempre in guardia. La grande potenza cui era giunto il Comune nei primi due decenni del secolo XIII, poggiava su basi tutt' altro che granitiche. Due elementi ne costituivano la forza; V uno erano le alleanze con Verona e Vicenza e coi conti di Gorizia, destinate a tenere in iscacco da un lato Padova e dall' altro il Patriarca, sempre dispo- sti, appena si fosse presentata V occasione, a darsi la mano per sottrarre i tre Vescovi, e i loro distrettuali dalla soggezione dei trivigiani. L' altro elemento era rappre- sentato dalla abilità e fortuna personale di Ezzelino, il quale aveva avuto bisogno di far grande il Comune per gettare alla sua ombra le basi della propria potenza. Ma se da un lato col mutare delle circostanze le alleanze potevano sciogliersi, dall' altro la potenza di Ezzelino non era per il Comune senza pericoli. I nume- rosi feudi e le avvocazie estorte ai Vescovi ed al Pa- triarca coll'appoggio del Comune, avevano procurato ad Ezzelino un ingente stuolo di amici e di clienti, disposti a seguirlo nelle imprese ch'egli andava tentando ora a Padova, ora a Vicenza e a Verona. Il Comune, quando non partecipava direttamente a codeste imprese, come avvenne nel 1204 contro Padova, più o meno segretamente le favoriva sempre per l' inte- resse immediato che vi annettevano gli amici e protetti di Ezzelino — i Guidoni, i da Cavaso, gli Ainardi ecc. — i quali formavano tanta parte dello stesso Comune; ma appunto perchè erano imprese personali di Ezze- lino, in fondo questi solo ne profittava ed il loro successo si risolveva in un pericolo lontano per il Comune, con- tro il quale col tempo egli avrebbe potuto muovere i nuovi amici e clienti procuratisi altrove; politica che fu Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi piti antichi Statuii 133 poi proseguita e sviluppata con raro accorgimento e con grande successo dal figlio Ezzelino. Erano elementi di debolezza del Comune, secondo quanto si disse, le sue relazioni col papa e coli' impe- ratore, forse più quelle di queste. Lo sapevano i suoi nemici che rodevano il freno della soggezione, ed il Patriarca anelante alla rivincita. Un primo saggio del loro lavoro occulto si fé* pa- lese nel 1210 quando Matteo vescovo di Ceneda, ve- nendo meno per la terza o quarta volta alla fede del prestato giuramento, ottenne dall'imperatore Ottone un nuovo diploma che dichiarava libera Ceneda ed il suo distretto da Treviso (i). Il Comunfc trovò allora ch'era miglior partito arrestarsi ai minori danni, e restituì al vescovo la rocca di Ceneda e le sue terre, che non era- no molte, conservando però il dominio e le giurisdi- zioni sugli altri paesi del comitato cenedese. — Lasciò correre anche due anni dopo, quando il padovano Filip- po, vescovo di Feltre e Belluno, infeudò Oderzo, Soligo ed altre sue corti ai fratelli da Camino (2), della cui fedeltà il Comune aveva poco da sperare, sebbene da più anni facessero la loro abitazione nella città ed aves- sero parte notevole nel governo dello stesso Comune. Intanto verso il 12 17 pareva che la fortuna avesse cominciato ad abbandonare il già vecchio Ezzelino ; nelle ultime lotte con Vicenza avendo avuto la peggio, si vide costretto ad accettare col figlio Icilinelio la sentenza di frate Giordano che gli ordinava di restituire a quel Co- mune i possessi di Marostica e di sottomettere al di- stretto dello stesso Comune, Bassano e tutte le sue terre in V {sentina (3). (1) MlNOTTO II. I. p. 33. (2) MlNOTTO p. 34. (3) Cod. Eff. p 168. Digitized by Google »34 Nuovo Archìvio Veneto Intorno alla stessa epoca il Comune di Treviso sem- brava presago di un' imminente procella; a scongiurarla appaiono diretti alcuni suoi provvedimenti negli anni 1217 e 1218 — quali la liquidazione dell'affare della muta o teloneo del proprio vescovo (1), il pagamento della composizione agli eredi del vescovo Gerardo (2), la pace imposta alle fazioni intestine, le difese appre- state a Castelfranco [268] e a Zumelle [270], la scelta a podestà del Pusterla, il cui nome rammentava ai trivi- giani le più segnalate vittorie ottenute sui propri ne- mici. Le vicende degli anni successivi dimostrarono che o questi provvedimenti erano giunti troppo tardi o che era vano nelle fata dar di co^o. U edificio cominciò a sfasciarsi ; ne fu più possibile col tempo di ricostruirlo su quelle larghe basi che ave- vano permesso al Comune di salire durante il periodo del quale ci siamo occupati, air apogèo della sua gran- dezza. Consideriamo ora brevemente V attività interna del Comune nel campo politico ed economico quale risulta dagli statuti. Circa le vicende politiche nel periodo fra il 1207 e il 1218 assai scarse sono le notizie che si ricavano dalle addizioni e dalle postille. Qualche interesse destano i nomi dei podestà succedutisi in quello spazio di tempo ; ne diamo in fine l'elenco coi nomi dei loro predecessori che ci sono noti. Merita particolare menzione il nome di Salinguerra che figura una prima volta colla sola iniziale S. in una postilla alla rubrica [54] — de venditionibus extimatorum tenendis — nel giuramento del podestà, intestata .\ « anno dni M.CC.XV. indie t. ter eia. hoc additum est sub duo (1) Vkrci. Storia della Marca trevigiana. I. p. 60. (2) Minotto II. II p. 75 e 76. Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 135 S. tar. pot », ed una seconda in modo più chiaro in altra postilla alla rubrica [162] corrispondente al giu- ramento dei consoli, intestata: « anno domini, M.CC.XV. indici, lercia, hoc aidilum eslsub dito Salinw. tar. pot ». Della podesteria trivigiana di Salinguerra non si aveva fino ad oggi alcuna notizia. Sapendo che ancora nel 5 Febbraio 121 5 era podestà il bresciano Loderengo da Martinengo (1) ci eravamo indotti a ritenere che Sa- linguerra, chiamato forse nella imminenza della guerra contro Venezia per il fatto del Castello d'amore dietro consiglio del suocero Ezzelino, fosse subentrato al Mar- tinengo, della cui presenza a Treviso 1' ultima notizia è dell'Agosto 1215. Se non che due carte dell'archivio capitolare rima- ste fin qui sconosciute benché fossero state viste dal canonico Avogaro, ci pongono in grado di dimostrare che invece la podesteria di Salinguerra precedette quella del Martinengo, coincidendo molto probabilmente colla stessa solennità del Castello d' amore. Il primo docu- mento è 1' atto di vendita fatta dagli estimatori del Co- mune ai canonici della cattedrale di alcune terre in Pre- ganziol « coram dito Jacobo iudice diii Sai tar. pot. » in data del iq Giugno 1214(2); il secondo è un pre- cetto intimato il 20 Agosto successivo da « dns Jacobus de Cai 'tur io Index diti Salinw \ pot Tar. dito Walpertino de Vulnico in hanno CC. lib. denar. » di non inquie- tare i rustici della villa di Musano (3). La presenza in Treviso al c.° Febbraio 1215 del suc- cessore lascia comprendere che Salinguerra cessò le proprie funzioni nel mese di Gennajo precedente e che pochi giorni prima di partire egli fece approvare l'ad- (.) N. R. O. XXXIV. P . 83. (2) Arch. Capit. Rotoli, 1214. (3) Ardi Capit. Rotoli, 1214 Digitized by Google 136 Nuovo Archivio Veneto dizione al capitolo sulle vendite degli estimatori inserita negli statuti sotto la data appunto dei 1215. Poiché di regola i podestà stavano in carica circa un anno, è a credersi che Salinguerra abbia avuto il reggimento del Comune per tutto il 1214. Nel 1213, dopo la partenza del bergamasco Lanterio Adelasio, erano stati in funzione sette consoli — Guecellone da Cami- no, Giacobino de Vidoto (genero d'Ezzelino), Pellagrua Visdomino ed altri, tutti, a quanto sembra, della parte di Ezzelino; essendo la parte avversa allora capitanata dal conte Rambaldo e da Gualpertino da Onigo, il quale dopo la morte della moglie Palma pare si fosse inimi- cato col suocero Ezzelino. La chiamata di Salinguerra a podestà di Treviso e la conferma del prevalere nella città della parte di Ezzelino. La fama ch'ebbe Salinguerra di cavaliere gentile non meno che valoroso, ed il fasto con cui era so- lito circondarsi allorquando compariva in arme, circon- dato dai suoi vassalli, alla curia dell* imperatore, permet- tono di ritenere eh' egli sia stato il geniale ispiratore e r organizzatore intelligente della graziosa festa del Ca- stello d'amore « apud Tarvisium ad Spinetam », che bandita, a suo nome e a suon di tromba, dai preconi del Comune nei tre luoghi consueti della città e per lettere dirette al doge di Venezia e ai podestà di Padova e di Vicenza, si tenne, secondo narrano le cronache, nella Pasqua di Pentecoste di quell'anno (19 Maggio). Altro particolare non privo d' interesse storico è quello risultante dal proemio degli statuti sulle vendite pubbliche e sui banditi per debili [257-259] pubblicati dal podestà conte Rodolfo Borgognone il 7 Luglio 1217, pochi giorni dopo insediatosi in carica, — che rivela 1' esistenza di una fazione intestina — parte — capitanata da Ez- zelino, dai nobili foresi da Camino e da Prata, e dai nobili cittadini Giacobino de Vidoto, Guercio Tempesta, avvocato del vescovo, Alberto Buzolino, avvocato della Digitized by Google 77 comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 137 badessa di Mogliano, e Giovanni da Cavaso. È probabile che la parte avversa avesse per capi i conti Schenella e Rambaldo e si appoggiasse sulla borghesia cittadina. Il conte Rodolfo, della famiglia toscana dei Borgo- gnoni o de Burgundia (1), era stato Tanno prima pode- stà di Ferrara (2), ed aveva colà parteggiato per Salin- guerra contro Azzone d' Este ; la sua venuta a Treviso due anni dopo del Salinguerra indicherebbe che la fa- zione di Ezzelino continuava ad avere il sopravento. Già T Anonimo Foscariniano aveva accennato sotto Tanno 1 2 17 a fazioni intestine conciliate ad opera del podestà Gerardo Rangone, che il cronista confuse senza dubbio col conte Rodolfo; mentre risulta che il Rangone intervenne bensì, all'atto di conciliazione, ma colla ve- ste di Podestà di Belluno. A quali avvenimenti si riferi- sca la cronaca, è fatto palese da alcuni documenti del codice Trivisaneo (3). Il primo è un precetto del 4 Set- tembre 1217, con cui il conte Rodolfo impone la pace fra Todeschino de Franco e Gandaleone fu Bonifacino dei Ricchi e rispettivi parenti ed amici, de morte d. Al- berti Jilii predirti Todeschini ; pena lire 50000 a chi romperà la pace. Il secondo c la quietanza rilasciata quat- tro giorni dopo da Todeschino per lire 7000 pagategli a Rodulfo com. Pot. Tar. prò Comune tar. et a Cari- daleone prò compositione moriis ecc. come da sentenza del predecessore podestà Malpilio. Il terzo atto è un altro precetto in data 27 Novem- bre 1217 del conte Rodolfo, che colT intervento del ve- scovo Tisone e dei canonici impone la pace ai consorti (1) Minotto, II. II p. 68. (2) Antiq. M. Ae. IV. c. 563. (3) Minotto. II. II p. 71-73 Digitized by Google >3 8 Nuovo Archivio Veneto da Rossano e de Ratione da un lato, e dall' altro ai con- sorti dei Ricchi prò morte q. Bonacorsii de Monieleo- pardo qu. Pelegrini divitis ; pena a chi romperà la pace lire 50000; assegnate lire 8000 agli eredi di Bonacorso a titolo di composizione, per sentenza di Malpilio. Pre- senti al primo ed al ter/o atto figurano Ezzelino, Sche- nella, Rambaldo, Biaquino Caminese, Guercio Tempe- sta ecc. Crediamo di poter arguire in quali circostanze fosse avvenuta V uccisione di Bonacorso Ricco e come nelle discordie dei Ricchi coi Franco e coi da Rossano e de Ratione fosse in qualche modo implicato Ezzelino; onde la pacificazione di quelli avrà potuto influire a mode- rare gli attriti fra le parti che si disputavano il pre- dominio nelle cose del Comune. Sono noti i racconti di Gerardo Maurisio e di Ro- landino intorno ad un complotto ordito contro la vita di Ezzelino, mentre si trovava a Venezia per solazzo ; egli sarebbe rimasto incolume per mero caso, essendo stati uccisi in sua vece, secondo il Rolandino, un milite de Tarvisio nomine Bonacursum, virum nobilem et po- tentem, e secondo il Maurisio due militi vicentini et alium militem, Bonacursium de Tarvisio. I particolari del fatto sono esposti assai diversa- mente dai due cronisti. Maurisio, apologista dei da Ro- mano e detrattore degli Estensi, accusa di istigazione dell'attentato il marchese Azzo e narra che più tardi Ezzelino elevò formale querela contro di lui nella curia dell'imperatore Ottone, ove entrambi erano convenuti dopo i tumulti di Vicenza (1208). Rolandino invece pone il racconto in bocca al figlio Ezzelino, il quale nel 1223, alle sollecitazioni dei Veneziani perchè desistesse dalle ostilità intraprese contro i Camposampiero, avrebbe ri- sposto rammentando come costoro avessero tempo ad- dietro prezzolato dei sicari perche ammazzassero suo padre, e come per errore fosse stato ucciso Bonacorso Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti '39 scambiandolo col padre Ezzelino, del quale indossava le vesti. Evidentemente si tratta di una leggenda che si era venuta col tempo formando intorno ad un' insidia tesa contro la vita di Ezzelino dai suoi nemici. Se è vero che l'insidia fu commessa prima del Settembre 1209 — epoca in cui troviamo per la prima volta Ezzelino ed Azzo al seguito di Ottone (1) — bisogna ritenere che il cronista abbia confuso due fatti distinti, l'attentato alla vita di Ezzelino tramato prima di quell'epoca, e la uccisione di Bonacorso che crediamo sia avvenuta fra il 1 2 1 3 e il 1216. Non ci par dubbio infatti che il milite trivigiano Bonacorso, nobile e potente, di cui parlano i due scrittori, sia lo stesso Bonacorso Ricco fu Pelle- grino da Monteleopardo del surriferito documento, che una carta del 12 13 (2) ci mostra ancora in vita. Nelle molte carte trivigiane della fine del secolo Xfl e della prima decade del Xlll da noi esaminate, non ci fu dato di incontrare un secondo Bonacorso di famiglia cospicua, quale era certamente la famiglia dei Ricchi. E possibile che 1' equivoco sia sorto in causa della parte presa da Ezzelino nelle fazioni che si contendevano la suprema- zia nel Comune, in occasione dei cui conflitti sarebbero avvenute le uccisioni di Bonacorso, suo amico e parti- giano, e di Alberto di Franco, suo avversario. Varie rubriche dimostrano il proposito dei reggitori di sviluppare le fonti della ricchezza naturale del paese, favorendo in ispecial modo V agricoltura; tali le prescri- (1) Ròhmkr, Regesta Imperli] Ottone IV, 1209, 1. Settembre. (2) Arch. dell'Ospitale di Treviso; pergamena n. 21:48. Bonacur- sius de monte liopardo Jìlius quondam boni/acini divitis investe Boni- facio de Pìro ad feudum de vassallatico delle figlie di tal Marquardo servi iamdicti Boni/acini. Digitized by Google 140 Nuovo Archivio Veneto zioni relative all' impianto e alla conservazione delle vi- gne, introdotte sotto il podestà Pusterla nel 1193 [27, 143, 317, 331, 332], alla custodia degli orti e delle chie- sure presso la città [296], e alla polizia campestre [307, 309, 317, 334, 337, 348, 349]. Altre rubriche provvedono : alla pubblica annona, col rinnovamento dei molini sul Sile [21] donati, come si disse, al Comune da Fede- rico Barbarossa, e a prevenire gli effetti di eventuali carestie, col banno contro l'esportazione delle granaglie e dell'avena [35] ; alla difesa della città dai nemici esterni, colla rico- struzione delle mura, che si doveva proseguire ogni anno per una tratta di cinquanta passi [63], e dagli elementi, coli* arginatura del Piave « ne prqfluat ad urbem» [176]; alla sistemazione del corso del Sile e dei cagnani nella città [9], ed al regolamento del corso inferiore dei fiumi mediante la tagladam de Silere euniem in Plavem [179, 262] che nel penultimo capitolo del breve dei con- soli, appartenente, a quanto sembra, alla podesteria del Permarino, si prescrive doversi scavare per la tratta di un miglio ad ogni semestre; ai bisogni domestici degli uomini e all'abbeverag- gio degli animali in una plaga deficiente d'acqua, me- diante 1' escavo di un canale da Gornuda in giù [II. 446]; alla polizia urbana e all'edilizia, colle norme per la manutenzione delle strade e delle piazze, l'obbligo nei frontisti di concorrere nella spesa [II. 357], e per le distanze da osservarsi nelle fabbriche prospicenti sulle pubbliche vie [IL 367 e 368], e con altre norme rela- tive al servizio della fognatura [291, 292]; alla igiene pubblica, colla segregazione dei lebbro- si [177]; alla viabilità nel territorio, col riattamento del ter- raglio, la grande strada di comunicazione con Mestre e Venezia [263], e colla nomina di due delegati per ogni Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 141 quartiere destinati a procedere alla ispezione delle strade e delle piazze [87]. Nel testo del 1207 s' incontrano ripetuti accenni alla consuetudine per la quale ogni cittadino era tenuto a dare la propria casa o torre ai consoli o al podestà che T avessero richiesta per i bisogni del Comune o per l'abi- tazione dello stesso podestà [32, 55,77]. Nelle addizioni approvate nel 1212 si ha notizia della deliberazione del Comune di erigere un palazzo — de domo comunis facienda[76] — ed in una postilla [87] posteriore di qualche anno al 12 17 si prescrive al podestà di abitare a tantum in domum novam comunis». E questo V antico palazzo del Comune detto anche della ragione, costituito dal grande salone dei trecento e dalla parte dell' attuale palazzo della Provincia che giungeva sino alla torre. La grande mole, ristaurata in questi ultimi anni, è testimonio perenne della potenza politica e della floridezza economica cui era salito il Co- mune all' epoca della sua fondazione. Si diffidava dei sodalizi degli artigiani, dubitando che avrebbero potuto cospirare contro gli ordini del Comune e farvi prevalere un indirizzo più democratico, escludendo dal governo i nobili e gli ottimati che fino allora avevano avuto sempre in mano il potere. Si sta- bilì pertanto [57] — de bannis magistrorum frangendis — di abolire tutti gli statuti, i banni e le conventicole dei maestri muratori, fabbri ferrai, falegnami, sarti e fornaciai, permettendo soltanto di mantenere in vigore i loro statuti sull'assistenza ai confratelli infermi, sulle luminarie e sui mortori per i defunti. Quanto più il Comune allargava la sua sfera d'azio- ne, imprimendo il proprio carattere in tutte le manife- stazioni della vita pubblica e procurando di soddisfare agli svariati bisogni reclamati dallo spirito di civile pro- gresso che le conquistate libertà avevano risvegliato dopo un letargo di molti secoli, altrettanto più gravi si mani- Digitized by Google 142 Nuovo Archivio Veneto festavano gl'inconvenienti che al Comune derivavano dalle leggi canoniche sulla inalienabilità dei beni eccle- siastici e sulla loro immunità da ogni pubblica gravezza. Inalienabilità delle terre voleva dire deficenza di credito non solo per gli ecclesiastici, ma altresì per le numerose schiere dei loro vassalli, livellari e rustici, impossibilitali di offrire ai propri creditori idonee garanzie per il sod- disfacimento dei loro debiti; mancanti così dei capitali occorrenti per rendere maggiormente fruttifere le terre. L' immunità dalle imposte importava che le colte, le ta- glie ed ogni altro tributo reale o personale finivano a pe- sare per intero sui possessori dei feudi d' origine laicale e dei piccoli allodi e livelli. La secolarizzazione delle terre mediante la legge sulla vendita dei feudi (II. 155-156) e l'abolizione delle immunità ecclesiastiche, ecco la formula adottata sulla fine del secolo XII dal Comune di Treviso e tenace- mente fatta osservare per quasi un trentennio in onta alle scomuniche e agli interdetti ; raro e precoce esem- pio di indipendenza e maturità del pensiero politico in- teso alla rivendicazione dei diritti dello Stato contro le usurpazioni della Chiesa. Carattere economico hanno pure in parecchi punti le riforme della procedura esecutiva, — personale e reale [257, 258, 259] — ed alcuni banni [301-303,307-309, 317, 33+, 337, 346-347], dei quali tutti si parlerà altrove, considerando gli statuti trivigiani dal punto di vista della storia del diritto. Digitized by Google // comune dì Treviso e i suoi più antichi Statuti '43 APPENDICE La penuria di documenti trivigiani anteriori alla se- conda metà del secolo XII e il difetto di cronache locali sincrone o di poco posteriori, pongono chi si fa a stu- diare le origini del nostro Comune, nella necessità di ricorrere alle ipotesi ; per colmare in qualche modo le lacune e tentare una soluzione ai gravi dubbi che gli si affacciano. Durante il tempo, non breve, trascorso fra la red- dazione del nostro studio sugli antichi Statuti trivigiani e la sua pubblicazione, seguita in più riprese, abbiamo continuato le ricerche negli archivi al fine di scoprire nuove carte rimaste inesplorate e collazionare sui testi originali le copie, spesso scorrette, di documenti, tra- scritte dai collezionisti del secolo XVIII. Una più matura riflessione su taluno dei problemi che avevamo tentato di abbordare, le nuove carte rin- venute e la lettura dell' eccellente lavoro pubblicato nel frattempo dal Prof. Augusto Lizier sulla storia del Co- mune di Treviso dalle origini al principio del secolo XIII (i), e' inducono ora a modificare in alcuni punti le (i) Modena, 1901. Digitized by Google 144 Nuovo Archivio Veneto precedenti argomentazioni, e a correggere qualche er- rore. Parlando della cronologia dei vari statuti ond* è co- stituita la compilazione del 1207, abbiamo manifestata F opinione che lo statuto di data più remota sia il ter- z' ultimo [350], perchè nel proemio si fa il nome del conte Schenella come il primo dei Consoli sotto il cui reggimento era stato approvato. Dalla sentenza pronun- ziata dai Consoli nel Settembre 1166, in una lite fra i Vescovi di Treviso e di Belluno, nella quale figura pri- mo Console il conte Schenella, abbiamo argomentato che allo stesso anno 1166 si debba far risalire F appro- vazione dello statuto. Ma da due carte rinvenute di poi, F una fra le per- gamene di S. Nicolò di Treviso (1), F altra riportata nel Catastico del Monastero della Follina (2), risulta che il conte Schenella fu primo Console una seconda volta fra il 1186 e il 1 1 87. Di qui l'incertezza, se la rubrica che porta il nome di Schenella, sia stata approvata nel pri- mo o nel secondo suo Consolato. La circostanza che in tutta la compilazione del 1207 non s'incontrano sicuri accenni a persone e ad avvenimenti anteriori al 1176, e quanto verremo dicendo più innanzi sulla scarsa im- portanza politica del Comune di Treviso prima di questa data, ci fa propendere a ritenere che lo statuto appar- tenga al secondo, anziché al primo consolato del conte Schenella. Nel toccare brevemente dell' epoca trivigiana pre- comunale e delT atteggiamento dei conti, del Vescovo e dei più potenti signori del comitato di fronte all' inci- (r) R. Archivio di Stato di Venezia, Fondo di religione. S. Ni- colò di Treviso ; pergamene sec. XII. (2) Biblioteca Comunale di Treviso, Calasi. Follina, I, c. 104. Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 143 piente Comune, abbiamo sorvolato di proposito su pa- recchi punti, anche importanti ; il difetto di documenti ci faceva sembrare azzardata qualsiasi argomentazione. Il tema fu invece svolto largamente, con ampiezza di vedute e con grande erudizione, dal Prof. Liz-ier; il quale, sebbene non disponesse di un numero molto maggiore di documenti, credette tuttavia di potere, an- che col mezzo di opportuni raffronti colle origini e collo svolgimento parallelo dei Comuni di altre città italiane, ricostruire su grandi linee il movimento degli abitanti della città, poco a poco raggruppatisi in un ente collet- tivo per la difesa dei comuni interessi, le varie fasi che questo ente ebbe ad attraversare nella sua graduale or- ganizzazione, e i suoi rapporti di fronte all' imperatore, al marchese, al conte, al Vescovo e agli altri signori — vassalli maggiori e minori. Per quel che riguarda i conti noi ci eravamo limitati ad osservare che il loro atteggiamento favorevole al Co- mune poteva essere stato determinato da ragioni di ani- mosità verso gli imperatori che, creando la Marca e costituendone un feudo per un principe tedesco, e per giunta allargando le immunità, i diritti e i possessi del Vescovo, li avevano poco a poco spogliati di gran parte dei diritti e delle giurisdizioni dell' antico comitato. Le due sentenze del 1158 e del 1170, pronunciate la prima dal conte Schenella (1), la seconda dal fratello conte Manfredo (2), indicate dal Prof. Lizier e a noi sfuggite, farebbero credere che in virtù del diploma im- periale rilasciato ai due conti nel 1155 (3), fossero i me- desimi stati confermati o restituiti nell'esercizio dei diritti (1) Bibl. Capitolare, Miscellanea Avogaro, V, c. 154. (2) Archivio Capitolare, Rotoli a, 1170. (j) Minotto, II, I, n. 9. Digitized by Google 146 Nuovo Archivio Veneto e delle giurisdizioni del comitato, in particolare della giurisdizione contenziosa ordinaria ; e che avessero con- tinuato ad esercitarla pacificamente anche dopo che il Comune, regolarmente costituitosi, aveva ottenuto, nel 1164, la sanzione sovrana della sua legittimità. Ciò che si disse intorno al carattere quasi arbitramentale delle giurisdizioni comunali nelle loro origini, e sul criterio della prevenzione che, nel concorso di varie giurisdi- zioni egualmente legittime, determinava la competenza del giudice adito, dà ragione della coesistenza, nella stessa epoca, di giudizi dibattutisi alternativamente avanti i Consoli od il conte, ovvero nelle curie del Vescovo o dei suoi pari, e delle clausole che si leggono in alcuni documenti, portanti V obbligo nel venditore di garantire la cosa venduta « corani consulibus nel coram arbitro nel coram omni alia potestate, ubi lis fuerit » (1). Crediamo per altro che la podesteria di Oberto Vi- sdomino (1176-1178) abbia segnato se non la cessazione completa delle giurisdizioni ordinarie del conte, note- voli limitazioni al loro esercizio. V accenno contenuto negli Statuti all' avocazione fatta allora dal Comune del diritto di dirigere le pugne e di prendere e giustiziare i ladroni, lascia supporre che fino a quel tempo codesti diritti fossero stati eser- citati dal conte in tutto il comitato; tranne che nelle numerose curie feudali e signorili del Vescovo e degli altri vassalli maggiori, e fatta eccezione fors' anco per il breve periodo in cui la città e il territorio furono retti dai vicari dell' imperatore (1160-1163). A questa spogliazione dell' alta giurisdizione crimi- nale riteniamo si sia accompagnata la perdita della giu- (1) Archivio Capitolare, Rotoli 1162. Digitized by Google // comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 147 riedizione contenziosa ordinaria (1). Al conte sarebbero rimaste le giurisdizioni feudali e signorili nelle proprie curie; oltre alla giurisdizione onoraria in tutto il comi- tato. La mancata presenza dei conti Schenella e Man- fredo nelle carte trivigiane dal 1178 al 1185, ci conduce a pensare eh' essi avessero preso parte con Guglielmino Tempesta e Gerardino da Camposampiero al complotto macchinato nel 1178 da alcuni fra i più potenti militi Trivigiani contro la libertà del Comune; con tutta pro- babilità provocato appunto dalla avocazione per parte del Comune, delle funzioni e dei diritti ch'essi avevano fino allora esercitato. Il Prof. Lizier considera nella formazione del Co- mune trivigiano due momenti ; il primo, anteriore al 1164, in cui l'elemento preponderante sarebbe stato co- stituito dai vassalli del Vescovo e dagli altri vassalli mi- nori contro i signori maggiori — il Vescovo stesso, il conte e forse con essi i da Romano e i da Camposam- piero —, il secondo nel quale sarebbero entrati a farne % parte anche i maggiori signori, pur avendo continuato a parteciparvi i nobili minori od almeno una parte di essi. In opposizione ai grandi e per la tutela collettiva degli interessi economici dei vassalli minori stabilitisi in città e degli artigiani e mercanti arricchitisi e dive- nuti proprietari di terre nel comitato, si sarebbe for- (1) Non è il caso di attribuire grande importanza alla sentenza resa dal conte Rambaldo intorno al Novembre 1190 in una causa fra i Canonici e Gislardino da S. Zenone (Ficker, IV, 177). La singolarità di questo giudicato comitale, in un' epoca della quale abbiamo nume- rosissimi i giudizi e gli atti giurisdizionali del Comune, farebbe dubi- tare si tratti appena di un tentativo di ripresa delle antiche funzioni; quando pure non fosse stato pronunciato dal conte quale giudice im- periale d' appello, in base alla facoltà conferitagli da Enrico VI con diploma del 29 Maggio rigo. Digitized by Google 148 Nuovo Archivio Veneto mato il Comune, per opera precipua di costoro. Le vicende della politica del Barbarossa contro le città ita- liane avrebbero nel 1164, o subito dopo, fatto prevalere nel Comune il partito ami-imperiale dei grandi, capi- tanato dai conti, contro la parte dei vassalli minori unita forse al Vescovo e favorevole alla causa dell'impero, che sino allora vi aveva dominato. Se non che, se si può ammettere, non ostante l'as- soluto difetto di documenti riflettenti il Comune trivi- giano, anteriori al 1164, che questo sia sorto e si sia organizzato come ente politico, al pari dei Comuni della maggior parte delle altre città della Marca e della Lom- bardia, per effetto di una coalizione della classe dei vas- salli minori coi cittadini arricchitisi nei traffici e nelle arti, a difesa collettiva contro gli eccessi del feudalismo maggiore rappresentato dal Vescovo, dal conte e dai grandi vassalli o cananei ; ci sembra invece molto az- zardata la congettura dei due partiti V uno imperiale e l'altro anti-imperiale, avvicendatisi nel governo del Co- mune prima e dopo il 1 164, sotto V influenza delle lotte fra le città italiane e Federico Barbarossa. Intanto non solo non abbiamo sicuri indizi di lotte aperte fra i vassalli minori e i cittadini, costituiti a Co- mune, contro i grandi, durante la prima metà del se- colo XII e più oltre fino al 1164, ma i pochi documenti dell'epoca e le scarse notizie degli avvenimenti di quel tempo che s' incontrano neUe cronache posteriori, la- sciano argomentare che il Comune, se pure fino allora aveva avuto nel campo economico esistenza autonoma e propri organi, politicamente era rimasto mancipio ora del Vescovo ed ora del conte e degli altri signori — i da Romano, i Camposampiero e gli avvocati del Ve- scovo — coalizzatisi col primo o col secondo, e fattisi più forti dello stesso Comune ; il quale non riusci ad affermare il suo predominio, il così detto distretto, nella città e nel comitato, se non dopo che le tribolazioni Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 149 cagionate dai vicari e dai giudici imperiali e la politica accentratrice del Barbarossa, intesa ad introdurre nelle città italiane ordinamenti amministrativi uniformi e ad incamerare regalie e demani infeudati da parecchi se- coli, spinsero i conti e gli altri grandi vassalli a strin- gersi intorno al Comune e a riconoscerne entro certi limiti la superiorità, per opporre colla unione, sull'esem- pio di quanto avveniva nelle altre città della Marca ed in alcune della Lombardia, difesa più efficace contro T invadenza tedesca. Che il Comune per tutta la prima metà del secolo XII abbia avuto politicamente influenza assai scarsa sulle vicende della città e del comitato, inferiore di molto a quella eh' esercitavano nei rispettivi territori i vicini Comuni di Padova, Vicenza e Verona, risulta dall'atto del 28 Marzo 1147 (1) portante le condizioni della pace solennemente stipulata fra i Vicentini e i Padovani e i loro amici ed alleati, di Verona per quei di Vicenza, e di Treviso, Ceneda e Conegliano per quei di Padova, dopo una lunga guerra che aveva posto a soqquadro per parecchi anni la Marca. Mentre figurano intervenuti i Consoli di Vicenza, di Verona e di Padova che giu- rano la pace a nome dei rispettivi concittadini, i Tri- vigiani vi sono rappresentanti soltanto da Ezzelino e Odelrico da Romano, da Gùalperto da Cavaso, insieme a Gabriele da Camino, eh' erano allora fra i più potenti signori dei due comitati di Treviso e di Ceneda. A guisa d' arbitri e pacieri intervengono alla stipulazione il Pa- triarca d' Aquileia e i Vescovi di Padova, di Verona, di Vicenza e di Treviso. Nè manca la presenza del conte di Vicenza e del conte di Padova, il quale ultimo giura prima dei Consoli della sua città, insieme al Ve- (1) Gi.orja, Cod dipi pad., II, p. 513. Digitized by Google 150 Nuovo Archivio Veneto scovo di Feltre e all' abate di Nervesa. Il mancato in- tervento in quest'atto, tanto importante per- la storia della Marca, del conte di Treviso, si spiega perchè in quell'epoca il conte Rambaldo — del quale l'ultima notizia giunge al 1135 (1) — doveva essere già defunto; mentre i conti Schenella e Manfredo, suoi figli o nipoti, che compaiono per la prima volta nel 1154 (z), è pro- babile fossero ancora in tenera età. Se si osservano i documenti relativi agli interessi patrimoniali del Vescovo, dei Canonici della Cattedrale e di altri signori, laici ed ecclesiastici, del periodo fra il 1144 e il 1166, vi si incontrano assai di frequente in prima linea quali testi o boni-homines, i conti Sche- nella e Manfredo, Ezzelino da Romano, Gerardino da Camposampiero, Gualpcrto da Cavaso, e F avvocato del Vescovo, associati a parecchi dei vassalli minori e dei cittadini i cui nomi continuarono a figurare dòpo il 1 164 fra i Consoli, ovvero come testi o boni-homines. Nelle curie del conte Manfredo ( 1 1 58), del Vescovo e dei Canonici, giudici e notai, assessori e consulenti del conte o del Vescovo, pari delle curie sono i medesimi individui che più tardi appaiono rivestiti della dignità consolare od assistono i consoli nelle loro deliberazioni e che anche dopo il 1164 intervengono nelle curie dei pari. Che anche prima della defezione dei Trivigiani dalla causa dell 1 impero fosse decisiva presso di essi l'azione dei grandi, appare in qualche modo dal giu- ramento di obbedienza prestato dagli uomini di Caneva « in domo Girardini de campo sancii petri, Tarvisii » , (1) Archivio Comunale di Treviso, Pergamene, Corporei^. 'Relig , n. 7 697. (2) R. Archivio di Stato di Venezia, Pergamene, Mensa Palr., busta n. 185. Digitized by Google // comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti 131 alla presenza di « Comes Scinella, Icilinus de Romano » ed altri; giuramento che sebbene nell'unica copia che se ne conosce (0, figuri segnato sotto la data del 17 Di- cembre 1164, dal raffronto colle note cronologiche — (M.C.LXIIII. indie. XII. die mercurii. XVII. kal. Ja- nuarii) va retrodatato all' anno precedente 1 163 (17 Di- cembre). La ragione della poca influenza politica del Comune nei primi tempi crediamo sia da attribuirsi da un lato allo scarso numero della popolazione agglomerata nel- T angusta cerchia della città, e air insufficiente sviluppo delle arti e dei commerci che altrove avevano contri- buito a formare un ceto numeroso e forte di cittadini cui le acquistate ricchezze e i larghi possessi territoriali rendevano insofferenti delle angherie feudali e signorili, dalT altro alla potenza soverchiale dei grandi vassalli. Indagando sugli indugi frapposti dai Trivigiani pri- ma di entrare nella lega con Padova, Vicenza e Vero- na contro T imperatore, nulla troviamo che suffraghi la congettura esposta dal Prof. Lizier. Ci si presenta invece assai verosimile la ipotesi che tali indugi siano stati de- terminati dall' indirizzo tradizionale della politica dei Trivigiani, senza distinzione di classi, di fronte agli abi- tanti del comitato di Ceneda e delle due diocesi di Fel- tre e Belluno. Le poste (2) dei Trivigiani cogli uomini di Caneva (Dicembre 1163), e con Guecelleto da Prata (Settembre 1165), e la sottomissione *di Ottone vescovo di Belluno (11O6), stanno a dimostrare come fra il 1163 e il 1 1 6ó (1) R. Archiv/o di Stato di Venezia, Codex Trivisanus, c. 264. (2) R. Archivio di Stato di Venezia, (lodex Trivis.. p. 264. — Biblioteca Capitolare di Treviso, mss. Ili, 8, Miscellanea di documenti trivigiani. Digitized by Google 152 Nuovo Archivio Veneto i Trivigiani abbiano condotto alcune spedizioni fortu- nate contro i loro nemici d 1 oltre Piave fino al di là della Livenza, e nelle due diocesi dell' alto Piave, allo scopo di estendervi il proprio distretto. Qualche valore può bene accordarsi a quanto rife- risce l'Anonimo Foscariniano, sulla « lega intesa (nel 1164) tra i Cenedesi e Oto episcopo de Belimi che ave- vati creato loro capitan generale Veceleto da Praia », sulla deliberazione presa a a dì 11 Novembre dai Tri- visani nel so Conseio de minar el Castel de Coneian », e sulle vittorie ottenute nel 1165 dai Trivigiani contro « quelli della lega», avendo fatto prigione Guecelleto e soggiogate Ceneda e Conegliano. La posta stretta qualche anno prima dai Coneglia- nesi, rappresentati dal conte Valfredo di Golfosco, coi Padovani, avrebbe dovuto provocare V intervento di co- storo a difesa degli alleati. Ma essendosi i Padovani, lo stesso anno 1164, tolti alla obbedienza dell'imperatore, si può pensare che, trovatisi nella necessità di provve- dere d' urgenza alle proprie difese contro V imperatore, il quale minacciava di correre con un esercito per trar- re su di essi esemplare vendetta, abbiano finito per ab- bandonare gli alleati al loro destino. Ed è troppo natu- rale che i Trivigiani non abbiano mancato di approfittare delle eccezionali condizioni nelle quali versavano i loro emuli d'occidente, per scendere in campo con tutte le proprie forze contro quelli del comitato di Ceneda e delle diocesi di Feltre e di Belluno. Per avere la mano del tutto libera in queste loro imprese e paralizzare le eventuali opposizioni del Patriarca, sempre devoto alla causa dell' impero, dovette apparire agli occhi dei Tri- vigiani opportuno sfruttare le peculiari condizioni di debolezza in cui era ridotta 1' autorità imperiale nella Marca, per ottenere la protezione e i favori del sovrano. Si comprende in fine che, una volta raggiunto l' in- tento di vincolare a sè con poste rigorose il comitato di Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti '53 Ceneda e le due diocesi, ed ottenuto un diploma impe- riale che riconosceva il Comune e le sue giurisdizioni, sotto T impressione delle lusinghe e delle minaccie delle tre città della Lega che la continuata lontananza del- l' imperatore doveva rendere sempre più audaci e bal- danzose, fors' anco in vista della promessa dei Padovani di non sollevare per il momento alcuna difficoltà per le nuove conquiste ma di riservare al giudizio di comuni arbitri, in tempi più propizi, la decisione delle relative controversie, si siano indotti a seguire quello che pur doveva essere stato il primo loro impulso dinanzi alle vessazioni dei Vicari imperiali, ed in cospetto alle rovine che la tracotanza teutonica aveva lasciato dietro di sè in tutta la Lombardia e alle grida di dolore dei pro- fughi Milanesi. Di qui la successiva loro adesione alla Lega. Chiudiamo dando la serie dei Consoli e dei Póde- stà di Treviso fino al 1218, desunta interamente da do- cumenti dell' epoca. 1 1 Digitized by Google 154 Nuovo Archivio Veneto Serie dei Consoli e dei Podestà del Comune di Treviso fino al 1218 O — Consoli — conte Schenella, Be- raldino, Girardino,e Viviano giudice (1). — Consoli — Uberto giudice, Ar- tuico da Riolo, Giovanni Don- do, Franco da Riva, Engelerio, Visdomino, Eccelo, Costan- tino Rondino, Enrigetto Mil- lemarche, Bava e Trevisio de Oprando (2). ] — Podestà — Oberto Visdomino, di Piacenza (3). (•) Il Bonifacio comincia l'elenco con Ezzelino da Romano sotto Tanno 1 173, cui fa seguire nel 1174 Jacobino da Carrara. I molti er- rori che si riscontrano in queir elenco e la mancanza di qualsiasi no- tizia intorno alle due podesterie nelle carte dell'epoca, non ci permet- tono di accoglierle nella nostra sèrie. (1) Veggasi la sentenza pubblicata in nota al testo. (2) Cod. Effel., p. 45; sentenza consolare pubblicata dal Verci con molti errori. L' originale si trova nell'Archivio Capitolare (Rotoli. a. 1 169). (3}") Ardi. Capii. Rotoli a. 1176; *>) ivi, Rotoli a. 1178. 1 166 - Settembre 1169,5 Luglio 1 176, 1 5 Agosto a) i ij8, 2 Giugno b) 1 Digitized by Google // comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti «55 1 178, io Luglio a) ì t'79, 2 5 Giugno*» ]~ 1 179, 4 Settembre*) 1 182, 20 Giugno b) ■Podestà — Capodilupo di Tre- viso (1). -Podestà — Guecelleto de Pra- ta (2). 11 82, 4 Dicembre — Consoli di giustizia — Viviano, maestro Giovanni, e Diapoldo giudice (3). 11 83, 16 Gennaio*) ) n , 25 Giugno b) j " 1 184, 12 Mario*) » , 4 Aprile b) 1 186, 2g Giugno -Bonaparte Giovanni, Enrichet- tò, Guido e Florio giudice (4). - Consoli — Gualpertino da Ca- vaso, Bonifacio da Crispi- gnaga, Gerardino da Casier, Conradino, Florio giudice, Capodilupo, Rondino, En- gelerio, Odolrico (5). Consoli — Andrea da Rossano, Bonaparte Giovanni, Costan- tino,Artuico, maestro Giovan- ni, Zambono Ricco, Trivisio, Pelagio visdomino, Tonso (6). Ar eh. Ospitale, Rotolo a. 1 178; *>) Arch. Capit. Liber ma- xi mus, c. 72. (2) a) Minotto II, I, p. 10; R. Arch. di Stato di Venezia, Per- gam. S. Maria Magg. di Treviso. (3) Arch. Capii. Liber maximus, c. 61. — E questo il solo atto (una sentenza) fra i moltissimi delle giurisdizioni comunali di Treviso del secolo XII, in cui ai consoli giusdicenti è data la qualifica di con- soli di giustizia. (4) a) Antiq. Ae. M. IV, e. 169-, *>) M. G. H. IV, I, p. 411. Pace di Costanza. (5) a) Bibl. Com. Catastico Follina* I, c. 104; Cod. Efjel. p. 84. (6) Stefani, Antichità Bonaparte Doc. n. 5. Digitized by Google i 5 6 Nuovo Archivio Veneto 1 186, 12 Dicembre*) ) 7/< y 7 b) _ _ J. 7 7 #7, 7 7 Luglio** ì » , 30 Ottobre b > J- - Consoli — Conte Schenella, Ez- zelino da Romano e Florio giudice (1). Consoli — Odolrico da Fossal- ta, Montanario giudice, Capo- dilupo, Enrichetto da Stras- so, Rolandino da Machello, Manente ed Terso (2). Enrichetto di t- 1188, 6 Luglio*) 1190,*» — — 1 190,7 Luglio*) 1 192, 12 Luglio*) 11 92, 3 Agosto II 93-> 1 3 Febbraio *) ) 11 94, 1 3 Mar\o h ) v Podestà — Conte Rambaldo di Treviso (3). -Podestà — Ezzelino da Ro- mano (4). Consoli — Costantino, Capodi- lupo,maestro Giovanni, Zam- bono Ricco, Isnardino de Ra- tione, Giacobino di Bonio (5). - Podestà — Guglielmo Pusterla, di Milano, prima podeste- ria (6). R. Arch. Venezia, Perg. S. Nicolò di Treviso; *>) Bibl. Cornuti. Cat. Follina, I, c. 212. (2) a) Minotto. Il, II, p. 62; Archivio Mensa Vescovile, Busta XI, Processo n. 118. (3) a) Cod. Effe!, p. 95; b) Arch. Capit. Rotoli a. 1190. (4) *) Minotto II, I, p. 16; *< Arch. Capit. Rotoli a. 1192. (5) Bibl. Comun. Raccolta V. Scotti, I, c. 76. (6) a) Arch. Capit. Rotoli a. 1193; b ) Liber maximus c. 37. Digitized by Google Il comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti «57 1 194, 13 Luglio* \ 1195, 24 Giugno*) j- 1 195, 24 Dicembre*) \ 1 196, 75 Gennaio*) y 1 196, 25 Ottobre a) ) 1 1 97, 1 2 Maggio b) ( — 1 197, 77 Agosto a) » , 31 Ottobre b) 11 98, 11 Agosto*) ì 7 1 99, 1 9 Febbraio b) j " 7 7pp, 12 Giugno a - ì 7200, stf Maggio b) y Consoli — Guidone giudice, Bo- nifacino da Pero, Sciavo dal Rivate e Fulcone giudice (1). - Consoli — Florio, Mainente, e Gualfredo. giudici, Engele- rio de Ratione, Torrengo da Angarano, Odolrico di Nordi- glio,e Giacobino di Turco (2). Podestà — Guifredo Confalo- nieri, di Brescia (3). - Consoli — Federico da Ros- sano e maestro Giovanni (4). - Podestà — Gigo Burro di Mi- lano (5). Podestà — Guglielmo Pusterla seconda podesteria (6). Arch. Capit. Rotoli a. 1 194; *) ivi. Rotoli a. 1195. (2) a) Arch. Capit. Rotoli, a. 119$;*) ivi, Liber maximus, c. 7. (-$)<*) Arch. Capit. Liber maximus c. 50; b) ivi, Rotoli, a. 1197. (4) a) Arch. Capit. Liber maximus c. 38; b) ivi, Rotoli, a. 1197. (5) Minotto II, I, p. 235; b) Arch. Capit. Necrologium Vetus Eccl. Tarv. « X V Kal. Marcii. . . Obiit Gigus Burrus Mediolanensis » Potestas Tarvisii, pater cuius et mater prò anima eius dederunt » huic Ecclesie calicem argenteum cum patena etcamisum cum amito » in anime sue recordatione ». In un successivo necrologio è riprodotta la stessa nota coli' aggiunta : « Iacet prope turrin D. Episcopi Tarv (6) 0) Antiq. Ae. M. IV, c. 175-177; bj Mjnotto II, I, p. 28. Digitized by Google •5» Nuovo Archivio Veneto 1200, 6 Settembre*) ) 1 20i y 5 Maggio*) ]" 1201, 2 Novembre*) \ 1 202, 30 Aprile^ y 1203, 4 Mar^o*) ) » ,21 Maggio b) y 1 203, 27 Luglio*) \ 1204, 8 Aprile b > y 1 204, 30 Agosto a) ) *,b) j- - Podestà — Pietro di Remengar- da dei Torelli, di Ferrara (1). -Podestà — Danesio (Crivelli?) di Milano (2). Consoli — Albrigeto Pandimi- glio, Zambono Ricco, Nordi- glino, Fulcone ed Enrico giu- dici, Corradino di Albertino teutonico e Madio (3). -Podestà — Nicolò da Foro, di Alessandria, prima podeste- ria (4). 1205, 15 Gennaio 1 Consoli — Giovannni Bocca giudice, Odolrico di Nordi- glio, Costantino di Enrico Bocca e Virilio deRatione (5). 1205, 7 Novembre — Podestà — Lorenzo Corvo, di Milano (6). 1206, ig Settembre*) ) 1207, 14 Giugno bì ) Podestà — Almerico Dodone, da Cremona (7). (1) a) Catast. Follina I, c. 230; Raccolta V. Scotti III, c. 3. (2) <*) Arch. Capit. Rotoli a. 1201; *>) ivi, Rotoli a. 1202. (3) 0) Statuti 1231 [204]; b ) Arch, Capii, Rotoli a, 1203. (4) a) Raccolta V. Scotti II, c. 15; Arch. Capit. Rotolisi. 1204. (5) a) Arch. Capit. Rotoli a. 1204; ivi, Liber maximus, c. 19. (ó) Arch. Comunale Pergam. n. 3671. (7) a\ Arch. Capit. Rotoli a. 1206; *>) Statuti 1207 [55]. Digitized by Google // comune di Treviso e i suoi più antichi Statuti «59 / 208 > 17 Febbraio*) \ » ,27 Giugno** ) — Podestà — Grimerio dei Vi- sconti, di Piacenza (1). 1208, 16 Dicembre — Podestà — Uberto dei Visconti, di Piacenza (2). i2og^ 24 Novembre*) ) 1 210, 22 Febbraio^ y 1210^6 Agosto*) \ 121 /, 26 Mar-{o b) ]- 121 2, — — 1212,5 Giugno*) 1213, 16 Luglio b) 1213, — Agosto* ] v » , 7 Ottobre*) ) — -Podestà — Corrado degli Avo- gari, di Vercelli (3). Podestà — Nicolò da Foro, se- conda podesteria^ (4). Podestà — Ruzerio Permarino, di Venezia (5). Podestà — Lanterio Adelasio, di Bergamo (6). Cònsoli — Guecellone da Ca- mino, Giacobino di Vidoto, Pellagrua di Visdomino, Bo- nacorso, Roberto e Guido giu- dici,eGiuseppedi Ordelafo (7). (1) 4) Arch. Capit. Rotoli a. 1208; H Statuti, aggiunte 1208. (2) Bailo, Per Noffe Caotorta-Marfotto. Treviso 1879. (3) a) Arch. Capit. Liber maximus c. 30; ivi. Rotoli, a. 1210 (4) 3) Arch. Capit. Rotoli, a. 1210; b) ivi. Rotoli a. 1211. («>) Statuti, aggiunte, 1212. (6) a\ Statuti [I 253-256 e II 490 e 525] ; *) Catast. Follina I, c. 134. (7) a) Stefani, Antich. Bonaparte. Doc, 431; b ) Arch. Comunale, Liber aureus di S. Nicolò I, c. 352. Digitized by Google i6o Nuovo Archivio Veneto 1 214, 12 Aprile** ) ) — Podestà — Salinguerra dei To- relli di Ferrara (1). / 2 zy, 5 Febbraio *) \ » , 8 Agosto*) j — Podestà — Loderengo da Mar- tinengo, di Brescia (2). 1216, 1 3 Luglio*) ) 121 j, 30 Giugno*) ) — Podestà — Malpilio da San Mi- niato (3). 121 7, 5 Luglio*) ) 121 8, 1 Giugno*) ) — Podestà — conte Rodolfo fu Gui- do Borgognone, di Lucca (4). Dott. Gerolamo Biscaro. Arch. Ospitale, Pergam. n. 2984; Statuti [I 54 e i6a]. (2) *) Arch. Capito!. Liber maximus c. 3; b ) ivi Rotoli a. 1215. (3) <*) R. Arch. Venezia, Pergam. Ognissanti di Treviso Sta- tuti [I 80-87, II 418, 5o3 e 5i5]. (4) *) Statuti [1,957-259]; b ) V. Scotti, II, p. 330. Digitized by Google GLI STATUTI MARITTIMI VENEZIANI FINO AL 1255 (Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo IV, Parte II). STATUTI III. del Doge Rainieri Zeno In nomine Domini amen. Hec sunt statata et A. 177 ordinamenta super nauibus et aliis lignis que, de mandato domini Rainerìi Geno Dei grada incliti ducis Ueneciarum et sui conscilii, reformata, con- posita et facta fuerunt per nobiles uiros Nicholaum Quirinum de confinio sancte Marie Formose, Petrum Badouarium de confinio sancte Marie Magdalene, Marinum Dandolum de confinio sanctorum Aposto- lorum, et per ipsum dominum ducem et suum Con- scilium Minus et Maius et Quadraginta laudata et approbata, et postmodum in Concione publica per collaudacionem populi Ueneciarum confirmata. An- no Domini millesimo ducentesimo quinquagesimo quinto, indicione tercia decima, die sexto intrante mense augusti, in ecclesia sancti Marci. Varianti nel codice Querini (a): |de navibus. — Hec q. 84 sunt statuta et ordinamenta super nauibus et lignis, que (a) Appiedi di ogni capitolo successivo si noteranno queste varianti premettendovi: Var. in Q. In margine sono segnate: con A. le carte del codice dell'Archivio, con Q. quelle del- Quiriniano. Digitized by Google IÓ2 Nuovo Archivio Veneto de mandato domini R. Geno Dei gratia incliti Venec, Dal macie atque Chroacie duci cum suo conscilio emen- data, reformata et composita fuerint per uiros nobiles Nicolaum Quirinum, Petrum Badoarium et Marinum Dandulum, per ipsum dominum ducem et suum Con- silium Maius et Minus et Quadraginta laudata, et in Concione publica approbata et uoce uenfe/*?] populi confirmata. Curente anno ab incarnacione Domini nostri Jesu Christi millesimo CCLV, indictione prima, die VI intrante augusto, in ecclesia beati Marci. I. Qualiter patroni debent naues et alia Ugna dare conciatasi). l 77* ggpgjrjjTATUENTES STATUIMUS QUOD PATRONI NAUIUM DE- Jbeant dare naues suas bene conzatas atque (2) cal- ti catas (a) de foris, et parietes (3), et ambas cooper- tas, et uannum, et supra uannum, et corredorum, et andita, et scermum (4) et barcham et gondolam, sub pena viginti (5) librarum denariorum uenecialium (6) prò 178 quolibet miliario (7)! de eo quod nauis fuerit extima || ta ; que pena in nostrum comune deueniat. Et hoc intelli- gimus in naue et in quolibet ligno cooperto (8). St. Tiepolo A, i. — Tarretarum, 3. Varianti in Q: (1). Patroni naues et alia Ugna coriatas debet. habere — (2) et — (3) paredos — (4) cohopertas et uanum et superua- num et coredorium et andicta, scermum — (5) uiginti omesso. — (6) ue- netorum XX — (7) centenario — (8) cohoperto. (a) In A aggiunto in margine. IL Qualiter naues et alia Ugna debent palmi\ari (1). Affirmamus quod nauis uel (2) aliud lignum coo- Var. in Q (i): Quod naues et Ugna cohoperta debeant palmi- cari — (2) et Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 163 pertum (3) palmizetur sicut patroni concordes fuerint (4) cum naulizatis, sub pena quinquaginta librarum dena- riorum uenecialium (5) ; quam penam patroni soluere debeant et cogantur (6) ; et deueniat in nostrum co- mune ipsa pena. St. Tiep. A, 2. — Tarr. 4. (3) cohopertum (e così sempre) — (4) fuerint concordes — (5) libra- rum uenec. L — (6) et cogantur omesso. III. Qualiter naues et alia Ugna debeant saornart\ et qui ipsas naues, et Ugna saornare tenentur (1). Statuimus quod cum nauis (2) mercatoribus nauli- zata debuerit (3) saornari, patroni uocare debeant mer- chatores (4) qui in sua naui sunt ituri (5), et petere debeant ab eis duos merchatores (ò) || qui prò parte mer- A.178* chatorum nauem debeant saornare. Et ipsis assignatis, nauis expensis (7) patronorum debeat saornari, ut eis (8) merchatoribus et nauclerio et uni ex patronis uidebitur conuenire. Et si de hoc in concordiam uenire non pos- se nt (9), unum quintum eligant quem uoluerint (10) ; et sicut omnes uel maior pars eorum in concordiam uene- rint (ti), ita nauis | debeat saornari. Et si de ilio (12) Q.84* quinto tollendo (13) ipsi non concordauerint, nos dux aut baiulus siue rector Ueneciarum qui fuerimus in (14) terra ubi (15) nauis fuerit, ipsum quintum quem uo- luerimus eis dare debeamus. Et si fuerit in loco in quo rectoria (16) prò nobis et comuni Ueneciarum (17) non fuerit, alii (18) merchatores nauis illum quintum Var. in Q(i): Quod naues debeant saornari. — (2) fuerit aggiunto. — (3) debeat — (4) mercatores (e così sempre) — (5) q. s. i. in sua naue — (6) et ab ipsis d. m. p. d. — (7) expenssis - (8) sicut — (9) concordes non poterunt esse — (10) in concordia aggiunto. — (1 1) et sicut .. . uene- rint tutto omesso. — (12) ilio omesso. — (13) tollento — (14) ipsa ag- giunto. — (15) in qua — (16). Et si in eo loco fuerit rector — (17) et agg. — (18) fuerint allij — Digitized by Google IÒ4 Nuovo Archivio Veneto A. 179 quem uoluerint eis debe||ant consigliare (19). Et sicut omnes uel maior pars eorum (20) in concordia uene- rint(2i), ita patroni nauem debeant saornare sub pena uiginti (22) soldorum denariorum uenecialium (23) prò quolibet miliario de eo quod nauis fuerit extimata ; que pena in nostrum comune deueniat. Et patroni, antequam nauis sit saornata, non possint nec (24) debeant caricum recipere nec inbolium, nisi cum uoluntate et consensu supradictorum (25) uel maioris partis eorum, sub pena predicta. Et si ille quintus (26), uel aliquis quatuor su- pradictorum, ad saornandum nauem (27) esse recusauerit, rectores nostri (28) illius loci in quo nauis fuerit debeant et possint (29) i 1 li uel illis penam quam uoluerint inpo- nere (30) et auferre. Et si nauis fuerit in loco in quo re- A.179* ctoria (31) prò nobis [et}\\ comuni Ueneciarum non fuerit, et aliquis supradictorum (32) ad saornandum nauem esse recusauerit, penam vigintiquinque librarum denariorum uenecialium (33) incurrat ; que pena in nostrum comune deueniat (34). Hoc intelligimus in naue et in quolibet Ugno cooperto (35). Stat. Tiep. A, 3. (19) assignare — (20) ipsorum — (21) uenerit — (22) XX — (23) uenet. — (24) neque — (25) de consensu et uoluntate predictorum — (26) q. i. — (27) illorum supradictorum q a. n. s. — (28) recusabit, rector noster — (29) debeat et possit — (30) imponerequam voluerit — (31) re- ctor — (32) et a. omesso, predictorum — (33) librarum XXV — (34) d. in. n. c. — (35) Et intelligimus hoc de n. et 1. q. cohoperto. IIII. Qitaliter turare debent UH qui saornabunt na- ues et alia Ugna de saornandis ipsis legaliter et bona fide{\). Mandamus ut (2) omnes predicti qui naues saorna- bunt astringantur sacramento quod ipsam nauem bona Var. in Q (1): Quod astringantur sacramento qui in saornan- da naue fuerint ellecli. — (2) quod — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 165 fide et legaliter saornabunt, sicut eis prò saluacione il- lius nauis in uiatico in quo est itura uidebitur conue- nire (3). Et eciam si fuerint ad aliquas (4) partes in qui- bus rector (5) prò nobis et comuni Ueneciarum non fuerit, predicti duo merchatores qui prò parte || merchato- A. 180 rum nauem saornauerunt (6) ipsam mensurabunt uel (7) extimabunt una cum scribanis(8) ipsius nauis secundum tenorem nostri statuti de mensuracione et (9) extima- cione nauium (io), et omnia alia facient (n) que in ipso capitulo continentur (12). Hoc (13) intelligimus in (14) | naue et in quolibet (15) ligno cooperto (16). q. 85 (3) quod bona fide sine fraude nauem saornabunt sicut ipsis bonum uidebitur prò salute nauis in uiatico, in quo debeat ire et ipsis uide- bitur conuenire. — (4) ad omesso, alique — (5) non fuerit portato qui — (6) saornauerint — (7) et — (8) simul cum scribano — (9) de m. s. n. — (10) faciant — (11) nauis — (12) c. in i. capitulo — (13) Et hoc — (14) de — (15) naue et omni — (16) cohoperto. V. Quod postquam naues et alia Ugna fuerint saor- nata, nichil de ipsa saorna de ipsis nauibus et lignis extrahant (1). Precipimus quod (2) postquam nauis (3) fuerit saor- nata, nichil de ipsa saorna per aliquam personam extra- hatur de naui ipsa (4), uel minuatur modo aliquo uel ingenio. Et si de ipsa saorna fuerit aliquid diminutum (5) uel extra nauem proiectum, patronus uel patroni ipsius nauis nostro comuni emendare teneantur soldos uiginti Il denariorum paruorum prò quolibet miliario de tanto A.180* quantum (6) nauis fuerit extimata, nisi causa necessitatis in introitu portus (7) Riuoalti, uel uoluntate (8) illorum Var. in Q (1): De saorna non accipienda de naue — (2) q. omesso — (3) predicto ordine aggiunto, — (4) de naue per aliquam perso- nam de i. s. e. — (5) minuitum — (6) teneatur soldos XX denario- rum venet. paruorum per quodlibet milliare quod — (7) ad intran- dum in portum — (8) per uoluntatem Digitized by i66 Nuovo Archivio Veneto qui nauem saornauerunt extra (9) proiectum fuerit de saorna, propter que patroni de pena minime teneantur. Hoc (10) intelligimus in (11) naue et in quolibet (12) Ugno cooperto. (9) nauem ipsam habeant saornatam foras — (10) saorna, et patroni nichil de pena teneantur. Et hec — (11) de — (12) omni. VI. Qualiter et quantum possit saorna de nauibus et aliis lignis extrahi, si ferrum, plumbum, stagnum uel ramum non laboratum positum in eisdem fuerit prò saorna (1). Statuimus quod postquam aauis fuerit saornata, si patronus in naui ferrum, aut plumbum, aut stagnum siue ramum non laboratum (2), uel de omnibus istis qua- A. 181 tuor simul posuerit (3) prò saorna, tantum possit ex||tra- here de saorna (4) quantum posuerit de rebus quatuor supradictis (5) ; et hoc fiat presentibus (6) nauclerio et scribano ipsius nauis. Si uero (7) de ipsa saorna aliquid de naui aliter cxtraheretur (8), patronus (9) nauis nostro comuni emendare teneantur [sic] soldos uiginti (10) denario- rum paruorum prò quolibet miliario de tanto quan- tum (li) nauis fuerit extimata. Hoc (12) intelligimus in naue et in quolibet ligno cooperto (13). Var. in Q. : (1) De ferro, piombo uel stagno et rame ponendo prò saorna, quod tantum de saorna for[a]s extrahatur de naue. — (2) si patroni nauis plumbus et rame non laboratum, stagnum, fero (3) tantum posuerint — (4) possint de s. e. — (5) posuerint de predictis q. r. — (6) sit presente — (7) nutem — (8) a. e. de n. — (9) patroni — (10) XX — (u) quanto — (12) Et hec — (13) de naue et ligno aliquo cohoperto. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 167 VII. Qualiter naues et alia Ugna debent ornavi de arboribus et antennis } et antennis de dolono et temo- nibus (1) (a). Dicimus quod de arboribus et antennis, atque do- lono et temonibus (2), nauis uel alius ligni (3) de miliariis ducentis et a miliariis ducentis supra (4) decenter sit (5) ornata uel ornatum (6). St. Tiep. A, 4 — Tarr. 5. Var, in Q: (1) Quod nauis conuenienter ornetur. — (2) et an- tenis, et edam antenis de dolone, et timonibus — (3) et omne aliud lignum — (4) de m. CC et inde supra — (5)sint — (6) u. o. omesso. (a) Nella disposizione degli Stat. Tiepolo non si distingue fra le navi di maggiore portata e le minori, distinzione che non è fatta nep- pure per alcune disposizioni successive. Del resto, col progredire della marineria, andava sempre più assottigliandosi il numero dei legni mi- nori, e ciò anche in forza di qualche precetto di legge. Così nel pro- clama del gennaio 1229 dello Ziani che prescrive le misure minime delle navi (cfr. St. Ziani, G). Per te tarrete manca la limitazione della portata, difetto che ripetesi anche nelle altre disposizioni, ciò che si spiega non potendosi in via di regola, almeno al tempo di quegli statuti, supporre tarrete di portata inferiore a 200 migliaia, ed an- che perciò che i Consoli stimavano soltanto, secondo si è visto, la portata delle tarrete e non ne facevano la misurazione (A. S.). Vili [1]. Qiiot anchoras et alia correda naues et \\alia Ugna habere debeant (1). A.181* Uolumus quod nauis uel aliud lignum (2) extimata uel extimatum (3) ducentis miliariis et ducentis quinqua- ginta habeat hanchoras septem, indagarios (4) septem con- uenientes, canouos nouos in corcoma septem (5) et alios canouos septem conueni | entes; et in uelis ornetur ut (6) Q.85* patroni concordabuntur cum naulizatis (7). St. Tiep. A, 8 — Tarr. 7, 8. Var. in Q: (1) De ornacione coredùm. — (2) et alia ligna — (3) e. u. e. omesso. — ^4) de milliariis CC usque ad CCL ancoras septem habeat et endegarios — (5) VIJ — (6) sic ornetur sicut — (7) cum naulizatis simul fuerint concordati. i68 Nuovo Archivio Veneto [2]. De eodem (1). Affirmamus quod nauis uel aliud (2) lignum exti- mata uel (3) extimatum trigentis milliariis et trigentis quinquaginta (4) habeat anchoras decem, indagarios de- cem(5) conuenientes, canouos nouos in corcoma decem (6) et alios canouos duodecim (7) conuenientes. St. Tiep. A, 8, 9. — Tari*. 9, 10. Var. in Q: (1) IX. De ornatione corredum. — (2) alliud — (3) u. omesso — (4) de milliariis CCC usque ad CCGL — (5) X anco- ras, endegarios X — (6) X in corcoma — (7) XIJ. [3]. (1) De eodem. Asserrimus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata A. 182 ue ^ extimatum II quadringentis milliariis et quadringentis quinquaginta habeat ancoras tresdecim, indagarios tres- decim (3) conuenientes, canauos (4) nouos in corcoma tresdecim (5) et alios canauos tresdecim (6) conuenientes. St. Tiep. A, 10. — Tarr. 1 1. Var. in Q : (1) X. — (2) Stabilimus — (3) de milliariis iiiic usque ad iiii°l ancoras XI IJ habeat, endegarios XII J — (4) canouos — (5) XII J in ^corcoma — (5) canouos XIIJ [4] (1). De eodem. Statuimus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata uel (3) extimatum quingentis milliariis et quingentis quin- quaginta (4) habeat ancoras quindecim, indagarios quinde- cim (5) conuenientes, canauos (6) nouos in corcoma quin- decim (7) et alios canauos quindecim (8) conuenientes. St. Tiep. A, 1 1 . Var. in Q : (1) XI. — (2) Mandamus — (3) e. u. omesso — (4) de milliariis D usque DG — (5) XV, endegarios XV — (6) canouos — (7) XV in corcoma — (8) canouos XV. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 169 [5] (1). De eodem. Mandamus (2) quod nauis uel aliud lignum extimata uel extimatum sexcentis milliariis et sexcentis quinqua- ginta (3) habeat anchoras sexdecim, indagarios sexde- cim (4) conuenientes, canauos nouos in corcoma sexde- cim (5)|| et alios canauos sexdecim (6) conuenientes. A.182* St. Tiep. A, 12. Var. in Q: (1) XII — (2) Statuimus — (3) de milliariis DC usque DGL — (4) ancoras XVI, endegarios XVI - (5) XVI - (6) XVI [6]. De eodem (1). Dicimus quod nauis uel aliud (2) lignuiri extimata uel extimatum septingentis miliariis et septingentis quin- quaginta (3) habeat anchoras decem et septem, indagarios decetn et septem (4) conuenientes, canauos (5) nouos in corcoma decem et septem (6), et alios canauos decem et septem (7) conuenientes. Su Tiep. A, 13. Var. in Q: (1) XIII Manca il titolo. - (2) aut — (3) -de.mil. liariis DOG usque DCCL — (4) ancoras XVIJ, endegarios XVIJ — (5) canouos — (6) XVIJ in corcoma — (7) canouos XVU [7] (1). De eodem. Decernimus quod nauis uel aliud (2) lignum extimata uel extimatum optingentis milliariis et optingentis quin- quaginta (3) habeat anchoras decem et octo, indagarios decem et octo (4) conuenientes, canauos nouos in cor- coma decem et nouem (5), et alios canauos decem et nouem (6) conuenientes. St. Tiep. A, 14. Var. in Q: (1) XIV. - (2) aut - (3) de milliariis DCCC usque DCCCL - (4) ancoras XVIIJ, endegarios XVIIJ —(5) canouos XVHJ nouos in corcoma — (ó) canouos XVIIJ 12 Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto [8] (i). De eodem. A - ,8 3 || Confirmamus quod nauis uel aliud (2) lignum exti- rriata uel extimatum nongentis miliariis et nongentis quin- quaginta (3) habeat anchoras decerci et nouem, indagarios decem et nouem conuenientes, canauos (4) nouos in cor- coma uiginti (5), et alios canauos uiginti (6) conuenientes. St. Tiep. A, 15. Var. in Q: (1) XV. De vellis, De eodem. — (2) aut — (3) de milliariis DGCCG usque DCCCCL - (4) ancoras XVIIIJ, endegarios conuenientes XVIIIJ, canouos — (5) XX — (6) canouos XX Q. 86 fò] (0-1 tote™- Uolumus quod nauis uel aliud lignum extimata uel extimatum mille milliariis (2) habeat anchoras uiginti, in- dagarios uiginti (3) conuenientes, canauos (4) nouos in corcoma uigintiduos (5), et alios canauos uiginti duos (6) conuenientes. St Tiep. A, 16. Var. in Q : (r) XVI. — (2) de milliariis mille — (3) ancoras XX, endegarios XX — (4) canouos — (5) XXI J — (6) canouos XX IJ. Villi. De longitudine canauorum quos nanes et alia Ugna tenentur habere{\). Decernimus quod nauis uel banzonus uel buzus na- uis (2) uel aliud lignum de ducentis (3) milliariis usque A. 183* ad tringenta(4)non conpleta habeat canauos (5) quos||debet habere in corcoma longos de sexaginta duobus passis (6). Et nauis uel banzonus uel buzus nauis de tringentis milliariis usque ad quadringenta (7) non conpleta, habeat canauos quos debet habere in corcoma longos de sexaginta Var. in Q;(i)XVH. Manca il titolo. — (2) nauis uel buzoaut buzo- nauis — (3) CC - (4) ad CCG — (5) canouos — (6) passubus LXII — (7) nauis uel buzo aut buzonauis de mill. CCC usque CGCG — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 171 quinque passis (8). Et nauis et banzonus et buzus nauis de quadringentis milliariis usque ad quingenta quinquaginta (9) non completa, habeat canauos quos debet habere in cor- coma longos de septuaginta passis. Et nauis uel banzo- nus, uel buzus nauis de quingentis quinquaginta milliariis usque ad septingenta (io) non completa habeat cana* uos quos debet habere in corcoma longos de septuaginta quinque passis (11). Et nauis uel banzonus uel buzus nauis de septimgentis milliariis (12) et inde supra habeat canauos |J quos debet habere in corcoma longos de optua- A. 184 ginta passis.(i3)Statuentes ut omnes isti canaui conuenien- tes sint in grossicie secundum eorum longitudinem (13). St. Tiep. A, 8. (8) canouos in corcoma longos passibus LXV — (<)) nauis uel buzo aut huzonauis de mill. CCCC usque DC. Qui manca il passo seguente fino a usque ad septingenta. — (10) usque DCC — (11) in corcoma canouos nouos longos habeat de passibus LXXV — (12) buzo aut buzonauis de mill. DCC — (13) habeat canouos in corcoma de passibus LXXX. Ordinamus quod omnes isti canoui sint conuenientes in gros- secia secundum longitudinem illorum. X. Qualiter naues el alta Ugna de tringentis mil- liariis usque ad sexcenta ornar i debent in velis (1). Affirmamus quod nauis uel banzonus uel buzus na- . uis uel aliud lignum de tringentis milliariis usque ad sexcenta sic ornetur in uelis : In proda (2) habeat artimo- nem, terzarolum et dolonum (3) unum de fustagno uel de bambacio, et parpalionem unum de canauazo. In me- dio habeat maioram (5) et dolonem unum de banbacio uel de barachamo, et parpalionem unum de canauazo (6). St. Tiep. A, 9. — Tarr. 6. Var. in Q:(i) XVIII. De vellis. — (2). Affirmamus quod nauis, uel buzo aut buzonauis de milliariis CCG usque DC in proda sit con- nata in uellis: — (3) dolocium — (4) banbasio et parpaglonepa unum de caneuaza — (5) maiorem — - (6) baracame et parpaglonem unum de catiuaza. Digitized by Google 172 Nuovo Archivio Veneto XI. Qualiter naues et alia Ugna de sexcentis mil- liariis et inde supra ornavi debent in uelis (i). Il Mandamus quod nauis uel banzonus uel buzus na- uis (2) uel aliud lignum de sexcentis milliariis (3) et inde supra sic ornetur in uelis: In proda habeat artimonem (4), terzarolum et dolonem unum de fustagno et de banba- cio, et parpalionem unum de canauazo (5). In medio habeat maioram (6), terzarolum et dolonem unum de bambacio uel de barachamo, et parpalionem unum de ca- nauazo (7). St. Tiep. A, 12. Var. in Q: (1) XIX. Manca il titolo. — (2) uel buzo uel buzo- nauis — (3) de milliar. DC — (4) artimone — (5) bambasino et par- paglonem unum de caneuaza — (6) maiorem — (7) uel baracame, parpaglonem unum de caneuaza XII. Qualiter arbores et antenne cuiuslibet nauis et aliorum lignorum ornar i debent de sarciis (1). Ordinamus quod arbores et antenne cuiuslibet na- uis uel alterius ligni de ducentis (2) milliariis et inde supra ornentur de bonis mantis et sarciis et sostis (3) conuenienter. St. Tarr. 12. Var. in Q: (1) XX. De arboribus et antenis. — (2) cuiuscum- que nauis uel ligni de CG — (3) concietur de bouistis et sostis et sarcijs. XIII. De mantis nouis quos naucs et alia Ugna te- nentur habere superfluos (1). Il Decérnimus quod nauis et banzonus uel buzus nauis uel (2) | aliud lignum de tringentis (3) milliariis Var. in Q: (1) XXI. De nouis mantis superfluis. — (2) nauis et buzo et buzonauis et — (3) CCC Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 173 usque ad sexcenta (4) habere debeat unum mantum no- uum superfluum (5). Et nauis uel aliud lignum de sex- centis milliariis (6) et inde supra habere debeat duos mantos nouos superfluos. (4) DC — (5) u. m. n. s. h. d. — (6) de milliariis DC. XI III. De pena quam incurrunt patroni si defectus est in corredis et ornamentis nauium et aliorum ligno- rum (1). Statuimus quod si aliquis defectus fuerit in corredis et ornamentis (2) nauium uel banzonorum (3), buzo- rum nauium et (4) aliorum lignorum superius nominato- rum (5), patroni illorum lignorum (6) nostro comuni (7) duplum ualimenti tocius defectus emendare teneantur (8). .St. Tiep. A, 46. — Tarr. 13. Var. in Q: (1) XXII. De emendatione defectus — (2). coredis et ornamento — '3) u. b. omesso. — (4) buzonauium uel — (5) predicto- rum — (6) 1. i. — (7) n. c. omesso. — (8) duplum naulizancium te- neantur emendare defectus. XV. Quod naues et alia Ugna de ducenlis millia- riis et inde supra habere non de\\beant mantos repara- a. 185* tos (i). Ordinamus quod nulla nauis de ducentis millia- riis (2) et inde supra habere debeat mantum repara- tum (3) in arbore de proda, et alii manti (4) qui fuerint in arboribus sint conuenientes. Patronus uerq (5) qui sue naui mantum posuerit reparatum, aut (6) modo ali- quo uel ingenio poni fecerit, uel permittet, nostro co- muni in duplum (7) ualimenti boni et noui manti con- Var. in Q: (1) XXIII. De preparatane matorum — (2) mill. CC — (3) mantum habere debeat reparatum — (4) manti alii — (5) na- uis — (6) qui « poni fecerit » — (7) duplo Digitized by Google 174 Nuovo Archivio Veneto petentis (8) illi naui uel (9) simili debeat emendare. Hoc intelligimus in naue, et banzono (io) et buzonaue uel (1 1) alio Ugno. (8) mantis computatis — (9) in agg. — (10) buzo — (n) et XVI. Quod naues et alia Ugna de ducentis millia- riis et inde supra cum exierint de Ueneciis sint guar- nite de omnibus suis corredis (1). Dicimusquod quelibet nauis de ducentis milliariis (2) 35 et inde supra, que exierit || de Ueneciis (3), sit guarnita (4) de omnibus suis corredis secundum tenorem nostri sta- tuti (5) sub pena dupli ualimenti (6) tocius defectus (7) nostro comuni soluenda a patrono nauis cui aliquid de- fecerit in corredis. Et hoc intelligimus in naue et ban- zono (8) et buzonaue et alio ligno (9). St. Tarr. 14. Var. in Q: (1) XXIV. De preperatione coredum. — (2) nauis et alia ligna de mill. CC — (3) q. d. u. e. — (4) ornata — (j>) statuti nostri — (6) naulizamenti — (7) In luogo di quel che segue ha : et ipsam peoam nostro comuni pacabit patronus nauis si aliquid sibi defecerit de coredis — (8) de naue et buzo — (9) et alijs lignis coho- pertis. XVII. Quod brulla, stupa et accuti sint in expensis patronorum nauium et aliorum lignorum (1). Uolumus (2) quod brulla, stuppa et accuti (3) de- beant esse in expensis (4) patronorum nauium et quo- rumlibet (5) lignorum coopertorum de ducentis millia- riis (6) et inde supra. St. Tiep. A, ó. — Tarr. 15. Var. in Q: (1) XXV. Manca il titolo. — (2) Nolumus — (3) stu- pa et acuti — (4) expenssis — (5) nauium et omnium — (6) coho- perto de milliariis CC. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani '75 XVIII. De locis in quibus fieri possunt camere per patronos in nauibus et aliis lignis (i). Decernimus quod patroni nauium (2) possint facere cameras (3) in pope nauis sub eius uanno (4), et edam sub corretorio a porta (5) sentine uersus popem us||que A. 186* ad ante uannum (6); et in proda similiter a chatena col- latoria (7) usque ad portam prode ; et alibi cameram ali* quam facere non possint (8) sub pena triginta (9) soldo- rum grossorum prò qualibet(io) camera alibi (11) facta. Que pena in nostrum (12) comune deueniat. Hoc (13) intelligimus in naue et banzono|et buzonaue uel alio q. 87 li^no de ducentis milliariis et inde supra (14). St. Tiep. A, 5. Var. in Q: (1) XXVL Vbi patroni possint facere camerelas. — (2) Qui in pope nauis — (3) camerelas — (4) sub uanno nauis — (5) co- rederio, atque portam — (6) anteuanum — (7) cathene colatoria — (8) et in alio loco non possint c. f. — (9) XXX — (10) omni — (1 1) in alio loco — (12) nostro — (13) Et hoc — (14) de naue et buzo et buzonaue et Ugno cohoperto. XVIIII. De expense que fiunt prò nauibus et aliis lignis coopertis extrahendis de portu Ueneciarum, fieri debeant per patronos (1). Precipimus quod expense (2) que fiunt (3) prò naui- bus et prò quibuslibet lignis coopertis de portu (4) Ue- neciarum extrahendis, fieri debeant expensis patrono- rum (5). St. Tiep. A, 7. Var. in Q: (1) XXVII. Quod patroni facere debent expensas prò naue de portu Uenec. trahenda. — (2) expensse — (3) fuerint — (4) et lignis omnibus cohopertis de porto — (5) trahendis, sint super patronis nauium et omnium lignorum facte. Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto XX. Qiiot marinarios naues et alia Ugna tenentur habere (1). Affirmamus quod nauis uel (2) aliud lignum de du- A. 187 || cen ti s (3) milliariis habeat marinarios uiginti (4), et prò quibuslibet decem (5) milliariis que nauis uel aliud li- gnum plus fuerit extimatum uel extimata (ó), unum ma- rinarium plus habere debeat. Ordinantes quod si aliquis marinariorum (7) moriretur uel relinqueret nauem (8), patronus illius nauis ipsum marinarium secumdum ordi- nem et tenorem nostri statuti debeat recuperare (9) ubi nauis (10) portum fecerit prius. Qui uero contra hoc fecerint(n) nostro comuni emendare teneantur in du- plum (12) marinariciam (13) comunalem que in naui (14) fuerit, prò quolibet marinano qui in naui (15) defecerit. St. Tiep. A, 8 a 16 — Tarr. 16. Var. in Q: (1) XXVIII. De marinar ijs habendis. — (2) et omne — (3) GC — (4) XX marinarios — (5) omnibus X — (6) quod plus nauis fuerit extimata — (7) Si marinarius aliquis — (8) nauem relin- querit - (9) recuperare debeat — (10) naues — (11) portum f.,ante- quam hoc fecerit contra — (12) in duplum teneatur emendare — (13) suam, sciiicet aggiunto — (14) naue — (15) qui nauem XXI. Qualiter licitimi est patrono, si aliquis mari- nariorum moritur, intromittere de bonis ipsius (1). Dicimus quod si aliquis marinariorum moriretur, A. 187* licitum sit pa prono tantum intromittere (2) de bonis ip- sius que sunt (3) in naue, quantum uenit ei prò racione de residuo quod debebat seruire in naui (4). St. Tarr. 17. Var in Q: (1) XXIX. De habere intromittendo marinariorum — (2) patrono sit licitum intromittere tantum — (3) illius, que fuerint — (4) quantum per racionem ipsi habere perticiet de residuo quod sibi pertinet habere et debet seruire. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 177 XXII. De trombatoribus et tubis et trombetis, iam- burlis et tympanis, quos et quas naues et alia Ugna de quadringentis milliariis et inde supra habere tenentur^ que iuerint extra Culfum (1). Uolumus quod nauis de quadringentis (2) milliariis et inde supra (3) que iuerit extra Culfum habere debeat duos tonbratores cum duabus tubis (4) conuenientibus, qui marinarli sint (3) conputati ; et hoc sub pena vigin- tiquinque (6) libtarum prò quolibet tonbratore a patro- nis nauis soluenda; que pena in nostrum comune deue- niat (7). Similiter dicimùs quod quelibet (8) nauis que fuerit de quadringentis (9) millia || riis et inde supra, ha- a. 188 bere teneutur imam tonbretam (10) et unum tamburlum et duos tympanos, sub pena predicta. Hoc (1 1) intelligi- mus in naue et quolibet ligno. Var. in Q: (1) XXX. De trombatoribus et trombis habendis. — (2) CCCC — (3) et i. s omesso. — (4) trombatores c. d. trombis — (5) sint marinari) — (6) XXV — (7) per quenlibet trombatorem; et no- stro comuni ipsam penam patroni pacare teneantur — (8) omnis — (9) CCCC — (10) trofcbelam - (11) Et hoc. XXIII. De patronis qualiter possimi esse marinarti in suis nauibus et aliis lignis (1). Iniungimus (2) quod nullus patronus nauis (3) possit esse marinarius sue nauis, si tantum unus patronus uel duo fuerit uel (4) fuerint in ipsa naui. Saluo hoc (5) quod si fuerint tres patroni (6), unus tantum (7) illorum marinarius esse possit (8). Et si fuerint quatuor patro- ni (9), duo tantum (10) illorum marinarli esse possint in sua naui (11). Et plus duo | bus patronis in aliqua naue q g 7 * Var. in Q: (1) XXXI. De patronis qui non possunt esse mari- narij. — (2) Dicimus — (3) nauis om. — (4) fuerit uel om. — (5) hoc om. — (6) patroni om. — (7) tantum om. — (8) possit esse marina- rius — (9) patroni om. — (10) tantum om. — (11) i. s. n. om. — Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto marinarli esse non possint (12), sub pena quinquaginta librarum (13) nostre parue (14) monete (15) nostro co- A.188* munì soluenda prò quolibet pa|| trono qui contra hoc sta- tutum fuerit marinarius, et in quolibet uiatico. Hoc (16) intelligimus in naue et banzono (17) et buzonaue uel alio Ugno de ducentis (18) milliariis et inde supra. St. Tarr. 20. (12) naui e. n. p. m. — (13) librarum L — (14) parue om. — (15) Invece di ciò che segue ha: Quam penam quilibet illorum nostro comuni emendare teneatur qui fecerit contra hoc statutum — (16) Et hoc — (17) de nave et buzo — (18) Ugno alio de mill, CG XXIIII. De illis qui marinariì esse non debent (1). Sanccimus (2) quod nullus minor decem et octo (3) annorum in aliqua naue (4) marinarius esse possit (5), et eciam nec miles, nec peregrinus, nec seruiens (6) ma- rinarius esse possit (7). Patronus uero qui marinarium minorem decem et octo annurum in sua naue habuerit, et eciam (8) militem, uel peregrinum, uel (9) seruientem prò marinano, nostro comuni libras uiginti quinque prò quolibet (10) debeat emendare. Hoc (11) intelligimus in naue et in quolibet ligno cooperto de ducentis (12) mil- liariis' et inde supra. St. Tarr. 21. Var. in Q: (1) XXXII. De illis qui non possunt esse marinarij. — (2) Statuimus — (3) XVIII — (4) in a. n. om. — (5) p. e m. — (6) in aliqua naui aggiunto — (7) p. e. — (8) in s. n. marinarium XVIII annorum habuerit uel — (9) aut — (10) prò quolibet libras XXV — (11) Et hoc — (12) omni ligno cohoperto de CC A. 189 XXV. De sacramento accipiendo ma\\ rinariis per pa- tronos (1). Iubemus quod patronus cum marinarios prò sua Var. in Q: (1) XXXIII. De tollendo sacramento marinarijs. — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani J79 naui acceperit, ab eis accipiat sacramentum si minores decem et octo annorum fuerint, et eis prò sacramento crcdatur. Sacramento uero ab eis accepto, patronus pe- nam aliquam non incurrat. Hoc (2) intelligimus in naue et in quolibet Ugno cooperto de ducentis milliariis et inde supra (3). St. Tarr. 21. (2) I. q. c. p. prò s. n. a. m., accipiat s. a. e. si marinari) fuerint minores XVIIJ annorum, et ipsis creJat per sacramentum, patronus penam non incurrat. Et hoc — (3) de naue de CC mill. et omni ligno cohoperto, et inde supra. XXVI. De illis qui marinariciam defenderint (1). Asserimus (2) quod marinarius uel aliquis (3) alius qui marinariciam (4) in naue merchatoribus naulizata defenderit, locum merchatorum (5) dormiendi ab arbore de medio uersus popem habere non possit (6), nisi super bertrescam discoopertam (7) que est supra corretorium uel (8) supra uanum, excepto patrono ma Urinario conta- a. 189* to (9) qui dormire possit ab arbore de medio usque po- pem. Marinarius uero uel (10) aliquis alius (11) contra hoc faciens (12) nostro comuni soldos decem ueneciano- rum (13) grossorum debeat emendare. Hoc (14) intelli- gimus in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno de ducentis (15) milliariis et inde supra. Var. in Q: (1) XXXIV. De locis non habendis in naue — (2) Affìrmamus — (\) aliquis om. — (4) defenderunt aggiunto. — (5) in naue mercatorum locum mercatoris — (6) habere non possit de medio uersus popem — (7) bertescam discouertam — (8) corredorium et — (9) computato — (10) pope. Marinarius uel — (11) qui agg. — (12) fccerit — (13) X denariorum — (14) Et hoc — (15) de naue et buzo et buzonaue et omni ligno cohoperto de CC Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto XXVII (i). De armis que marinarii habere tenentur (2). Statuimus quod quilibet (3) marinarius cuiuslibet na- uis uel alterius ligni de ducentis (4) milliariis et inde su- pra, habeat capilinam de corio, aut elmum de cono (5) uel de ferro, et scutum, et zupam, et cultellum percu- ciendi (6), et spatam, et lanceas uel lanzonos tres (7). Marinarius uero qui quadraginta libras uel (8) plus prò A. 190 marinaricia habuerit, panzeram uel lamam (9) de fer||ro cum armis babeat supradictis (10) Similiter nauclerius, si quadraginta libras uel (1 1) plus habuerit, panzeram uel lamam de ferro (12), et unam balistam de cornu cum centum (13) quadrellis habeat, cum armis omnibus su- pradictis (14). Et hec omnia, ut in (15) hoc capitulo con- tinente, quilibet (16) supradictorum sub pena decem librarum denariorum paruorum teneatur habere, que pe- na in nostrum comune deueniat (17). St. Tiep. A, 8. — Tar. 16. Var. in Q: (1) XXXV. — (2) tenentur habere — (3) omnis — Q. 88 (4) de omni naue uel I de alio ligno de mill. CG — (5) capelinam de corrio aut helmum de corrio — (6) cultelum de ferire — (7) IIJ — (8) qui libras XL et — (9) habebit prò marinaricia, panceram uel lameram — (10) predictis habeat — (11) libras XL et — (12) pance- ram uel lameram de fero — (13) balestranti de corno cum C — (14) cum armis predictis habeat — (15) Et hoc intelligimus quod in — (16) continetur, de omnibus — (17) librarum X uenec. paruorum ; quam soluere teneatur quilibet comuni Venetiarum. XXVIII. Qualiter arma non debent auferi naucle- riis et marinaris. Ordinamus quod arma que nauclerii et marinarii habere tenentur prò aliquo debito eis auferri non pos- sint donec patronis nauium tenebuntur (1). Var. in Q : (1) XXXVI De noclerio qui a naui folli non potest. Ordinamus quod omnis nauclerius et marinarius, qui naui seruire tenetur, non possit tolli armis per aliquod debitum donec patrono seruire teneatur. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 18 1 XXVIIII (t). De armis que naues et alia Ugna ha- bere tenentur (2). [1]. Procipimus quod nauis et banzonus et buzus- nauis (3) uel ali || ud lignum de ducentis (4) milliariis usque a. 190* ad trecenta (5) non conpleta, habere debeat (6) duas pan- zeras et (7) duos cupironos, duos elmos (8) uel duas ca- pilinas (9) cum mascaris, lanzonos uel zitarolos (10) cen- tum, duos scutos, duas balistas de cornu. unam (11) de streuo et aliarti (12) de pesarola, centum quadrellos prò balista de streuo, et quinquaginta (13) quadrellos prò balista de pesarola ; unum crocum et unam (14) pesaro- lam, duas cordas et unam maestram prò qualibet ba- lista (15). St. Tarr. 18. Var. in Q : (1) XXXVII. - (2) debeni habere. - (3) buzo et bu- zonauis - (4) GG — (3) GGG — (6) teneantur habere — (7) panceras, — (8) helmos — (9) capellinas — (10) lanzones uel gitarolles — (11) scutos IJ, ballistras IJ de corno, IJ — (12) unam — (13) uel de turno, qua* drellos C prò ballista de streue et L (14) ballestra de pesarolla, I croco, l — (15) cordas II, maestra ni unam prò omni ballista. [2]. De eodem (1). Mandamus (2) quod nauis et banzonus et buzusna- uis (3) uel aliud lignum de tringentis (4) milliariis usque ad quingenta (5) non con pietà, habeat (6) quatuor pan- zeras et (7) quatuor capironos, et (8) quatuor elmos uel qua- tuor capilinas cum mascaris (9), quatuor scutos, || lanzonos a. 191 uel zitarolos ducentos (10), quatuor balistas de cornu (1 1), duos de streuo et duas de torno uel de pesarola, centum quinquaginta quadrellos prò qualibet (12) balista de streuo, Var. in Q: (1) XXXVI il. Item de- eodem capitulo. — (2) Asse- rimus — (3) et buzo et buzonauis — (4) GGG — (5) usque D — (6) com- pleta, habere teneantur — (7) panceras — (S) et omesso. — (9) helmos uel cappelinas cum mascheris — (10) gitarolas GG — (11) d. c. om. — (12) duas de pesarola uel de torno, quadrellos CL prò omni — Digitized by Google |82 Nuovo Archivio Veneto quinquaginta quadrellos prò qualibet balista da tomo uel de (13) pesarola, duos crocos, duos tornos uel duas pesa- rolas (14), et duas cordas et unam maestram prò qualibet balista (15). St. Tarr. 18. (13) quadrellos L prò omni balistra de turno uel — (14) duos pe- sarolas omesso. — (15) magistram prò omni ballistra. 88* | [3]. De eodem (1). Asserimus quod nauis et banzonus et buzusnauis uel aliud lignum de quingentis milliariis, usque ad sep- tingenta (2) non conpleta, habeat sex panzeras, et sex capironos, sex elmos uel sex capilinas cum mascaris, sex scutos (3) lanzonos uel zitarolos tringentos, sex balistas de cornu (4), tres da (5) streuo et tres da torno uel da pe- sarola, centum quinquaginta quadrellos prò qualibet ba- 191* lista (6) de streuo, quinquaginta quadrellos prò || qualibet balista de torno uel de pesarola, tres crocos et (7) tres tornos uel (8) tres pesarolas, et (9) duas cordas et unam maestram prò qualibet balista (10). Var. in Q: (1) XXXIX. Idem. — (2) ManJamus quod omnis na- uis de milliariis D usque DCC — (3) teneatur habere sex panccras, sex capirones e manca il resto fino a lanzonos — (4) et gitarollas GCC, sex de corno — (5) de — (6) de pesarola uel turno, CL qua- drellos prò omni balestra — (7) L prò omni balestra de pesarola uel de torno, tres crochos — (8) et omesso. — (9) u. omesso. — (io) magi- stram per quamlibet balistam. [4]. De eodem (1). Iniungimus quod nauis uel aliud lignum de septin- gentis (2) milliariis et inde supra habeat octo panze- ras et (3) octo capironos (4), octo elmos uel octo capi- linas (5) cum mascaris (6), octo scutos, lanzonos uel Var. in Q: (1) XL Idem. — (2) DCC — (3) panceras - (^capiro- nes — (5) helmos uel capelinas — (6) mascheris — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 183 gitarolos quadringentos, octo balistas de cornu, quatuor da streuo et quatuor da torno uel da pesarola, centum quinquaginta quadrellos prò qualibet balista da streuo, quinquaginta quadrellos prò qualibet balista de torno uel da pasarola (7), quatuor crocos (8), quatuor tornos uel (9) quatuor pesarolas, duas cor||das et unam maestram prò A. 912 qualibet balista (10). (7) lanzones uel gitarollas CCCC, balistas quatuor de corno destrue, ballestras quatuor de pesarola uel torno, quadrellos CL prò omni bale- stra destrue, quadrellos L prò omni ballestra de pesarola uel torno — (8) crochos — (9) cordas unam magistram per omnem balistram. XXX. De pena quam incurrunt patroni si defectus fnerit in armis supradiclis (1). Statuimus quod si aliquis defectus fuerit in armis superius in istis quatuor capitulis nominatis, patroni na- uis, uel banzoni, uel buzinauis, uel alterius (2) ligni, cui aliquid in armis supradictis defecerit, in duplum uali- menti tocius defectus nostro comuni debeant (3) emen- dare (a). St. Tarr. 18. Var. in Q: (1) XLI De emendatione armorum. — (2) defectus. in a. f. de istis q. c. supradictis, patronus uel marinarius nauis uel aliud >— (3) aliquid defecerit de predictis, ualimentum de omni defec- tu in duplum comuni nostro debeat {a) Gli St. Tarretarum, senza prevedere i vari casi di cui al capi- tolo 29 precedente, e con sanzione penale diversa dal presente ca- pitolo 30, regolano la materia nel loro cap 18, che veggasi (A S.). XXXI. Quod patroni nauium et aliorum lignorum de ducentis milliariis et inde supra habere debeant unam stateram (1). Uolumus quod patroni cuiuslibet nauis et banzoni et buzinauis (2), uel alterius ligni, de ducentis millia- Var. in Q: (1) XLII. De staterà in natie habenda. — (2) et ban- zoni et b. n. omesso. — Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto riis (3) et inde supra prò sua naue unam stateram iusti A -*9 2 * ponderis Uene||ciarum teneantur habere(4), cum qua8d(c>) minus libras septingentas ad grossum simul ualeant pon- derari (6), sub pena uiginti soldorum uenecianorum gros- sorum(7); que pena in nostrum comune deueniat. St. Tarr. 19. (3) mill. CC — (4) stateram habere debeant de iusto pondere uenec. — (5) at — (6) DGG ad grossum possi nt pesare — (7) soldorum gros- so™ m XX; XXXII. Qualiter patroni in nauibus et aliis lignis esse et morari tenentur (1). Dicimus quod si nauis plures patronos in ea ituros(2) habuerit, unus ad minus intret nauim (3) antequam (4) transeat molum sancti Nicholai, in ca continue commo- rando. Similiter in redditu(5) suo in Uenecias moram in naui ipsa (6) faciendo usque dum nauis non fuerit infra molum (7) predictum. Patronus uero (8) qui contra hoc fecerit penam quinquaginta librarum incurrat (9), quam penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim A - *93 dies postquam habuerint in || noticia exigere debeant et auferre. Et si penam predictam àuferre non poterint, nos cum nostro conscilio, infra quindecim dies (10) postquam nobis fuerit declaratum, eam in duplum auferre uel au- ferri(u) facere teneamur. Hoc (12) intelligimus in naue et banzono et buzonaue uel altero ligno de ducentis mil- liariis (13) et inde supra. St. Tiep. D. Var. in Q: (1) XLIII. Ubi patroni nauem intrare tenentur. — (2) nauis in ipsa ituros patronos p ures —(3) at m. in nauem intrat — (4) nauis aggiunto, — (5) moJulum s. Nicolai in causa omni die moe Q« 87 rando. Similiter — (6) interdictu — (7) morari in ipsa na | ue — (8) mo- dulum — (9) autem — (10) librarum L incurat — (11) Ueneciis exi- gere debeant et accipere infra XV dies — (12) ipsam i. d. accipere uel accipi — (13) Et hoc — (14) de naue et ligno de mill. CG Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 185 XXXIII. Qualiter unus solus patronus tenetur esse et inorar i in naue et alio Ugno, et qualiter de ipsis exire potest (1). Dicimus (2) quod si nauis tantum unum patronum habuerit, qui in ea sit iturus, ille patronus nauem (3) intrarc debeat antequam ipsa transeat molum (4) sancti Nicholai, semper in ea continue conmorando (5). Similiter io reditu suo in Ueneciis (6) moram in ipsa navi (7) faciendo dum nauis non fuerit || infra molum predictum (8), A - *93* nisi patronus ille loco sui dimiserit (9) fratrem uel (10) filium, seu (11) filium fratris uel sororis,aut (12) consangui- neum (13) germanunv, aut (14) fratrem patris uel matris, aut(i4) geaerum uel cognatum, dum quis istorum suf- ficiens uidebitur in hoc facto. Statuentes ut ille qui sic (15) remanserit prò patrono eandem (16) potestatem habeat quam patronus qui eum dimisit habebat. Qui uero, si nauem reliquerit uel (17) predicta non obseruauerit que patroni obseruare tenentur, patronus, qui loco sui eum dimisit (1 8), nostro comuni libras quinquaginta (19) sol- uere teneatur ; quam penam nostri consules in Ueneciis, infra quindecim dies postquam eis datum fuerit in noti- eia, teneantur exigere et auferre (20). Et, si dictam pe- nam auferre non poterint (2 1), nos cum nostro conscilio U infra quindecim dies (22) postquam nobis fuerit declara A. 194 tum, ipsam penam in duplum auferre uel auferri (23) Var. in Q: (1) X LI III. De illis qui in naue morari possunt per patronos. — (2) Precipimus — (3) qui cum naue ire teneatur, ille nauem — (4) nauis moJulum transeat — (5) in ipsa morando — (6) suo Uenec. — (7) nauem ipsam — (8) predictum modulum — (9) ali- qucm dimi-erit 1. s. — (io)u. omesso. — (1 i)s. omesso. — (12) a. omesso. — (13) uel parentem agg. — (14) a. omesso. — (15) cognatum; et omnem prout sibi uidebitur poterit in naue dimittere de predictis ; et ille qui — (16) per patronum ipsam — (17) quam habuit qui nauem reliquid. Et si — (18) e. d. 1. s. — (19) I. q. omesso. — (20) consules excutere teneantur infra dies XV postquam e. d. f. i. n. — (21) non poterint excutere — (22) dies XV - (23 ; tollera uel tolli — »3 Digitized by i86 Nuovo Archivio Veneto facere teneamur. Nauclerius uero et tnarinarii (24) sacra- mento teneantur quam cito poterunt mariifestare nostris consulibus in Ueneciis (25) patronum uel illum quem loco sui dimiserit, contra predicta facientem (26). Hoc (27) intelligimus in naue, banzono (28) et buzonaue uel (29) alio ligno de ducentis milliariis (30) et inde supra. St. Tiep. D. (24) autem et marinarius — (25) teneatur q. c. poterit n. c. i. U. mani- festare — (26) d. 1. s. f. c. p. — (27) Et hoc — (28), naue, buzo — (29) et orani — (30) mill. CG XXXIIIL Qualiter marinarli et nauclerii tenentur intrare et esse in nauibits et aliis lignis (1). Q. 89* Mandamus quod nauclerius et marina |rii cuiuslibet nauis ante quam ipsa molum iranseat (a) sancti Nicho- lai, nauem intrare debeant (2) et de naue non exeant (3) nisi a patronis nauis et a nauclerio (4) uel a maiori parte eorurn, licencia fuerit eis data (5). Similiter in reditu A.194* suo (6) in Uenecias nul || lus illorum egrediatur de naue dum nauis non (7) fuerit infra molum (8) predictum, nisi a predictis fuerint licenciati. Hoc saluo quod semper, tam (9) eundo quam redeundo, due partes marinario- rum (10) sint in naue, continuum in ea(n) residenciam Var. in Q: (1) XLV. De marinarijs et nauclerio qui nauem tenentur intrare antequam transeant modulum sancti Nicolai. — (2) et marinarius nauem intrare debeant antequam nauis ipsa transeat modulum sancti Nicolai — (3) exeat — (4) a patrono uel patronis nauium aut a nauclerijs — (5) ipsorum sibi licencia data fuerit — (6) s. redditu — (7) nullus de naue exeat donec nauis — (8) modulum — (9) predictum aut licenciatus fuerit a prefactis hominibus, tam in — v io) semper aggiunto. — (11) continuam in ea omesso. — (a) Aggiunto in margine. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 187 facientes. Qui uero contra predicta fecerit, prò qualibet die qua extra naue steterit, penam de quadraginta soldis incurrat (12) . Statuentes, ut omnes marinarli nauis a patrono uel a patronis nauis astringantur sacramento (13) manifestare patrono uel patronis ac scribano nauis, nec non et baiulis et rectoribus locorum (14) et ciuitatum qui prò nobis et comuni Ueneciarum extiterint (15) in terris in quibus nauis portum (16) fecerit, omnes contra predicta facientes (17) ; tunc uero nostri baiuli uel recto- res illius loci (18) dictam pe||nam eis prò nostro co- a. i muni exigere debeant et auferre. Et eciam hic in Uene- cias teneantur dicti marinarii infra octauum diem post reditum eorum in Uenecias nostris consulibus declara- re (20) ; et tunc ipsi(2i) consules infra quindecim dies postquam habuerint in noticia, penam predictam exi- gere debeant et auferre. Si uero (22) dictam penam au- ferre non poterunt (23), nos cum nostro conscilio, in- fra quindecim dies (24) postquam nobis fuerit declara- tum, eam auferre uel auferri facere teneamur. Cuius pene due partes in nostrum comune deueniant, tercia uero in accusatorem debeat euenire(25). Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue uel alio (26) ligno de ducentis (27) milliariis et inde supra. St. Tiep. D. (12) Qui autem f. c. p. prò omni die quo fuerit e. n. et steterit penam soldorum XL incurat — (13) Statuimus quod a p. uel p. n. marinarij 5. a. — (14) baiulus et 1. r. — (15) fuerint — (16) p. n. — (17) omnes omesso, t c. p. — (18) rectores nostri uel baiuli — (io) eis om. — (20) comuni excutere teneantur et accipere. Et in Ueneciis marinarii, infra octo dies postquam Uenec. intribunt, manifestare nostris con- sulibus teneantur — (21) nostri — (22) infra dies XV dictam penam teneantur excutere postquam eis dictum fuerit. Si autem — (23) n. p. excutere — (24) dies XV — (23) nobis dictum fuerit eam accipere uel accipi [et] tollero faciemus. De qua pena comune habeat duas partes et accusator terciam — (26) nave et omni — (27) GC Digitized by i88 Nuovo Archivio Veneto XXXV. Qualiter patroni marinarios canbire non debent (i). A. 195* Il Confirmamus quod patronus aliquem marinarium quem in u'iatico uel uiaticis prò sua naui habuerit, can- bire non debeat (2), nisi de uoluntate maioris partis mer- chatorum nauis ipsius. Patronus aero (3) qui contra hoc fecerit, duplum marinaricie marinarii quem aliter canbiret nostro comuni debeat emendare. Ordinante* ut omnes marinarii sacramento manifestare teneantur scribano na- uis, nec non et baiulis et rectoribus locorum et ciuitatum qui prò nobis et comuni Ueneciarum extiterint in terris in quibus nauis portum fecerit, patronum predicta mi- nime obseruantem. Tunc uero nostri baiuli et rectores prò nostro comuni debeant (4) patrono illius nauis dic- tam penam auferre, uel si auferre non possent, nobis (3) A. 196 suis litteris intimare. Hic ueflro in Ueneciis dicti mari- narii consulibus comunis infra octauum diem post suum reditum in Uenecias manifestare similiter teneantur (6) ; tunc dicti consules infra quindecim dies predictam pe- nam patrono nauis illius exigere debeant et auferre (7). Et si dictam penam auferre non poterint (8) nos cum nostro conscilio infra quindecim dies postquam in noticia St. Tarr. 22. Var.in Q: XLVI. Quod patroni non possunt marinarios cambia- re. — (2) quem in sua naue habuerit, in uiatico uel uiaticis non debeat cambiare - (3) mercatorum. Ipsius uero nauis patronus — (4) fecerit, no- stro comuni in duplum marinariciam marinari) emendare teneantur. Or- dinarmi quod omnes marinari) teneantur hoc manifestare scribano nauis. aut baiuio uel rectoribus qui erunt in ipsis terris et locis prò comuni Q # 90 Ueneciarum I in quibus nauibus portum fecerint. Si patronus minime obseruabir antedicta, nostri baiuli uel rectores prò comuni Uenecia- rum a — (s) auferre debeant; si tollere non poterunt, nobis debeant — (6) intimare. Marinari) autem infra dies XV postquam Uenecias intrabunt, similiter debeant consulibus manifestare; et — (7) a patrono nauis infra dies XV debeant dictam penam exigere - (8) predictam pe- nam excutere non poterit Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 189 fuerit nobis datum, eam auferre uel auferri (9) facere teneamur. Hoc (10) intelligimus in naue, banzono et bu- zonaue, uel alio ligno de ducentis milliariis (t 1) et inde supra. (9) infra dies XV p. n. d. f. i. n., ipsam penarti accipere uel accipi — (10) Et hoc — (ii) de naue et ligno alio de mill. GC XXXVI. Qualiter aliquis, itisi qui nauem uel aliud lignum iurauerit, nauli\are non debet; et qualiter qui iurauerit magagnas coredorum manifestare tenentur (1). Asserimus (2) quod nullus nisi qui nauem iurauerit, nauem aliquam debe[a/]||naulizare,quousque nauisipsa(3) A. 196* non fuerit naulizata usque ad tercium sue extimacionis (4). Quicumque uero contra hoc (5) nauem aliquam (6) nau- lizauerit, penam soldorum quinque prò quolibet milliario de tanto quanto nauis extimata fuerit incurrat(7). Quam penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim dies postquam eis fuerit declaratum exigere debeant et au- ferre ; et si auferre non poterint (8), nos cum nostro conscilio, infra quindecim dies (9) postquam nobis fuerit in noticia datum, ipsam auferre uel auferri facere tenea- mur (10) ; que pena in comuni nostro debeat deuenire (1 1). Ipse uero (12) cum nauem iurauerit, astringi debeat sa- cramento, quod, quando (13) nauem uoluerit naulizare, inquiret(i4) uel inquiri faciet diligenter et sine fraude(i5) si correda illius nauis, ui || delicet arbores et antenne, te- a. 197 Var. in Q: (1) XLVII. De naue naulijanda. — (2) Affirmamus — (3) donec i. n. — (4) sui extimacione — (5) fecerit, et agg. — (6) aliquam om. — (7) V per quodlibet milliare incurat de t. q. n. f. e. —'(8) consules tollere debeant infra dies XV postquam eis dictum fuerit; et si accipere non poterunt — (9) dies XV — (io) fuerit dictum, ipsam tollere uel tolli faciemus — ( 11 ) in nostro comuni ueniat — fi 2) uero om. - (13) sacramento,cum — (14) inquirat - (15) faciat sine f. d. — Digitized by Google 190 Nuovo Archivio Veneto mones et temonarie (16) fuerint magagnata. Et ipsis cor- redis diligentissime perscrutatisi cum nauem naulizaue- rit ad aliquas partes huius mundi, si aliquam magagnarli (17) in ipsis corredis inuenerit uel scierit aut esse crediderit, tunc in presenti ipsas magagnas, et quod scierit uel credi- derit, manifestabit et aperte dicet primis omnibus nau- lizatis, tam si pereos naulizatos fuerit interrogatus quam non ; et insuper omnibus aliis naulizatis quibus nauem ipsam naulizabit, si interrogatus fuerit per eosdem. Pa- tronus uero, si nauem suam alicui uel aliquibus conmi- serit, tunc magagnas quas scierit uel esse crediderit in supradiptis corredis, illi uel illis cui uel quibus nauem conmiserit teneatur dicere sacramento (18) (a). Similiter 197* Il patroniis qui nauem iurauerit sacramento teneatur (19) habere omnia correda et guarnimenta (20) sue nauis, et eciam marinarios quossecumdum formam statuti habere tenetur ; que sacramenta ab eis nostri consules teneantur auferre (21). Hoc intelligimus in naue et banzoao et buzo- naue uel (22) alio ligno do ducentis milliariis (23) et inde supra (b). (16) arbores, antene, timones, limonane — (17) magagnate, ipsis cor- redis dilligentissime circatis. Cum ad partes aliquas nauis fuerit nau- lizata, si magagna aliqua — (18) corredis inuenta fuerit uel sciuerit aut credetur, statim ipsam magagnam manìfestabo quam sciuero uel credi- dero, et dicam primis naulizatis, tan si per ipsis requisitus fuero quam non ; et si per eos interrogatus fuero si alicui nauem commiserit, ipsis g 0 * dicam cui comisit — (19) iurabit, t. s. — (20) habere predicta co | reda et uarnimenta — (21) nostri consules ab eo recipere tenentur — (22) naue et quoiibet — (23) de mill. CC. (a) Gfr. da qui in avanti gli St. Tarr. 25. (b) Luigi Fincati nel suo articolo inserito nella Rivista Marittima del febbraio 1878, intitolato • Splendore e decadenza di Venezia », ri- produce, a pag. 165 e segg., il giuramento dei capitani delle galee dello Stato naviganti in squadra a servizio del commercio, il quale, mutatis mutandis, ha molti punti di riscontro con quello di cui al presente e ai precedente capitolo. L'originale esiste neir Archivio di Stato di Venezia, negli Atti dei Procuratori di S. M. depositati dall' Ammi- nistrazione dei PP. IL RR. (A. S.). Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 191 XXXVII. Qualiter patroni debent constringi sacra- mento de non uendendis corredis et sarciis nauium et aliorum lignorum (1). Precipimus quod patronus astringi debeat sacramen- to quod non uendet, nec (2) uendi faciet, nec (3) alienabit nec (4) alienari faciet, modo aliquo uel ingenio illa sarda uel correda, aut(5) aliquid ex eis,quein uiatico uel in uiaticis habuerit prò sua naue (6), nisi causa memorandi prò ipsius nauis militate (7) illa sarcia || uel correda; uel quia nauem A. 198 aliquam inueniret (8) cui necessaria essent illa (9) sarcia uel correda in causa necessitatis. De quo (10) licitum sit patrono illi (11), cum uoluntate et consensu maioris par- tis naulizatorum et marinariorum ipsius nauis, uendere ex suis corredis (12) uel sarciis illi naui ; ita tamen quod correda illa (13) uel sarcia que uendiderit ille (14) patro- nus quam cicius poterit sacramento (15) recuperare tenea- tur (16). Patronus uero (17) qui contra hoc fecerit, in duplum ualimentum corredi uel sarcii (18) quod uendi- derit nostro comuni debeat emendare (19). Et hoc intel- ligimus in naue, banzono et buzonaue uel (20) alio ligno de ducentis milliariis (21) et inde supra St. Tarr. 23. Var. in Q: (1) XLVIII. Quod non uendandantur [sic] neque alie- nentur sarcia uel correda nauis. — (2) neque — (3) faciat, neque — (4) neque — (5) uel — (6) p. s. n. h. — (7) u. i. n. — (8) uel ad subueniendum in necessitate aliquam nauem — (9) fuerint ipsa — (io) correda. De quibus — 1 1) illa omesso — (12) coredis — (13) i.c. — (14) ipse — (15) per sacramentum — (16) teneantur — (17) autem — (18) u. s. omesso. — (19) d. e n. c. — (20) naue et — (21) mill. CG Digitized by Google 192 Nuovo Archivio Veneto XXXVIII. Quod patroni astringantur sacramento non ponendi aliquid super cruces quod possit facere in- A. 198* pedimentum ad mensuracionem nauium et attor um |] et li gnor um (1). Item astringatur patronus (2) sacramento quod non ponet nec poni faciet, nec (3) eciam poni permittet (4), aliquid super cruces (5) quod possit facere aliquod in- pedimentum ad rectam mensuracionem nauis illius fa- ciendam (6), sub pena dupli de omni eo quod posuerit. Et si illius patroni uel illorum patronorum nauis non fuerit, sed illis uel (7) illi fuerit conmissa (8), et ipse uel (9) ipsi penam predictam (10) soluere non poterit uel poterint (1 1), patronus uel patroni cuius uel (12) quorum fuerit ipsa nauis (13), nostro comuni penam predictam debeat uel debeant emendare. Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue uel (14) alio Ugno de ducentis milliariis (15) et inde supra. Var. in Q: (1) XLIX. De aliquo non ponendo super crucem. — (2) patroni astringantur — (3) ponent neque poni facient neque — (4) permittent — (5) crucem - (6) f. i. n. — (7) i. u. omesso. — (8) comissa — (9) aut — (io) predictam penam — (11) u. p. omesso. — Q. 91 (12) aut — (13) nauis fuerit — (14) naue et — (15) millilariis CC. XXXVIIII. Quando patroni accipere debent sacra- mentum marinariis (1). A. 199 Imponimus cum patroni alicuius nauis || et banzoni et buzinauis (2) uel alterius Ugni de ducentis milliariis (3) et inde supra, marinarios prò sua naue uel ligno acceperint, et concordes cum aliquo illorum fuerint tale ab eo acci- piant sacramentum (4): St. Tarr. 24. Var. in Q: (1) L. De tollendo sacramento a marinarijs na- uium. — (2) et b. et b. omesso. — (3) mill. GC — (4) prò s. n. aut ligno acceperit marinarios, et cum a. i. f. e, talle accipiat ab ipso. Indi segue: • Hec est forma sacramenti quod facere debent marinarij ». Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 193 XL. Forma sacramenti quod marinarti facere de- bent{\). Juro qubd bona fide et (2) sine fraude (3) nauem et correda nauis, et hauere (4) quod fuerit in ipsa naui (5) cuius sum marinarius custodiam et saluabo. Et in uia-' tico (6) isto non furabor nec furari faciam ultra soldos quinque denariorum (7) paruorum in ipsa naui. Si uero per totum istum uiaticum (8) aliquem in ipsa naui, ul- tra ualimentum quinque soldorum denariorum paruorum, sciero defraudantem (9), ipsum quam cicius poterò (10) patrono uel patronis ac(ii) nauclerio, et ad (12) minus quinque de naulizatis, si tot fuerint (13) in || ipsa naui, et A. 199* si quinque non fuerint (14), illis qui aderunt(is), mani- festare non tardabo. Et si sciero aliquam magagnarti esse (16) in arboribus ipsius nauis, uel temonariis, aut temonibus uel antennis (17), ipsam magagnam nauclerio et peneso »et quinque naulizatorum, si in ipsa naui tot (18) fuerint naulizati, et si quinque (19) non fuerint, illis qui aderunt, quam cicius propalabo(2o). Similiter (21) si de saorna aliquid eiectum (22) fuerit extra nauem, post- quam fuerit saornata, aduocatoribus comunis, si (23) Ue- necias intrauero, declarabo (24) ; et si ad aliquas partes iuero (23) in quibus (26) rector prò domino duce et co mune (27) Ueneciarum extiterit (28), quam cicius poterò St. Tarr. 24. (1) Var. in Q: LI. Capitulum sacramenti quod faciunt marinari}.— (2) J. b. f. - (3) fraude quod — (4) correda et auere — (5) q. erit innaue — (6) uiazo — (7) uenetorurn aggiunto. — (8) uiazum — (9) aliquem sciuero qui defraudabit ultra soldos V denariorum venetorum paruo- rum in ipsa naue — (10) cito poterro —(n) aut — (12) uel — (13) naulizatoribus, si tanti erunt — (14) erunt — (15) erunt — (16) si aliquam magnarci sciuero — (17) uel tiraonarijs, timonibus — (18) penasio et quinque naulizatis, si tanti — (19) naulizati in ipsa naui, et si tanti — (20) erunt quam cicius poterò dicam et manifestabo — (21) et aggiunto. — (22) saorna proiectum — (23) aduocatore comuni si in — (24) manifestabo — (25) si ad p. a. ibo — (26) fuerit ag- giunto. — (27) comuni — (28) e. omesso. — Digitized by Google 194 Nuovo Archivio Veneto manifestabo (a) rectorie ibidem comoranti, nisi factum esset de (29) uoluntate maioris- partis illorum qui nauem A. 200 jpsam saornauerint, aut prò || concambio rerum quatuor supradictarum (30), silicet ferri, plumbi, stagni (31) et rami non laborati; dicendo aduocatoribus (32) comunis uel rectorie supradicte bona fide quanta fuit (33) illa saorna que eiecta fuit extra nauem (34). Et manifestabo patrono uel patronis ac scribanis (35) nauis, nec non et baiulo (36) uel rectori qui prò domino duce et comu- ne (37) Ueneciarum extiterit in loco (38) in quo nauis portum fecerit, et in Ueneciis aduocatoribus (39) comunis in reditu meo, omnes contra tenorem statuti de naui exeumtes, postquam ipsa molum sancti Nicholai transie- rit in eundo (40), uel ante quam nauis sit infra molum (41) predictum in redeundo, qui (42) in ipsa naui secum- dum (43) formam statuti stare tenentur (44). Et arma habebo per istud uiaticum ut in statuto de marinariis A.200* continetur. Et si ipsius || nauis electus fuero temonarius, nisi iustum habuero impedimentum esse minime recu- sabo; percipiendo inde ili ud precium a marinariis quod quinque qui nauem regere habent uel maior pars eo- rum sentenciabunt (45). Et si nauis ipsa, quod Deus (29) dicam rectori ibidem inoranti, nisi esset factum de comuni utilitate et — (30) saornauerunt i. n. a. p. cambio q. r. que inferius continen- tur, — (31) s., p. — (32) • mercatoribus co » era scritto in Q. poi cancellato, uocatoribus — (33) rectori supradicto quanta fuerit — Q. 91* (34) saorna bona fide que extra nauem I proiecta fuerit — (35) patro- nis, scribano — (36) baiullo — (37) comuni — (38) i. 1. e. — (39) auoca- toribus — (40) omnes facientes contra t. s. de naue, postquam ipsa in eundo modulum t. s. N. — (41) modulum — (42) tenentur stare ag- giunto. — (43) naue secundum — (44) s. t. omesso. — (45) Et habeo arma in isto uiazo sicut in statuto comunis Veneciarum continetur. Et si in illa naui ellectus fuero timonarius, non recusabo, nisi iustum h. i., a marinariis illud precium habendo, quod quicunque sentenciabunt uel m. p. illorum qui n. h. r. — (a) Aggiunto in margine. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 195 auertat, naufragium pateretur (46), ad recuperandum res et merces et nauem (47) et correda ipsius per quindecim dies permanebo (48), nisi remanserit per merchatores uel maiorem partem eorum; de rebus quas recuperauero (49) per centenarium tres habendo (50) et non plus. Hoc in- telligimus in naue et quolibet ligno cooperto de ducen- tis(5r) milliariis et inde supra. (46) nauis illa frangeremo q. D. a., — - (47) n. r. et m. — (48) stabo per q. d. — (49) recuperabo — (50) habebo — (51) omni — (52) naui et omni ligno de CC mill. XLI. Quod naues et alia Ugna de ducentis millia- riis et inde supra habere debeant duos scribanos, et per quos ipsi scribani constitui debent (1). U Mandamus quod quelibet nauis uel aliud(2) lignum a. 201 de ducentis milliariis (3) et inde supra habere debeant duos scribanos (a) qui debeant scribere (4) omnes mer- ces, numero et pondere (5), que in naui (6) caricabuntur, eas eorum (7) signo signantes ; qui constitui debeant (8), si accepti fuerint in Ueueciis, per nostros consules uel maiorem partem eorumdem. Si uero (9) accepti fuerint in locis in (ro) quibus per nos rectoria (11) existit, con- stitui debeant de uolumtate maioris partis rectorie ipsius existentis ibidem (12). Et si accepti fuerint (13) in loco in quo prò nobis et comuni Ueneciarum non fuerit rec- toria (1*4), constitui debeant de uolumtate maioris partis patronorum ipsius (15) nauis et merchatorum, patrono inter mechatores tamquam unus eorum coriputato (16). (1) Var in Q: LU.\De scribanis habendis — (2) nauis aut — (3) mill. CC — (4) duos s. h. debeat qui s. d. — (3) etnumerum et pondera - (6) naue — (7) e. e. omesso. - (8) debent — (9) eorum. Si autem — (10) in omesso — (1 1) r. omesso. — (12) partis ipsius rectoris i. e. — (13; f. a. — (14) rector — (15) i. om. -- (16) patron us tamquam unus ipsorum in ipsis computatus — (a) Aggiunto in margine. Digitized by Google Nuovo Archivio Veneto A. 201* Q u ' cum accepti fuerint (17) examinentur si || ad istud officium sufficientes fuerint et legales (18). Patronus ue- ro (19) uel patroni scribanum uel scribanòs aliter aeri- ci. 92 piens uel accipientes nostro comuni debeat uel | debeant libras centum prò scribano quolibet emendare (20). Quam penam nostri consules in Ueneciis infra quindecim dies postquam habuerint in noticia teneantur exigere et au- ferre. Similiter in terris in quibus rectoriam habemus, baiuli uel rectores nostri penam predìctam infra quinde- cim dies postquam eis datum fuerit in noticia exigere debeant et auferre. Et si isti supradicti, tam consules comunis quam nostri baiuli uel rectores, ipsam penam auferre non poterint (2 1), nos cum nostro conscilio infra quindecim dies postquam nobis per consules nostros A. 202 fuerit declaratum, dictam penam || aufere uel auferri fa- cere debeamus. De qùa pena accusator habere debeat decem libras denariorum paruorum. Qui scribani iurare debeant huiusmodi sacramentum (22): St. Tiep. A, 17 e G 4 - Tarr. 20. (17) cum fuerint examinati, accepti — (18) f. s. et 1. — (19) autem — (20) qui aliter s. uel s. accipient uel acipiet, n c. prò omni scribano emen- dare d. uel d. 1. centum prò omni scribano — (2 1) infra dies XV postquam eis dictum fuerit excutere teneantur. Similiter et rectores dictam penam teneantur excutere in omnibus locis quibus fuerint, infra dies XV post- quam eis dictum fuerit et accipere. Et si predicti nostri baiuli et consules ac rectores ipsam penam non poterunt accipere — (22) XV dies post- quam nobis dictum fuerit per nostros consules, baiulos et rectores, illam penam tolli faciemus predìctam. De q. p«. qui accusabit 1. X d.jiebeat h. Qui s. in hunc modum iurare debeant et facere sacramentum : XLII. Forma sacramenti quod facere debent scri- bani (1). Juro ad sancta Dei euangelia quod scribam nume- ro (2) et pondere (3) omnes merces que caricabuntur in Var. in Q: (1) LUI. Sacramentum scribanorum. — (2) nume- rum — (3) et aggiunto. — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani igy naui (4) cuius sum scribanus, legaliter et bona fide. Et omni ebdomada (5), usque dum nauis non fuerit cari- cata, concors ero cum .socio meo scribano de omni eo quod scripscero in meo quaterno, et socius meus scriba- nus scripserit in suo (6), quod ponderatum et caricatum fuerit in ipsa naui, aut sine pondere positum (7) quod propter defectum statere ponderari non posset, uel quia aptum totum (8) non fuerit ponderandi. Et scribam in meo [| quaterno omnia que meus socius scripserit in suo, A. 202* que michi dederit ad scribendum (9), que ipso presente ponderata fuerint uel caricata. Et dabo ei omnia que scripsero in meo quaterno, me presente ponderata uel caricata, similiter ad scribendum. Et nullas merces seri- barn in meo quaterno, uel socio meo scribere presen- tabo, nisi ilias que ut dictum est ponderabuntur uel de concordia merchatoris et patroni in naui ponentur, que propter defectum statere minime ualeant ponderari, uel que apte omnes non fuerint ad ponderandum, sicut sunt (10) sai, mandule, ualania, granum, nuces et (11) nucele, et res conscimiles (12), pars quarum nichilomi- nus debeat ponderari (13). Et cum merces caricabuntur et ponderabuntur, aut de concor |j dia mercatoris et patroni a. 203 in naue ponentur, me uel socio meo presente, scribam in meo quaterno (14) nomen illius cuius merces fuerint, et signabol signum illius quod erit in collo suo, aut fasce q. 92 * (4) naue — (5) edomada — (6) omni quod in q. m. scriptum habebo, et quod socius meus in suo quaterno scriptum habuerit, et — (7) erit in ipsa naue, aut positum s p. — (8) non posset p. uel quia totum conueniens — (9) Et i. q. m. s. o. q. s. m. scripta habebit in quaterno suo q. m. a. s. dabit, et — (10) fuerint et caricata scribam. Et nulla mercem scribam in quaterno meo uel dabo socio meo ad scribendum, nisi illa que, ut dictum est, fuerit pesata, uel de concordia patroni et mercatoris in naue fuerit posita, que non potuit pesari prò eo quoJ staterà haberi non potuit uel que non fuit conueniens ad pesandum, sicut — (11) et omesso. — (12) consimiles — (13) quarum ponderari debeat — (14) et pesabuntur aut ponentur i. n. d. c. patroni et m. me p. uel s. m., scribam i. q. m. — Digitized by Google 198 Nuovo Archìvio Veneto uel balla (15). Et dabo et presentabo cuilibet merchatori et marinarlo, si recipere uoluerit (16), scriptum omnium suorum collorum, uel fascium aut (17) ballarum, et om- nium aliarum rerum suarum (18) sicut scriptum inue- nero in meo quaterno (19) ; et dari faciam a socio meo infra octauum diem (a) (20) postquam nauis uelam (21) fecerit (b). Et si ad aliquas partes fuero in quibus rector prò domino duce et comuni Uenecie non fuerit (22), ip- sam nauem, cum caricata fuerit, mensurabo una cum socio meo scribano et cum illis duobus merchatoribus A.203* q U i ad saornandum ipsam fuerint |1 deputati (23). Et si nauis ipsa ultra statutum fuerit (24) caricata, totum illud quod plus caricatum fuerit de statuto, quot millia- ria uel kantaria fuerint (25) cum eis legaliter extimabo; et scribam in meo quaterno quantitatem ipsam (26) que ultra statutum plus fuerit caricata. Et infra octauum diem postquam (27) Uenecias intrauero, in scriptis do- mino duci [et] eius conscilio presentabo (28). Et si ad ali- quem locum nauis portum fecerit, aut scapulus fuero, in quo (29) rector prò domino duce et comuni Uene- ciarum extiterit (30), dabo in scriptis quantitatem illam rectorie comoranti ibidem. Si uero requisitus fuero de (15) erit in loco suo aut fasso uel baia — (16) omni mercatori et mari- nari) si voluerint r. — (17) colorum, fassorum et — (18) s. r. — (19) scrip- tum habeo i. q. m. — (20) octo dies — (21) uellum — (22). Et si ero ad p. a. i. q n. f. r. prò d. d.. et c. Veneciarum — (23) simul cum scribano socio meo et d. m. i. q. d. f. ad ipsam caricandam et saor- nandam — (24) erit — 125) quanta milliaria fuerit uel cantaria — (26) in q. m. i. q. — (27) octo dies postquam in — (28) d. d. et e. Consilio in s. p. —(29) aut . . . quo omesso. — (30) e. omesso. — (a) Aggiunto in margine. (b) Fino a questo punto corrisponde il cap. 27 degli St. Tarreta- rum, nel quale dopo ciò, coerentemente all' ufficio di misurazione de- legato, nelle tarrete, come si vedrà al c. XLVI, agli scrivani si legge: i Et tarretam ipsam mensurabo, . . . bona fide » (veggasi il testo) (A. S.). Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 109 hiis (31) que ad meum officium pertinebunt, secumdum meam bonam conscienciam (32) ueritatem non tacebo. Item ponderabo (33) omnia que a pa|| trono et merchatore A. 204 ad ponderandum michi fuerint (34) presentata, ipsis pre- sentibus uel eorum (35) nunciis, prò utraque parte, lega- liter et bona fide. Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno a ducentis milliariis (36) et inde supra. St. Tarr. 27. (3i)ipsam quantitatem ipsi rectori qui ibidem steterit et fuit. Dum sca- pulus fuero, si requisitus fuero de aliquibus rebus — (32) b. m. consien- ciam — (33) pesabo — (34) patrono et mercatoribus fuerint — (35) ipso- rum — (36) et omni ligno cooperto de mill. CC. XLIII. Qualiter tnerces debeant ponderari (1). Precipimus quod omnes merces que in aliqua naue caricabuntur de cetero debeant ponderari (2) presente uno ex (3) scribanis; et omnes merces posite in naui con- putentur camerate in milliario uel kantariis. Si uero prop- ter defectum statere, silicet quia tantum insimul (4) non leuaret, merces alique non poterint (5) ponderari, merces i 1 le in naue ponantur ut patroni con | cordabunt se cum q. 93 naulizatis. Et si merces alique (6) fuerint que || omnes ad A.204 ponderandum apte non essent (7), sicut sai, mandule, ualanea (8), granum, nuces et nucellc, et res conscimiles, pars quarum debeat ponderari, reliqum (9) uero compu- letur et ponatur (io) in naue secundum racionem partis ponderate. Patronus uero (11) qui contra hoc fecent, Var. in Q: (1) LIV. Quod tnerces iterum debeant pesari. — (2) m. o. debeant iterum pesari que in alia ne. — (3) de — (4) in naue posite camarate compufentur in milliariis uel cantariis, si esset per defectum statere, quod tantum staterà simul — (5) aliquid non po- terit — (6) ille p. i. n. sicut patroni se cum n. c. Et si a. m. — (7) non e. a. ad portandum — (S) valenea — (9) reliqua — (10) ponetur — (1 1) u. omesso. — Digitized by Google 200 Nuovo Archivio Veneto duplum nauli illius quantitatis in sua naue posite (12) sine pondere, uel aliter quam (13) dictum est, nostro comuni debeat emendare; nos semper tenentes ad ca- rius naulum (14) quod in ipsa naue fuerit naulizatum. Hoc intelligimus in naue et in quolibet ligno de ducentis milliariis (15) et inde supra. St. Tarr. 28. (12) quantitatis nauli posite i. s. n. — (13) quod — (14) nos t. s. ad carum nabulum — (15) et omni alio ligno de mill. CC. X LI III. Quali ter consules ire tenentur extra por- tum ad mensurandum naues et alia Ugna (1). Affirmamus quod nostri consules uel maior pars eo- A. 205 II rum (2) in Ueneciis teneantur et debeant ire (3) extra portum Riuoalti ad mensurandum naues secundum teno- rem nostri statuti, postquam caricate fuerint causa sui uiatici (4) faciendi Et si nauem aliquam ultra statutum inuenerint (5) caricatam, illud plus caricatum quot (ó) milliaria fuerint extimabunt, et prò quolibet milliario de omni eo (7) quod ultra statutum plus fuerit caricatum, duplum naulum (8) a patronis ipsius nauis esigere de- beant et auferre (9). Et si penam illam auferre non po- terint (10), nobis et nostro (11) conscilio debeant decla- rare ; et nos et nostrum conscilium, infra quindecim (12) dies postquam nobis datum fuerit in noticiam (13), pe- nam predictam auferre uel auferri facere teneamur (14), nos tenentes ad carius naulum quod in ipsa naue (15) A.205* fuerit nau||lizatum. Hoc intelligimus in naue et banzono Var. in Q : (1) LV. Quando consules mensurare tenentur naues. — (2) ipsorum — (3) i. d. — (4) fuerint care causa suum uiacium — (5) si u. s. n. a. inuenient — (6) quo — (7) prò omni miliari de toto ilio — (8) c. f. d. nabulum — (9) et accipere — (10) poterunt — (1 1) no- stroque — (12) nos cum nostro Consilio infra XV — (13) nobis dictum fuerit, — (14) aufere uel accipi focere tencantur — (15) n. omesso. — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 201 et buzonaue uel alio ligno a ducentis (16) milliariis et inde supra. St. Tarr. i. (16) naue et ligno alio cohoperto de CC XLV. Similiter qualiter rectores extra Uenecias tre tenentur ad mensurandum naues et alia Ugna (i). Decernimus quod.potestates, duce [sic], baiuli, castel- lani (2), rectores, uel eorum consciliarii (3), qui prò nobis et comuni Ueneciarum extiterint in terris in (4) quibus naues Ueneciarum fuerint, ire debeant (5) ad mensuran- dum naues postquam caricate fuerint causa sui uiatici (6) faciendi ; et si plus aliquam nauem caricatam inuene- rint (7) de statuto, illud plus quot milliaria uel kantaria fuerint extimabunt, et prò quolibet milliario uel kantario illius superflui a patronis ipsius nauis suscipere debeant duplum nauli prò || illa quantitate recepti (8); semper se A. 206 tenentes ad carius naulum quod in ipsa naue fuerit (9) naulizatum. Quam penam nobis prò comuni Uenecia- rum quam cicius poterunt bona fide mittere teneantur; uel si penam ipsam auferre non poterint (io) ; nobis suis litteris intimare, et nos cum nostro conscilio infra quin- decim dies postquam noticiam habuerimus, penam pre- dictam (1 1) a patronis quorum naues erunt, uel (12) qui- bus conmisse fuerint auferre uel auferri (13) facere tenea- mur. Uidelicet: de (14) nauibus que caricabuntur in Var. in Q: (1) LVI. Quod potestates. duces, baiuli t castelani, consules debeant naues mensurare. — (2) baiuli, consules et — (3) ipso- rum consiliarii — (4) fuerint in terris — (5) d. i. — (6) f. c. causa suum uiacium — (7) plus nauem inuenient caricatam — (8) plus \ extimabunt Q. 93 quoJ milliaria uel cantaria fuerint, et totum superfluum in duplum nauli accipere debeant a patrono nauis — (9) naullum q. in i. n. fuerint — (10) mittere b f. q. c. p t.; si iollere non poterint penam illam — (11) ris intimabunt, et nos infra XV dies postquam sciuerimus, — (12) ab illis aggiunto. — (13) comisse f. accipere uel tolli — (14) a — »4 Digitized by 202 Nuovo Archivio Veneto Romania triginta duos soldos prò quolibet yperpero (15), et a patronis nauium que ultra mare caricabuntur, prò quolibet (16) bizancio soldos uiginti octo (17), et a patro- nis nauium que caricabuntur in Garbo uel Barbarla, A.2o6 # Il prò quolibet bizancio soldos decem et octo (18); et a pa- tronis nauium que caricabuntur in Sicilia et Kalabria ac Apulia, prò qualibet uncia auri libras noucm (19). Si uero predicti rectores uel consciliarii eorum ire non po- terunt ad mensurandum (20) naues, ut (21) superius con- tinetur, duobus legalibus hominibus id (22) committant, accipientes ab eis sacramentum (23) quod naues ipsas bona fide et (24) legaliter mensurabunt. Et si aliquam nauem ultra statutum inuenerit (25) caricatam, supcr- fluum caricatum, quot milliaria uel kantaria fuerit (26) extimabunt, dantes eis superfluum illud in scriptis (27). Tunc uero illi (28) rectores nostri penam ipsam a patronis auferre (29) debeant, uel nobis significare ut est superius denotatum. Et si isti duo predicti ire recusarent ad men- A. 207 ||surandum ipsas naues, tunc ipsi (30) rectores nostri pos- sint eis penam et (31) penas inponere et auferre; et si eam uel eas auferre non poterint, nobis suis litteris de- beant (32) intimare, et nos cum nostro conscilio, infra quindecim (33) dies postquam noticiam habuerimus (34) penam illam ue! penas auferre uel auferri (35) facere teneamur. Si autem aliqua nauis ad tales partes fuerit in quibus (36) rector prò nobis et comuni Ueneciarum (15) caricabunt in Romaniam soldos XXXIJ iperperorum prò omni iper- pero — (16) nauis que caricabit u. m. prò omni — (17) XXVI1J — (18) caricabunt Carbo uel in B. soldos XVI IJ prò omni bizancio — (19) cari- cabunt in Ciciliam et in Calabriam et in Apulia, prò omni u. a. 1. VIIIJ — (20) mensurandas — (21) sicut — (22) uel — (23) ab e. s. a. — (24) et orti. — (25) Et si u. s n. aliquem inuenerint — (26) quod miliaria uel cantaria fuerint — (27) eis i. s. totum illud superfluum. — (28) Tunc autem — (29) accipere — (30) ire recusabunt ad naues mensurandas, tunc — (31) ipsis penam uel — (32) et si tollere non poterunt, n. d. s - !• ~ (33) Consilio infra XV — (34) nobis notifìcauerint — (35) tollere uel tolli — (36) ad talem partem uenerit in qua — Digitized by Googfe Gli statuti marittimi veneziani 203 minime extiterit, duo merchatores qui ad saornandum nauem fuerint (37) deputati, et duo scribani ipsius (38), nauem ipsam debeant mensurare. Si uero nauem ipsam ultra statutum inuenerit ca | ricatam, quot milliariis uel Q- 94 kantariis fuerit caricatum superfluum (39) extimabunt; et illud in scriptis poncntes, nobis in redditu suo in Uene- ciis infra II octauum diem postquam Uenecias intrauerint A. 207* presentabunt ; et si per uiaticum illud (40) Uenecias non uenerint, et nauis il la ad terras in' quibus rectoria prò nobis et comuni Ueneciarum fuerit accesserit, nobis quam cicius poterint suis litteris significabunt, et eciam recto- ribus terrarum ipsarum; significantes et nobis et eis ca- rius naulum quod in ipsa naue fuerit naulizatum. Et rectores ipsi (41) secundum ipsum naulum teneantur et debeant penam dupli (42) a patronis qui plus caricauerint exigere et auferre ; et si auferre non poterint, nobis suis litteris declarare (43) ; et nus cum nostro conscilio (44) dictam penam infra quindecim (45) dies postquam in noticia fiurit nobis datum, auferre uel auferri facere te- neamur (46). Hoc intelligimus in naue, et || banzono et bu- a. 208 zonaue uel alio ligno de ducentis milliariis (47) et inde supra. (37) Veneciarum non fuerit, duo mercatores ad nauem saornandam fuerant — (38) eiusdem nauis — (39) inuenerint caricatam, quod miliaria uel cantarla fuerit illud superfluum quod f . c — (40) illud p. i. s. in suo reditu in Venecias nobis infra octo dies postquam Venecias intrauero presentabo. Et si in uiatico ilio — (41) uenerint, nobis suis literis quam cicius poterunt denotabunt, et eciam rectoribus ipsarum ter- rarum et nobis; et eis carius nullum quod in ipsa fuerit naulizatum ipsi rectores — (42) duplicem penam — (43) plus carica bunt excutere et accipere, et si excutere non pDterunt, nobis teneantur .suis literis de- notare — (44) Consilio — (45) XV — (46) postquam notifkauerit, acci pere uel accipi facere teneantur. — (47) de naue et ligno alio cohoperto de mill. CC Digitized by Google 204 Nuovo Archivio Veneto XLVI. Qiialiter naues et alia Ugna extimari de- beant, si mensurari non poterint (i). Precipimus, cum (2) omnes predicci qui premisso ordine naues mensurare tenentur (3) eas iuerint mensu- rare, et impedientibus fluctibus maris (4) uel alia iuxta causa eas non poterint mensurare, ipsas naues tenean- tur (5) bona fide et (6) legaliter extimare (a) ; et si plus al i - quam (7) inuenerint caricatam, illud superfluum carica- tum extimabunt secundum modum et ordinem (8) supe- rius conprehensum. Hoc intelligimus in naue, et banzono et buzonaue uel alio ligno de ducentis milliariis (9) et inde supra. Var. in Q: (1) LVII. Si naues mensurari non poterunt. — (2) ut — (3) qui n. m t. o. p. — (4) et impediente mare — (5) non poterunt mensurare, ipsam debeant — (6) et omesso. — (7) ipsam — (8) secun- dum modum ipsum superfluum extimabunt, et ordine — (9) naue et ligno de mill. CC (a) Questa stima sostituita alla formale misurazione da parte del- l'autorità, che era eccezionale nelle altre navi, costituiva invece la re- gola nelle tarrete, la portata delle quali, col carico limitato a tre piedi sopra acqua, era determinata una volta per tutte dai consoli, a cui gli scrivani giuravano poi di far essi la misurazione di volta in volta in seguito al caricamento, e denunziar loro al caso 1' eccedenza sul limite legale per V applicazione ai patroni della pena relativa. La destinazione già riferita di questa specie di legni per il servizio delle flotte, effettuando il carico di frequente in paesi forestieri, rendeva im- possibile la consueta formalità della misurazione da parte dei consoli, e spiega tale speciale disposto (A. S.). XLVII. Quod post mensuracionem et extimacionem A.208* nauium et aliorum lignorum aliquid\\ non debeat poni in eisdetn (t). Imponimus quod postquam aliqua nauis, ut supra dictum est, mensurata fuerit uel extimata (2), si aliquid Var. in Q : (1) LV1II. Si nauis fuerit mensurata, quod nichil in naue potest poni. — (2) f. m. u. e. Digitized by Google Gli statuti marittimi vtnefiani 205 positum fuerit in eadem, patronus ipsius nauis (3) du- plum nauli recepii (a) (4) prò quantitate posita post eius (5) mensuracionem uel extimacionem (6) nostro comu- ni debeat emendare, nos semper tenentes ad carius nau- lum quod in naue (7) ipsa fuerit naulizatum. Hoc intel- ligimus in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno a ducentis milliariis (8) et inde supra. St. Tarr. 29. (3) in ipsa p. f , patronus nauis illius — (4) repti nabuli — (5) e. omesso. — (6) u. e. om. — (7) e. d., nos ad c. n. s. t. quod in — (8) naue et omni ligno de CG miliariis (a) Aggiunto in margine. XLVIII. De rebus que poni possunt inter duas eoo- pertas et super cooperta superiori ( 1 ). Mandamus quod nulla nauis habeat caricatum ali- quid inter duas coopertas (2), nisi tantum inbolium, exceptis uictualibus |que ponuntur in glaua (3) prò illis ho- Q. 94* minibus qui sunt in || naue. Et nulla merces ponatur super A. 209 cooperta superiori nisi zanbaloti (4) et opera de seta. Que omnia supradicta, si super cooperta superiori posita fuerint cum uolumtate mercatoris (5), in patronorum custodia non debeat permanere. Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue de uel alio ligno de ducentis milliariis (6) et inde supra. St. Tiep. A, ig 4 — Tarr. 31. . Var. in Q: (1) L IX.Quod inter duas ccuertas nichil habeat cari- catum nisi tantum imbolium, et uictualia non debeat habere. — (2) na- uis i. d. coopertas c. h. — (3) glauam — (4Ì Super couerta de supra nulla merces mittatur nisi zambeloti — (5) supradicta super couerta de supra cum uoluntate mercatoris et patroni fuerint posita, — (6) intelligimus de omni naue et ligno de CC mili. Digitized by Google 206 Nuovo Archivio Veneto XLVIIII. Qualiter uictualia poni possunt inter duas Cooper tas (i). Uolumus quod si nauis aliqua carjcabitur de uictua- libus in aliquibus (2) partibus huius mundi (3) licitum sit patrono illius nauis ponere de illis uictualibus inter duas coopertas, non impediendo glauam quc ordinatur per nostra statuta (4). Hoc intelligimus in naue et alio ligno de ducentis milliariis (5) et inde supra. St. Tarr. 31. Var. in Q: (1) LX. De uictualibus ponendis inter duas co uer tas. — (2) de u. c. in alijs — (3) modi — (4) nauis duas couertas ponere de uictualibus, glaua non impediente per n. s. ordinata — (5) 1 a. de CC. m. A.209* L. Quod merchatores et || marinarti notum faciant patronis quando merces ad naues conduxerint, et qualiter patroni eas caricare et discaricare tenentur (1). Iniungimus quod quando merchatores et marinarii uoluerint conducere merces suas iuxta nauem uel ad scalam, et eas dare patrono ad caricandum (2), ante quam hoc fiat dent noticiam patrono ut decenter eas recipere possit. Et tunc (3) patronus, uei alius prò eo, debeat esse ibidem, et easdem merces teneatur suis expensis recipere et caricare in naue (4). Similiter teneantur pa- troni naues suas suis expensis discaricare (5) et dare mercatoribus uel (6) marinariis integre suas merces, et poni facere in piato uel alia naue ubi discaricabitur na- A. 210 uis (7). Patronus uero (8) qui contra hoc fece||rit, duplum de eo quod merchator uel mafinarius expendiderit prò Var, in Q : (1) LXL De mercibus in naue recipiendis. — (2) mer- catores et m. juxta n. et scalam u. c. s. m., et ipsas patronis ad c. d. — (3) fiat hoc, ut conuenienter possit recipi de noticia patronis, tunc — — (4) prò ipso permanendo, eas recipere teneantur et in naue eciam ca- ricare suis expensis — (5) suis e. t. p. suas n. d. — (6) et — (7) et in naue uel piato ponere u. n. d. — (8) autem — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 207 suis mercibus, tam caricando quam discaricando, ei de- beat emendare (9). Et si patronus duplum illud dare mer- chatori uel marinarlo recusaret (10), nos cum nostro con- scilio, infra quindecim dies postquam nobis datum fuerit in noticia (1 1), illud duplum auferre uel auferri (12) facere et dare merchatori uel marinario (13) teneamur. Hoc in- telligimus in naue et quolibet ligno de milliariis ducen- tis (14) et inde supra. St. Tiep. Tarr. 30. (9) in duplum emendare teneatur mercatori uel marinano de omnibus que e. p. s. m. t. c. q. discaricando — (10) illud d. emendare mercatori u. m. recusabit — (1 1) Consilio p. nobis in n. d. f. i.. dies XV — (12) tol- lere uel tolli — (13) mercatori uel marinarijs — (14) de nave et omni alio ligno de CC mill. LI. Qualiter merces in custodia patronorum de- beant permanere (1). Dicimus quod postquam merces posite fuerint (2) secumdum tenorem et ordinem nostri statuti in naue uel banzono (3) uel buzonaue uel alio ligno de milliariis ducentis (4) et inde supra, in |] patronorum custodia de- A. 210* beant permanere. Et sicut patronus per scriptum merces in custodia (5) receperit, ita eas per scriptum merchatori cum integritate restituere teneatur, excepto per uiolen- ciam (6), per ignem, per fortunam temporis, aut quod extra proicerent (7). St. Tiep. A, 17. — Tarr. 30. Var. in Q: (1) LXH. Quod patroni habeant in custodia merces mercatorum uel marinariorum per scriptum. — (2) in naue | f. p. — Q. 95 (3) i. n. u. b. omesso. — (4) buzonaue et alio ligno de CC miliariis — (5) in patroni custodia p. s. m. — (6) forcium — (7) proiecte fuis- sent. Digitized by Google 2 08 Nuovo Archivio Veneto LII. Qualiter patroni notum facere debeant mer- chatoribus quando naues discaricavi debebunt (i). Uolumus quod, postquam nauis uel aliud lignum de milliariis ducentis (2) et inde supra portum fecerit in aliquo loco in quo debuerit discaricar^ patronus cum preparauerit (3) merces merchatoris ad portam (4) ad discaricandum, det noticiam merchatori ut merces suas (5) recipiat. Et tunc merchator, ilio die uel sequenti, merces A. 211 suas (6) recipere teneatur. Quilibet uero mer |] chator(7) qui hoc non fecerit, libras tres (8) omni die qua (9) plus steterit merces suas (10) recipere, patrono nauis illius(n) solere [sic] teneatur, saluo per impedimentum (12) tempo- ris, et saluo de mercibus que uastate fuerint, quod nostri consules in Ueneciis, et (13) extra Uenecias nostri recto- res, debeant diffinire. Var. in Q: (1) LXIII. Quando mercatores debent accipere merces suas. — (2) CC mill. — (3) in a. 1. p. f i. q. debeat discaricare, p. cum properauerit — (4) ad portum — (5) notificet mercatori ut s. m. — (6) mercator, ipso die uel alio, s. m. — (7) Omnis mercator — (8) IIJ - (9) quod — (10) s. m. — (u) i. n. — (12) mali aggiunto. — (13) temporis, et de mercibus uastatis quod i. V. n. c. uel LUI. Qualiter restauracio fieri debet de mercibus que per aquam uastarentur (1). Uolumus, cum merces merchatoris in naue per aquam (2) uastabuntur, si de restauracione danni mer- chator (3) concors esse non poterit cum patrono, tunc nostri consules, uel rectores loci illius (4) in quo nauis fuerit, dampnum illud (5), antequam merces extrahantur de naue, extimare debeant et uidere. Quod dannum si in naue extimare non poterint, merces faciant discaricari Var. in Q: (1) LXIV. De uastatione mercìmoniarum. — (2) mer- catoris postquam in naue — (3) dampni mercator - (4) et r. 1. i. — (3) i- J- -- Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 209 [| ut dampnum illud ualeant extitnare. Extimacione uero A.211* facta (6), tunc dicti consules uel rectores de ilio dan- no (7) possint et debeant satisfieri facere mercatori (8) secundum quod eis (9) de iure uidebitur conuenire. Saluo si patronus posset probare quod damnum illud per occasionem extinguendi ignem uel per fortunam temporis euenisset, propter que (10) patronus penam ali- quam non incurrat. Que quidem (11) probacio fieri et cognosci debeat et determinari per consules uel rectores predictos. Si uero merces aliter uastarentur, | si supradic- Q. 95* tis uidebitur quod occasione (12) patronorum euenisset, illi cuius merces fuerint satisfieri faciant secundum damni extimacionem. Et si damnum aliquod in oleo, uel melle, uel zucharo, uel uino uel alio liquido alicui (13) eueniret, si su II pradictis uidebitur quod patronorum occasione euene- A. 212 rit, ei secundum damni extimacionem faciant (14) satisfieri. Et si merchatores merces suas aliter de naue extrahe- rent(i5), nulla restauracio fiat eis. Si uero (j 6) rectores illius loci in quo nauis fuerit non possent satisfieri fa- cere merchatori, nobis quam cicius poterint suis litteris debeant intimare (17). Similiter hic (18) in Ueneciis nostri consules infra quinque (19) dies nobis debeant declarare, et nos cum nostro conscilio infra quindecim dies (20) postquam nobis a rectoribus uel consulibus (2 1) nostris fuerit declaratum, merchatori secundum damni extima- (6) u. d. et stimare dampnum quod sit. Si uero dampnum stimare non poterunt, merces discaricai faciant ut i. d. stimare ualeant. Facta extimatione — (7) dampno — (8) fieri satisfacere mercatori — (9) ipsis — (10) illud dampnum fuisset occaxione ignem extinguendi uel for- tunam temporis habuisset, propter quam — (1 1) q. omesso. — (12) et uidebitur s. q. occaxione — (13) fiant satisfieri secundum stimationem dampni. Et si dampnum a. i .0., uino, melle et cucaro uel aliud liquidum — (14) si u. s. q. occaxione p. e., ipsi s. stimationem dampni facient — (15) Et si aliter extraherent suas merces — (16) u. omesso — (17) non poterit satisfacere mercatori, n. d. s. 1. q. c. porunt intimare - (18) h. omesso. — (19) XV — (20) dies XV — (21) c. u. r. — Digitized by Google 2IO Nuovo Archivio Veneto cionem (22) satisfieri facere teneamur in duplum. Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno cooperto de mil- liariis ducentis (23) et inde supra. (22) dampni stimationem — (23) naue et omni ligno de m. CC. A.212* LIV. Quantum patroni soluere^ tenentur prò mer- cibus que per pilum extrahentur (1). Asserimus de quolibet sacco banbacii (2) de ultra mare quod de naue, cum discaricabitur, extractum fue- rit per pilum, patroni (3) ipsius nauis libras septem prò quolibet sacco (4) extracto per pilpm illi cuius saccus(5) fuerit debeat emendare; et de quolibet sacco banbacii (6) de Romania uel de (7) Calabria libras quatuor, et de quolibet sacco de lana de Tunixo(8) uel Barbaria libras sex, et de quolibet sacco de lana de rota libras qua- tuor, et de quolibet sacco et de qualibet storia om- nium (9) aliarum lanarum soldos quadraginta (10). Et si patroni soluere recusarent (1 1), nos cum nostro conscilio infra quindecim (12) dies postquam nobis fuerit declara- A. 213 tum (i3)solui facere teneamur; dantes illud (14) illi |j cuius saccus uel storia fuerit. Hoc intelligimus in naue et quo- libet ligno cooperto de ducentis (15) milliariis et inde supra. St. Tarr. 32. Var. in Q: (1) LXV. De mercibus que trahuntur per pilum, quantum patroni soluere teneantur. — (2) Iniungimus quod de omni sacco bambacij — (3) qui de naue discarigabitur, fuerit e. per p., pa- tronus — (4Ì VIJ prò omni saco — (5) pilum cuius sacus — \6) e- mendare; de omni saco — (7) de omesso. — (8) 1 1 IJ, et de omni saco de lana de Toniso — (9) VJ, de omni saco de lana rota libras IIIJ, et de omni saco et stoira — (10) XL — (11) r. s. — (12) XV dies — (13) dictum fuerit — (14) i. omesso. — (15) naue et omni ligno de CC Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 21 1 LV. De casellis poriandis in nauibus et aliis li- gnis (i). Mandamus quod quilibet merchator uel marinarius siue miles aut sacerdos (2) ipsius nauis tantum imam cassellam (3) habeat in eadem (4) naue, ad mittendum in ea (5) quicquid uoluerit; et nullus seruitor in eadem naue habeat capssellam (6). St. Tiep. A, 30 — Tarr. 33. Var. in Qj. (1) LXVI. De cassellis in naue portandis. — (2) aut miles aut presbiter — (3) caselara — (4) ipsa — (5) ipsa — (6) ipsa naue caselam habeat. LVI. De mataraciis poriandis in nauibus et aliis li gnis (1). Affirmamus quod omnis naulizatus et marinarius habeat potestatem (2) ponendi et portandi (a) | in naue Q. 96 unum mataracium de septem rotulis et non de pluribus; quod si de pluribus (3) fuerit, de toto mataracio naulurn soluat patrono. Hoc enim locum habeat, ut dictum est, Il si lectulum (4) non habuerit; sed si lectulum (5) Kabue- A. 213* rit, et mataracium in naue posuerit, ex (6) ipso soluat naulurn patrono. St. Tiep. A, 31. — Tarr. 34 Var. in Q : (1) LXVII. De mataracijs in naue portandis. — (2) Dicimus quod omnes, naulizati et marinari; potestatem habeant — (3) et non plus, et si plus — (4) lectum — (5) sed omesso, si lec- ■ tum — (6) i. n. p. m , de (a) Aggiunto in margine. LVII. De lignis que possunt portari prò foco (1). Iubemus quod nullus merchator uel marinarius ti- gna portet in naue, nisi quanta ei sufficiant (2) ad locum (1) Var. in Q:LXVIII. De portandis lignis in naue. - (2) fue- rit sufficiencia usque — 212 Nuovo Archivio Veneto ad quem est iturus, ita ut (3) totum lignum quod super- fuerit in patronos nauium debeat euenire (4). Hoc intel- ligimus in naue et quolibet ligno cooperto de ducentis milliariis (5) et inde supra. St. Tiep. A. 32. (3) iturus, et — (4) fuerit superfluum, patroni debeant habere — (5) naue et omne ligno de CC mill. LVIII. De uino et aqua portandis (f). Confirrnamus ut ituri ultra mare et (2) per totam Bar- bariam unum bigoncium (3) de uino et unum de aqua, et non plus, quilibet (4) eorum habere possit in naue, tam redeundo quam eundo (5). Ad omnes uero (6) alias A. 214 partes quilibet iturus (7) duas partes de biguncio||de uino et duas (8) de aqua in naue portare ualeat (9) et non plus. Quicumque uero (10) plus posuerit (1 1) illud plus in (12) milliariis uel kantariis suis debeat computari. Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis mil- liariis (13) et inde supra. St. Tiep. A, 33. — Tarr. 35. Var. in Q: (1) LXIX. De uino in naue portando. - (2) et om. — (3) biguncium — (4) omnis — (5) e. q. r. — (6) u. omesso. — (7) q. i. omesso, ed aggiunto huius mondi — (8) partes de biguncio ag- giunto. — (9) debeat — (10) u. omesso. — (1 1) portauerit — (12) Qui il t suis • — (13) omni 1. de m. CG LVIIII (1). De farina et biscoto portandis {2). Statuimus ut ituri (3) ultra mare et ad omnes alias partes (4) extra Culfum quilibet eorum (5) portare possit duo staria et unam quartam intcr farinam et biscotum, Var. in Q: (1) LXX. — (2) biscoto in naue portando. — (3) quod illi qui debent ire — (4) huius mondi aggiunto. — (5) Gulfum quili- bet de uobis — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 213 tam redeundo quam eundo, et eciam in quolibet(6) uia- tico quod fecerit extra Culfum. Qui uero plus posue- rit (7), illud plus in suis milliariis uel kantariis (8) debeat conputari. St. Tarr. 35. (6) e. q. r. eciam et in omni — (7) extra Gulfum. Quicumque plus possuerit, totum — (8) cantarijs. LX. De pena quam soluere tenentur qui plus po- suerint in nauibus et aliis lìgnis de eo quod debent (1). Il Uolumus quod si aliquis posuerit in naue plus A. 214* quam ponere debuerit (2), de ilio plus in naue posito duplum carius nauli in naue naulizati patrono illius (3) soluere teneatur. Hoc intelligimus in naue uel alio (4) iigno de ducentis (5) milliariis et inde supra. St. Tiep. A, 47 e C, 3. — Tarr. 36. Var. in Q: (1) LXXI. Manca il titolo. — (2) plus i. n. possue- rit quod ponere non debeat — (3) duplum nauli carioris patrono na- uis — (4) et omni — (3) CC LXI. Qualiter et quantum naues et alia Ugna cari- cari debeant supra crucem (1). Asserimus quod nauis aut banzonus aut buzus nauis uel aliud lignum de ducentis milliariis (2) et inde supra caricari debeat super crucem que magis est sub aqua (3) tantum duobus pedi | bus et quarta; et hoc a prima die Q. 96* qua uelam (4) fecerit usque ad quinque annos. A quin- que uero # (5) annis usque ad septem, duobus pedibus tantum caricari possit (6). Et a septem annis supra, uno Var. in Q : (1) LXXII. Quantum nauis et Ugna c. d. super cru- cem. — (2) Affirmamus quod nauis uel aliud lignum de mill. CG — (3) super crucem que plus est s. a. d. c. — (4) primo die quo uelum — (5) Et a q. — (6) t. possit d. p. c. — Digitized by Google 2I 4 Nuovo Archivio Veneto A. 215 pede et dimidio ualeat (7) caricari. Patro || nus uero (8) qui contra hoc fecerit in duplum naulum (9) de omni eo quod plus caricauerit nostro comuni debeat emendare, ita ut teneamur ad carius naulum quod in ipso (io) li- gno fuerit naulizatum. St. Tiep. A, 20. (7) et medio possit — (8) u. omesso. — (9) nauli duplum — (10) comuni emendare teneatur de omni caro naulo quod in ipsa naue uel. LXII. Qiialiter caricari possimi naues et alia Ugna per peregria is uauli\ate (1). Mandamus quod si (2) nauis aliqua, in Ueneciis uel extra Uenecias, peregrinis naulizata tota fuerit (3), lì ci — tum sit patrono eam caricare ut cum peregrinis euenerit in concordia. Si uero plus caricauerit, plus illud quod receperit nostro comuni debeat emendare in duplum (4). Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno cooperto de ducentis (5) milliariis et inde supra. St. Tiep. A, 21. Var. in Q: (1) LXXIII. De naue et lignis que caricabuntur de peregrinis. — (2) si omesso. — (3) Venecias que tota peregrinis f. n. — (4) patrono ipsam carigare sicut cum p. in concordia fuerit. Si plus caricauerit, nostro comuni i. d. d. e. — (5) alio ligno de CC LXIII. Qualiter naues et alia Ugna caricari de- bent uictualibus et sale per Culfum (1). Imponimus (2) quod nauis uel aliud lignum || de du- centis (3) milliariis et inde supra que uel quòd carica- bunt (4) de uictualibus siue (5) de sale, per Culfum no- strum uenientes uel euntes, ut concordabuntur cum Var. in Q: (1) LXXIV. De lignis et naue que caricabuntur de uictualibus. — (2) Dicimus — (3) CC — (4) que caricabitur — (5) uel. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 215 naulizatis debeant caricari. Si uero (6) plus caricauerit, illud quod receperit (7) nostro comuni debeat emendare in duplum. St. Tiep. A, 22. (6) euntes aut uenientes ut cum naulizatis concordabunt caricari de- beant. Si autem — (7) in duplum qui. LXIIII. Qualiier et quantum naues et alia Ugna que nauigauerint infra Culfum et caricauerint de mer- cacionibus, caricari possunt (1) (a). Dicimus (2) quod nauis uel aliud lignum de ducen- tis (3) milliariis et inde supra, que uel quod nauigauerit infra Culfum nostrum, et caricauerit de mercacionibus (4) tantum duobus pedibus et dimidio (5) super crucem que magis est sub aqua debeat caricari; et hoc post- quam primo uelam (6) fecerit usque ad septem annos. Si quis uero plus carica||uerit, duplum naulum de illa (7) a. 216 quantitate nostro comuni debeat emendare, ita quod te- nere debeamus ad carius naulum quod in ipsa naue fue- rit naulizatum. Nauis uero que fuerit a septem annis su- pra, et (8) nauigauerit per ipsum Culfum (9), tantum duo- bus pedibus super dictam crucem sub pena predicta de- beat caricari. Var. in Q : (1) LXXV. De naue et Ugno que caricabitur extra Culfum Ueneciarum, — (2^ Inponimus — (3) GG — (4) supra quod infra nostrum C. n. et de mercibus caricauerit — (3) duobus et medio pedibus — (6) primo postquam uelum — (7) Si plus caricabit, duplum nauli de ipsa — (8) Nauis q. a. s. a. supra f, — (9) Gulfum. (a) Qui parlasi di viaggi entro il Golfo, e quindi la diversa nor- ma del c. LXI va riferita a quelli fuori del Golfo (A. S.). Digitized by Google 2 l6 Nuovo Archivio Veneto LXV. Qualiter et quantum naues et alia Ugna ca- ricate de uictalibus ad eundum extra Culfum caricari possunt (i). Confirmamus quod naues uel banzoni uel buzina- ues uel alia Ugna de ducentis (2) milliariis et inde su- Q. 97 pra, qui uel (3) que in Culfo, | occasione (4) eundi extra Culfum, de uictualibus caricabunt, tantum duobus pedi- bus et dimidio ualeant caricari super crucem que magis est sub aqua (5); et hoc postquam primo uelam (6; fece- A.216* rit usque ad septem annos ; J| et (7) a septem annis su- pra (8) duobus pedibus tantum. Patronus uero (9) qui contra hoc fecerit, duplum naulum (10) de omni eo quod plus caricauerit nostro comuni debcat emendare, ita ut teneamur(ii) ad carius naulum quod in ipso ligno(i2) fuerit naulizatum. St. Tiep. A, 23. (1) Var in Q.LXXVI. Idem. — (2) nauis uel alia ligna de CC — (3) qui uel omesso. (4) occaxione — (5) et medio s. c. q. plus est sub aqua possint caricari — (6) postquam uelum — (7) et omesso. —(8) su- pradictis in antea — (9) u. omesso. — (10) n. d. — (11) ut nos semper teneamus — (12) Ugno omesso. LXVI. Quantum naues et alia ligna que caricabun- tur de ualania possunt caricari (1). Uolumus quod nauis, uel banzonus, uel buzusna- uis uel aliud lignum de ducentis (2) milliariis et inde supra, qui (3) uel que caricabitur de ualania, in quo uel (4) qua non extiterint merchatores (3) tantum duo- bus pedibus et dimidio debeat caricari. Ualenea uero (6) poni debeat ubi eis (7) melius placuerit, excepto super Var. in Q: (1) LXXVII. De ualania caricanda. — (2) nauis uel aliud lignum de CC — (3) quod — (4) in agg. — (5) fuerint mercatores — (6) debeant c. Ualania tantum — (7) sibi — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani coopertura (8) superiori, et excepto glaua quam debent dimittere (9) naues que ueniunt de Romania. St. Tiep. A, 24. (8) cooperta — (9) que dcbet dimitti per j| LXVII. Qualiter licitum est patronis recipere de a. 217 rebus nauium et aliorum lignorum quibus nqua fuerit molata, uel que periculata fuerint (1). Dicimus quod postquam nauis de portu exierit (2), et contingerit ut cum alia naue cui molata fuerit aqua, uel que periculata fuerit, se iunxerit, eam in aliquo portu uel extra portum inueniendo (3), liceat patrono eiusdem nauis, et illis qui fuerint in ipsa naue, de rebus ipsius nauis ad suam recipere uolumtatem (4) cum consensu et uolumtate (5) maioris partis merchatorum et marina- riorum, ponendo eas ubi melius eis (6) placuerit. Si ue- ro (7)propter hoc patronus plus caricauerit, penam aliquam non incurrat. Patronus uero (8) qui contra hunc ordinem fecerit, totum nauium || quod receperit (9) de rebus illis a. 2 17* nostro comuni debeat emendare. Hoc intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis milliariis (10) et inde supra. St. Tiep. A, 25. — Tarr. 37. Var. in Qj (1) LXXVIII. De adiuctorio in nani dando in ne- cessitate. — (2) exiuerit — (3) cui f. a. m. uel f. p. se iunserit, ipsam ìnuenerit in aliquo portu — (4) uoluntate r. — (5) uoluntate — (6) me- lius uobis — (7) autem — (8) u. omesso. — (9) recipient — (10) omni ligno de milliariis CC LXVIII. Qualiter naues et alia Ugna cum exiue- rint de aliquo portu nauium accipere possunt (1). Ordinamus quod nauis que exierit de aliquo por- tu (2) de aliqua parte, et applicuerit (3) in aliquo loco in quo poterit habere nauium (4), non debeat recipere ali- Var. in Q: (1) LXXIX. De naulo non recipiendo. — (2) de a. p. exiuerit — (3) intrauerit - (4) n. h. p. — 15 Digitized by Google 2l8 Nuovo Archivio Veneto quod naulum nisi cum maiori parte de naulizatis et cum Q- 97* maiori parte de (5) | marinariis; de quo naulo nauis habeat quartam partem. Alterum quod remanet diuidi de- beat per homines secumdum usum (6). Et quicumque contra hoc fècerit, debeat emendare ipsum naulum in A. 218 duplum (7) comuni Ueneciarum ; saluis tamen || omnibus ordinamentis de ipso naulo inter eos factis, et edam quod omnia (8) nostra statuta salua, firma et stabilita per omnia esse debeant. St. Tiep. A, 26. — Tarr. 38. (5) cum ... de omesso. — (6) quartam p. h. Illius quod remanet secun- dum usum diuidatur. — (7) i. n. in d. debeat e. — (8); saluis ordi- namento inter ipsos factis de ipso naulo, et LXVIIII. De glaua dimittenda in nauibus et aliis lignis que exiuerint extra Culfum (1). Iniungimus quod naues que caricabuntur in Uene- ciis occasione (2) eundi extra Culfum, glauam dimittere (a) debeant a secundis instantis ab arbore (3) de medio usque ad instantes (4) qui sunt ultra portam. Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue uel alio ligno de du- centis (5) milliariis et inde supra. St. Tiep. A, 34. Var. in Q: (1) LXXX. De glaua in naue dimittenda. — (2) in U. c. occaxione — (3) stantis arboris — (4) stantos — (5) naue et omni ligno de CC {a) Estendere, prolungare. LXX. Quod naues et alia Ugna que caricabuntur in Alexandria et ab Alexandria usque Siciliam nullam mercem habeant inter duas coopertas (1) (a). Statuimus quod naues que caricabunt in Alexan- Var in Q : (1) LXXXI. De mercibus habendìs inter duas couertas. (a) « Duo castella » ha lo St. Tiep., evidentemente collo stesso signi- ficato della voce coopertae che leggesi qui (A. S ). Digitized by Google G/i statuii marittimi veneziani 219 dria et ab Alexandria usque Sataliam (b\ nullam mer- cem habeant|)inter duas coopertas (2) ab arbore de medio A. 218* usque ad arborem de proda, sed una camarella (3) esse debcat ab arbore de medio usque ad portam inter in- stantes (4) prò utilitate sarciorum nauium eorumdem (5). Hoc intelligimus in naue et banzono et buzonaue (6) fece, come sopra). St. Tiep. A, 27. (2) caricabuntur in Alexandria usque Sathaliam inter duas conertas merces habeant — (3) set una camarela — (4) stantes — ($) ipsarum nauium — (6) et omni ligno de OC. (b) Nella rubrica evidentemente devesi leggere pure Satalia, al- trimenti detta Adalia; città nell'Asia Minore sul golfo omonimo (A. S.). LXXI. De glaua dimittenda in nauibus et aliis /*- gnis{\). Ordinamus quod naues que caricabunt (2) a mon- tibus de Barchis in antea usque Setam uel in Sicilia glauam dimittere (3) debeant quantum (4) tenent qua- tuor stanti ipsius (5) porte de proda de latere in late- rem (6). Hoc intelligimus in naue (7) fece, come sopra). St. Tiep. A, 28. Var. in Q: LXXXII. De glaua inter stantes quatuor dimittenda. — (2) caricabuntur — (3) usque ad Septam uel Ciciliam d. g. — (4) in quantum — ipse — (6) latere — (7) in omni ligno de CC milliariis. LXXII. Item, de glaua dimittenda (1). Il Dicimus(2)quod naues que ueniuntde Romania de(^) a. 219 extra Culfum glauam dimittere debeant ab arbore de Var. in Q: (1) LXXXIII. De glaua. — (2) Iniungimus - Q de omesso. Digitized by Google 220 Nuovo Archivio Veneto medio oisque ad instantes (4) qui sunt ultra portam. Hoc inteliigimus in naue, banzono (5) fece, come sopra) (a). St. Tiep. A, 29. (4) stantes — (5) in ligno et naue que sunt de mill. CG et inde supra. (j) A questo punto in Q. seguono i quattro capitoli che qui por- tano i nn. LXXX a LXXXIII. Q. 98* ILXXIII. De quinque qui preesse debenttin nauibus et aliis lignis ad ipsas regendas (1). Decernimus (2) quod patronus uel patroni cuiuslibet nauis uel alterius (3) ligni, extimate uel extimati milliariis ducentis (4) et inde supra, merchatoribus naulizate uel naulizati, que uel quod ibit (5) Ragusium uel a Ragu- sio in antea, seu Sypantum uel* a Sypanto (6) in an- tea, tam eundo quam redeundo, debeant sic procurare et facere(7) cum merchatoribus ipsius nauis et ligni, quod A.219* in ipsa naue et ligno sint quinque homines || constituti, ex quibus quinque (8) unus sit patronus et aliis (9) nau- clerius, et alii tres sint ex merchatoribus, si merchatores extiterint. Qui merchatores (10) accipi debeant per maio- rem partem merchatorum uel per tres electos per ma- iorem partem merchatorum ad eligendum istos tres (u). Et si patronus uel patroni hoc non posuerint coram mer- chatoribus, et non procurauerint ut dictum est, incur- rant penam librarum centum proquolibet eorumdem (12) patronorum; et merchatores (13) qui ad hanc eleccio- Var. in Q: (1) LXXXVIII. De quinque hominibus constituendis super factis nauium. — (2) Dicimus — (3) omnis n. u. alius — (4) CG — (5) iuerat — (6) Ragusium uel inde i. a:, s. Sipamtum uel inde — (7) ita procurare debeat — (8) quinque omesso. — (9) patronus constitutus et alius — no) tres sint mercatores. Mi mercatores qui fuerint, — (li) mercatorum et eilegi il resto omesso fino a Et si -- (12) possuerint coram mercatoribus et u. d. e. p., penam incurant 1. C prò omni eorum — (13) mercatores — Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 221 nem (14) et hoc factum fieri contradixerint, penam decem librarum prò quolibet merchatore incurrant (15). Qui quinque supradicti, uel maior pars. eorum, habeant pqte- statem (16) nauigandi, armizandi, colandi (17), calatidi (a), ponendi uelam, mu||tandi uelam, eligendi temonarios (18); A. 220 qui temonarii percipere debeaiìt ilìud precium a marina- riis (19) quod uidebuur istis quinque, et in omnibus aliis que pertinent ad regimen nauis(2o)in nauigando. Saluis omnibus nostris capitulis que continentur in hoc statuto, et saluo eo quod capitaneo in suo regimine est conces- sum. Et si aliquis istorum quinque supradictorum in dicto officio ^sse recusauerit, libras centum nostro comu- ni (21) soluere teneatur ; saluo si maiori parti merchato- rum uidcretur quod iustam occasjonem haberet. (22) Si ucro (23) patronus uel patroni taliter facere uel contradicere uel (24) contradicerent quod isti su | pradicti uel maior pars Q. 99. eorum compiere non possent ut (2^) eis melius uideretur quod datum est eis uel ma||iori parti eorum, penam tri- A.220* gentarum librarum incurrat uel incurrant (26), nostro co- muni soluendam. Et merchatores qui ad hec (27) contra- dicerent, penam decem librarum prò quolibet; et marinarli penam quadraginta soldorum prò quolibet incurrant (28) . Quam penam nostri consules inUeoeciis, infra quindecim dies (29) postquam habuerint in notìcia, teheantur (b) éxi- (14) dlectionem — (15) factum fuerint, et contradixerunt, p. 1. X prò omni mercatore incurat — (16) ipsorunvp. h. — (17) collandi — (18) ue- lum ponendi, uellum mutandi et temonarios elligendi — (19) timonarij a marinarijs illud precium — (20) ad nauis regimentum pertinebunt — (21) esse recusabit, n. c. 1. G. — (22) uidebitur q. i. habeant occaxioneitì — (23) uero om. — (24) u. c. u. omesso. — (25) n. p. c. sicut — (2G) ipso- rum, p. 1. CCG incurant — (27) pagandam. Et mercatores qui ad hoc — (28) lib. X prò omni, et marinari) soldorum XL prò quolibet ipsorum penam incurant — (29) dies XV — . (a) Combattere, cacciare in fondo (un altro \egno), abbassare (le vele ovvero lo schifo, mettere cioè quest' ultimo in mare) (A. S.). (b) Aggiunto in margine. Digitized by Google 222 Nuovo Archivio Veneto 4 . gere et auferre ; et si eam auferre (30) non poterunt, nos cum nostro conscilio, infra quindecim dies postquam in noticia fuerit nobis datum, ipsam penam auferre uel auferri facere teneamur. Si uero fuerint (31) in loco in quo ree- tor prò nobis et comuni Ueneciarum extiterit (32), rector illius loci penam illam infra quindecim dies postquam A. 221 habuerit in noticia teneatur exigere et auferre; ||et si pe- nam auferre (33) non poterit, nobis quam cicius poterit suis litteris debeat intimare; et nos cum nostro conscilio infra quindecim dies postquam habuerimus in noticia eam auferre uel auferri (34) facere teneamur. Istud (35) idem dicimus de omnibus nauibus uenetorum et bur- gensium que naulizate fuerint ueiietis (36) in.aliquibus partibus a supradictis (37) confinibus in anteà. (30) acci pere et excutere teneamur ; et si aufere — (31) dies XV pos- quam nobis dictum fuerit. ipsam penam faciemus tolli. Si fuerint — (32) fuerit p. n. et c. U. — (33) penam infra dies XV posquam sciuerit auffere et exigere t. et si p. auffere — (34) dies XV posquam in noticiam habuerimus, ipsam auffere uel autieri — (35) Et istud — (36) f. ti. n. — (37) predictis locis et LXXIIII. ) et — (6) uanum supra camarelas — (7) bertescha — (8) quinque- ginta — (9) bertesca — (10) coredorum (11) et remouere — (12) pos- quam. Digitized by Google Gii statuti marittimi veneziani CXV(i) Capitulam super peregrinis. Preterea statuimus quod naues que de || partibus Sy- A. 243* rie cum peregriais exiuerint, debeant exire et collare secundum quod patroni ipsarum nauium fuerint | in con- Q. 106 cordia et pacto cum eisdem peregrinis, nisi remaneret iusto impedimento temporis. Et patroni nauium tenean- tur se presentare et iurare coram baiulo Acconis (2), uel rectore nostro qui ibidem fuerit prò tempore, sub pena tocius medietatis nauli quod receperinjt (3) a peregrinis, quod legaliter et bona fide portabunt et conducent pe- regrinos suarum nauium ubi ire debent prout cum eis ordinauerint et pactum fecerint, et quod personas et res eorum saluabunt et custodient. Et si acciderit illos ap- plicare in aliqua terra uel loco Romanie, aut in alia terra uel parte, et tres partes ipsorum peregrinorum uoluerint exire de naui || et ire uiam suam, et quarta pars uo- A. 244 luerit ire uiaticum suum, patroni nauium teneantur eos conducere et portare secundum eorum pactum et con- uencionem tamquam (4) omnes peregrini essent in naui. Et si in naui remanserit minus de quarta parte peregri- norum, aut patroni portent eos et conducant ad locum prò ut conuenerunt cum ipsis peregrinis, uel reddant (5) eis et restituant totum nauium quod ab eis receperunt. Si quis uero patronus predicta uel aliquid predictorum non obseruauerit, nostro comuni soluere teneatur (6) soldos uiginti uenecianorum paruorum (7) prò unoquo- que milliario de quanto nauis fuerit extimata ; quam pe- nam nos et nostrum consilium (8) exigere teneamur. Et hoc intelligimus in naue et quolibet ligno de ducentis (9) mili II iariis et inde supra. A.244* St. Tiep. G. 5. Var. in Q: fi) CXXVII. — (2) ac comite — (3) reperint — (5) tan- quam — (5) redant — (6) prò pena aggiunto. — (7) XX uenec. parui — {%) conscili um — (9) GG 17 Digifized by Google 250 Nuovo Archivio Veneto CX VI (1). Capitulum generale de penis tollendis quorum sunt naues, tam illis (2) quarti illis quibus sunt commisse (3). Statuimus quod in predictis statutis nostris nauium, ubicumque dicitur quod patroni nauium incurrant (4) in aliquam penam, tam comuni Ueneciarum, quam merca- toribus, quam marinariis, quam eciam aliis personis mo- do aliquo, si non obseruauerint ea que facere et obser- uare tenentur secundum ipsa statuta ; si (5) naues ipse nonfuerint ipsorum patronorum, sed fuerint(a) sibi com- misse (3), penam uel penas ipsas ipsi patroni soluere co- gantur et debeant de suo mobili, si tamtum de mobili (6) habuerint (7) unde possint ipse pene uel pena persolui. Et si tantum de mobili non habuerint unde possint pre- Q. 106* ^' cte P ene ue ' P ena Persolui (8), pa |J troni quorum na | ues fuerint cogantur et debeant predictas penas uel penam persoluere, uel id quod defecerit de suo mobili et inmo- bili, si mobile non sufficeret ad soluendum (9). Quas penas nos dux cum nostro conscilio (10), uel officiales nostri exigere et (ti) auferre teneamur secundum quod ista (12) statuta declarant. St. Tarr. 55.. Var. in Q: (1) CXXVIH. — (2) tollendis patronis, tam UH q. s. n. — (3) comisse — (4) incurant — (5) si omesso. — (6) si t. de m. omes- so. — (7) habuerit — fa) Et... persolui omesso. — (q) ad s. n sufficeret. — fio) Consilio — (11) uel — (12) supradicta. (a) Parole aggiunte in margine. CXVII (1). De potestate quam habent dominus dux et conscilium (2) minus et maius declarandi (3) obscuri- tates que essent in dictis statutis (4). Si autem in predictis statutis nostris aliqua obscu- Var.in Q: (1) CXXIX. - (2) consilium - (3) declarando — (4) statis Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani ritas alicubi fuerit, potestatem habemus nos dux, cum nostro conscilio (5) minori et maiori, declarandi et refor- mandi ipsas obscuritates sicut bonum uidebitur. Expli- ciunt si aiuta nauivm (ó) (a). St. Tarr. 56. (5) Consilio — (6) E. s. AT. omesso. (a) A coadiuvare quest' opera d* interpretazione ed a provvedere nello stesso tempo alla più diffusa conoscenza delle leggi marittime, fu, il 19 gennaio 1302 (stile veneto, cioè 1303) presa una parte nel Consilio dei Pregadi e dei Quaranta, ed approvata dal Maggior Consilio (M. C. Deliberazioni, Magnus, c. 40), la quale sarà pubblicata in appendice dall' originale esistente nell' Archivio di Stato di Venezia. Vi si ordina la raccolta di tutte le dette leggi, e di quelle spettanti al commèrcio in un unico libro, da farsi in due copie depositate, 1' una presso la Curia maior (Cancelleria ducale), l'altra presso la Camera provi- sorum in Rialto. Vi si stabilisce inoltre che delle dette leggi debba darsi pubblica lettura a Rialto ed in Piazza S. Marco, nel giorno di S. Michele d'ogni anno. Ad onta delle molte ricerche fatte all'Archivio di Stato non si è trovato il detto libro, nel quale avrebbero dovuto inserirsi anche le leggi di data posteriore, cancellando quelle che venissero abrogate, esso potrebbe essere un prezioso materiale d'integrazione per gli studi di diritto marittimo veneto (S. A.). (Continua) Digitized by Google UNA VENDETTA SIGNORILE NEL 4OO E IL PITTORE FRANCESCO BENAGLIO La Ducale che publico ci ha conservato notizia di un curioso aneddoto accaduto a Verona nel 1475. F ran- cesco Bollani e il marchese Leonardo Malaspina vo- lendo vendicarsi di Cristoforo Sacramoso, una notte vanno alla sua casa in contrada della Pigna con servi e soldati della curia del Capitano Veneto e, alla luce delle torcie, fanno da due pittori, Francesco a Biado e Martino, dipingere sulT intera facciata, delle figure oscene e cor- nute in disonore suo e dei suoi parenti. Il fatterello che per sè non ha alcuna importanza, e sarebbe ora tutto al più degno delle chiacchiere di un cronista, ha pure il suo lato interessante, come esempio di una cu- riosa maniera di vendetta non sanguinosa e crudele, ma insultante e ridicola. Questo non è del resto il pri- mo caso, in cui la pittura servì a sfogare l' odio ; i Fiorentini fecero spesso dipingere sul muro del palazzo del podestà^ impiccati in effigie, i traditori, ed è noto il caso di Rodolfo da Camerino che, essendo stato dai Fiorentini nel 1377 fatto ritrarre appeso col piede ad una forca, si fece, con poco rispetto alla propria per- sona, rappresentare in una posizione, troppo bene spie- gata dalla sottopostavi iscrizione : lo sono Ridolfo da Digitized by Google Una vendetta signorile nel 400 253 Camerino leale signore di terra, che c. . . in bocca agli Otto di guerra (1). Can grande II dopo aver nel 1354 domata la ribellione di Fregnano, fece dipingire i ribelli nella sala del palazzo dei procuratori. Questa vendetta del Bollani e del Malaspina, non fu presa per uno scherzo dal Consiglio dei Pregadi, che con- dannava il 23 maggio 1475 Francesco Bollani a un anno di carcere 200 ducati e 10 anni di bando da Verona, e, nel caso di rottura del bando, ad altri 6 mesi di carcere e a ricominciare di bel nuovo gli anni di bando; il marchese Malaspina a -6 mesi di carcere, 100 ducati e al bando di 2 anni con la minaccia del doppio se non si presentava fra un mese. I due pittori ebbero 4 mesi di carcere ciascuno, e solo invece il bando di un anno i servi del Malaspina e i soldati che vi avevano partecipato. Francesco Bollani non ci è minimamente noto e molto probabilmente non è Veronese (2); il Sacramoso invece e il Malaspina appartengono a due delle più illu- stri famiglie della città. Cristoforo Sacramoso era figlio di Tommaso e lo troviamo ricordato fin dal 1473 (3) e avrebbe fatto il suo testamento (4) nel 1505 ai 13 di marzo; Tanno istesso in cui fece pure il suo, Leonardo Malaspina figlio di Lazzaro. Questa condanna non impedì però al Malaspina di esercitare le cariche pubbliche. Lo troviamo infatti (5) Consigliere nel 1490, Oratore a Ve- nezia nel 1492, 149S, 1501, 1502, 1503, 1505, Conserva- tore della pace, nel 1491, Governatore del Monte nel 1504 (1) Perrens, Hist. de Florence, V. 166. (2) II Bollani era patrizio veneto e figlio di Gandiano. (Nota della Direzione). (3) Cartolari Famiglie nobili 1°. (4) Cannelli. La verità nel suo centro etc. ms della Comunale di Verona. (5) Verza Veronensium civium nomina etc. ms. Arch. Veronesi. Digitized by Google 254 Nuovo Archivio Veneto e Consigliere di S. Giacomo di Tomba nel 1505. Sulla età sua non sappiamo nulla, solo dall' anagrafe del 1515 di S. Giorgio che assegna 40 anni al figlio Giovanni Filippo dobbiamo concludere che nel 1475 egli era già ammogliato. La Casa Sacramoso dovrebbe essere poi 1' attuale Casa Righi in Via Pigna, n. 8. Sulla cagione della vendetta e sul tempo preciso in cui fu compita non sappiamo nulla, per causa di una malaugurata lacuna esistente negli atti dei Rettori Ve- neti, che sono presso gli Ant. Archivi Veronesi. Riguardo ai pittori, il secondo, Martino, non ci è noto per alcuna opera. Di lui non vi è cenno nelT estimo del 1473, sia che fosse troppo giovane e ancora unito alla famiglia, sia che essendo forestiero, non fosse ancora venuto a Verona. Credo di poterlo identificare con T unico pittore di nome Martino che si trova negli Estimi della seconda metà del 400, di cui ecco le note : 1482 Isola Superiore Martinus q. Zenonis pictor /. 0, s. 8. 1492 S. Quirico Martinus q. Zenonis pictor /. o, s. 8. 1502 S. Quirico Martinus pictor q. Zenonis L o, s. 8. Nel 1514 abbiamo anche di lui il seguente docu- mento anagrafico, secondo il quale avrebbe avuto circa 30 anni al tempo della condanna. 15 14 S. Nicolò Martinus pictor q. Zenonis. . . . anni 70 Chatarina eius uxor ...... » 72 Cornelia filia » 26 Chatarina » » 22 Digitized by Google Una vendetta signorile nel 400 255 L'altro invece è tutt' altro che un pittore dozzinale e fa meraviglia vederlo partecipare a una simile birbo- nata. Ci è noto sotto un nome diverso da quello con cui fu condannato, cioè sotto quello di Francesco Be- naglio, come mostra la nota dell'estimo del 1473 in cui nella contrada di S. Giorgio troviamo Franciscus Berta- già pictor q. Petri a Biado L 0, s. 8. Ecco i documenti dell' Estimo Veronese che riguar- dano Francesco Benaglio : 1465 Falsorgo Franciscus pictor a Biado, Petri /. 0, s. io. 1482 S. Agnete foris Franciscus pic^ór a Biado /. o, s. 8. Francesco aveva pure un fratello pittore Donato che conosciamo solo per queste notizie dell'Estimo: 1482 S. Cecilia Donatus q. Petri a Biado pictor 1. 0, s. 8. 1492 S. Cecilia Donato q. Petri a Biado pictor cumfratre i 0, s. 8. Francesco Benaglio morì prima del 1492 come ap- prendiamo da questa notizia dell' anagrafe di 5. Agnete foris : (1492) In Cittadella Hieronymo q. de. M. Frane, da la Biava depentore Pero suo f radei lo Allena sua sorella d. Lodovigo suo fradello ..... L' Estimo dell' istesso anno dice : S. Agnete foris Hieronymus Al. Frane, de Benallis pictor l. o s. 8. anni 23 » 16 » 22 » 28 Digitized by 256 Nuovo Archivio Veneto per cui non può cader dubbio che Francesco a Biado o dalla Biava e Francesco Benaglio non siano una sola persona. Anche il Liberale era figlio di un Jacobo a Biado, ma non si può determinare se fosse dell' istessa famiglia. Questi brevi documenti anagrafici e d* Estimo danno diritto però ad altre conclusioni : che cioè Francesco Benaglio non era punto figlio di Girolamo Benaglio, come venne ritenuto finora sulla fede del Dal Pozzo ; invece ne era il padre. Se possiamo quindi accettare la notizia del Dal Pozzo (1), d'aver, cioè, egli vista a Santa Maria della Scala un'opera di Francesco con la data del 1476, dobbiamo assolutamente ritener errata l'altra, che egli possedesse una tavola firmata : Hieronymus Benalius q. Francisci pinxtt anno T45Q. Petrus Mocenigo Dei gratia Dux Venetiarum etc. (2) Nobili et Sapienti viro Francisco Sanuto de suo man- dato potestati Verone, Fideli dilecto salutem er dilectio- nis affectum. Significamus vobis quod heri in nostro Consilio rogatorum propter placitare Advocatorum Com- munis nostri captum fuit, ut infra, processum contra virum nobilem Franciscum Bollani presentem et Mar- chesium Leonardum de Malaspina nobilem veronensem absentem sed tamen legitime citatum in scalis Rivoalti et in civitate illa Verone, etalios infrascriptos. Qui,omni timore iustitie Dominii nostri postposito, participato per prius Consilio et deliberato animo, vocatis secum duobus (1) Vite dei pittori Veronesi. (2) Questa ducale fu copiata da varii quaderni frammentarii di un libro di bandi della II metà del 400 esistenti in una Biblioteca privata veronese (a). (a) A e. 17 1. del registro 14 delle Raspe dell' Avogaria del Comune (Archivio di Stato di Venezia) si legge h sentenza contro il Bollani e correi molto più estesa e comprendente altre 4 persone non indicate nella ducale. (Nota della Direzione). Digitized by Google Una vendetta signorile nel 400 257 pictoribus ac multis fantacinis curie Capiianei et aliis armatis omnibus diverso armorum genere, noctis tem- pore, profecti ad domum habitationis nobilis ci vis Verone Christophori Sacramosii posite in Verona in contrata de la Pigna, ipsis presentibus et ita mandantibus per dictos pictores ad lumen dupleriorum depingi fecerunt totam faciem domus ipsius Christophori imaginibus obscenis et pudibundis cornibus etc. ad infamiam et verecundiam illius nobilis et totius parentatus sui. Quod dictus Franciscus Bollani stet annum unum in carcere novo Venetiarum, et solvat ducatos ducentos advocatoribus communis et deinde banniatur per decennium de civitate Verone, et si contrafecerit banno eundo Veronam, stet mensibus sex in carcere et tunc incipiat bannum de novo et hoc to- tiens observetur quotiens contrafecerit, sic quod stet annis X continuis in banno predicto et quod nec Ser Can- dianus nec filii possint unquam esse iudices istius familie Sacramosie et publicentur (sic) hec condennatio in scalis Rivoalti et Verone. Item quod dictus Marchesius Leonardus stet menses sex in carcere novo, solvat ducatos centum advocatori- bus et banniatur de civitate Verone per annos duos et si infra terminum unius mensis non venerit ad paren- dum huic condemnationi, pene predicte sibi duplicentur, et si tempore banni contrafecerit in eundo Veronam stet mensibus sex in carcere et tunc incipiat tempus banni, et hoc tociens observetur quotiens contrafecerit (dalla raspa accennata) et sic publicetur in Venetiis et Verona. Item quod Franciscus a Biado et Martinus, ambo pictores stent menses qaatuor in carceribus verone. Item quod Franciscus de Salodio, Ruffinus scrimitor, Antonius de Pope, Georgius sclabonus stipendiarii in curia Capitanei, ac Verone, Blanchinus, Thomasius furla- nus, Bartholomeus a Poncino (Poveiano : raspa predetta) famuli Marchesii Leonardi de Malaspinis, absentes sed legitime citati in scalis Rivoalti et in civitate Verone banniantur per annum de Verona et perdant id omne stipendii quod habere deberent a Camera nostra verone et, si tempore banni contrafecerint, stent mensibus sex in carceribus Verone: quo circa fidelitati vestre cum prefato nostro Consilio rogatorum mandamus, quatenus partes predictas et omnia contenta in eis observare et exequi ac observari et executioni mandari facerc debea- tis. Publicando et publicari fatiendo predictas conden- Digitized by Google 258 Nuovo Archivio Veneto nationes in et super locis solitis istius civitatis Verone, sic quod executio predictorum partium et condemna- tionum penitus adimpleatur, has autem litteras in actis vestre Cancellerie registrari faciatis ad futurorum me- moriam et rescribatis advocatoribus nostris de executione et observatione omnium suprascriptorum. Datum in nostro ducali palatio die XXIIII Maii, Ind. Vili, 1475. Publicatum in scalis Rivoalti per Bagatinutn preco- nem (dalla raspa accennata). ✓ Dott. Luigi Simeoni. Digitized by Google RASSEGNA BIBLIOGRAFICA A. Venturi. — Storia delF arte italiana, voi. II : — Dall' arte bar- barica alla romanica, Milano, U. Hoepli, 1902. Alla distanza di un solo anno dal primo venne alla luce questo secondo e non meno poderoso ed elegante volume, in cui con lo stesso metodo, con identici criteri informativi e con ricchezza anche maggiore di incisioni (506) il Venturi espone genialmente la storia dell' arte nostra dalla età barbarica alla romanica. Come già facemmo per il primo e faremo pei successivi (che non sarebbe da noi, ne con- sentaneo all' indole di questo periodico un esame critico dell' opera), dopo una notizia sommaria del contenuto, ci limiteremo a ricordare quei monumenti artistici del Veneto che sono studiati e illustrati nel presente volume. Il quale è diviso in tre grandi parti : nella prima, risalendo alle origini dell' arte barbarica, che si devono ricercare nella Russia meridionale, dov' era giunto l' influsso della civiltà greca, fusasi poi con l' asiatica, portata dalle orde della Scizia, 1' autore studia l'arte gotica nell'Occidente e più particolarmente quella che si rivela nei sepolcreti d' Italia. Se i Goti protessero la civiltà romana, i Lon- gobardi per assai tempo l' avversarono ; onde il loro arrivo in Italia segna il periodo dell'estrema decadenza, e nelle loro manifestazioni artistiche devono riconoscersi tributari dei vinti romani. Nel sec. VII (e qui comincia la seconda parte del volume) P arte imita le forme bizantine del secolo antecedente, lasciando le maggiori traccie di sè a Ravenna ; ma nella restante Italia, dal secolo VI al X, bizantina o italiana che fosse, essa giacque in un periodo di letargo. « L'italiana elaborò lentamente le tradizioni dei bassi tempi, ripetè le forme eredi- tate, in modo or più or meno incerto, eoa metodi talvolta infantili; 2ÓO Nuovo Archivio Veneto ma senza che 1' arte bizantina la distraesse dalla propria via, che con- duceva direttamente all' età romanica ». Intanto l'arte carolingia, col ricostituirsi dell' Impero occidentale, tentò una risurrezione dell' arte classica ; ma purtroppo, per ciò che riguarda la scoltura, V oscurità più profonda avvolge ogni cosa di quel periodo. I-' architettura invece dette segni di progresso, e gli artisti italiani svolsero i principii della scienza architettonica romana a se- conda delle nuove necessità e dei nuovi costumi; mentre la scoltura decorativa fino al Mille ripetè le forme dei periodi precedenti. La pit- tura dal secolo sesto al Mille lasciò poche tracce e incomplete, sebbene anche prima di quel periodo avesse dovuto dare segni di vita : in tale scarsezza, i musaici di Roma, sebbene non sieno molti, ci aiutano a seguire il movimento dell'arte, rivelando tendenze varie e correnti artistiche nuove. La miniatura più assai che in Italia fiorì oltr alpe, nelle badie carolingie, ne' monasteri romani. Nella terza ed ultima parte del volume il Venturi esamina gli influssi dell' arte orientale sull' Italia, e cioè 1' architettura bizantina e araba, le pitture arabe e le imitazioni dei modelli greci, i musaici bizantini di Sicilia, dell' Italia meridionale, di Venezia e di Milano e le imitazioni italiane delle miniature greche dal secolo IX al XIII. La scoltura, forse perchè i conquistatori di Costantinopoli non rispetta- rono le statue e il tempo compì l'opera della distruzione barbarica, apparisce, nella seconda età d'oro dell'arte bizantina, quasi ristretta al bassorilievo; e lo studio delle scolture di questo periodo e delle altre arti minori induce 1' autore a concludere che 1' Oriente sospinse l'Oc- cidente nella via della gloria artistica. L' Italia, mercè dei bottini fatti dopo la conquista di Bisanzio nel 1204 t si preparò con maggiori ele- menti nelP arte nuova, irradiantesi dalle immagini, dalle leggende, dalle tradizioni bizantine L'arte cristiana, rivestitasi di forme classiche, drappeggiatasi nelle seriche stoffe d' Oriente, riapparve nei millennio, quando pareva che il mondo avesse fine, piena dt vita. L' Italia, che fu prima ad" aprirle le braccia, si commosse di nuovo fervore per la bellezza, sentì agitarsi in sè nuove forze per rendere a perfezione nelle forme delle arti belle le idealità delle sue Repub- bliche e de' suoi Comuni •. In questo volume dov' è studiata 1' arte bizantina, e più special- mente 1' influsso che essa esercitò sull' Italia, è naturale che Venezia occupi un posto cospicuo. La basilica di San Marco è tutta un museo di monumenti bizantini o d' imitazione bizantina, che il Venturi esamina e illustra particolarmente insieme col leone, forse persiano, della piaz- zetta, e, per non parlare d' altre opere minori, col Fondaco dei Turchi, dov'è qualche vestigio dell' arte musulmana asso:iata con la bizantina. Della metà del secolo VII è la chiesa di Santa Maria di Torcello; Rassegna bibliografica 261 quella dei Santi Felice e Fortunato di Vicenza, la basilica di Santo Stefano a Verona, i duomi di Torcello e d'Aquileia ci richiamano al periodo degli Ottoni ; le scolture del battistero di Callisto del duomo di Cividale, delle chiese di San Martino, e di Santa Maria in Valle, pure di Cividale, e la cattedra del tesoro di San Marco in Venezia ai secoli VII e Vili, e invece appartengono ai due precedenti il sarcofago e gli oggetti barbarici del Museo di Cividale. Rivestono forme bizan- tine le chiese gradensi di Santa Eufemia e di Santa Maria, del secolo VI ; mentre, restando sempre nel Veneto, ricordano il dominio Lon- gobardo quelle di Santa MarÌ3 in Valle, già nominata, a Cividale, di San Giorgio in Valpolicella, e di Santa Teuteria a Verona. Ma più che su ogni altro monumento veronese l'autore si intrattiene sui fa- mosi bassorilievi dell' antica porta, che si suppongono eseguiti verso il Mille, e dei quali, al pari di parecchie altre opere tra le qui ricordate, 1* Autore offre una buona riproduzione fototipografica. Paoletti Pietro e Ludwig Gustavo. — Neue archivalische Beitrdge fur Geschichte der venepanischen Malerei^ (Sonderabdruck aus dem Repertorium fUr Kunstwissenschaft ; Verlag von W. Spe- mann in Berlin und Stuttgart, 1899-XII Band 2, 4, 6 Hefte ; 1900-XXIII Band, 3, 4 Hefte), in 8. Benché alquanto in ritardo, credemmo utile, per quelli che si oc- cupano della storia , dell' arte veneziana, di far cenno di questi preziosi lavori, pur limitandoci ad una breve notizia intorno ai cinque opu- scoli, che si dimostrano frutto di grande esperienza nella critica arti- stica, di vasta erudizione e di lunga e paziente indagine archivistica Il primo, che consta di sette pagine, è dedicato ad infondere ne- gli studiosi 1' amore alla ricerca dei documenti e contiene informazioni assai esatte sul ricco materiale storico dei nostri Archivi e sul metodo con cui si devono compulsare. Il secondo opuscolo, di ventiquattro pagine, tratta in capitoli di- stinti su: I Vivarini ed i Muranesi — Bartolomeo Vivarini seniore — Alvise Vivarini — Bartolomeo Vivarini juniore e Battista Vivarini. I capitoli che occupano le trentuna pagine del terzo fascicolo por- tano le seguenti intitolazioni: Notizie sopra i quadri che Antonio Vi- varini dipinse in società con Giovanni d' Alemagna — Giovanni di Alemanna ed altri anisti tedeschi nel Veneto — Scolari di Giovanni ed Antonio da Murano — Antonio Vivarini in società di lavoro col A, Medin. 2Ó2 Nuovo Archivio Veneto fratello Bartolomeo — Leonardo Boldrin — Notizie sopra i quadri provenienti dal laboratorio di Bartolomeo Vivarini — Andrea da Mu- rano — Notizie sopra i quadri di Alvise Vivarini — Marco Basaiti ed il Pseudo Bocaccino. Il quarto e quinto degli opuscoli in discorso si riferiscono alla fa- miglia dei pittori Bastiani, e nel primo, di venti pagine, si parla di Marco, Simeone, Alvise, Cristoforo, Paolo, Lazzaro, Vincenzo e figli di Lazzaro; nel secondo si illustrano in tredici pagine — I quadri ed i mosaici di Lazzaro Bastiani e del suo laboratorio. Questo è appena l' indice dei cinque fascicoli. Ma, se ci è con- cesso mettere in rilievo taluna almeno delle parti più importanti di tali studi, vogliamo ricordare che, a proposito delle firme e scritte ap- poste su alcuni quadri di Giovanni d' Alemagna e di Antonio Vivarini, e che pure illustri critici non seppero bene valutare, i nostri Autori inculcano assai opportunamente essere necessaria allo storico d' arte una seria conoscenza della paleografia. Poi ricordiamo che dei pittori Bartolomeo Vivarini juniore e Battista Vivarini, come pure di Marco, Simone, Alvise e Cristoforo Bastiani abbiamo fatto conoscenza a me- rito delle presenti ricerche; dalle quali s'impara che Leonardo Bol- drin non deve ritenersi più oltre pittore bergamasco, ma veneziano, forse discepolo di Antonio Vivarini; e si rincalza la tesi che Lazzaro Bastiani non sia stato già discepolo di V. Carpaccio, bensì maestro pi lui; tesi che gli Autori hanno già altrove sostenuto (vedasi Ludwig Gustavo, Vittore Carpaccio', estratto dall' A rch. Stor. dell'Arte, se- rie II, anno III, fase. VI, Roma 1897). Assai interessante è la rico- struzione critica di quattro trittici di Bartolomeo Vivarini, ricordati nelle opere del Boschini e dello Zanetti come esistenti sotto il coro della chiesa di S. Maria della Carità, e delle varie parti dei quali s' erano smarriti e confusi i rapporti dopo le famose dispersioni del tempo napoleonico, ricostruzione che si è già potuto in buona parte effet- tuare anche materialmente nella nostra Accademia di Belle Arti ; e così sono notevoli le illustrazioni della « Santa Veneranda • di Lazzaro Bastiani (ora all' Accademia di Vienna) e della notissima • Madonna degli belli occhi » (ora nel nostro Palazzo Ducale) dall' Edward in poi attribuita a Giovanni Bellini, ed ora con solidi criteri rivendicata al Bastiani anzidetto. Non possiamo continuare in questa gradita esposizione di novilà. I lettori però hanno già compreso che in queste neppure cento pa- gine, del nuovo ce n' è e ce n' è assai. Gius. Dalla Santa. Rassegna bibliografica 263 Nani-Moceniho Filippo. — Intorno ad una iscrizione, Venezia 1902, pag 36 in 16 0 . Il N. U. conte F. N. M. tratta in. quest' opuscolo di un episodio diplomatico corso nel sec. XVII fra la Corte di Roma e la Repubblica nostra. Accennato ai fatti che si aggruppano intorno alla venuta di Ales- sandro III a Venezia nei 1177, ed accennato alle controversie che in argomento sorsero fra gli scrittori veneziani da una parte ed eccle- siastici dall' altra (fra* quali il Baronio e Felice Cantelori di questi, e Don Fortunato Olmo e Cornelio Frangipane di quelli) ; viene espo- nendo, colla scorta delle corrispondenze diplomatiche, V andamento della vertenza sorta fra i due potentati a proposito dell' iscrizione fatta porre in Laterano da Pio IV sotto un dipinto ricordante V incontro di Alessandro III col Barbarossa, e sostituita da Innocenzo X con altra diversa nel tenore. L' 8 dicembre 163S il segretario Andrea Rosso, che teneva le veci dell'ambasciatore Alvise Contarini, denunziava al suo governo il mutamento dell' inscrizione per cui, mentre l'antica ri- cordava l' accoglienza trovata in Venezia dal papa fuggente, la vittoria di Salvore, la sottomissione dell'imperatore e magnificava il merito della repubblica, la nuova ometteva ogni circostanza onorevole per la città di S. Marco, accennata solo come teatro dell' avvenimento, par- lando unicamente della pace fatta e dell' umiliazione del monarca. Il fatto fece grande impressione a Venezia, e il nob. A. viene esponendo gli uffici fatti dal segretario per ordine del Senato onde otte- nere la restituzione deli' epigrafe antica, i suoi rapporti sulle idee in argomento dei cardinali e della Curia, nella quale il Rosso sospettava un' intenzione politica, quella cioè di preparare la sottrazione dell'Adria- tico alla giurisdizione di Venezia, giurisdizione che la repubblica volle sempre gelosamente conservata. Il Rosso nei suoi negoziati ebbe l'ap- poggio deli' ambasciatore di Francia, ma senza frutto, onde il Senato pensò reagire sospendendo le relazioni diplomatiche colla S. Sede, facendo riprodurre nella Sala del Maggior Consiglio l'iscrizione tolta dal Laterano, e prendendo altri provvedimenti. Nè a rimuoverlo val- sero le intromissioni della Fra ncia, onde Roma cominciò a piegare, ma quello persisteva e, nel febbraio 1638, respingeva proposte di acco- modamento del nunzio, sembrate inaccettabili. La Curia replicava di- mostrazioni di amicizia, e Venezia nel dicembre del detto anno acco- glieva la proposta del papa di una lega dei principi cristiani contro il Turco, e all'uopo mandava a Rema un ìmbasciatore straordinario 264 Nuovo Archivio Veneto con incarico di insistere anche sulla restituzione dell' iscrizione antica. A ciò si era adoperato efficacemente anche il cardinale Federico Cornaro patriarca di Venezia, per cui il 22 gennaio 1639 fu tolta l'epi- grafe incriminata, prima dell'arrivo a Roma dell'ambasciatore. Ma non fu rimessa a posto 1' antica, in onta che agli uffici del Rosso si aggiungessero quelli del rappresentante dell'imperatore; né il nuovo ambasciatore, Angelo Contarmi, riuscì meglio; le trattative per la lega andarono rotte, e sospese di nuovo le relazioni diplomatiche fra il pontefice e la repubblica Intanto, il 29 luglio 1644, moriva Urba- no VII e gli succedeva Innocenzo X, presso il quale il cardinal Cor- naro, stabilitosi a Roma, riprese le pratiche per la tanto dibattuta restituzione, e ai primi di novembre dell' stesso anno riusciva nel so- spirato intento. In attestato di gratitudine il Maggior Consiglio aggre- gava al patriziato veneto il nipote del pontefice, Camillo Pamphili. R. Predelu. Gerola Giuseppe. - La dominazione genovese in Creta. Negli Atti della I. R. Accademia di sc. } lett , ed arti, degli Agiati, in Rove- reto, Serie II, voi. Vili, pag. 134-175. — Rovereto, 1902. L' egregio incaricato del nostro R. Istituto di se. lett. ed arti per le indagini dei monumenti veneziani in Candia, non avendo trovato negli storici modo di farsi un esatto concetto della serie delle circo- stanze che portarono Venezia a stabilire la propria dominazione nel- 1' isola, pensò d'intraprendere lo studio relativo nei fonti, e qui espone in modo perspicuo e con largo corredo di erudizione il risultato delle sue ricerche, certo interessante sotto più punti di vista. E prima, quale la ragione del dono dell' isola fatto dall' impera- tore Alessio IV al marchese di Monferrato? Il dott. Gerola non crede interamente ai motivi di parentela, pei quali il marchese ebbe Tes- salonica; ma ritiene piuttosto «per ricompensa d'essersi sopra ogni altro adoperato per ridurre gli altri principi collegati ad assistere • esso im- peratore, ed onde accaparare anche per V avvenire V aiuto di quelli. Bonifacio però, nei quindici mesi dal maggio 1203 all' agosto 1204, in cui cedette Y isola a Venezia, se ne fu signore in diritto, non vi ebbe effettivo potere. E come non era riuscito al marchese di metter piede nel suo nuovo dominio, così neppure riuscì a Venezia che, distratta in quei momenti da altri affari, non vi si adoprò subito efficacemente. Della trascuranza fece suo prò* Enrico Pescatore celebre pirata genovese, Digitized by Google Rassegna bibliografica divenuto conte di Malta ed ammiraglio di Sicilia pel suo matrimonio colla figlia di Guglielmo il Grasso. Egli, incoraggiato da varie felici imprese, enumerate dal eh. A., e sostenuto indirettamente dalla sua patria, occupò nel 1206 Creta sguernita di valide difese, e tosto pensò a metterla a riparo contro chi avesse voluto imitarlo, rafforzando di difese le terre maggiori ed erigendo dalle fondamenta fortilizi nei luo- ghi più opportuni, opere delle quali rimangono tuttavia degli avanzi. Alla notizia, certo non grata, dell'occupazione, Venezia si affrettò per farla cessare, ed allestì una spedizione salpata nell'autunno del detto anno sotto il comando di Giacomo Baseio, Rainieri Dandolo, figlio del doge Enrico, e Ruggero Premarin. — Il eh. A. ne segue le mosse ; essa, strada facendo, ricuperò Corfù, occupata come Creta da altro concittadino ed alleato del Pescatore, Leone Vetrano, il quale finì appiccato; e così pure Corone e Modone tenute colla Morea da Goffredo di Villehardouin, e salvate dalla distruzione dal Dandolo che le munì a sue spese. Poscia la spedizione procedette alla occupa- zione di Candia, aspramente contrastata dal Pescatore, sostenuto sot- tomano da Genova, e non sottomessa definitivamente che alla fine del 1210 o al principio del seguente non senza però nuovi e validi rin- forzi spediti da Venezia all'armata. L' egr. A. espone i vari episodi di quella guerra procurando di trarre la verità dalle confuse narra- zioni dei cronisti, e confortando le deduzioni coi pochi documenti che restano. Fra gli episodi mi piace ricordare quello della eroica morte del Dandolo, fatto prigioniero dal Pescatore e spentosi volontariamente, quindi catturato ancor una volta dopo morto e sepolto in Siracusa, contrariamente alle asserzioni dei cronisti veneziani. L' interessante opuscolo si chiude con brevi cenni sulle prime vicende dello stabili- mento del dominio veneto nell' isola, e con due documenti in appen- dice tratti dall' Archivio di Stato di Genova. Il primo di questi, del 22 maggio 1210, è un'obbligazione di t Enricus comes Malte et do- minus Greti» a Guglielmo del fu Ugone Embriaco; il secondo, del luglio 12 12, contiene una tregua per concludere la quale Genova spe- diva a Venezia Simone Bofferio e Nicolò de' Mari; essa doveva durare due anni, ed essere pure accettata dai conti di Malta e di Siracusa, sotto pena di vedersi trattati da nemici dalla stessa madre patria. R Predelli. 266 Nuovo Archivio Veneto Jorga N. — Notes et evtraits pour servir \à V histoire des Croisa- des au XV siede. — Troisième serie. — Paris, E. Leroux, 1902, pag- 394i in 8. In questo volume il eh. A. raccoglie i sunti e brani di documenti da lui già pubblicati nella Revue de r Orient latin in continuazione del tomo l della I Serie, di cui ho già dato notizia nel tomo XIX a pag. 150 e 151 di questo periodico. L'ultimo documento riferito nel mentovato tomo I serie I è del 15 marzo 1436, il primo nel nostro, del giorno seguente. I documenti riassunti o riferiti coli' usato metodo nel presente vanno fino al 27 settembre 1453, e sono tratt i i n massima parte dagli Archivi di Stato di Genova e di Venezia, ed alcuni dalle biblioteche : reale di Monaco di Baviera, Ambrosiana di Milano, civica di Genova e Marciana di Venezia, nonché dall'Archivio di Stato di Ktfnigsberg. Ai documenti (sezione IV) fa seguito la sezione V, intitolata : Trai- tés, apocriphes, lamentations, exhortations ; fra i primi cita: l'orazione di Poggio Bracciolini in morte del cardinale di S. Angelo (Bibl. Am- brosiana) riportandone brani ; il racconto della caduta di Costantino- poli in mano dei Turchi (Bibl. reale dell' Aia) che 1' A. dice il più completo giunto a noi e che trascrive per intero; la informazione scritta da Nicolò Sagundino, segretario veneziano, a richiesta di Al- fonso re di Napoli, sui Turchi e Costantinopoli (Bibl. ambrosiana); altra dello stesso sulla famiglia degli Ottomani (Bibl. reale di Monaco Baviera) ; il racconto della traslazione di reliquie da Costantinopoli a Firenze, di Paolo Pietriboni (Bibl. Laurenziana) ; di questi tre ultimi scritti T A. riferisce brani salienti. Sotto il titolo di apocrifi dà notizia di tre manoscritti contenenti narrazioni di pretesi miracoli, il primo dei quali relativo alla punizione d' un soldano profanatore (Bibl. Ja- gellonica di Cracovia), Il secondo alla conversione d* altro soldano (Bibl. dell' Università di Lipsia), il terzo a circostanze straordinarie che causarono la caduta di Costantinopoli (ivi). Le lamentazioni sulla caduta stessa sono sette, in versi, in parte pubblicate. I progetti di spedizione contro i Turchi, qui ricordati, sono tre, uno esistente nell' Archivio di Stato di Monaco Bav., l'altro in quella Bibl. reale, il terzo nell' Ambrosiana. Il volume, arricchito di erudite note come i precedenti, è fornito di diligente indice di nomi, indispensabile in questa sorte di pubblicazioni ; sull* importanza ed utilità della nostra non ripeterò il già detto. R. Predelu. Rassegna bibliografica 267 P. Kehr. — Aeltere Papsturkunden in der papstlichen Registern von Jnnocen? 111 bis Paul ///. Nelle Nachrichten della R. Società delle scienze di Gottinga, classe filol.-stor., anno 1902, p. 393-558. In questa nuova pubblicazione si dà conto dei documenti papali trovati negli Archivf vaticani in enti archivistici di età posteriore agli originali, e precisamente inserti e trascritti nei Registri pontificii dei secoli XIII, XIV e XV, premettendo interessanti ragguagli su quei libri e sul diligente e paziente lavoro consacrato alla ricerca dei sin- goli atti. Fra gli inediti qui riportati ne troviamo uno solo relativo alla no- stra regione, quello che porta il n. 25 della parte VI (sec. XV), pa- gina 542, ed è un privilegio di Lucio III, forse del 1185, con cui il papa accoglie sotto la protezione apostolica il monastero di S. Pietro di Villanova nella diocesi di Vicenza, confermandone i possedimenti. Esso è inserto in altro di Martino V (21 die. 1418): Reg. Lat. t. 203 (Lib. XXIX, Lib. 1 de regularibus a. II) f. 285- In data di Verona, ma non riferentisi al Veneto, troviamo il n. 18 della parte I (sec XIII, pag. 438), i nn. 19, 20 e 21 della parte II (sec. XIV, pag. 478 e 479) e il n. 24 della parte III (sec. XV, p. 541) rispettivamente colle date 1186-87, die. 5, genn. 12 e 22, e giugno 18 (di Urbano III), e 1185, giugno 23 (di Lucio III). Leggi municipali del Contado di S. Polo dei Nobili Uomini Ga- briel. — Oderzo, G. B. Bianchi, 1902; pag. 50 in 4 0 oblungo. — Pubblicate per nozze Arrivabene-Papadopoli. Già nel 1874, in altra fausta circostanza della nobile famiglia dei Conti Papadopoli (v. Archivio veneto, tomo IX, pag. 13:) il cav. Luigi Dall' Oste pubblicava dei pregevoli Cenni storici su San Polo nel Tri- vigiano, terra già prima posseduta dai Patriarchi di Aquileia, che la diedero in feudo agli Eccelini, e poi dalla Repubblica veneta la quale ne investì i Mauruzi da Tolentino in premio dei servigi resile in guerra. Da questi S. Polo passò, per matrimonio delle due ultime donne di quella schiatta, in due fratelli Gabriel, patrizi veneti, la fa- miglia dei quali tenn^ il feudo per tre secoli, cioè fino alla caduta della Repubblica. Questi feudatarf dotarono la terra di propria legi- R. Predelu. Digitized by 268 Nuovo Archivio Veneto stazione, e il Dall' Oste accennando allo statuto (op. cit., pag. 72), lo dice uno dei più completi giurisdizionali (pag. 80). Nella pubblicazione che ci occupa, i dipendenti dei Co. Papado- poli mandano in luce questo Statuto, finora inedito, che veramente non è molto antico, ma che viene opportunamente ad accrescere il materiale per la storia statutaria municipale e rurale, prezioso ramo di quella del diritto italiano. Queste legislazioni, anche di tempi non remoti, sogliono codificare norme di diritto e consuetudini anteriori di carattere locale, ed hanno quindi il lor pregio. L' opuscolo è preceduto da ordinanza con cui, il 7 settembre 1768, il conte giusdicente Angelo Maria Gabriel richiama i suoi dipendenti all'osservanza delle disposizioni legislative emanate dai predecessori. e da lui fatte riunire in volume. Segue altra ordinanza, 11 agosto 1596, di Donato Gabriel che ingiunge doversi nei giudizi locali osservare le disposizioni contenute nel libro da lui consegnato nella pubblica can- celleria della terra. E ad essa il testo degli statuti (in data 10 ago- sto anno stesso) diviso in 54 rubriche o articoli. Vengono quindi le tariffe per le competenze nei vari atti: del podestà, del cancelliere, dello stesso in danni dati e in criminale, dei cavaliere (bargello) ed offiziali, e degli avvocati Si chiude il libro con disposizioni di polizia per la fiera detta la Caminada che si teneva 1*8 settembre. Forse non sarebbe riuscita inutile una descrizione del codice con- tenente il testo dello statuto. R. PREDELLI. GIOVANNI BIANCHI Gerente responsabile. NUOVO ARCHIVIO VENETO NUOVA SERIE - ANNO li TOMO V — PARTE II Digitized by Google COMMISSIONE DIRETTRICE V. LAZZARINI - G. 0GC10NI-B0NAFF0NS - R. PREDELLI Digitized by Google I TITOLI DEI DOGI DI VENEZIA <■> I più antichi documenti del governo veneziano, giun- ti fino a noi in copie (2), risalgono ai primi anni del secolo nono, quando colla traslazione della sede ducale a Rialto, il doge, non più rappresentante di una con- sociazione di comunità litoranee, personificò uno stato costituito in forte unità politica. Il primo titolo assunto dai dogi di Venezia fu naturalmente quello di dux, se- (i) Trattarono dei titoli propri del doge di Venezia il Sansovino, Venetia, ed. 15S1, pag. 185-187; e il Cfxchetti, // doge di Venezia, Venezia, 1864, pag. 68-69. P Qr periodo più antico: Monticolo, La cronaca del diacono Giovanni e la storia politica di Venezia sino al ioog, Pistoia, 1882, pag. t>i; Hain, Der Doge von Venedig, Kònigs- berg, 1883, pag. 25-27; Besta, La cattura dei veneziani in Oriente, in Antologia veneta (Feltre, 1900). \i) Il più antico originale che fino ad ora si' conosca è del 1090. Non potendo per i primi secoli fare osservazioni su degli originali, cjme avremmo voluto, ci contentammo delle copie, preferendo le più antiche e quelle trascritte in collezioni ufficiali dello Stato. Siccome quasi tutti gli antichi documenti veneziani furono più volte pubbli- cati, indicammo l'edizione più recente, eccetto alcuni casi nei quali per ragioni di critica fu opportuno citarne qualche altra. Del resto per i documenti dei secoli VIII-X cfr. l'ottimo saggio bibliografico del Cipolla. Fonti edite della storia della regione veneta sino alla fine del sec. X in Monumenti st. della dep. veneta di st. patria, Mi- scellanea, voi. II (Venezia, 1882). 272 Nuovo Archivio Veneto guito, ne' documenti, dall' indicazione del paese oppure del popolo di cui erano a capo. Agnello e Giustiniano Particiaco nella donazione della cappella e del territorio di S. Ilario del maggio 8iq, s'intitolano « per divinam gratiam Venecie provincie duces» (i): Giustiniano nel suo testamento dell' anno 829 « jmperialis hypatus et dux Veneciarum provincie », sottoscrivendosi « Ego Justinia- nus jmperialis hipatus et humilis dux provincie Venie- eia [sic] » (2), con una dichiarazione di umiltà che in quei tempi e poi usarono sovrani ben più possenti e alteri. I dogi che succedettero son designati nei docu- menti pubblici col nome del paese : dux Venecie o Ve- netiarum (3), intendendosi significare il territorio del du- cato da Grado a Cavarzere, o col nome del popolo : dux Veneticorum : questa seconda formula prevalse nei docu- menti più antichi e fu preferita nei patti e privilegi degli imperatori tedeschi e re d' Italia. Oltre il titolo che spettava ai dogi per la potestà loro nella Venezia, aggiunsero presto i titoli pomposi che volentieri largivano gli imperatori d* Oriente, e se per quasi quattro secoli troviamo menzione delle dignità bizantine accordate ai dogi, dobbiamo spiegare questo lungo uso con una ragione politica generale e con una particolare o meglio personale. Per la prima è inutile spender parole quando si ricordino quali legami politici (1) Archivio di Stato di Venezia, Abbadia di S. Gregorio, liber VI c. 10; Pacta, voi. I, ce. 38 e 86 t., tutte trascrizioni del sec. XIV; Gloria, Codice dipi, padovano dal secolo VI a tutto V X/, in Mon. della dep. veneta di st. patria, Venezia, 1877, pag. 6. (2) Abbafia di S. Gregorio, lib. VI. c. 12; Pacta, voi. I, c. 39 t ; Gloria, Cod. dipi. cit. pag. 12. (3) Alcune volte la forma Veneciarum è una cattiva lettura dei copisti, i quali, dal sec. XIV in poi, seguitando 1' uso del loro tempo, interpretarono così la parola abbreviata Venec. invece che Venecie. Digitized by Google ./ titoli dei Dogi di Venezia 273 e commerciali furono tra Venezia e V impero bizantino, dalla soggezione a compiuta indipendenza. Per la se- conda osserveremo che quella specie d* investitura colla quale i dogi erano decorati di qualche dignità imperiale, accresceva V autorità del doge presso il popolo, e dava prestigio e legittimità a quelle famiglie ducali che cerca- vano di rendere la successione ereditaria. Così pure i figli dei dogi, mandati a Costantinopoli, allorquando un im- peratore saliva al trono o un nuovo doge era proclamato, ritornavano quasi sempre alle lagune insigniti di un titolo che non contentava soltanto la vanità, ma di certo preparava loro la via per essere assunti come colleghi nel trono ducale. Il più antico titolo bizantino .concesso ai dogi di Venezia è quello di console (uTtaxos), titolo glorioso per le memorie dell'antica Roma, ma trasformato ormai in una semplice dignità che sta per confondersi tra la pleiade di altre di più recente istituzione e di più modesta ori- gine. Nel secolo Vili troviamo insigniti della dignità di console i dogi Orso (1) e Maurizio (2), e in una lettera di Giovanni patriarca di Grado a papa Stefano III, scritta negli anni 768-772, si accenna « Mauricio consuli et im- periali duci huius Venetiarum provinciae » (3). Nei primi del secolo IX, in quel periodo di dissensioni e lotte nelle lagune tra i partigiani dei Franchi e quelli dei (1) Giovanni Diacono, Cronaca veneziana tra le Cronache vene- ziane antichissime pubbl. dal Monticolo in Fonti per la stor. d'Ita- lia ed. dall' Istituto stor. ital., Roma, 1890, voi. 1, pag. 97. Secondo il testo del Dandolo (Cronicon venetum, in Rerum ital. Script, tom. XII. col. 138) sarebbe stato invece console imperiale il figlio di Orso, Diodato, doge in Malamocco, notizia derivata dal noto catalogo dei dogi del secolo XI. (2) Dandolo, ed. cit., col. 145. (3) Mon. Germ. Hist. Epistolae merowingici et karolini aevi, tom. I (1892). pag. 711-13. Digitized by Google 274 bizantini, il patrizio Niceta, giunto a Venezia per . riaf- fermare la sovranità degli imperatori cT Oriente, dava ad Obelerio, in nome del suo signore, il titolo di Tafel e Thomas, Urkunden fiir alteren Handels und Staats- geschichte der Republik Venedig, in Fontes Rerum Austrìacarum, XII (1856), pag. 2. (4) Doc. cit. (5) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 113; Dandolo, ed. cit. col. 175^ Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venefici *7$ plicante Petro gloriosissimo duce Veneticorum »» (i); nel privilegio di conferma del i.° settembre 841 Pietro Tradonico è chiamato « dux ac spatharius Venetico- rum » (2); non è quindi fuor di proposito porre tra il febr. £40 e il settembre 841 la concessione del titolo, e se la espressione spatharius Veneticorum non è rigoro- samente precisa e sta in luogo di un imperialis spatha- rius^ tenendo conto che il documento è emanato dalla cancelleria imperiale e non dalla veneziana, sarebbe poco prudente voler dare delle ragioni storiche di quella specie di confusione nel titolo. Il doge Tradonico par- tecipò quale testimone e consenziente al testamento di Orso vescovo di Olivolo rogato nel febbraio 853, e nella copia del secolo X (3) ritrovasi il «signum manus dom. excellentissimo Petro jmperiali consolis [sic] ». Siccome nel privilegio di Lodovico II del 23 marzo 856 il doge è detto ancora « dux ac spatharius Veneticorum » (4), si deve ammettere o che commise un errore il notaro che scrisse la copia del testamento, oppure, e a noi pare più probabile, che dopo la dignità di spatario il doge Pietro ottenne quella di console, e che nella conferma (1) Moti, Germ. Hist. Capitularia regum francorum, tom. II, pars prior (1890), pag. 130. (2) Ibidem, pag. 136. Per la data cfr. le osservazioni del Lentz, Der allm'dhliche Uebergang Venedigs von faktischer %u nomineller Abh'dngigkeit von Byzan\ in By^antinische Zeitschrift, 111 (1894), pag. 81, n. 3. (3) Museo civico di Padova, Demanio, Diplomazia, fas. B, n. 28; Gloria, Codice dipi pad. dal secolo sesto, pag. 22. Se l'anno fosse secondo lo stile veneto, bisognerebbe ridurre la data all' 854, ma l'in- dizione e l'anno dell'impero corrispondono all' 853. Per i più antichi documenti veneziani abbiamo osservato che l'indizione non è accre- sciuta di un' unità, per gennaio e febbraio, in modo da provare P uso del more veneto : d' altra parte pare a noi poco probabile che tutte le indizioni di quei documenti debbano essere sbagliate. (4) Moti. Germ. Hist. Capitularia, 11, pag. 137. Digitized by Google 276 Nuovo Archivio Veneto dell 1 856 fu detto ancora spatario invece di console, pro- babilmente perchè nella cancelleria imperiale, ignoran- dosi il nuovo titolo assunto dal doge, si ricopiò alla lettera la formula del privilegio del settembre 841. In ogni caso se in un documento veneziano, com' è il te- stamento del vescovo Orso, è ricordata la dignità bizan- tina accordata al Tradonico, è da supporre ch'egli non abbia trascurato di portare i titoli di spatario e di con- sole negli atti pubblici del suo dogado. Nell'anno 879 (1) Orso Particiaco da ambasciatori bizantini fu insignito della dignità di protospatario, £ donato di ricchissimi presenti (2). E questa la prima volta che al doge di Venezia è conferito un nuovo titolo che non sia quello di console o spatario, e ciò avviene, come osserva il Lentz, proprio nel tempo nel quale Venezia da provincia bizantina stava per diventare uno stato libero, conservando una speciale dipendenza dall' im- pero. Qualunque sia la ragione, fatto è che nella carta di promissione a Gualperto patriarca d' Aquileia,"del gen- naio 880, Orso Particiaco s* intitola « nos quidem Ursus divino fretus auxilio imperialis prothospatarius et Ve- neticorum Dux » (3). Del titolo di protospatario fu decorato Pietro Tri- buno dall' imperatore Leone (4), e ne troviamo la con- ferma nel privilegio per il monastero di S. Stefano di Aitino del febbraio 900, dove il doge s'intitola: « Nos Petro, domino protegente, imperiali protospatario et Ve- ti) Questa data è determinata, col sussidio di circostanze storiche, dal Lentz, op. cit., pag. 100-102. (2) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 125 ; Dandolo, ed. cit., col. 187. (3) Codice Trevisaneo, c. 57; Ughelli, Italia sacra, Venetiis, 1720, tom. V, col. 41. (4) Giovanni Diacono, ed. cit., pag. 131 ; Dandolo, ed. cit., col. 193. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 277 neticorum duce » (i). Fu investito dalla stessa dignità Pietro Particiaco, prima ancora di esser doge, allor- quando il padre suo, Orso II, non a pena salito al do- gado, lo mandò all' imperatore Leone per annunziargli la propria elezione (2). E come i dogi suoi predecessori egualmente protospatario diventò Pietro Candiano II : nel patto di Giustinopoli (Capodistria) del 14 gennaio 932, egli è invocato « imperialis protospatarius et glo- riosus Veneticorum dux » (3); mentre in una lettera ad Enrico I e ai prelati tedeschi dell'anno 932 s'intitola « Petrus Christi munere inperialis consul et senator atque dux Veneticorum» (4). Secondo Giovanni Dia- cono (5), Pietro Candiano II, coni' era cqnsueditudine, il figlio suo omonimo inviò agli imperatori Romano e Costantino, e come il solito il giovane ambasciatore ritornò in patria colmo di doni e col titolo di proto- spatario. Il Monticolo crede che il cronista, narrando questo particolare, abbia confuso il figlio col padre, ov- vero che si sia male espresso : per certo mancano nei documenti le prove che Pietro Candiano III abbia otte- nuto la dignità di protospatario ; ad es. nella carta di concessione di una salina del marzo 957, egli s' intitola « Nos Petrus Deo auxiliante dux Veneticorum filio do- (1) Archivio di Stato di Venezia, Ducali ed atti diplomatici, bu- sta I, copia autentica del 1247. Anche in questo documento l'indi- zione corrisponde perfettamente al 900. (2) Giovanni Diacono, op. cit. , pag. 131-132; Dandolo, ed. citata, col. 198. (3) Archivio di Stato di Venezia, Liber Albus, c. 260; codice Tre- visaneo, c. 65; Kandler, Codice diplom. istriano, Trieste, 1804, senza numerazione di pagine. (4) Mon. Germ. Hist. Legum sectio IV, (lonstitutiones et acta publica imperatorum et regum, tom. 1 (1893), pag. 6. L'epistola del doge è pubblicata di su due codici del sec. X. (5) Ed. Monticolo, pag. 133. Digitized by Google 2 7 8 Nuovo Archivio Veneto mini Petri ducis Candiano » (i). Giustamente il Monti- colo osserva che il silenzio dei documenti non ha sem- plice valore negativo, essendo uso della cancelleria di Venezia ricordare nei privilegi, nelle leggi e spesso an- che nei trattati con altri Stati, i titoli che gli imperatori d' Oriente largivano ai dogi di Venezia. Onde non sarà inutile notare che Pietro Candiano IV, Pietro I Orseolo, Vitale Candiano e Tribuno Memo o Menio, nei pochi documenti giunti fino a noi, mai appariscono decorati di qualche dignità bizantina. Nella costituzione del 960 che vietava il commercio degli schiavi, Pietro Candia- no IV è chiamato « Petro Deo auxiliante Venetiae du- ce » (2); nel patto col comune di Giustinopoli dell 1 ot- tobre 977, s' indirizzano a « Petro Ursoyolo gloriosissimo domno Venetiarum duce» (3); nella donazione dell'isola di S. Giorgio maggiore del 20 dicembre 982, il doge s' intitola «Nos Tribunus divina gratia dux Venecie» (4). Pietro II Orseolo, invocato dalle città marittime, della Dalmazia, consenzienti gli imperatori bizantini, nel giorno dell'Ascensione dell'anno rooo, moveva da Ve- nezia a liberare 1' Adriatico dai pirati narentani ed a proteggere i comuni dalmato romani contro i principi croati. La spedizione dell' Orseolo avanzò trionfale di città in città, lungo la costa, e il clero e i notabili di (1) Corner, Ecclesiae torcellanae, pars II, pag. 88. (2) Codice Trevisaneo, c. 75; Racki, Documenta historiae chroa- ticae in Monumenta spectantia historiam Slavorum meridionalium* VII (Zagrabiae 1877), pag. 198. (3) Liber Albus, c. 263:; Codice Trcvisaneo, c. 95; Kandlkr, Cod. dipi, istriano. dir. altresì i doc. intorno a pagamento di decime (978-979) in Romanin, St. documentata di Vntefia, I, pag. 378. (4) Archivio di Stato di Venezia, Mon. di S. Giorgio maggiore % b. I (ora nel museo paleografico), esemplare del 1063 ; Cicogna, Inscri- zioni veneziane, voi. IV, pag. 284. Cfr. anche il do;, del giugno 982 in Gloria, Cod. dipi. pad. dal secolo sesto ì pag. 95. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 276 ogni luogo si presentarono a prestare il giuramento di osservar fede al doge e ai suoi successori : per ordine dei vescovi, nelle chiese di Dalmazia, cantandosi le laudi degli imperatori, il nome dell' Orseolo era glorificato dopo quello dei sovrani bizantini. Scrive Andrea Dan- dolo che Pietro Orseolo, rifacendo la via trionfale delle città dalmate, « pari omnium consensu ducem Dalmacie se primitus nominavit » (i). Il cronista Giovanni Dia- cono, cappellano ducale, uomo di fiducia del doge, non accenna in particolare al nuovo titolo assunto dal suo signore, ma, indicando come data 1' anno dell' incarna- zione 1004, aggiunge eh' esso è il decimo del dogado « domni Petri Veneticorum ac Dalmaticorum ducis» (2), recando così testimonianza indiretta dell' uso introdotto da poco nell' intitolazione. I documenti veneziani ci ren- dono ancor più sicuri che Pietro II Orseolo fu il primo nare i documenti veneziani che di quel dogado ci riman- gono. In un istrumento del settembre 1087 tra Domenico Caroso abate del monastero di Brondolo e Pietro Sab- badino gastaldo delle due Chioggie, è menzionato « Vitale Faletro De doni Dei gratia Venetie et Dalmatie duce et imperiale protoseuastos » (2). In un breviario dell'ottobre 1088 si dichiara che una carta di vadimonio fu data a Domenico Campulo pievano di S. Apollinare «ante pre- sentiam Vitalis Faletri Dedoni domini nostri ducis et imperialis protonsevasto » (3). In un$ donazione alla chiesa dei Ss. Secondo ed Erasmo del settembre 1089, il doge s' intitola « Dei gratia dux et imperialis proto- (1) Rer. hai. Script., XII, col. 249-50 ; codice Marciano, Zanetti, lat. 400, c. 107. Il Chronicon Giustiniani con varianti di forma, ri- pete il racconto di Andrea Dandolo (cod. Marciano, ci. X lat. 36 a, c. 48). Un esame critico del passo del Dandolo fu fatto dal Lenel, Die Entstehung der Vorherrschaft Venedigs an der Adria. Stras- sburg, 1897, pagp. 98-102. (2) Museo nazionale di Norimberga, Pergamene del monastero di Brondolo, copia autentica del 11 56. (3) Corner, Ecclesiae venetac, tom. Ili, pai». 155. '9 Digitized by Google 286 Nuovo Archivio Veneto seuasto » (i), e in un'altra donazione del luglio 1090 al monastero di S. Giorgio maggiore, si può ancora leg- gere benissimo « Vitalis Faletrus .... et Dalmatiae Dux et imperialis protonseuastos » (2), con una lacuna derivata da caducità della pergamena, il più antico originale tra gli atti del governo veneziano. E evidente adunque che fino al luglio 1090 mai il titolo della Croazia apparisce nei documenti pubblici veneziani, originali o copie au- tentiche, risultando erronea la narrazione del Dandolo, almeno per jquanto spetta alla cronologia dell'avveni- mento. Veniamo all'ottobre del 1094, e nel privilegio per il castello di Loreo il doge Vitale Falier s' intitolerà « diuine gratie largitate Venecie, Dalmatie atque Chroa- cie dux et imperialis protoseuaston » (3). Ma pur troppo il notissimo privilegio non si conserva che in copie, delle quali la più antica risale alla prima metà del se- colo XIII, ed è trascritta in una collezione ufficiale dello Stato. L'originale esisteva ancora nel 1468, ma poiché era « propter diuturnitatem temporis et non diligentem custodiam in aliqua sua parte laniatum et corosum . . . ita ut vix legi queàt », il doge Cristoforo Moro conce- deva fosse riscritto « ex autentico libro cancellariae », (1) Archivio di Stato di Venezia, Monastero dei Ss. Cosma e Damiano, busta 8, copie autentiche del 1097 e del 1 145 ; Corner, Ecclesiae venetae, tom. VI, pag. 31, di sul Codex Publicorum. (2) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita, auto- grafi dei dogi ; Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. 4., XII, p. 55. Giustamente il Lenel (op. cit., pag. 101, n. 2) fece osservare che il Corner (Ecclesiae venetae, Vili, 212) inserì prima della parola • Dal- matie ■ il nome • Chroacie » che non poteva stare nella parte lacunosa. (3) Pacta, voi. I, c. 186, scrittura minuscola del sec. XIII; copie posteriori in Pacta, II, c. 28 t, e nel Chronicon Giustinian, c. 49. L'edizione più recente è quella del Romanin, St. docum. di Venefia, voi. I, pag. 392. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 287 cioè di su il volume dei Pacta. E così, come nella copia ufficiale del 1468 (1), per ignoranza o trascuratezza, il secondo cognome del doge diventò un De bonis in luogo di De donis, chi ci assicura che lo scrivano ducale della prima metà del dugento, abituato alla formula dell' intù tulatio d' uso generale e costante nel suo tempo, non abbia lasciato scorrere queir « atque Chroacie » o magari non abbia presunto di correggere? La mancanza dell' originale non permette coi mezzi e il metodo della diplomatica di risolvere con sicurezza la questione, e le circostanze di fatto tramandateci dalle fonti narrative non aiutano a suf- ficienza la osservazione e 1' esame dei documenti (2). Vitale I Michiel, successore del Falier, per certo s' intitolò duca di Dalmazia e di Croazia.. Gli abitanti di Spalato, in una carta di promissione senza data, ma della fine del secolo XI, si rivolgono « domino nostro Vitali Michaeli glorioso duci Venetiae atque Dalmatiae siue Chroaciae et inperiali prothoseuastori [sic] » (3), e in un frammento di promissione della città di Traù del maggio 1097, quei dalmati chiamano ancor essi il Mi- chiel doge di Venezia « et Dalmatiae atque Croaciae...» (4). Dubitando di documenti tramandatici in copia del XV secolo, ecco un bellissimo originale con sottoscrizioni autografe, una cartula offercionis del marzo 1098 colla (1) Pacta, voi. VII, c. 153. (2) Il Lenel (op. cit. pag. 101102) ravvicina l'occupazione della Croazia interna compiuta da Ladislao re d'Ungheria (1091) all'atto politico di Vitale Falier di assumere il titolo di duca della Croazia. In ogni caso è degno di nota il trovare in documenti zaratini del 1091, 1095 e 1096 l'impero di Alessio menzionato nella datazione: cfr. Racki, Documenta etc, pag. 154, 159 e 175. (3) Codice Trevisaneo, c. 169; eJizione migliore quella del Racki, Documenta histot iae Chroaticae, pag. 178. (4) Codice Trevisaneo, c. 169; Racki, Documenta etc, pag. 179. Digitized by Google 288 Nuovo Archivio Veneto quale « Vitalis Michael per misericordiam Dei Dux Ve- necie et Dalmacie atque Chroacie et imperialis proton- seuaston » dà al monastero di S. Benedetto di Po vec- chio, la chiesa di S. Cipriano di Malamocco con una salina e una peschiera (i) ; e un altro originale del luglio iioo, dove il doge, pronunciando coi suoi giudici una sentenza a favore di Stefania Bembo, s' intitola « Vita- lis Mihael Dei gratia Venetiae, Dalmatiae, atque Chroa- tiae dux atque jmperialis protoseuastos » (2). È costante dunque nei rari atti ducali del dogado di Vitale I Mi- chiel, T uso del titolo nel quale è affermato il dominio di Dalmazia e Croazia, e del riconoscimento di questo uso da parte di altre cancellerie troviamo una conferma nella nota convenzione tra Colomano re d' Ungheria e Vitale Michiel (1 101-1102), dove il re, accennando al dubbio eh' era stato espresso da principi e seniori del regno « utrum ducem te Chroacie atque Dalmatiae no- minaverim», per amordi concordia chiama per intanto il Michiel in quello stesso documento doge di Venezia, Dalmazia e Croazia (3). Un' alleanza contro i Normanni valeva bene la formula di un titolo. Di Ordelaffo Falier non conosciamo alcun docu- mento originale nel quale egli s' intitoli duca di Croa- zia. Nella cartula concessionis del settembre 1108 per la traslazione del monastero di S. Cipriano, è detto sem- plicemente « Ordelaf Faletrus Dodoni Dei gratia Dux (1) Archivio di Stato di Venezia, Mensa patriarcale, S. Cipriano, busta 90; Corner, Ecclesiae torcellanae, pars III, p. 187, dall'archi- vio patriarcale; Gloria, Cod. dipi, padovano dal sec. sesto, pag. 349, di su copia autentica del 1283. (2) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita, auto- grafi dei dogi. (3) Cod. Trevisaneo, c. 175; Rackt, Documenta cit., pag. 479. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 289 et imperialis protoseuaston » (1). Nel settembre 11 12 il Comune vendeva ai Baseggio un terreno pubblico a S. Bartolomeo sul quale s' era battuta moneta, e nel bellissimo documento di vendita il Falier è chiamato « Ordelaf Faledrum gratia Dei Veneciae ducem et jm- perialem protoseuaston » (2). Nella notitia di un placito tenuto nel marzo 11 16 dall' imperatore Enrico V in Ve- nezia, nello stesso palazzo ducale, in presenza del doge, questi nella lista dei testimoni è così indicato « Orde- laffus Dei gratia Venecie atque Dalmacie dux » (3). Come si vede ad Ordelaffo Falier, fino al tempo della seconda spedizione in Dalmazia, i documenti originali non attri- buiscono mai il titolo di duca della Croazia, anche quando si fa menzione della Dalmazia. Esaminando i documenti che sono giunti fino a noi in copie, ne tro- viamo uno del settembre 1107(4), un altro dell'aprile mio (5), un terzo del febbraio 1 1 14 (6), nei quali il Fa- lier s' intitola, come nelT originale del 1 1 12, doge di Ve- nezia e imperiale protosebaste. Invece, in una conven- zione tra il comune di Venezia e i veronesi del maggio 1107, leggiamo la formula « Venecie, Dalm.atie atque (1) Mensa patriarcale, S. Cipriano, busta 90 ; Corner, Ecclesiae torcellanae, pars III, pag. 192. (2) Sala regina Margherita, autografi dei dogi; Cecchetti, Pro- gramma della scuola di paleografia in Venezia, Venezia, 1862, p. 33, con fac-simile. (3) Il documento originale conservasi nell'Archivio di Venezia, S. Giorgio maggiore ; un' edizione diplomatica, con fac-simile, fu data dal Cipolla in Notizie e trascrizioni dei diplomi imperiali e reali delle cancellerie d' Italia, Roma, 1892, pag. 26. (4) Mensa patriarcale, b. 14, in copia autentica del 1212 (1213); Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. A., XII, pag. 67. (5) Pacta, II, c. 549 ; Bellemo, // territorio di Chioggia, p. 294. (6) 5. Zaccaria, Pergamene, busta 5, doc. del febbraio 11 13 m. v. esemplato nel 1 174. Digitized by 290 Nuovo Archivio Veneto Groatie [sic] dux et imperialis proteoseuastos [sic] » (i), e nella conferma del privilegio di re Cresimiro per il monastero di S. Giovanni di Belgrado, data V anno 1 1 16 « dux Veneciarum Dalmaticorum atque Crohaticorum (2). II documento del 1 107 è in copia della fine del XII secolo, e come lo scrittore non mostra molta diligenza nella grafia dell' intitolazione, così per trascuratezza può aver aggiunto le parole « atque Groatie », ripetendo meccanicamente la formula che ai suoi tempi era dive- nuta d' uso costante in tutti i documenti pubblici. Il pri- vilegio del 11 16 fu trascritto nel secolo XIV in una col- lezione ufficiale della repubblica, e pur non essendoci tra- mandato in forma di originale, nessuna ragione ci vieta di considerarlo autentico. Però è una copia e come tale può contenere delle aggiunte. In ogni caso ragioni di critica storica ci consigliano ad affermare che se Orde- laffo Falier ritornò ad usare il titolo di duca della Croa- zia, portato già dal suo antecessore, ciò avvenne allor- quando egli la seconda volta cercò di riconquistare con le armi la costa dalmato-croata e ritornarla tutta sotto la insegna dell' evangelista Marco, trovando in quell'im- presa la vittoria e la morte. Finche visse glorioso re Co- lomano, il Falier lasciò a lui solo il vanto d' intitolarsi signore di Dalmazia e Croazia, regioni che effettivamente aveva conquistato e possedeva indisturbato. Onde, leg- gendo nel chronicon breve del Dandolo, che il doge Or- delaffo Falier « Croacie dominium accepit et sic titulo (1) Ducali ed atti diplomatici, busta IV; Cipolla, Note di storia veronese in N. Archivio veneto, tomo XV (1898), pai». 294. (2) Pacta, I, c. 1 10 ; edizione critica del Monticolo, Vite dei dogi di Marin Sanudo, in Raccolta degli storici italiani^ Città di Ca- stello, 1900, fase. i-2, pag. 177. Non osiamo tener conto del frammento del 1 117 pubi, dal Bianchi, Zara cristiana, Zani 1877, voi. I, pag. $40. Digitized by Google 1 tìtoli dei Dogi di Venezia 291 sui ducatus primitus addidit : atque Croacie » (t), e sa- pendo che Vitale I Michiel per certo e non una sola volta si chiamò doge di Venezia, Dalmazia e Croazia, sarà da giudicare un erróre quel primitus. E il breve collocato nella sala del Maggior Consiglio, sotto il ritratto del Fa- lier, dicendo: « addo Croatiam titulo iungoque ducali »(2), sarà da intendere che Ordelaffo Falier rimise in onore e nelT uso diplomatico un titolo già usato dal suo prede- cessore e forse prima da Vitale Falier. I dogi che succedettero ad Ordelaffo Falier, tutti, fino all'anno 1358, s* intitolarono dogi di Venezia, Dal- mazia e Croazia, e la formula « dei gratia Venecie, Dal- matie atque Chroatie dux », non soltanto si ritrova nella intitulatio^ ma è ripetuta altresì nel rovescio della bolla appesa ai documenti ducali, come si può vedere nelle bolle più antiche fino ad ora conosciute (3). Così pure, dopo Ordelaffo Falier, i dogi del XII se- colo non ostentano più nei documenti i pomposi titoli largiti dalla corte di Bisanzio, non ostante che i criso- boli del 1126, del 1148, del 1187 confermassero ai capi dello stato veneziano la dignità e il salario di protose- baste (4). In quel secolo le relazioni tra Venezia e Co- stantinopoli s'erano di molto cangiate: i fedeli ausiliari di un tempo, fatti ricchi e potenti, consci della debo- lezza e perfidia degli imperatori, ottengono con la forza i rinnovati privilegi, si rifiutano di aiutare Y impero con- tro i Normanni, partono in guerra contro Bisanzio stes- sa, quando la fredda ostilità dei bizantini diventerà odio (1) Cod. Marciano, clas. X latini, n. 296, del sec. XIV, c. 11. (2) Monticolo, op. cit., pag. 176 e nota 1 1. (3) Cecchetti, Bolle dei dogi di Venefici, Venezia, 1888, pag. 12 e tav. (4) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. i4., XII, pagg. 95, 113, e 179. Digitized by Google 292 Nuovo Archivio Veneto aperto. Orio Malipiero ed Enrico Dandolo saranno an- cora nei crisoboli imperiali appellati fedelissimi o nobi- lissimi protosebasti (1), ma i veneziani sdegneranno per sempre quei titoli eh' eran divenuti ormai vane immagini della sovranità, e si prepareranno alla lor volta ad ag- giungere nuovo e più glorioso titolo, affermazione di do- minio e non di soggezione. A mezzo il secolo XII, avendo Pola ed altre città dell'Istria meridionale mancato ài patti promessi e com- messo atti di pirateria contro i veneziani, il doge Do- menico Morosini mandava una flotta di 50 galee bene armate, la quale, dopo un breve assedio di Pola, obbli- gava le città ribellate a chieder venia, a rinnovare la promessa di fedeltà, e a firmare nuovi e più gravosi patti. L'autore del chronicon che s' intitola Giustinian, narrando della vittoriosa spedizione, aggiunge « et tunc ystricoli dicto duci sic scribebant, ultra titulùm con- suetum : Atque Ystrie dominatori; et dux dieta tituli additione cum suis civibus et fidelibus fruebatur »> (2). Probabilmente il cronista del Trecento ebbe sott' occhio la carta di sacramento scritta intorno al 1150 colla quale gli uomini di Parenzo giurano fedeltà « domino nostro D. Mauroceno Dei gratia gloriosissimo duci Venecie, Dalmacie atque Chruacie et totius Ystrie inclito domi- natori »> (3). Ma, all' infuori di questo solo documento, gli altri quattro dello stesso anno contenenti il giura- mento prestato da Pola, Rovigno, Cittanova e Umago (4), il patto di Pola dell' aprile 1 153 (5), i posteriori trattati (1) Tafel e Thomas, op. cit., pag. 206 e 246. (2) Cod. Marciano, ci. X lat. 36 a, c. 60. (3) Pactct, I, ce. 139 e 1 57 t ; l'edizione più recente è quella del Kukuljevic', Codex diplomaticus regni Croatiae, Dalmatiae et Slavo- niae, voi. II (Zagabria, 1875), P a £* 4 2, (4) Kukuljevic', op. cit., II, pag. 41-44. {<>) Ducali ed atti dipi. , busta V ; Kandler, Cod. dipi. istriano ) ad. a. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 293 conchiusi tra la repubblica e V Istria, infine tutti gli altri pubblici, documenti di quei tempi, non recano mai nel- T intitolazione « atque Ystrie dominatori »> (1) Per ecce- zione questa formula può esser stata adoperata nella documentazione di quei momenti nei quali le città istria- ne rinsaldavano i loro legami con Venezia, riconoscen- done il dominio, e il cronista veneziano può ben aver creduto un uso diplomatico generale quello eh' era un caso particolare. Così, ritrovando che nel febbraio 1141 Giovanni Badoer, arbitro tra quei di Pesaro e Fano, si chiama « delegatus ab Petro Pollano domino duce Ve- necie, Dalmacie atque Croacie, dominatore nostro in Marchia, scilicet civitate Fani » (2), dobbiamo conside- rare le parole « dominator in Marchia » come testimo- nianza di una condizione di fatto, e non come una nuova formula diplomatica aggiunta all'intitolazione. E infatti, oltre il mancare di altri esempi, prova abbastanza il leggere nella promissione di fedeltà data il i.° marzo 1141 dai consoli ed uomini di Fano, che il doge Polani è chiamato semplicemente « gloriosissimo Venecie, Dal- matie atque Chroacie duci » (3). Un nuovo e più glorioso titolo doveva recare ai dogi veneziani la quarta crociata. Nel patto convenuto tra Enrico' Dandolo (4) e i capi crociati nel marzo 1204, avanti la presa di Costantinopoli, era stabilito che di (1) Cfr. Benussi, Nel medio evo: pagine di storia istriana in Atti e mem. della Società istriana di arch. e stor. patria, Parenzo,' 1897, pag. 662 dell' estr. (2) Atti restituiti dal governo austriaco, b. 28, n. 365. (3) Pacta, I, c. 1 87 t ; Amavi, Memorie istoriche della città di Fano, Fano, 1751, parte II, pag. VII. (4) Enrico Dandolo, riferisce il Chronicon dei Giustinian, per l'osti- nato ribellarsi dei zaratini, in molti documenti del 1200 s' intitolò sol- tanto «dux Venecie atque Chroacie* : di ciò non troviamo conferma nei doc. tramandatici. Digitized by Google 294 Nuovo Archivio Veneto tre parti dell' impero la metà toccasse ai veneziani. È risaputo che effettivamente mai il comune di .Venezia possedette ed estese il suo dominio sopra tanta esten- sione del nuovo impero Ialino; per varie ragioni, che non è qui il luogo di enumerare, il diritto sui tre ottavi dell' impero rimase soltanto nel titolo che in seguito portarono i dogi di Venezia. Maestro Martino da Canale, ricordando la partizione dell'impero bizantino e la parte toccata ai veneziani, aggiunge che il doge Enrico Dandolo « fu apelè sire de sa partie » (1). E Andrea Dandolo, nella Cronaca estesa, più particolarmente racconta che il vecchio doge, a me- moria di così gran trionfo e ad esempio dei posteri « procerum asistencium conscilio ducali titulo addidit : quarte partis et dimidie tocius imperi) Romanie domi- nator(2)». Dopo, cronisti, eruditi e storici ripeterono concordi che il doge Enrico Dandolo per il primo aveva portato il nuovo e maggior titolo. E ben vero che in un documento veneziano del 29 settembre 1205, narrasi che « dominus noster Henricus Dandol.us Dei gratia Ve- necie Dalmacie atque Chroacie dux, magni conscilii et potencie, dominator extitit super iam dictam quartam partem ed dimidie eiusdem imperii, quousque vixe- rit (3) », ma noi dobbiamo considerare queste parole come un accenno a una circostanza di fatto e non come un uso diplomatico, mentre non c è alcun dubbio che nei documenti pubblici di quel tempo, pur in quelli (1) Le cronique des veniciens de maistre Martin da Canal, in Arch. stor. Ita!., tomo Vili (1845), P- 33 8 - (2) Col Marciano Zanetti latini CCCC, c. 139; Rer, /tal. Script. tomo XII, col. 330. (3) Pacta % I, c. 99; II, c. 131 t ; Tafel e Thomas, Urkunden etc. , in F. R. A. % XII, pag. 566, colla data 2 settembre trascurandosi il die exeunte. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 295 spediti dalla cancelleria veneziana, mai Enrico Dandolo s' intitola od è ricordato signore della quarta parte e mezza dell' impero di Romania, ma soltanto doge di Venezia, Dalmazia e Croazia (i). Lo stesso successore del Dandolo, Pietro Ziani, nei primi documenti del suo dogado non è punto chiamato in altro modo; così ad es. nella carta di promissione dell'agosto 1205, docu- mento solenne quant' altro mai, lo Ziani è detto sem- plicemente « Venetie, Dalmatie atque Chroatie dux» (2). Il primo che nei documenti veneziani porta il largo titolo di dominator della quarta parte e mezza dell'im- pero di Romania, è Marino Zeno, eletto podestà in Ro- mania alla morte del Dandolo dall' assemblea dei molti veneziani che allora si trovavano in Costantinopoli. Ma- rino Zeno per la prima volta s' intitola « Dei gratia Venetorum potestas in Romania eiusdemque imperii quarte partis et dimidie dominator», nella carta che il 29 giugno 1205 confermava i feudi concessi di sui nuovi beni veneziani (3), ed il titolo è ripetuto nel documento citato del 29 settembre, nel quale esposto il modo di elezione popolare dello Zeno, si stabilisce per V avve- nire che il podestà di Costantinopoli sia eletto dal doge e dal suo consiglio. In altri documenti del 1205 e del 1206 il podestà Marino Zeno è insignito dello stesso titolo (4), mentre invece in una carta di concessione al (1) Per convincersene bastano i documenti pubblicati da Tafel e Thomas nelle F. R. A., voi. XII. (2) Riblioteca Marciana, cod. 72 della ci. XIV latini, in due esem- plari. L' ultima edizione è quella del Cfcchetti, Il doge di Venezia, pag. 109. (3) Tafrl e Thomas, Urkunden in F. R. d., XII, pag. 558 colla data errata del 2 giugno, mentre è 2 exeunte. (4) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. 4., XII, pag. 569 e 571 e XIII pag. 17. Digitized by Google 296 Nuovo Archivio Veneto patriarca di Grado del febbraio 1207, s* intitola podestà dei veneziani in Costantinopoli de mandato et voluntate domini .... ducis, lasciando al doge 1' onore di dirsi signore della quarta parte e mezza dell' impero di Ro- mania (1). Già nell'anno 1206 il doge Pietro Ziani avea assunto il titolo, fino allora proprio del solo podestà di ^ Costantinopoli. Se ancora in documenti originali del maggio e del luglio 1206 è semplicemente « Venecie, Dalmatie atque Chroatie dux » (2), nell'agosto dello stes- so anno, in un patto tra i comuni di Venezia e Pisa, scritto per ordine del podestà di Pisa, il doge è appel- lato « domine P. Ciani Dei gratia inclite Venecie, Dal- matie atque Chroatie dux, domine quarte partis et di- midie totius imperii Romanie » (3), e con lo stesso titolo è chiamato in una carta originale di sicurtà del settem- bre 1206, rogata per ordine di Ruggero Permaririo e Pietro Michiel, eh' erano stati ambasciatori a Costanti- nopoli (4). E dunque nel secondo semestre del 1206 che i dogi di Venezia incominciarono a chiamarsi « domi- nus quarte partis et dimidie totius imperii Romanie», e non è dificile rintracciare le ragioni di quest' uso di- plomatico quando si osservi che coli' atto del 29 set- tembre 1205 si riconosceva nel doge e nel consiglio il diritto di designare la persona del podestà, divenuto (1) Mensa patriarcale, busta 14, 1206 febr. ind. X (copia auten- tica dell' aprile 1208). (2) Carta di sicurtà del maggio 1206 in cod. Marciano, ci. XIV latini 72. edita da Tafel e Thomas in F. R. A., XIII, pag. 11 ; pri- vilegio del luglio 1206 in 5. Giorgio maggiore, Processi, busta 10, proc. 516, in Tafkl e Thomas, op. e voi. cit., pag. 15. (3) Ducali ed atti diplomatici, busta VII ; pubi, dal Belgrano, in Giornale ligustico, I. fase. 2. 11 documento è datato secondo il com- puto pisano : t MCCVII. indit. nona». (4) Ducali ed atti diplomatici, busta VII, ed. dal Ljubic' in Mon. Slav. Merid., I, pag. 23. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 297 così uno dei rettori de mandato ducis. Da quel momento è naturale si volesse affermare che il dominium dei nuovi acquisti spettava al governo della madre patria e non alla numerosa e potente colonia di Costantinopoli, e si cer-. casse di impedire che nelle formule dei titoli il primo dei veneziani in Levante potesse apparire dominator di maggior signoria che il doge di Venezia. Pare però, che contemporaneamente al doge, i podestà di Romania con- tinuassero ancora, ma per poco tempo, a portare il ti- tolo non più proprio, e infatti in un bellissimo originale, con firme autografe, del marzo 1209 Ottaviano Quirini s'intitola: «Dei gratia Venetorum potestas in Romania eiusdemque inperii quarte partis et dimidie domina- tor» (1). Dopo, Jacopo Tiepolo nel 1219-20, Marin Michele nel 1221, Marin Storlado nel 1223, Albertino Morosini nel 1238, podestà veneziani in Costantinopoli, mantennero il titolo di despota dell' impero, ma si chiamarono sol- tanto vice dominatori della quarta parte e mezza del- l' impero di Romania (2). Nel 1207 alcuni atti ducali recano ancora nell' in- titolazione la vecchia formula, altri la nuova : in seguito la formula eh' era simbolo dell' egemonia veneziana nel- T Oriente latino, nei possessi e nel commercio, è im- piegata con regolarità e costanza dalla cancelleria vene- ziana. Però fin dai tempi dello Ziani, fu adoperata la vecchia formula, senza eccezione, in tutte le notizie di giudicati e in altre carte giudiziarie autenticate colla (1) Archivio di Stato di Venezia, Sala regina Margherita; una copia autografa dell'aprile 1209 tra le Pergamene del monastero di S. Tomaso dei Borgognoni di Torcello. Il doc. fu pubblicato dal Corner, Ecclesiae torcellanae, pars I, (tomo X, p. 1), p. 2ig. (2) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. X., voi. XIII, pag. 203, 215, 221, 227, 253, 346. Digitized by Google 298 Nuovo Archivio Veneto firma dal doge (1). In quanto al riconoscimento del nuovo titolo da parte degli stati stranieri, possiamo af- fermare che allora fu generale e che tutti ne fecero uso flei documenti diplomatici spediti alla repubblica di Venezia. I consoli di Genova, la grande emula nel Le- vante, s'indirizzavano al doge Ziani, chiamandolo « su- blimissimo ac potentissimo duci Venetiarum, Dalmatie atque Chroatie quarteque partis et dimidie tocius im- perii Romanie dominatori » (2), e V imperatore Federi- co II nel pactum del 20 settembre 1220 dava a Pietro Ziani il titolo di « illustrem Venecie, Chroacie Dalmatie quarte partis et dimidie totius Romanie ducerci » (3). Ed esempi da citare per il solo dogado dello Ziani ce ne sarebbero a dovizia. Da Pietro Ziani a Giovanni Dolfin, durante il periodo 1206-1358, il titolo compiuto portato dai dogi di Venezia è in generale « Dei gratia dux Venecie [Venetiarum] Dalmatie atque Chroatie, dominus quarte partis et dimidie tocius imperii Romanie »>. Fanno eccezione-i documenti pubblici spettanti a relazioni coli* impero greco di Co- stantinopoli a partire dall'anno 1265. La ragione storica di questa eccezione è la seguente. Dopo il trattato di Ninfeo e la conquista di Costantinopoli fatta da Michele Paleologo (1261), i Veneziani, perduta la preponderanza goduta durante l'impero latino nell'Oriente, in seguito a trattative avviate dal Paleologo, stipularono 1' 8 giu- gno 1265 un trattato, nel testo latino del quale il doge fi) Cfr. la notitia dell'agosto 1215 in Ducali e atti diplomatici, b. VII. (2) Istrumento di tregua del luglio 1212 pubi, da Gerola, La do- minazione genovese in Creta, in Atti dell' Accademia degli Agiati di Rovereto, serie IH, voi. Vili (1902), pag. 28 dell' estr. (3) Mon. Germ. Hist. LL, IV, Constitutiones et acta publica impera torum et regum, tom. II (1896), p. 93. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 299 è chiamato : « illustris dux Venetiarum et dominator Chroatie et Dalmatie et omnium aliarum terrarum et insularum sue dominationi summissarum » (i). E nella commissione data nel settembre 1276 per rinnovare la tregua e nel crisobolo del 1277 il doge Contarmi, in luogo di 0 dominus quarte partis etc. », sentitola «domi- nus terrarum et insularum suo ducatui subiectarum » (2). E chiaro, che mentre gli imperatori latini riconoscevano T origine della loro sovranità dalle gesta compiute dai crociati e in special modo dalla cooperazione dei vene- ziani, ed erano obbligati a rispettare gli effetti del patto del 1204, il Paleologo invece, greco sopra tutto, impera- tore per la forza delle sue armi e per la sua audacia, che aveva abbassato i veneziani col mezzo dei genovesi, non poteva riconoscere al doge di Venezia il dominio della quarta parte e mezza dell' impero di Romania. Per un accordo tra le due cancellerie, veneziana e greca, in tutti gli istrumenti di tregua, nelle lettere imperiali e ducali, è usata la formula nella quale il doge, oltre i soliti titoli di Venezia, Dalmazia e Croazia, porta quello di « dominus terrarum et insularum suo ducatui subiec- tarum », e con variante introdotta nella prima metà del secolo XIV « dominus aliarum terrarum et insularum », mentre invece nelle convenzioni coi pretendenti latini al trono di Costantinopoli, il doge continua sempre a dirsi signore di una quarta parte e mezza dell' impero di Romania (3). Di questo speciale uso diplomatico ab- biamo una testimonianza anteriore al 1360: infatti nel codice marciano che contiene il chronicon che s' intitola (1) Tafel e Thomas, Urkunden in F. R. A., voi. XIV, pag. 77. (2) Tafel e Thomas, voi. cit., pag. 133 e 135. (3) Cfr. i doc. pubblicati da Tafel e Thomas nel voi. XIV delle F. R. A., e da Thomas nel Diplomatarium veneto-levantinum in Mon. della dep. veneta di storia patria. Digitized by Google 300 Nuovo Archivio Veneto dai Giustinian, tra alcune annotazioni diplomatiche che appartengono al tempo nel quale fu scritto il resto del manoscritto, troviamo : « Hic modus observatur per du- ces Veneciarum scribere imperatori constantinopolitano post amisionem Constantinopolis, videlicet ab annis do- mini. 1^59. citra/ Serenisimo et Excelentisimo domino Johanni in Christo Deo fideli Imperatori et moderatori Romeorum Palialogo semper augusto. Marinus Faledro Dei gratia Veneciarum Dalmacie atque Chroacie Dux, Do- minus aliarum terrarum et insularum suo ducatui subie- ctarum salutem et felicium succesium incrementa » (i). Il Cecchetti (2) scrive che V uso del titolo « domi- nus quarte partis et dimidie tocius imperii Romanie») continuò fino al 1540, ma non abbiamo saputo trovare documenti a testimonianza di tanta durata. Invece un'ul- tima e più radicale mutazione del titolo portato dai dogi nei documenti doveva succedere nel febbraio del 1358. Il Sansovino ricorda una legge del J360 « per vigor della quale si stabilì, che con questa parola, et celerà, si soplisse a quanto si potesse dire, et eh' il titolo ordi- nario per sempre, fosse in questa maniera: Iohannes Delphinus, Dei gratia Dux Venetiarum et celerà. Et così s'è continouato fino a tempi nostri. Et veramente con indicibil modestia della Republica, se si riguarda alla potenza, alla auttorità, et alla degnità del suo no- bilissimo Stato » (3). Non abbiamo saputo trovare alcuna disposizione legislativa, alcuna deliberazione di Consi- glio, prima e dopo il 1360, alla quale il Sansovino possa aver attinto la notizia ch'egli dà in modo così sicuro; possiamo invece affermare che nei documenti venezia- (1) Codice marciano classe X lat. 364, pag. 192. (2) // doge di Venezia, pag. 68. (3) Venetia, ed. cit., pag. 186 verso. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 30 ni si cominciò ad usare in modo generale e costante la formula dux Venetiarum et cetera non solamente nell'anno 1360, ma nel '58, non per deliberazione vo- lontaria della repubblica, ma in seguito a condizione imposta dal re d'Ungheria nella pace di Zara del 18 feb- braio 1358. Abbiamo ricordato il dubbio manifestato dai prin- cipi e seniori che circondavano Colomano re d'Unghe- ria se il re dovesse nominare nei documenti il doge di Venezia col titolo di duca di Dalmazia e Croazia, e come in quel caso, sacrificando le forme diplomatiche alla necessità dell' accordo, Colomano abbia chiamato Vitale Michiel I, doge di Venezia, Dalmazia e Croazia. Dopo quei tempi pare che le due cancellerie, ungherese e veneziana, avessero riguardo ai diritti o ai possessi delle due parti, tralasciando di vantare il dominio della Dalmazia e della Croazia nell' intitolazione e nel testo dei documenti che reciprocamente si spedivano. In un documento di composizione tra Andrea re d' Ungheria e Pietro Ziani del 1217 e in una lettera di re Andrea allo stesso Ziani del 1227 (i), il primo è detto sempli- cemente re d' Ungheria, il secondo doge di Venezia soltanto ; e così s' intitolano Bela IV e Jacopo Tiepolo nelle due lettere che contengono il patto del 1244(2). E una prova ancor più decisiva abbiamo in una lettera dell'agosto 1322, nella quale Carlo « rex Hungarie » s* indirizza a Giovanni Soranzo « dei gratia Veneciarum duci, domino quarte partis et dimidie totius imperii (1) Mon. Slavorum merid. ed. Ljubic', voi. I, pag. 29 e 41. (2) Gelcich, 'Breve appendice ai documenti per /' istoria politica e commerciale della rep. di Venezia dei signori Tafel e Thomas, in Programma della scuola nautica di Ragusa^ Ragusa, 1892. 20 Digitized by Google Nuovo^Archivio Veneto Romanie» (i), tralasciando quella parte dell'intitolazione nella quale si nominavano la Dalmazia e la Croazia. Con Lodovico il grande, a mezzo il Trecento, la que- stione del titolo uscì dalla tolleranza diplomatica, si fece viva e seguì le varie fasi della lotta perii dominio della Dalmazia. La repubblica di Venezia, dopo la gloriosa vittoria del i.° luglio 1346 contro il re d'Ungheria e la sottomissione di Zara per la settima volta ribellata, de- siderosa di stipulare con re Lodovico un accordo defi- nitivo e godere senza contrasto il possesso della Dalmazia, cercava ogni via per togliere ogni ragione di dissidio con Lodovico e per ottenere dal sovrano angioino, ma- gari coli 1 esborso di assai denaro, una pace duratura e la rinuncia agli antichi diritti della corona di S. Stefano e ad ogni aspirazione eh* egli potesse avere sulla Dal- mazia. E quel sentimento di conciliazione che animava allora la politica veneziana verso 1' Ungheria, e nello stesso tempo il fermo proposito di assicurare e legitti- mare, giammai di sminuire, il dominio veneziano lungo la costa orientale dell' Adriatico, queste tendenze si rive- lano anche negli usi diplomatici. Il 20 novembre 1347, deliberandosi alcune parti intorno ad un 1 ambasciata so- lenne da mandarsi al re d' Ungheria, è preso il partito che « si in contractu seu scripturis fiendis de predi- ctis dominus Rex poneret in titulo suo Dalmaciam et Chroaciam, noster similiter titulus totus ponatur: si vero illud taceret, sicut facit in licteris suis nobis mis- sis v dicendo solum Rex Hungarie, nostri etiam taceant, dicendo solum Dux Venetiarum et cetera » (2). E il 10 (1) Mori. Slav. merid. I, pag. 341 Monumenta Hungariae histo- rica, Acta extera, I, pag. 224. (2) Archivio di Stato di Venezia, Secreta consilii Rogatorum, reg. A, c. 92 ; Mon. Slav. merid. Ili, pag. 38 ; Man. Hung. hist. Acta extera, II, p. 247. Digitized by GoOglC / titoli dei Dogi di Venezia marzo 1348, nelle istruzioni date a nuovi ambasciatori, si dichiarava che se il re, ne* suoi atti, non avesse no- minato la Dalmazia e la Croazia, siccome in lettere altra volta spedite aveva fatto, la stessa cosa si facesse da parte dei rappresentanti di Venezia, dicendo soltanto Dux Venetiarum etc (1). Con le stesse parole si ripeteva l'avvertenza il r.° agosto 1348, quando si stava per con- chiudere una tregua tra i due Stati (2), e si tornava a ripetere ancora nella commissione data il 5 luglio 1349 ad una delle frequenti ambasciate inviate a re Lodo- vico (3). In quegli anni 1348 e '49 troviamo lettere del re d' Ungheria e lettere ducali nelle quali V intitolazione comprende V affermazione del dominio sulla Dalmazia e Croazia, e altri documenti nei quali Lodovico è chia- mato solamente re d' Ungheria, Gerusalemme e Sicilia, e Andrea Dandolo doge di Venezia et cetera, come ad es. T istrumento di tregua del 5 agosto 1348 (4). Nello stesso tempo gli atti pubblici della Dalmazia esordivano ricordando insieme il regno di Lodovico e la signoria del Dandolo, chiamando talora domino nostro tanto il re che il doge : indizi non trascurabili dell' aspettazione e dello spirito politico di quelle popolazioni (5). In seguito alle deliberazioni e agli avvertimenti dei Pregadi, la cancelleria veneziana, dovendo preparare gli istrumenti di sindicato per gli ambasciatori che si reca- vano alla corte ungherese, ordinava la spedizione di due (1) Mon. Slav. merid., Ili, p. 62; Mon. Hung, hist., II p. 270. (2) Mon. Slav. merid., Ili, p. 93 ; Mon. Hung. hist. II, p. 305. (3) Mon. Slav. merid., Ili, p. 138; Mon. Hung. hist. II, pa- gana 357. (4) Mon. Slav. merid. Ili, p. 96; Mon. Hung. hist., II. p. 308. (5) Mitis, La Dalmazia ai tempi di Lodovico il grande, in An- nuario dalmatico, 1887. pag. ùo dell' estr. Digitized by 304 Nuovo Archivio Veneto esemplari, uno coli' intitolazione secondo la formula solita e compiuta, e un altro con la formula abbreviata seguita dal comodo et cetera. Il 24 settembre 1349 era rogato il sindicato per gli ambasciatori Giovanni Gra- denigo, Nicolò Pisani e Filippo Orio, e dopo il docu- mento recante il nome del doge con tutti i titoli- di Venezia, Dalmazia, Croazia e Romania, troviamo detto in una nota « quod ipsa die factus fuit similis sindi- catus et in personas predictorum nobilium per totum eiusdem continentie preter quam in titulo, in quo dictum fuit : Andreas Dandulo Dei gratia dux Venetia- rum et cetera » (1). Lo stesso fu fatto il 19 maggio 1351 per Giovanni Contarini, Marino Falier e Marco Cor- naro (2), e il 15 aprile 1356 per Marco Cornaro e Marino Grimani inviati al re d' Ungheria (3). Se gli ambascia- tori credevano di usar prudenza e rispetto ai diritti del re, e trovavano espresso eguale rispetto dalla cancelle- ria ungherese, era presentata la carta di sindicato colla formula abbreviata dell' intitolazione ; se il decoro e la politica di Venezia richiedevano fermezza e nessun atto di rinuncia, pur nelle formule degli atti diplomatici, gli ambasciatori allora porgevano la pergamena nella quale il doge era chiamato duca di Venezia, Dalmazia e Croa- zia e signore della quarta parte e mezza dell' impero di Romania. Ma la formula Dux Venetiarum et cetera, che non era stata. fino allora usata che in alcuni casi, come un espediente, e soltanto per documenti relativi a ne- gozi politici col regno d'Ungheria, nell'anno 1358 di- ventò formula generale e costante per tutti i documenti pubblici nei quali era menzionato il doge di Venezia. (1) Mon. Slav. merid. Ili, pag. 162; Moti. Hung. hist. t II, pa- gina 365. (2) Mon. Slav. merid. Ili, pag. 214. (3) Mon. Slav. merid. Ili, p. 318,- Mon. Hung. hist. II, p. 469. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 305 Invano Venezia aveva cercato di conchiudere un accordo durevole con Lodovico il grande prima che spi- rasse la tregua stipulata nel 1348: il re d'Ungheria, tenace nel proposito di rivendicare alla corona di S. Ste- fano le isole e il litorale della Dalmazia, rompeva nel 1356 aspra guerra alla repubblica di S. Marco. Le vit- torie degli ungheresi e le ribellioni dei dalmati obbli- garono i veneziani a rinunziare nella dura pace del febbraio 13^8 al dominio di tutta la Dalmazia, da mezzo il Quarnaro fino ai confini di Durazzo, « ac titulis Dal- macie et Croatie quibus uti consueverant duces » (1). Ancora una volta, il 17 febbraio '58, in un istrumento di sindicato a Jacopo Bragadin inviato al re d' Ara- gona (2), l'eccelso e magnifico doge Giovanni Dolfin porta il vecchio e glorioso titolo, simbolo della potenza di Venezia nell* Adriatico e nel Levante ; ma subito dopo il trattato del 18 febbraio, nella documentazione del giuramento, prestato il 25 febbraio '58, di osservare la pace col re di Ungheria e coi suoi aderenti e seguaci, il Dolfin s' intitola « Dei gratia dux Veneciarum et ce- tera » (3). E come nei documenti destinati all' estero, e in particolare all'Ungheria, troviamo testimonianza della immediata mutazione anche nelle lettere dei rettori ve- neziani. Pietro Marin podestà di Rubino nell' Istria, scrivendo il 2 aprile 1358, indirizzava la lettera «Sere- nissimo domino suo domino Johanni Delphino Dei gra- tia Veneciarum duci et cetera », e cosi in lettere dello stesso mese di Piero Giustinian capitano di Treviso, e (1) Leggesi il trattato in Pacta, voi. V, c. 154; Mon. Slav. me- rid. Ili, p. 3685 Mon. Hung. hist., II, pag. 501. (2) Sindicati, voi. I, c. 74. (3) Cfr. i due documenti in Pacta, V, c. 1561. e 157 t; Mon. Slav. merid., Ili, pag. 376 e 379; Mon. Hung. hist. II, pag. 513 e 518. Digitized by Google 306 Nuovo Archivio Veneto in molte altre del maggio spedite da vari rettori (i). E siccome parecchie lettere originali di podestà e capitani, spettanti al dogado di Giovanni Dolfin, mancano non soltanto della data dell'anno ma altresì deir indizione, ove non soccorra il contenuto storico del documento, la formula dell' indirizzo al doge potrà assicurare se pre- cedano o siano posteriori al 18 febbraio '58. Così leg- gendo che una lettera di Francesco da Carrara signore di Padova, data il 9 di aprile sine anno, è diretta « do- mino Johanni Delfino Dei gratia Veneciarum duci et cetera » (2), oltre le circostanze storiche risultanti dal testo, T indirizzo stesso ci renderà certi che la lettera fu scritta il 9 aprile 1358. La condizione inserita nel trattato di pace del 18 feb- braio determinò necessariamente un cambiamento anche nella leggenda delle bolle che erano appese alle ducali veneziane. Fino allora nella parte rovescia della bolla al nome e cognome del doge seguiva la formula « Dei gratia Venetie Dalmatie atque Chroatie dux » (3); in seguito, come T intitolazione, anche la leggenda della bolla recò la nuova formula « Dei gratia dux Venetiarum etc. »>. Avremo quindi bolle di Giovanni Dolfin con V antica formula e bolle con quella abbreviata, a seconda ch'era- no appese a documenti spediti prima o dopo il 18 feb- (1) Gli originali si trovano nell' Archivio di Stato in Venezia, Let- tere di rettori (sec. XIV-XVI), busta unica. (2) 1/ originale colle traccie del sigillo conservasi nell* Archivio di Venezia, Miscellanea di Atti diplomatici, busta 10, n. 316: la carta porta la marca della fabbrica padovana della Battaglia, cioè la ruota con otto raggi. Il documento fu pubblicato di su una copia dal Ram- baldi, Frammenti carraresi, in Atti e Memorie dell' Accademia di Padova, voi. XIII, disp. Ili (1897). (3) Per le bolle da Pietro Polani a Giovanni Dolfin cfr. Cecchet- ti, Bolle dei dogi di Venezia, testo e tav. Digitized by Google / titoli dei Dog-i di Venefici 307 braio. Questo è certo che da quel giorno, finché ebbe vita la repubblica di Venezia, tutti i dogi, sia nell' in- titolazione sia nella bolla, furono costantemente chiamati > dux Venetiarum et cetera (1), anche quando la Dalmazia e la Croazia marittima ritornarono sotto il dominio di S. Marco e vi durarono per circa quattro secoli, senza contrasto di altri diritti e col favore e 1* amore di quelle popolazioni. La rinunzia forzata all' ampio titolo ducale che ri- cordava attraverso i secoli le gloriose imprese e le for- tunate conquiste dei veneziani, fermò 1" attenzione dei cronisti contemporanei, anche di quelli che più sono sobrii nella narrazione e nei giudizi. Il patrizio vene- ziano che scrisse poco avanti il 1360 il Chronicon che s' intitola dai Giustinian, così espone la mutazione ai suoi giorni avvenuta : « Ob quam pacem tam famosum ducis Venetorum decus et tam titulus gloriosus, tam in bulla plumblea sculptus insigniter, quam in literarum principijs seria longa verborum ornatus, cum diminu- tione extitit abolitus et ita scribitur tempore hodierno : Nos Johannes Delphyno dei gratia Dux Veneciarum et cetera » (2). Un altro nobile veneziano di quel tempo, Nicolò Trivisan, poi procuratore di S. Marco, enumerando le condizioni della pace coir Ungheria, racconta che fu pattuito « eh* el titolo che per ciascadun Dose se scri- veva in le letere, cioè de Dalmatia et de Crovatia, per* petualmente casar se dovesse, et cusì fo fatto, digando poi li preditti Dosi con brevitade : anno [sic] suo titulo (1) La formula fu subito accolta dalle altre cancellerie: come eccezioni alla regola si possono citare due lettere dei soldani di Babi- lonia degli anni 141 5 e 1422, nelle quali Tomaso Mocenigo è chiamato doge di Venezia, Dalmazia, Croazia e Romania — Thomas, Diploma- tarium veneto-levantinum, pars II (Venezia, 1899), pag. 306 e 328. (2) Chronicon cit., c. 149 b. Digitized by Google 308 Nuovo Archivio Veneto Dux Venetiarum e cetera » (i). E fuori di Venezia, il giudice padovano Guglielmo de* Cortusi ricorda ancor lui che i dogi mai più signori di Dalmazia e Croazia nelle lettere ducali avrebbero dovuto chiamarsi (2). Rimane ora a dire degli aggettivi d* onore, coi quali fu qualificato il doge nei documenti. Tratteremo soltanto di quelli che entrarono negli usi della cancelleria vene- ziana, poiché non finirebbe più l'enumerazione e T illu- strazione degli aggettivi usati come eccezione da impera- tori, papi, re, principi e comunità, e non se ne ricave- rebbe un frutto adeguato (3). Osserveremo soltanto che i pontefici furono molto parchi in questo genere di com- plimenti diplomatici, contentandosi per lungo tempo di indirizzarsi al doge con un semplice « nobili ». Gli epiteti che ebbero maggior fortuna nei docu- menti veneziani furono inclito, eccellentissimo e serenis- simo. Volendo ritrovare esempi antichissimi del loro uso, ricorderemo che il doge Tradonico è chiamato eccel- lentissimo nel testamento di Orso vescovo di Olivolo (853), sia nel signum manus che nella notitia testium (4); che una carta di sicurtà del 981 è rilasciata dal patriarca Vitale «domino Tribuno inclyto duci Venetiae » (5) ; che un placito del die. 1095 è tenuto « residente domi- no Vitale Faletro Dedonis serenissimo duce » (6). Ma non sono che eccezioni, e i due ultimi esempi ricavati da una collezione privata del sec. XV. Abbiamo veduto (1) Cronaca veneta, copia del sec. XVI in cod. Marciano, ci. VII ital. 519, c. 113. (2) Rer. Ital. script., tomo XII, col. 952. (3) Una serie di tali aggettivi è data dal Sansovino, in op. cit., c. 186 t. (4) Doc. cit. (5) Cod. Trevisaneo t c. 97. (6) Cod. Trevisaneo y c. 90. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 309 due documenti nei quali Domenico Contarini è detto « inclito duce» ; e in un istrumento di poco posteriore dell'aprile 1075, Martino abate di S. Ilario si rivolge « domno Dominico Sylvio inclito duci, seniori nostro » (1). Più frequente nei documenti del secolo XII, 1' « inclito » nei secoli seguenti precederà con costanza il titolo di dux, specialmente nelle carte giudiziarie. Del « serenissimus » e dell' « excellentissimus » non mancano esempi in do- cumenti del sec. XIII; finché nel secolo XIV, senza esclu- dere 1' uso di magnificus, di excelsus e di illuster, il più delle volte i veneziani, indirizzandosi al doge, lo chiame- ranno serenissimo ed eccellentissimo, ed in tempi ancor più recenti, fino alla caduta della repubblica, prevarrà il primo in modo tale, che 1' espressione « il serenissimo » indicherà per antonomasia il doge di Venezia. I sudditi del dogado e di fuori, le comunità pro- tette, rivolgendosi al doge negli antichi documenti, lo appellano loro domino e seniore. L' espressione « seniore nostro » ritrovasi già nel secolo X e non è rara nelle carte del secolo XI (2) ; in seguito troveremo costante- mente «dominus». Nei primi anni del Quattrocento, durante il dogado di Michele Steno, nel momento sto- rico dei maggiori acquisti in terraferma, al capo dello stato che rappresentava tanta signoria, si diede, nei do- cumenti, il titolo di « princeps » (3), e contemporanea- mente, mentre negli atti pubblici, a maggior gloria della repubblica, era accresciuto il grado del doge nella ge- rarchia dei potenti, nelle relazioni immediate tra la sua persona e i cittadini e sudditi, si volle tolta ogni espres- (1) Abbadia di S. Gregorio, Liber I membranarum ; Gloria, Cod. dipi, padovano dal sec. VI, pag. 251. (2) Alcuni esempi son ricordati nella nostra trattazione ; altri ne dà il Sansovino, op. cit., c. 175. (3) Lettere di rettori (sec. XIV-XVI), busta unica. Digitized by Google 3 io Nuovo Archivio Veneto sione che potesse attribuire al doge maggiore potestà di quanto conveniva al primo magistrato della repub- blica. Da alcun tempo era invalsa la consuetudine che coloro i quali erano ricevuti dal doge nelle udienze pubbliche della Signoria o in particolare colloquio, gli rivolgessero il discorso o rispondessero con un « domi- ne mi » ò un «domine noster». Nell'occasione che si rivide la promissione ducale dopo la morte di Antonio Venier, i cinque correttori proposero e il Maggior Con- siglio deliberò, il 26 novembre 1400, che nessun citta- dino e suddito di Venezia osasse dire al doge, mentre stava al banco coi consiglieri o in altro luogo « domi- ne mi», o pure «domine noster», potendo dire sol- tanto « Misier » o « Misier lo doxe », sotto pena di cin- que lire di piccoli. E il divieto fu aggiunto nel capitolo 49 della promissione giurata dallo Steno (1). 11 Cecchetti (2), afferma che un doge estinto dice- vasi « glorioso » o « gloriosissimo duce », però è facile verificare che quegli aggettivi furono usati per i vivi e per i morti. L* osservazione dei documenti ci permette di asserire che nei tempi più antichi il doge defunto eradi- stinto con T aggettivo bonus, interpretato erroneamente da alcuni eruditi cóme nome e stampato colla maiuscola. Nel privilegio del 900 per S. Stefano d' Aitino, Pietro Tribuno chiama bonus il suo antecessore Orso (3). Lupo patriarca di Aquileia in un patto del marzo 944, s'in- dirizza a Pietro Candiano III « filio boni Petri ducis Candiani » (4). Nella costituzione del 960 che vietava il traffico degli schiavi, bonus dux è detto Orso II Parti- (1) Vedi documento pubi, in appendice. (2) // doge di Venezia, pag. 69. (3) Ducali ed atti dipi, busta I. (4) Cod. Trev., c. 69 ; Kandler, Cod. dipi, istr., ad. a. Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 311 ciaco(i), e nella carta di piena sicurtà che Vitale Can- diano patriarca nel 981 rilascia al doge Tribuno, si di- chiara « filius bòni Petri ducis », cioè di Pietro Candiano IV eh' era stato assassinato a furor di popolo (2). E così nel 1065, i giudici della Venezia, facendo cogli altri boni homines un breviario o carta di notizia, designano la dogaressa Marina come vedova « boni Tribuno Me- nio duci f6Ìc] » (3). In tempi posteriori il nome e il titolo d' un doge trapassato saranno preceduti dalle parole « bonae memoriae ». In quanto alla formula di devozione che trovasi nel- T intitulatio dei documenti pubblici veneziani, a imita- zione di altre cancellerie, osserveremo che nei primi secoli non si fa uso di una formula costante, e molte varianti con cui si accenna alla grazia divina ci sono date dai vari documenti che siamo andati citando in questo studio. Nel secolo XII la formula si fissò in « Dei gratia », e un' ultima eccezione riscontrasi in un decreto originale di Orio Malipiero del 1 1 88, nel quale si legge « divina misericordia » (4). Vittorio Làzzarini. (1) Cod. Trev.y c. 75; ed. cit. (2) Doc. cit. (3) Atti restituiti dal governo austriaco^ b. 11, n. 124. (4) Cod. Marciano, ci. XIV latini, 72. Digitized by Google 312 Nuovo Archivio Veneto APPENDICE [Archivio di Stato di Venezia, Maggior Consiglio, Leona, c. 109]. 1400, novembre 26 Consiliari!' omnes, ser Filippus Pizamano caput de XL, sapientes predicti omnes. Item capitulo diete promissionis quadragessimo nono continenti quod ipse dominus Dux non petet nec dabit operam ad habendum maiorem potestatem in Regimine quam sibi concessa est, et si sciverit quod aliqua per- sona det operam quod maiorem potestatem habeat quam sibi concessa sit, quod per eum et alios bona fide tur- babit ne dent operam antedictam, dando deinde noti- ciam consiliariis ita quod turbetur secundum quod eis vel maiori parti videbitur — addatur : Et quia ab ali- quo tempore citra jntroductum est et quasi in consue- tudine ductum quod comparentes coram eo ad Regimen, et separate existente ipso extra Regimen, prò maiori parte dicant «domine m j » vel «domine noster», et talis modus loquendi quantum ad audienciam videtur repugnare intentioni terre predicte et forme sue pro- missionis, ordinetur quod de cetero aliquis civis vel sub- ditus comunis Veneciarum non possit, cum ipse domi- nus dux fuerit cum consiliarijs ad bancham vel extra Digitized by Google / titoli dei Dogi di Venezia 313 Regimen, de per se dicere sibi «domine mj» vel «do- mine noster», sed solum dicere debeat « Misier » vel « Misier lo doxe », sub pena librarum quinque parvo- rum prò qualibet vice qua contrafaceret, quam exigant advocatores comunis habendo partem ut de alijs sui oficij. Et nichilominus ultra hoc dictus dominus dux illj vel illis talibus dicere debeat quod non debeant di- cere per modum supradictum, sed solum « Misier » vel « Misier lo doxie » ; et consiliari) teneantur, sub debito sacramenti, dare noticiam infra duos dies advocatoribus comunis de omnibus quos audient dicere « domine mj » vel «domine noster», ut pena a contrafacientibus exi- gatur: et simili modo teneatur jdem dominus dux facere vel fieri facere, sub debito sacramenti, si aliquis sibi locutus fuerit modo supradicto cum non fuerit ad ban- cham, ut jntroductio et usus dictorum verborum omni- no cesset. Digitized by Google % GLI STATUTI MARITTIMI VENEZIANI FINO AL 1255 (Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo V, Parte I). STATUTI IV. Delle Tarrete Incipiunt statata tarretarum. [i]. Qualiter extimari debent tarrete. «JIRDINAMVS QVOD NOSTRI CONSULES IN VENECIIS OmneS |tarretas uenetorum, tam que facte sunt quam que KSSafacte de retro fuerint, teneantur et debeant exti- mare quot milliaria portare poterunt, remanentibus tar- retis tribus pedibus super aquam usque ad latulas que ma- gis sunt prope aquam ; accipientes sacramentum a scribanis tarete quod bona fide mensurabunt tarretam cuius sunt scribani postquam tota fuerit caricata; et si aliquam ultra c. 247* st * tu il tum inuenerint caricatam, dabunt mensuram quam- tum plus fuerit caricata nostris consulibus in Ueneciis in- fra quinque dies post eorum reditum in Uenecias. Et si per uiaticum illud Uenecias non redirent, teneantur quam cicius poterunt nostris consulibus declare [sic] \ tunc no- stri consules illud plus caricatum quot milliaria uel kan- taria fuerit extimabunt secundum mensuram quam rece- perunt a scribanis. Et prò quolibet milliario uel kanta- Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 3»5 rio ultra statuti) m caricato duplum naulum a patronis tarrete, infra quindecim dies postquam habuerint in no- •ticia, accipere teneantur. Et si dictam penam auferre non poterunt, nos cum nostro conscilio infra quindecim dies postquam nobis fuerint declaratum ipsam penam auferre uel auferri facere te || neamur, nos tenentes ad carius nau- Cm 24 g lum quod ipsa tarreta fuerit naulizatum. Statuto Zen, XLVI. [2]. Qualiler possimi caricari tarrete, Dicimus quod quilibet patronus tarrete debeat et pos- sit ponere subtus in tarreta ad libitum suum, saluo quod non debeat caricare ultra illud quod dictum est superius. [3]. Qualiter patroni tenentur larretas dare con\atas. Statuimus quod patroni tarretarum debeant dare tarretas suas bene conzatas atque caicatas de foris, et coopertam eius, sub pena uiginti librarum denariorum paruorum prò quolibet centenario milliarii de hoc quod tarreta fuerit extimata; que pena in nostrum comune de- ueniat. Stat. Zen, I. [4]. Qualiter debeant palmi\ari tarrete. Volumus quod quelibet tarreta palmizetur secun- dum quod patroni || concordes fuerint cum naulizatis sub c 24 g pena uiginti quinque librarum a patronis soluenda ; que pena in nostrum comune deueniat. St. Zen, II. [5]. Qualiter tarrete debent de corredis ornarì. Asserimus quod quelibet tarreta de arboribus et an- tennis atque antennis de dolono et tèmonibus sit decen- ter ornata. St. Zen, VII. Digitized by Google 3 *6 Nuovo Archivio Veneto [6]. De eodem. Dicimus quod quelibet tarreta sic ornetur in uelis: in proda habeat artimonem, terzarolum, et uelonem de banbacino uel de fustagno. In medio uero habeat uelani unam de banbacino uel de fustagno, et unum uelonem et unum parpalionem de canauazo. St. Zen, X. [7]. De anchoris, endegariis et canauis tarretarum. Mandamus quod quelibet tarreta que extimata fuerit c. 249 ducentis milliariis et infra habeat ancoras ||-sex conue- nientes, indagarios sex conuenientes, canapos nouos sex in corcoma conuenientes, et alios canapos tres conue- nien f es. [8]. De eodem. Decernimus quod tarreta extimata ducentis et quin- quaginta milliariis habeat anchoras conuenientes septem, indagarios septem conuenientes, canapos nouos in corcor ma septem conuenientes et alios canapos quatuor con- uenientes. St. Zen, Vili [1]. [9]. De eodem. Iniungimus quod tarreta extimata trecentis milliariis habeat ancoras octo conuenientes, indagarios octo conue- nientes, canapos nouos in corcoma conuenientes, et alios canapos quatuor conuenientes. St. Zen, Vili [2]. [10]. De eodem. Imponimus quod tarreta extimata trecentis quinqua- ginta milliariis habeat anchoras nouem conuenientes, inda- c. 249* ì| garios nouem conuenientes, canpos [sic] nouos in cor- Digitized by Google * Gli statuti marittimi veneziani 317 coma nouem conuenientes et alios canapos quinque con- uenientes. St. Zen, Vili [a]. [11]. De eodem. Jubemus quod tarreta extimata quadrigentis millia- riis habeat anchoras decem conuenientes, indagarios de- cem conuenientes, canapos nouos in corcoma decem con- uenientes et alios canapos quinque conuenientes. St. Zen, Vili [3]. [12]. De mantis, et sarciis et sostis. Volumus quod arbores et antenne cuiuslibet tarrete ornentur de mantis, et sarciis et sostis conuenienter. St. Zen, XII. [13]. De pena quam patroni tarretarum incurrunt si defectus fuerit in corredis et ornamentis predictis. Dicimus quod si aliquis defectus fuerit in corredis et ornamentis tarretarum superius nominatis, patro||ni tar- c. 250 retarum duplum ualimenti tocius defectus nostro comuni debeant emendare. .St. Zen, XIV. [14]. Quod tarrete sint guarnite de omnibus cor- redis secundum tenorem nostri statuti. Dicimus quod quelibet tarreta que exierit de Uene- ciis sit guarnita de omnibus suis corredis secundum te- norem statuti de tarretis sub pena dupli ualimenti to- cius defectus, nostro comuni a patrono tarrete soluenda cui aliquid defecerit in corredis. St. Zen, XVI. [15]. De brulla, stupa et acutis. Dicimus quod brulla, stuppa et acuti sint in expensis patronorum tarretarum. St. Zen, XVII. Digitized by Google 3»« Nuovo Archivio Veneto [16]. De marinariis quos debent habere tarrete. Confirmamus quod quelibet tarreta extimata ducen- tis milliariis et infra habeat uiginti quinque marinarios, c. 250* Il el P ro quibuslibet uiginti milliariis quod plus fuerit exti- mata unum marinarium plus habere debeat ; ordinantes quod si aliquis marinariorum moriretur uel relinqueret tarretam, patronus illius tarrete ipsum marinarium te- neatur et debeat recuperare ubi tarreta portum prius fe- cerit. Patronus qui contra hoc fecerit penam incurrat ut in statuto nauium continetur. Qui marinarii omnes sint armati de ferro, et omnia alia arma habeant que in sta- tuto nauium continentur, sub pena decem librarum; que pena in nostrum comune deueniat. Que arma pro aliquo debito eis auferri non possint donec patronis tarretarum tenebuntur. St. Zen, XX, XXVII, XXVIII. [17]. Quod patroni tarretarum possint intromittere de bonis marinariorum qui moriuntur. c# 25 , Il Mandamus quod si aliquis marinariorum moriretur, licitum sit patrono tantum intromittere de bonis ipsius que sunt in tarreta, quantum uenit ei pro residuo quod debebat seruire tarrete. St. Zen. XXI. [18]. De balistis quas debent habere tarrete, Mandamus quod quelibet tarreta habeat octo balistas de cornu, ex quibus due sint da pesarola; et centum qua- drellos prò qualibet balista de pesarola; et quadrellos tre- centos pro qualibet balista de streuo; et lanzonos trecen- tos; et duo arma de ferro pro qualibet [sic] patrono sub pena centum librarum nostro comuni soluenda; que pena in nostrum comune deueniat. St. Zen, XXIX, XXX. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 319 [19]. Quod tarrete habeant unam stateram prò qua- libet. Dicimus quod quelibet tarreta habeat unam stateram ut in statuto nauium Hcontinetur. c. 251* St. Zen, XXXI. [20]. Quod patroni non possuni esse marinarli. Uolumus quod nullus patronus tarrete possit esse marinarius sue tarrete nisi ut in statuto nauium conti- netur. St. Zen, XXIII. [21]. Quod minores decem et octo annorum non pos- sint esse marinarii. Dicimus quod nullus minor decem et octo annorum possit esse marinarius in aliqua tarreta, et eciam nec mi- les, nec peregrinus nec seruiens, sub pena uiginti quin- que librarum prò quolibet a patronis soluenda qui con- tra hoc marinarios receperint; que pena in nostrum co- mune deueniat. Qui patroni cum marinarios acceperint, ab eis accipiant sacramentum si minores decem et octo annorum fuerint, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, XXIIII. [22]. Qualiter patroni non possunt cambire mari- narios. Il Dicimus quod patronus aliquem marinarium, quem c. 252 in uiaticis prò sua tarreta habuerit, cambire non debeat, nisi de uoluntate maioris partis mercatorum ipsius tar- rete, sub pena dupli marinaricie illius marinarii; et om- nes marinarii manifestare teneantur ut in statuto nauium continetur. St. Zen, XXXV. Digitized by Google 320 Nuovo Archivio Vtneto [23] Quod patroni non debeant uendere nec alienare correda tarretarum. Precipimus quod patronus astringi debeat sacramento quod non uendet nec uendi faciet, nec alienabit nec alic- nari faciet modo aliquo uel ingenio illa correda que in uia- tico prò sua tarreta habuerit, ut in statuto nauium con- tinetur. St. Zen, XXXVII. [24]. De sacramento quod patroni debent acipere ma- rinariis. Inponimus cum patroni tarretarum marinarios prò c. 252* sua tarreta acceperint || et concordes cum aliquo eorum fuerint, tale a quolibet accipant [sic] sacramentum: St. Zen, XXXVIIII. Forma dicti sacramenti. Juro quod bona fide et sine fraude tarretam, et cor- reda tarrete et hauere quod fuerit in ipsa tarreta, cuius sum marinarius, custodiam et saluabo. Et in uiatico isto non furabor nec furari faciam ultra soldos quinque de- nariorum paruorum in ipsa tarreta. Si uero per totum istud uiaticum aliquem in ipsa tarreta ultra ualimentum quinque soldorum denariorum paruorum sciero defrau- dantem, ipsum quam cicius poterò patrono uel patronis ac nauclerio, et ad minus quinque de naulizatis, si tot fuerint in ipsa tarreta, et si tot non fuerint illis qui ade- runt, manifestare non fardabo. Et arma habebo in isto c. 253 uiatico ut in statuto de marinali riis continetur. Et si ipsa tarreta, quod Deus ^duertat, naufragium pateretur, ad recuperandum res et merces et tarretam et correda ipsius per dies quindecim permanebo, si mercato res aut patroni ipsius tarrete uel maior pars eorum uoluerit; de rebus quas recuperauero per centenarium tres habendo. St. Zen, XL. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 321 [25]. Quod patroni astringantur sacramento habere correda et guarnimenta et marinarios secundum for- mam statuti. Dicimus quod quilibet patronus habere teneatur sa- cramento omnia correda et guarnimenta sue tarrete, et edam marinarios quos secundum formam statuti habere tenentur. Que sacramenta ab eo debeant nostri consules accipere. St. Zen, XXXVI (in fine). [26]. Quod quelibet tarreta habeat duos scribanos. Decernimus quod quelibet tarreta habeat duos scri- ba Il nos ut in statuto nauium continetur, qui scribani c. 253* huiusmodi iurare debeant sacramentum: St. Zen, XLI. [27]. Sacramentum quod facere debent dicti scribani. [Conforme in tutto, meno lievissime differenze, al cap. XLII degli Statuti Zeno, colla differenza che il nostro sostituisce la parola tarreta, . nei casi voluti dal contesto, al navis; e ciò fino alle parole: • quod erit in collo suo uel fassio uel balla » indi prosegue]: HEt dabo et presentabo scriptum omnium suorum c . , 54 * collorum uel fassorum aut ballarum, et omnium aliarum rerum suarum sicut scriptum inuenero in meo quaterno, si recipere uoluerit, cuilibet marinano uel mercatori. Et eciam dari faciam a socio meo infra octauum diem post- quam tarreta uelam fecerit Et tarretam ipsam mensurabo, et si eam ultra statutum inuenero caricatam, quantum plus fuerit caricata consulibus Ueneciarum mensuram pre- sentabo infra quintum diem postquam Uenecias intrauero; uel si Uenecias non rediero, quam cicius poterò dictis consulibus significabo. Si uero requisitus fuero de hiis que ad [| meum officium pertinebunt, secundum meam c. 255 bonam conscienciam ueritatem non tacebo. Item ponde- rabo omnia que a patrono et mercatore ad ponderandum Digitized by Google 322 Suovo Archivio Veneto michi fuerint presentata, presentibus ipsis uel eorum nun- ciis prò utraque parte legaliter et bona fide. [28]. De fonder adone mercium. Preci pimus ut omnes merces que in tarreta aliqua caricabuntur de cetero debeant ponderari ut in statuto nauium continetur. St. Zen, XLIII. [29]. De pena qnam incurrunt patroni si aliquid ponitur in tarretis postquam sunt mensurate. Affirmamus quod postquam tarreta ut dictum est fuerit mensurata, si aliquid positum fuerit in eadem, patronus ipsius tarrete emendet duplum nostro comuni, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, XLVII. [30]. De mercibus quando ponuntur in tarretis. c. 255* Il Mandamus quod quilibet mercator et marinarius, cum uoluerit conducere merces suas iuxta tarretam, det noticiam patrono, et tunc patronus, uel alius prò eo, teneatur et debeat recipere merces mercatoris et mari- narii, et eas in custodia sua habere, et dare cum ornili integritate ut in statuto nauium continetur. Et si damp- num aliquod euenerit in eisdem mercibus, nostri con- sules in Ueneciis, uel rectores loci illius in quo tarrecta fuerit, dampnum illud uidere debeant et extimare, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, L, LI. [31]. Quod merces non ponantur super Cooper ta, excepto uino, aqua et pane. Dicimus quod nulle merces ponantur super cooperta tarrete excepto in capsella, sub pena que in statuto na- c. 256 uium continetur. Sed concedimus || cuilibet mense portare Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 323 unum bigoncium de uino et unum de aqua, et unum saccum de pane super dieta coopérta. St. Zen, XLVIII, LVIII e LVIIII. [32]. De mercibus que fuerint extracte per pilum. Decernimus quod si merces alique extracte fuerint de tarreta per pilum, patronus ipsius tarrete emendare teneatur ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LIIII. [33]. De cassellis. Volumus quod quilibet mercator et marinarius in tarreta unam capsellam habere possit ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LV. [34]. De mataraciis. Dicimus quod quilibet naulizatus et marinarius por- tare possit in tarreta unum mataracium ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LVI. [35]. De uino, aqua, farina et biscoto portandis in tarretis. Asserimus quod illi qui uadunt in tarre || tis ultra c . 25 r/ mare et ad ommes alias partes, portare debcant prò quo- libet uinum et aquam et farinam et biscotum in tarretis ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LVIII, LVIIII. [36]. Si plus fuerit positum in tarretis pena dupli tollatur. Imponimus quod si aliquis plus posuerit in tarreta quam ponere debuerit, de ilio plus in tarreta posito duplum carius nauli in tarreta naulizati patrono tarrete soluere teneatur. St. Zen, LX. Digitized by Google 3 2 4 Nuovo Archivio Veneto [37]. Quod licitimi sit patronis tarretarum acci- piendi de rebus lignorum quibus esset aqua molata uel que esset periculata. Mandamus quod postquam tarreta de portu exierit, et contingerit ut cum alia tarreta uel alio ligno cui mo- lata fuerit aqua, uel que uel quod periculata uel pericu- latum fuerit, se iunxerit in aliquo portu uel extra por- c. 257- tum, Il liceat patrono eiusdem tarrete et illis qui fuerint in ipsa tarreta de rebus illius ligni accipere ad suam uo- lumtatem ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXVII. [38]. Quod patroni tarretarum non accipiant nau- ium cum exierint de portu in aliquo loco. Affirmamus quod tarreta que exierit de aliquo portu et applicuerit in aliquem locum in quo poterit habere nauium, quod patronus illius tarrete non accipiat nauium aliquod, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXVIII. [39]. De uarrea tarretarum. Iubemus quod si dampnum aliquod alicui tarrete aduenerit, quod Deus aduertat, in arboribus uel antennis siue temonibus, dampnum illud in auaria esse non debeat. Sed si in aliis corredis dampnum aliquod euenerit, damp- num illud sit in comune hauere tarrete, et eciam de illa tarreta secundum usum. St. Zen, LXXIIII e LXXVI (in fine). [40]. De eodem. c. 257* Il Iubemus quod si dampnum aliquod alicui tarrete aduenerit in corredis ipsius tarrete occasione cazandi aliquod lignum, uel quia cazaretur, dampnum illud sit in auarea haueris illius tarrete, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXVII. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani [41]. De restitucione facienda si dampnum aduenerit patronis tarretarum in quibus fuerint peregrini. Volumus quod si aliquod dampnum alicui tarrete aduenerit, mercatoribus naulizate, in qua peregrini exi- stent, in suis corredis, fiat restitucio ipsius dampni secundum quod uenerit prò racione tocius quantitatis peregrinorum et mercatorum, ut in statuto nauium con- tinetur. St. Zen, LXXVIII. [42]. De marinariis retinendis si relinquerint tar- retas. Mandamus quod si aliquis marinarius contra pactum conuen || cionis uoluerit relinquere tarretam, licitum sit c. 258. patrono ipsum marinarium retinere ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXX. [43]. De penna quarti ihcurrunt patroni si non faciunt paccamentum marinariis. Ordinamus quod si patroni ad statutum terminum marinariis non fecerint paccamentum, et tunc in antea teneantur patroni ipsum paccamentum in duplum ma- rinariis restaurare. St. Zen, LXXXI. [44]. De larretis que ex pacio ybernare debent. Statuimus quod tarreta naulizata transmeare ad par- tes Romanie, uel ultra mare uel ad alias partes, que ex pacto cum marinariis ybernare tenetur ibidem, et huc reuerti; et aliquid iungi debuerit tarrete et marinariis prò yber- nare, et aduenerit quod ipsa tarreta, eundo ad alias partes de comuni uoluntate, debeat ybernare; uolumus|| c. 258* quod in ilio loco in quo (a) taliter ybernauerit ipsa tarreta, (a) in quo agg. in margine. Digitized by Google 326 Nuovo Archivio Veneto totum illud iungatur marinariis et patrono quod ex pacto stabilitum fuit iungi eis, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXXII [1]. [45]. De eodem. Uolumus quod tarreta naulizata ad aliquas partes huius mundio ita ut in ilio loco debeat esse scapula, et aduenerit quod ipsa ad alias partes, eundo uel redeundo uiatico, de uoluntate mercatorum et marinariorum uel maioris partis eorumdem, debeat ybernare, dicimus quod quarta pars tocius precii debeat iungi patronis a nauli- zatis, et patroni quartam partem marinaricie prò yber- nare marinariis iungere teneantur, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXXII [2]. [46]. De pignore dando iudicibus prò discordiis et diferenciis. c. 259 Mandamus de tarretis que completo uia || tico suo ad portum applicuerint, et alique discordie uel differencie fuerint inter euntes in eisdem tarretis, infra quintum diem postquam applicuerint debeant dare pignus iudici uel iudicibus super hoc ordinato uel ordinatis ad diffinien- dum ipsam racionem, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXXIII. [47]. De illis qui essent rebelles ad dandum pignus^ uel quod non dareni pignus sufficiens. Decernimus quod si aliquis rebellis fuerit tam in non dando pignus, quam in dando pignus insufficiens secun- dum arbitrium iudicis uel iudicum, ex tunc in antea liceat querenti racionem tantum intromittere de bonis quesiti que sunt in tarreta, ut de ipsis differenciis atque discor- diis ualeat esse securus. Si autem bona eius non fuerint e 259* in tarreta, ipsi iudices debeant auferre tantum || ex bonis Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 327 eius, ubicumque fuerint, quantum eis bonum super hoc apparuerit: et propter hoc non remaneat quod tarreta non discaricetur. St. Zen, LXXXVIIII. [48]. De termino ad quem patroni debent discaricare tarretas. Uolumus quod si patroni tarretarum ad terminum eis inpositum tarretas non discaricarent, tunc iudices possint eis penam et penas imponere et auferre, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, LXXXV. [49]. Si discordie fuerint inter patronos et mercato- res postquam tarrete fuerint discaricate. Precipimus quod postquam tarreta fuerit discaricata, si alique discordie inter mercatores et patronos fuerint orte, et pignus prò illis discordiis non fuerit datum iu- dicibus, si infra unum mensem non pecietur racio a pre- dictis, ex tunc in antea nulla questio ua || leat inde mo- c. 260 ueri, saluis questionibus quas debent nostri consules dif- finire. St. Zen, L, XXXIII. [50]. Quantum stare debent marinarli cum patroniset mercatoribus tarretarum que fuerint passe naufragium. Statuimus quod marinarii tarrete naufragium pa- cientis cum patronis et mercatoribus ipsius tarrete per quindecim dies postquam passa fuerit naufragium stare et moram facere teneantur, ut in statuto nauium conti- netur. St. Zen, XCII. [51]. Quod omnes conuenciones sint firme que fue- rint inter patronos et nauli\atos et alios de tarretis. Precipimus ut omnes conuenciones que facte fuerint Digitized by Google 328 Nuovo Archivio Veneto inter patronos et naulizatos ac sorterios et marinarios tarretarum, uel inter omnes alias personas in eisdem tar- 260* retis existentes, firme et stabiles debeant permanere || sài- uis omnibus nostris ordinamentis uel statutis, que inte- graliter obseruentur. St. Zen, XCVII. [52]. Quod aduocatores comunis placcare debeant illos qui iuerint contro, statuto. Iniungimus quod in Ueneciis aduocatores comunis ab illis hominibus qui iuerint contra nostra statuta tol- lere debeant et placitare ea omnia in quibus ipsi ceci- derint, ut in statuto nauium continetur. St. Zen, XCVIII. [53]. De tarretis extimandis que Jient extra Uenecias, et non uendendis foresteriis. Mandamus quod si aliquis uenetus faceret fieri tar- retam in terris in quibus rector prò nobis extiterit, re- ctor illius loci tarretam secundum ordinem nostri statuti de tarretis debeat extimare, dando ei ordinem illum quem 261 habent tarrete uenetorum secundum |j formam statuti. Si uero fieri faceret tarretam in terris in quibus rector prò nobis et comuni Ueneciarum non fuerit, cum peruenerit ad loca in quibus rector prò nobis extiterit, rector illius loci tarretam illam secundum tenorem nostri statuti de tarretis debeat extimare, dando ei ordinem quem alie tarrete uenetorum habent secundum formam statuti. Or- dinantes quod tarretam illam uendere non debent alicui forensi ut in statuto nauium continetur. St. Zen, CI. [54]. De carico et imbolio ponendis in tarretis sicut continetur in statuto nauium. Uolumus quod caricum et imbolium ponantur in tarretis ut in statuto nauium continetur. St. Zen, CU e segg. fino al CXI inclusive. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani [55]. Capitulum generale de penis tollendis patronis, tam illis quorum sunt tarrete, quam illis quibus sunt cotti misse. Il Conforme in tutto, trattene lievi differenze di grafia, al cap. CXVI c . 261* dello Statuto Zen. [56]. || De potestate quam habet dominus dux et con- c. 262 scilium minus et maius declarandi obscuritates essent in predictis statutis. Conforme in tutto al cap. CXVII dello Statuto Zen. Notabene: Lo statuto A (12 marzo 1227) del doge P. Ziani qui pubblicato in capo alle altre leggi, fu pure edito, diligentemente col- lazionato suir originale, nella Storia di Venezia nella vita privata di P. Molmenti (1880). Digitized by Google 33o Nuovo Archivio Veneto APPENDICE A Statuti delle navi secondo il Capitolare della Corte dell* Esaminador (carte 41-46). Statuto Jfauium Incipit prologus statutorum nauium. In nomine Dei, amen. Hec [sunt] statuta et ordina- menta super nauibus et alliis lignis, que de mandato domini Raynerii Geno Dei gratia incliti ducis Ueneciarum refor- mata et facta et composita fuerunt per nobiles uiros Nico- laum Quirino, Petrum Baduario et Marinum Dandulo, et per ipsum dominum ducem et suum Conscilium minus et maius et quadraginta laudata et approbata et postmodum in contione publica per colaudationem populi Ueneciarum confirmata anno Domini M. 0 CC.°LV.°, indictione XIIJ, die VJ intrante mense augusti, in ecclesia beati Marci. Incipiunt capitula. statutorum nauium, [Qui sono trascritti, nell' ordine in cui stanno nel libro i ti- toli dei singoli capitoli]. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 33» Incipit stalutus nauium. I. Qualiter patroni debeant naues darecon\atas (a). Corrisponde al cap. I, degli St. Zen, cod. A. e Q. (a) In margine, ed in cifre arabiche, stanno accanto ai singoli articoli numeri in parte corrispondenti a quelli del codice Quiriniano, in parte no; ciò fa credere all' esistenza di codici diversamente nume- rati. — I numeri progressivi nel nostro Capitolare sono posti in fine dei rispettivi titoli. IL Quod expense que fiunt prò nauibus extraen- dis extra portum Ueneciarum fiant per pa- tronos. Corr. al cap. XVIIII A e XXVII Q. III. Quod licitum est patrono, si aliquis marina- riorum moritur, intromittere de bonis suis. Corr. al cap. XXI A e XXIX Q. UH. De illis qui marinarii esse non debent. Corr. al cap. XXI1II A e XXXII Q. V. Qualiter arma non debet [auferri] nauclerijs et marinarijs. Corr. al cap. XXVIII A e XXXVI Q. VI. Qualiter patronus in nani debet morari. Corr. al cap. XXXIII A e XLIV Q VII. Qualiter nauclerij et marinari] tenentur esse in nauibus. Corr. al cap. XXX1III A e XLV Q. Vili. Forma sacramenti quod facere debent scribani. Corr. al cap. XLI1 A e LUI Q. [Postilla in margine] : Nunc istud capitulum tenentur scribani habere in scriptis, et scribere omnia pac- Digitized by Google 332 Nuovo Archivio Veneto ta patronorum et mercatorum in pena librarum XXV per cor. [per correctionem) (a). Villi. Qualiter merces debeni ponderari. Corr. al cap. XLIII A e LIV Q. X. Quod post mensurationem nauium aliquid non ponatur in eisdem. Corr. al cap. XLV1I A e LVIII Q. XI. De rebus que possunt poni inter duas cohoper- tas et in cohoperta superiori. Corr. al cap. XLVIII A e LIX Q. XII. Quod notum fiat patronis quando merces con- ducuntur ad nauem, et qualiter tenentur ca- ricare et descaricare. Corr. al cap. L A e LXI Q. XIII. Qualiter merces in patronorum custodia de- beant permanere. Corr. al cap. LI A e LXII Q. XIIIl. Qualiter patroni notum facere debeant merca- toribus quando discaricare uoluerint. Corr. al cap. LII e LXIII Q. XV. Qualiter ratio fieri debeat de mercibus que per aquam uastatur [sic]. Corr. al cap. LUI A e LXIV Q. XVI. Quantum naues debent karicari supra crucem. Corr. al cap. LXI e LXXII Q. (a) Qui si allude alle correzioni agli Statuti decretate dal doge Francesco Dandolo, pure riportate nel Capitolare, e ai numeri (ove sono riferiti) che i singoli articoli dello stesso recano in margine. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 333 XVII. Quod licet recipere de rebus aliorum lignorum cuifuerit aqua molata. Coir, al cap. LXVI1 A e LXXVII Q. XVIII. De V qui preesse deberit ad naues regendas. Corr. al cap. LXXIH A e LXXXVIII Q. XVIIII. De uare [a] de arboribus et antenìs siue temo* nibus nauium. Corr. al cap. LXXIV A e LXXXXIX Q. XX. De reparatione damni dictorum coredorum. Corr. al cap. LXXV A e CX Q. XXI. Si questio esset in reparatione dictorum core- dorum inter patronos et mercatores. Corr. al cap. LXXVI A e XCI Q. XXII. Qualiter fieri debe[t] si damnum euenerit in coredis natii nauli\ate peregrinisi Corr. al cap. LXXVIIII A e XCIV Q. XXIII. De marinariis qui contra pactum conuentionis naues et Ugna relinquerint. Corr. al cap. LXXX A e LXXXIV Q. [Postilla in margine] : Et datur nunc persona ipsorum in carcere per cor. [correctionem], [E al secondo periodo]: meir [medietatem] penarum quas incurrunt marinarli ueniunt in patronos per cor. 52 F. D. [correctionem 52 Francisci Dandulì). XXIIII. De termino ad quod patroni debent facere pac- camentum marinariis. Corr. al cap. LXXX1 A e LXXXV Q. XXV [1]. Quod tam iungi debeat occaxione ybernandi. Corr. al cap. LXXXU [1) A e LXXXVI Q. 22 Digitized by Google 334 Nuovo Archivio Veneto XXV [a]. Capitulum de eodem. Coir, ai cap. LXXXIt [2] A e LXXXVII Q. XXVI. De pignore dando iudicibus prò discordiis. Corr. al cap. LXXXIII A e XGV Q. [Postilla in margine]: Nunc non est necesse presentare pignus aliquod, et ratio potest exigi infra XXX dies per correctionem 48 Frane. Dand. XXVII. De pena aufferenda prò carico posito inter duas coopertas. Corr. al cap. LXXXVII A e XCIX Q. XXVIII. De pena prò mercimoniis positis supra coho- pertis. Corr. al cap. LXXXVII I A e C Q. XXVIIII. Quantum marinarti nauium naufragium pa- tientium cum patronis stare debent ad re- cuperandum res. Corr. al cap. XCII A e GIV Q. XXX. De damnis que euenerint causa liberacionis [sic, recte libacionis], Corr. al cap. XGV A e CVII Q. [Postilla in marg.]: Sed de mercibus non scriptis in quaterno, perditis uel derobatis, non fit uarea, que tamen tenentur ad uaream aliarum rerum per corr. 45 F. D. XXXI. De damnis que euenerint causa robarie. Corr. al cap. XGVI A e CVIII Q. [Post, in marg.]: In questionibus uaree debet esse pre- sentem maiorem et saniorem partem tam in-per- sonis tam etiam in habere; in hiis habent iudices (?) plenam iustitiam per cor. 50 — debet etiam ter- minari de lignis a CC milliariis infra per corr. 49 F. D. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 335 XXXII. De conuentionibus factis inter patronos et nau- li\atos. Coir, al cap. XCVII A e CIX Q. [Post, in marg.]: Tenentur etiam iudices marinariis non obseruantibus alias penas imponere et ipsos dare prò cadutis illis de nocte per coir. XXXIII. Hec sunt merces que poni debent prò saorna. Coir, al cap. GII! A e CXV Q. XXXIIII. De coriis sicis qualiter poni debeant. Corr. al cap. CX A e CXXII Q. XXXV. De mercibus non specificatis qualiter poni debent. Corr. al cap. CXI A e CXXIII Q. XXXVI. Qualiter merces accipere possunt prò expensis ex denari] s quos habent. XXXVI. Corr. al, cap. CXII A e CXXIV Q. XXXVII. De potestate quam habet dominus dux et Con- silium minus et rnaius declarandi obscuri- tates que in predictis essent. Corr. al cap. CXVII A e CXXIX Q. [Qui segue'] : Nota quod quemadmodum dictum est de nauibus, sic suo modo intelligendum est de taretis. Item nota quod hec nauium statuta sunt deflorata de multituJine statutorum nauium, nam hec sola sunt oportuna èt fere alij non utuntur. [E poscia aggiunto]: De pena quam soluere tenentur qui plus posuerint in nauibus et alijs lignis de eo quod debent. Corr. al cap. LX A e LXXf. Digitized by Google \ 336 Nuovo Archivio Veneto B. Decreto del Maggior Consiglio per la collezione delle leggi sulla navigazione. MCCCIJ. Die XVIIIJ Ianuarii, prime indici ionis (i). Capta fuit pars in Consilio Rogatorum et Quadra- ginta quod debeant colligi in unum omnia statuta, ordi- nes et Consilia que spectant ad nauilia, ad modum na- uigandi et ad mercadantiam. Et de ipsis fieri duo libri per se, quorum unus stare debeat in Curia maiori (2), alter ad cameram prouisorum in Riuoalto. Et debeant ipsa statuta, ordines et Consilia legi omni festo sancti Michaelis in scalis Riuoalti et in platea sancti Marci, ad hoc ut omnes ea sciant, et ut nullus contrafaciens possit se excusare quod ea ignorauerit. Et omnes alii ordines qui de cetero fierent ponantur in dictis libris. Et si aliqui reuocarentur debeant cancellari in ipsis libris. Etcommit- tatur prouisoribus quod debeant inquirere si aliquis fa- ceret de cetero contra ipsos ordines; et illi qui fecissent hactenus remaneant in statu in quo nunc sunt; et si inuenient aliquem contrafacientem cadat in pena libra- rum XXV prò centenario ; et ipsi prouisores et duo ipsorum possit [sic] contrafacienti precipere quod soluant [sic] dictam penam. Et si duo ipsorum essent concordes de absoluere aliquem, possint ipsum absoluere ; saluo si alius socius, qui noilet ipsum absoluere, uellet venire ad aliquod consilium prò placitare illum quem sotii sui (1) A stile veneto, cioè 1303. (2) Cancelleria ducale. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 337 uellent absoluere, possit venire ad quod consilium uo- luerit, et ipsum placitare- Et ad hoc ut pene bene- exi- gantur a contrafacientibus, dominus dux et consiliarii et Domini de nocte (i) debeant eis dare illum fauorem quem ipsi tenentur dare Cataueris (2). Et illi qui accu- sarent predictis prouisoribus illos qui facerent contra predictos ordines, taliter quod per eorum accusationem ueritas inueniatur, habeant quartum pene, in qua caderent illi quos accusabunt, a libris C infra. Et si illi quos ipsi ac- cusarent condempnarentur a libris centum supra, habeant soldos ij prò libra de eo quod condempnarentur plus C libris. Et teneantur ipsi accusatores de credentia. Et propter istum laborem qui additur istis prouisoribus, habeant, a die qua habuerint ipsos ordines ad cameram suam in antea, soldos XL grossorum de salario in anno prò quolibet ultra id quod nunc habent. Et ut melius faciant officium, dominus dux et consiliarii teneatur, quando dicti prouisores complerent officium, ponere eos ad unum ad unum in Consilio Rogatorum et Quadra- ginta, si videtur quod bene fecerint officium et quod sint confirmandi per unum aliam annum uel non. Et dicti prouisores teneantur, quando aliquis peteret in scriptis aliquos dictorum ordinum, ipsos facere eis dari. Et si Consilium etc. [cioè: est contra, sit reuocatum quantum in hoc]. M. C. Deliberazioni, Magnus, c. 40. (1) Signori di notte (magistrato). (2) Ufficiali al Cattaver. Digitized by 33« Nuovo Archivio Veneto c. c. 169 C. 169* Indice degli Statuti di Rainieri Zeno secondo il codice dell'Archivio di Stato (a). III. Qunliter patroni debent naues et alia ligna dare conzatas. II. Qualiter naues et alia ligna debent palmizari. III. Qualiter naues et alia ligna debeant saornari, et qui ipsas naues et ligna saornare tenentur. UH. Qualiter iurare debent i Ili qui saornabunt naues et alia li- gna de saornandis ipsis legaliter et bona fide. V. Postquam naues et alia ligna fuerint saornata nihil de il la saorna de ipsis nauibus et lignis extrahant. VI. Qualiter et quantum possit saorna de nauibus et aliis lignis extrahi, si ferrum uel plumbum, stagnum uel raraum non laboratum positum in eisdem fuerit prò saorna. VII. Qualiter naues et alia ligna debent ornari de arboribus et a n tennis, et antennisti de dolono et temonibus. Vili. Quot anchoras et alia correda naues et alia ligna habere debeant. Villi. De longitudine canauorum quos naues et alia ligna tenen- tur habere. X. Qualiter naues et alia ligna de trecentis milliariis usque ad sexcenta ornari debent in uelis. XI. Qualiter naues et alia ligna de sexcentis milliariis et inde supra ornari debent in uelis. XII. Qualiter arbores et antenne cuiuslibet nauis et aliorum li- gnorum ornari debent de sarcis. XIII. De mantis nouis quos naues et alia ligna tenentur habere superfluos. XIIII. De pena quam incurrunt patroni si defectus est in corredis et ornamentis nauium et aliorum lignorum. XV. Quod naues et alia ligna de ducentis milliariis et inde su- pra habere non debeant || mantos reparatos. (a) Crediamo utile porre qui questo indice degli St. Zeno da noi >resi per testo principale; il prospetto seguente servirà per trovare i ca- rtoli corrispondenti delle altre leggi. Gli statuti marittimi veneziani 339 XVI. Quod naues et alia Ugna de ducentis mill. et inde supra cum exiuerint de Ueneciis sint guarnite de omnibus suis corredis. XVII. Quod brulla, stuppa et acuti sint in expensis patronorum nauium et aliorum lignorum. XVIII. De locis in quibus fieri possunt camere per patronos in na- uibus et aliis lignìs. XVIIII. Quod expense que fiunt prò nauibus et aliis lignis cooper- tis extrahendis de portu Ueneciarum fieri debeant per patronos. XX. Quot marinarios habere debent naues et alia Ugna. XXI. Qualiter licitum est patrono, si aUquis marinariorum mori- retur, intromittere de bonis ipsius. XXII. De trombatoribus et tubis et trombetis, Umburlis et tym- panis, quas et quos naues et alia Ugna de quadringentis mill. et inde supra habere tenentur, que iuerint extra Culfum. Il XXIII. De patronis qualiter possunt esse marinarii in suis nauibus Ct l y Q * et aliis lignis. XXIIII. De illis qui marinarii esse non debeat. XXV. De sacramento accipiendo marinariis per patronos. XXVI. De illis qui marinariciam defenderint. XXVII. De armis que marinarii habere tenentur. XXVIII. Qualiter arma non debent auferri naucleriis et marinariis. XXVIIII. De armis que naues et alia Ugna habere tenentur. XXX. De pena quam incurrunt patroni si defectum fuerit in ar- mis supradictis. XXXI. Quod patroni nauium et aliorum lignorum de ducentis mìl- liariis et inde supra habere debeant unam stateram. XXXII. Qualiter patroni in nauibus et aliis lignis esse et morari tenentur. XXXIII. Qualiter unus solus patronus tenetur esse et morari in naue et alio Ugno, et qualiter || de ipsis exire pote^t. c XXXIIII. Qualiter marinarii et nauclerii tenentur intrare et esse in nauibus et aliis lignis. XXXV. Qualiter patroni, marinarios cambire non debent. XXXVI. Qualiter aliquis, nisi qui nauem uel alliud lignum iuraue- rit naulizare non debet, et qualiter qui iurauerit maga- gnas coredorum manifestare tenentur [sic], XXXVII. Qualiter patroni debent constringi sacramento de non uen- dendis corredis et sarciis nauium et aliorum lignorum. XXXVIII. Quod patroni astringantur sacramento non ponendi aliquid super cruces quod possit facere impedimentum ad men- suracionem nauium et aliorum lignorum. Digitized by Google 34o Nuovo Archivio Veneto XXXVIIII. Quando patroni debent accipere sacramentum marinarijs. XL. Forma sacramenti quod marinari! facere debent. XLI. Quod naues et alia ligna de ducentis milliariis et inde supra 71* habere debeant duos scribanos II et per quos ipsi scriba ni constitui debent. XLII. Forma sacramenti quod facere debent scribani. XLIII. Qualiter merces debeant ponderari. XLI III. Qualiter consules ire tenentur extra portum ad mensuran- dum naues et alia ligna. XLV. Similiter qualiter rectores extra Uenecias ire tenentur ad mensurandum naues et alia ligna. XLVI. Qualiter naues et alia ligna extimari debeant si mensuraie non poterunt. XLVII. Quod post mensuracionem et extimacionem nauium et alio- rum lignorum aliquid non debeat poni in eisdem. XLVIII. De rebus que poni possunt inter duas coopertas et super cooperta superiori. XLVIIII. Qualiter uictualia poni possunt inter duas coopertas. L. Quod mercatores et marinarli notum faciant patronis quando merces ad naues conduxerint, et qualiter patroni eas ca- ricare et discaricare tenentur. 172 H LI. Qualiter merces in custodia patronorum debeant perma- nere. LII. Qualiter patroni notum facere debent mercatoribus quando naues discaricari debebunt. LUI. Qualiter restauracio fieri debet de mercibus que per aqua uastarentur. LIMI. Quantum patroni soluere tenentur prò mercibus que per pilum extrahentur. LV. De cassellis portanJis in nauibus et aiiis lignis. LVI. De mataraciis portandis in nauibus et aliis lignis. LVII. De lignis que possunt portari prò foco. LVIII. De vino et acqua portandis. LVIIII. De farina et biscoto portandis. LX. De pena quam soluere tenentur qui plus posuerint in na- uibus et aliis lignis de eo quod debent. LXI. Qualiter et quantum naues et alia ligna caricari debeant supra crucem. LXII. Qualiter caricari possunt naues et alia ligna peregrinis nau- lizate. 72* 11 LXIII. Qualiter naues et alia ligna caricari debent uictualibus et sale per Culfum. LXIIII. Qualiter et quantum naues et alia ligna que nauigauerint Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 34' infra Culfum et caricauerint de mercationibus caricari possunt. LXV. Qualiter et quantum naues et alia ligna caricate de uictua- libus ad eundum extra Culfum caricari possunt. LXVI. Qualiter n.iues que caricabuntur de ualania caricari possunt. LXVII. Qualiter licitum est patronis recipere de rebus nauium et aliorum lignorum quibus aqua fuerit molata uel que pe- riculata fuerint. LXVIII. Qualiter naues et alia ligna cum exiuerint de aliquo portu nauium accipere possint. LX Villi. De glaua dimittenda in nauibus et aliis lignis que exiuerint extra Culfum. LXX. Quod naues et alia ligna que caricabuntur in Alexandria et ab Alexandria usque Siciliam nullam mercem habeant inter duas coopertas. Il LXXI. De glaua dimittenda in nauibus et aliis lignis. c . LXXII. Item de glaua dimittenda. LXXI II. De quinque qui preesse debent in nauibus et aliis lignis ad ipsas regendas. LXXIIII. De uarrea de arboribus et antennis, siue temonibus nauium et aliorum lignorum. LXXV. De reparacione facienda de dampno, si quod euenerit, in pre- dictis corredis. LXXVI. Qualiter fieri debet si predicta correda taliter uastarentur quod reparari non possent, et questiones inde orirentur inter patronos et mercatores. LXXVII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- uium et aliorum lignorum occasione cazandi uel quòd cazaretur ab aliis lignis. LXXVIII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- uium et aliorum lignorum que fuerint naulizate peregrinis. LXXVIIII. Qualiter fieri debeat si dampnum euenerit in corredis na- uium uel aliorum lignorum que II naulizate fuerint merca- c. 173* toribus, in quibus fuerint peregrini. LXXX. De marinariis qui contra pactum conuencionis naues et alia ligna relinquerint. LXXXI. De termino ad quem patroni debent facere paccamentum marinariis. LXXXII. Quantum iungi debeat patronis et marinariis occasione yber- nandi. LXXXIII. De pignoro dando iudicibus prò discordiis et difFerenciis. LXXXII II. Qualiter obseruari debet si aliquis rebellis fuerit in dicto pignore dando. Digitized by Google 342 TVwovo Archivio Veneto LXXXV. Quod iudices possint penam et penas imponere et auferre patronis si non discarica uerint ad terminum eis impo- situm. LXXXVI. Quod iudices eligantur in Ueneciis prò istis statutis ser- uandis. LXXXVII. De pena auferenda prò carico posito inter duas coopertas. c. 174 LXXXVIII. De pena auferenda prò mercimoniis positis jj super coopertis. LXXXVIHI. De glaua ingombrata contra tenorem statuti. XC. De nauibus et aliis lignis euntibus ultra marinas partes uel ad alias partes causa disfaciendi ibidem. XCI. De nauibus et aliis lignis euntibus ad aliquem locum prò ybernare in quibus non fuerint mercatores. XCII. Quantum marinarii nauium et aliorum lignorum que nau- fragium pacientur cum patronis et mercatoribus stare de- bent ad recuperandum res et merces ipsarum nauium et lignorum. XCIII. Quod cooperta inferior nauium et aliorum lignorum de du- centis milliariis et inde supra leuari non possit postquam ipse naues et Ugna complete fuerint. XCIIII. Qualiter non debet fieri guaita per seruientes in nauibus et aliis lignis. XGV. De dampnis que euenepint causa libacionis. XCVI. De dampnis que euenerint causa robarie. c. 174* Il XCVII. De conuencionibus factis inter patroaos et naulizatos et alios de nauibus et lignis. XCVI II. De aduocatoribus qualiter placitare debent et auferre penas ab hiis qui iuerint contra nostra statuta. XCVIIII. De termino ad quem paccamentum fieri debet patronis et marinariis. C. De termino statuto de nauibus et aliis lignis extrahendis extra portum. CI. Qualiter naues et alia Ugna que facte fuerint extra Uene- cias extimari debent. CU. Qualiter naues et alia ligna computari debent ad carican- dum in kantariis. CHI. Hee merces sunt que poni debent prò saorna. CIIII. Hee sunt merces de quibus tantum debet poni prò saorna quantum uidebitur illis qui nauem uel aliud lignum saor- nabunt. c> II CV. De mercibus que poni debent prò carico. CVI De mercibus quibus poni debent tres de carico prò quattuor de carico. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 343 CVII. De mercibus quibus poni debent duo milliaria de carico prò- tribus de carico. CVIII. De mercibus.que ponuntur in caricum tria kantaria prò duo- bus kantariis imbolii. CVIIII. De mercibus que ponuntur prò imbolio. CX. De coris siccis qualiter poni debent. .CXL De mercibus non specifìcatis qualiter poni debent. CXII. Quantum mercatores accipere possunt prò expensis ex de- nariis quos habent ad portandum extra Uenecias ad mer- catum. CXI II. De banderiis quas mercatores ha bere et portare tenenur. CXIIII. Capitulum de bertreschis. CXV. Capitulum super peregrinis. I|CXVI. Capitulum generale de penis tollendis patronis, tam illis c. 175* quorum sunt naues quam illis quibus sunt commisse. CXVII. De potestate quam habent dominus dux et consilium minus et maius declarandi obscuritates que essent in predictis statutis. Digitized by Google 344 Nuovo Archivio Veneto D. Corrispondenza dei capitoli negli Statuti qui pubblicati (i) Statuti Zeno Statuti Tiepolo Stat. delle Tarrete Capitolare Corte Esa- mina nn p 1*11 PIA JLJVJ R Codice A Codice Q I I A, i 3 T 1 II H » 2 4 III III » 3 UH IV — V V — VI VI — VII VII A A A, 4 5 vili (0 Vili Q » O 7,8 » 2 IX » 9 9,10 » 1 3, X » to 1 1 » 1 4 XI » 1 1 » 1 3 XII » 12 » I '6 XIII » 1 5 » i i XIV » 14 »> i 1 XV w '5 •> i i XVI 16 vini XVII » 8-16 X XVIII » 8-n 6 XI XIX » 12-16 XII XX 12 XIII XXI xmi XXII A, 46 '3 XV XXIII XVI XXIV 14 XVII XXV A, 6 15 XVIII XXVI 5 XV1III XXVII 7 II XX XXVIII »> 8-16 16 XXI XXIX 17 III (1) Servirà anche a rettificare qualche inesattezza incorsa nel testo. Digitized by Google Gli statuti marittimi venefiani 345 Statuti Zeno Statuti TlE POLO stat. delle Tarrete Capitolare Corte Esa- MINADOR Codice A Codice Q XXII XXX — XXIII XXXI 20 XXIIII XXXII 21 TTTT 1111 XXV XXXIII 21 XXVI XXXIV — XXVII XXXV A, 8-i6 16 XXVIII XXXVI 16 v XXV1III (iì XXXVII 18 » (2) XXXVIII 18 (3) XXXIX — •> (4) XL — XXX XLI 18 XXXI XLII XXXII XLIII — XXXIII XLIV D — VI XXXIIII XLV i) — VII XXXV XLVI 22 XXXVI XLVII XXXVII XLVIII 23 XXXVIII XLIX XXXVIIII L 24 XL LI 24 XLI LII A 1 7 e C a 26 XLII LUI 27 Vili XLIII LIV 28 vini » X A IX XLIIII LV — XLV LVI I XLVI LVII I XLVII LVIII X XLVIII LIX A, 19 31 XI XLVIIII LX L LXI 30 XII LI LXII A r 17 30 XIII LIl LXIII XIIII LUI LXIV XV Digitized by Google 346 Nuovo Archivio Veneto Statuti Zeno Statuti Tiepolo Stat. delle Tarrete Capitolare Corte Esa- MINADOR Codice A Codice Q liiii LXV 32 LV LXVI A, 30 33 — LVI LXVII )> 3i 34 LVII LXVIII » 32 — LVIII LXIX )) 33 35 LVIIII LXX 35 — LX LXXI A, 47 e C, 3 36 — LXI LXXII A, 20 XVI LXII LXXIII )) 21 LXIII LXXIV » 22, 47 — — — LXIIII LXXV LXV LXXVI A, 23 LXVI LXXVII » 24 LXVII LXXVIII » 25 37 XVII LXVIII LXXIX » 20 38 LXVIIII LXXX » 34 LXX LXXXI 27 LXXI LXXXI I 28 LXXII LXXXIII » 2 9 LXXIII LXXXVIII XVIII LXXIIII LXXXIX A, 35 39 XVIIII LXXV XC » 35 XX LXXVI XCI 39 XXI LXXVII XCII 40 LXXVIII xeni A, 36 XXII LXXVIIII XCIV » 37 4' LXXX LXXXIV )> 39 42 XXIII LXXXI LXXXV )) 40 43 XXIIII LXXXII(i) LXXXVI » 4' 44 XXV (1) » (2) LXXXVII » 42 4* XXV (2) LXXXIII XCV 43 4<3,49 XXVI LXXXI III XCVI » 44 47 LXXXV xcvn 48 LXXXVI XCVIII A, 45 LXXXVII XCIX 48 XXVII Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 347 Statuti Zeno Codice A Codice Q Statuti Tiepolo u i-J u Q « Capitolare Corte Esa MINADOR LXXXVIII LXXXVIIII XC XCI XCII xeni XCIIII xcv XCVI XCVII XCVIII XCVIIII c CI cu CUI CIIII cv evi CVII CVIII CVIIII ex CXI CXII CXIII CXIIII cxv cxvi CXVII c CI cu CHI CIV cv evi CVII CVIII CIX ex CXI CXII CXIII exiv cxv CXVI cxvh CXVIII CXIX cxx CXXI CXXII CXXIII CXXIV cxxv cxxvi CXXVII CXXVI1I CXXIX A, 49 » 50 » 54 » 55 A, 38 » 5 2 e, c, » » » I 2 C, 5 31 50 5' 5 2 53 54 » )) » )) )) » 1) )> 55 56 XXVIII XXVIII XXX XXXI XXXII XXXIII XXXIIII XXXV Digitized by Google 34» Nuovo Archivio Veneto GLOSSARIO dei vocaboli tecnici usati nelle leggi qui riprodotte (a). Acuti — chiodi. Armoniacum — radice derivante dalla Siria, secondo Pli- nio che la chiama artnon. Come anche additerebbe l'etimologia del vocabolo, la derivazione sarebbe, se- condo altri invece 'dall' Armenia, e si tratterebbe della così detta gomma ammoniaca usata in medi- cina (tale è l'opinione che gentilmente rrii ha favorito il chiariss. naturalista prof. E. De Toni). ArtimofonisJ — vela minore della nave (voc. della Cru- sca) «chi terzarolo ed artimon rintoppa)» Dante, Inf.s 21, 15. Auri pigmentum — orpimento (solfuro di arsenico). Aurisium — riso (dal latino ory\a). Il chiar. prof. De Toni mi ricorda che nel Veneto il riso durante il M. (a) U interpretazione fu desunta per più vocaboli dalla recente opera del Guglielmotti : Vocabolario marino e militare. Si si giovò anche delle note del Pardessus nelle sue « Lois maritimes », e si attinse pure direttamente alle fonti citate da questi due autori e ad alcune altre in ispecie all' Heyd, Histoire du commerce du Levant au moyen àge, Leipzig, 1886. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 349 E. fu merce cT importazione, essendosi incominciato solo nel sec. XVI a coltivarlo. Bacharanus — drappi provenienti dall' Armenia e dalla Persia, voce derivata dalla città di Bochara; è incerto se fossero di lino o di cotone (Heyd, op. cit. pag. 703). Barachamum — stoffa di bambagia da far tende a coprir barche (V. Fanfani). Barcha — palischermo maggiore portato da ogni basti- mento. Bearne — pelle di montone (v. Ducange). Bertesca — (v. della Crusca) « specie di riparo da guerra che si fa in su torri, mettendo tra F un merlo e F altro una cateratta adattata in su due perni in maniera che si possa alzare e abbassare secondo il bisogno dei combattenti»). Bigoncium — vaso di legno fatto a doghe senza co- perchio. Breviarium — Atto di solenne testimonianza. Bu\us e Bu\us navis — navigli poliremi a due alberi ; il secondo di maggiori dimensioni (v. Vene\ia e le sue lagune, l, parte II, pag. 206). Camarilla — stanzino, cabina. Camerare — incassare. Capelli — zucchera in pani. Capironi — cappucci. , Casella o capsella — cassetta. Chatena collatoria — spranga di ferro che, inchiodata al bordo, tiene fermo il sartiame dell' albero. Cacare — dar la caccia. Collare — dar tratti di corda alle vele. Corcoma — le corde avvoltolate a* spira su sè stesse. Crocus — uncino pendente da forte striscia di cuoio (e la voce valeva anche per ambi uniti) col quale ten- devasi, fino a portarla a! punto in cui si arrestava, la corda della balestra (v. Monticolo, / capitolari delle arti, veneziane, I, pag. 173). 23 Digitized by Google 350 Nuovo Archivio Veneto Cruces — segni convenzionali composti di due linee Tuna attraverso Y altra, fatti per tracciare il limite di pescagione della nave. Dolo (onis) — vela sporgente dalla prora della nave. Endegum — indaco; proveniva da Quilon (Ceilan) in India (Marco Polo, ediz. Zurla, pag. 644) e anche dai dintorni di Bagdad, e usavasi per tingere in bleu (Heyd, op. cit., pag. 62). Fascìs — collo, piego od involto. Galenga — radice di una pianta della Cina e dell'India che era in commercio quale droga simile allo zen- zero. Usavasi per i mali allo stomaco, essendo una di quelle sostanze eccitanti molto usate nella terapia del medio evo. Il vocabolo deriva dall' arabo Ka- landjan, che alla sua volta è di derivazione chinese, ed incontrasi negli scritti dei medici arabi. Si distin- gueva la piccola e la grande galanga (sinonimo di galenga) ed anche il Pegolottc distingue la galenga lieve e la greve (Pratica della mercatura nel voi. III. della Decima del Pagnini, pag, 295 e 375). Si veda in proposito V op. cit. dell' Heyd, voi., II, pag. 616. Gardamomus — cardamomo, rimedio e droga per vi- vande e bibite, proveniva per Acri ed Alessandria dalP India e dalle isole dell' Indocina. (Heyd, op. aV., II, 601). Gedoara — radice di erba indiana (dell'India orientale, Calicut), simile allo zenzero, usata pur essa per i mali di stomaco. Il vocabolo deriva dall' arabo dje- dwar o \edwar, e per corruzione \itonal e citonal (Pegolotti, op. cit., pag. 17 e in altri luoghi). Ser- viva anche quale contravveleno, adoperato special- mente dagli orefici per combattere le inalazioni mer- curiali, e. usavasi pure quale corroborante per con- dimento ai cibi e alle bevande (Heyd, op. cit. y p. 676). Glava — magazzino di depositi speciali nella parte infe- riore del naviglio. Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 33 1 Gondola — palischerno minore. Guaita — guardia. Imbolium — materia che involge o fascia checchessia (v. della Crusca, vocabolo invoglia). Indagarli — La voce (ce. 9-1 1 degli St. Z.) che non esiste nei vecchi glossari, viene interpretata dal Pardessus (op. c/7.) nel senso di segnali (da indicare) a fior d'acqua l'ancora collocata nel fondo del mare. Instantes — sinonimo di stantes (v.). Kantarium — misura di vario peso nei diversi luoghi. Il cantaro di Venezia pesava 150 libre grosse = Kgr. 71,224. Lana de rota — lana coli* indicazione del luogo di pro- venienza. Lectulus — letto. Libacio — getto. Maci — AT informa il chiar. Prof. De Toni che per lungo tempo si credette fosse il perianto del fiore della noce moscata, ma che invece è veramente P invoglio che in essa copre il guscio del seme; usavasi per medicina e condimento. Maestra 0 magistra — il nervo principale della balestra. Magagna — guasto. Manti — mantiglie o manti, cavi addoppiati che da un punto più alto dell'albero scendono divergenti per te- nere in equilibrio le estremità della verga sottoposta. Marinaricia — mercede del marinaio. Mataracium — materasso. Melegete — specie di pepe. Mejalana — stoffa mista di lana e lino. Miliarium — misura del peso di mille libbre. Mollare — il fatto della nave cui P acqua fosse lenta, ossia che penasse a procedere nel mare. Ciò dal significato che il vocabolo ha nei lessici. Non può accogliersi P ipotesi del Pardessus che P espressione aqua mollata usata negli statuti dello Zeno sia uno Digitized by Google 352 Nuovo Archivio Veneto sbaglio di scritturazione e debba leggersi aqua mo- lesta, poiché il testo c identico negli statuti prece- denti del Tiepolo. Moltolina — stoffa di lana di montone (Pardessus op. cit.). Mudua — campagna di viaggio marittimo. Palmi\are — spalmare d' unguento (v. Ducange). Parpalio (onis) — vela suprema ed ultima nelP antico sistema a più ordini di vele sovrapposte. Penesus — guardiano di stiva. Pesarola — sistema di pulegge per sollevar pesi, il quale si applicava altresì a tendere la corda e curvar T arco delle balestre maggiori di quelle a crocco, che dicevansi perciò a pesarola. Pigmentum — spezie. Pilum — leva od altro motore. Plato — nave a fondo piatto. Rotulus — misura costituente la centesima parte del cantaro (v.). Rustica — vocabolo che trovasi al cap. 18 degli statuti del Tiepolo (De stivatione navium) il quale è del tenore seguente : « Statuimus quod quelibet navis taliter stivari debeat quod cum una rustica per tra- bem laborari debeat, et non pluribus; et totum sarcium quod cum ipsa rustica laborabit, in quarta laborari debcat cum duabus stangis, quarum que- libet habeat pedes XI et non plus». Le indagini fatte per V interpretazione di questo passo non die- dero un risultato positivo. Quanto alla voce rustica, si trova nel Milione di Marco Polo che il rustico, presso gli architetti, è anche un apparecchio di pietre ruvide o greggie che si dicono bugne o bo\\e. Si richiama su ciò V attenzione degli studiosi, poiché nuove ricerche potrebbero dimostrare che gli statuti usarono la parola in questo senso, e che il passo voglia alludere all' esistenza di un argano, una parte Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 353 del quale fosse resa più pesante a mezzo di pietre non lavorate. Saornare — metter le zavorre. Sarda — canapi che tesi di qua e di là tengono ferma la cima dell'albero perchè non crolli, sartie, sartiame. Scala — scala per salire a bordo della nave. Scapulus — liberato dagli assunti impegni (termine ap- plicato ai marinari, finito il tempo delParruolamento, ed alla nave, compiuto il viaggio a cui si era vin- colata). Scermum — riparo, parapetto. Smirillum — smeriglio, minerale che ridotto in polvere serve a pulire le pietre dure e a brunire l'acciaio. Sorterii — interessati in un esercizio ; termine applicato agli interessati nella navigazione fuori delle tre ca- tegorie dei patroni, dei noleggiatori e dei marinai, come i possessori dei carati di nave, che non fossero stati insieme patroni, o coloro che avessero parte- cipato con una quota per P armamento a titolo di colleganza. I suddetti caratisti di nave rientravano essi pure nella categoria dei parcenevoli, denomina- zione però che a Venezia applicavasi a tutti i pos- sessori di carati di nave, compresi anche i patroni, secondo emerge dal così detto Capitolare dei par- cenevoli del secolo XIII, citato in prefazione. Nel testo quiriniano, riprodotto dal Canciani e poi dal Pardessus, si legge sorcerii, per cui il Pardessus, non riflettendo che nella scrittura detta gotica la c e la / si prendono sovente Puna per l'altra, ricorre alla supposizione che trattisi d* una corruzione da socius, sociarius y per giungere poi parimenti ad at- tribuire al vocabolo il significato d' interessati, che col nostro testo viene invece addirittura dalla radice sors del vocabolo sorterii. Quest' ultima voce si trova eziandio nel manoscritto esistente a Cheltenham in Inghilterra, e il Capitolare della Corte dell Esami- Digitized by Google 354 Nuovo Archivio Veneto nador, al cap. 32, usa P espressione generica inter alias personas. Sosti — specie di funi del naviglio (voc. della Crusca). Stantes — sostegni. Strevus — staffa, usato a denotare una specie balestra, balista de strevo, appunto perchè dotata di tal congegno. Stupa — stoppia, che cacciavasi nelle commessure del le- gname con cui era fabbricata la nave per renderla impenetrabile alP acqua. Sturum pigmentarium — storace (styrax), resina odo- rifera delP India, distinta nella storace calamita e nella liquida (v. Heyd, op. c/7., Il, pag. 616). Symoniacum — gomma, veniva chiamata ammoniaca, secondo Plinio perchè raccolta in Africa nel deserto vicino al tempio di Ammone, ma il chiarissimo Prof. G. de Toni gentilmente irP informa, essere poco probabile che s'intitolasse così la gomma ammo- niaca e dovesse trattarsi piuttosto di specie esotiche di giusquiamo. Temonaria — luogo della nave dove giuoca la barra del timone e sono raccolti al governo dello stesso i timonieri. Ter\arolum — vela minore della nave come era P ar- timone (v.). Tornum — tornio, congegno che serviva a tendere una delle varie specie di balestra «balista de torno ». Tosoni crudi, pelli di montone non lavorate. Valania — Pardessus, op. cit., spiega per castagne, ramo di cui si faceva allora notevole commercio; ma le tariffe venete, come quella inedita esistente alla Bi- blioteca Marciana (Cod. 545 ci. VII ital.) col titolo: Tariffe delle dogane del 1493, usa alPuopo (c. 40 a) la voce Castegne; e la tariffa stampata dal Pasi (edi- zione del 1557 a pag. 199) dice: «vallania con la quale si confano tutti i corami)), ed aggiunge: si Digitized by Google Gli statuti marittimi veneziani 355 tragela vallania dill' isola di Corfù: e di uno ai- altro luogo: il quale si chiama la Rilla per mezo Corfù, e questa è buona. E si trage dil Dragameste e di Zigla nel Canale di Negroponte: e dilla Zimera: e di alcuni altri luoghi...». Nei vocabolari della lingua italiana trovasi : valonea, ghianda di cerro (spe- cie di quercia),' da Vallona, città dell'Albania (forse Yaltro luogo indicato dal Pasi) da cui veniva posta in commercio per i conciatori di cuoio; con due /, come incontrasi nel Redi, vi sarebbe l'etimologia dal greco balanos quercia. Ver\i — legno da tintura proveniente dall'India e che corrisponde air odierno campeggio o legno del Bra- sile. Pegolotti, (op. e voi. cit. } pag. 361) distingue il ver\ino colombino (cholomani) da Koilum (località dell'India nominata da Marco Polo) e il perfino ameri, da El Om, monte al sud dell' India di fronte al- l' isola di Ceylan. Secondo Marco Polo questo legno producevasi anche a Sumatra (v. Heyd, op. cit., II, p. 587-589). Zambalotus — ciambellotto o cambellotto, stoffa di pelo di cammello. Zitarolus — specie di giavellotto marinaresco da lanciare a mano. Zupa - giubba, anche maglia di ferro. (A. S.). Digitized by Nuovo Archivio Veneto INDICE I. Prefazione Tomo IV. Pag. 113 II. I testi » » • 1 52 Statuti : I. del doge Pietro Ziani, A * » » 156 ■ • • » B § • 1 160 • • • » C » • • 161 II. • • Jacopo Tiepolo, A • » • 267 • • B • • • 284 ■ •• • C » • » 285 • ti 1 D • • • 290 III. • » • Rainieri Zeno > V. » 161 IV. delle Tarrete • . . » » • 314 Appendice : A, Statuti delle navi secondo il Capitolare della Corte dell' Esaminador • • • 330 B, Decreto del Maggior Consiglio per la col- lezione delle leggi sulla navigazione . . • » 1 336 C, Indice degli statuti del doge Rainieri Zeno. » • » 338 D, Corrispondenza dei capitoli negli statuti qui pubblicati » » 344 Glossario di vocaboli tecnici usati nelle leggi qui pubblicate * • • 348 Correzioni >t. Zeno, cap. L, in fine: St. Tiep. Tarr. 30 — S » • » LXV lin. 2: uictalibus — uictualibus Digitized by Google IPPOLITO NIEVO A VERONA NOTIZIA (1) Una delle più geniali apparizioni dell' Italia battuta e guasta dal dominio straniero innanzi al suo risorgi- mento ; una delle meteore che brillarono e sparirono, lasciando nel cielo un solco non passeggero, fu Ippolito Nievo. Alieni dal rifare V esame del bel libro di Dino Mantovani sul poeta soldato (2) e dal cercarne i pregi numerosi e, crediamo, le rare lacune nelle quali suol cadere facilmente chi scrive di soggetti in parte cono- sciuti e apprezzati ; ci coglie vaghezza di compiere, con quel poco che ci venne fatto di spigolare dalla tradi- zione ancor viva e da alcune vecchie carte, le notizie dal Mantovani raccolte circa la dimora del Nievo a Ve- (1) Diamo qui luogo a questo articolo che il desiderato nostro collaboratore e* inviava quando era già spenta negli amici la lusinga di vederlo restituito alla sua rara operosità; e lo pubblichiamo con un pensiero di sentito rimpianto per la sua fine immatura. La Direzione. (2) Il Poeta Soldato — Ippolito Nievo (1831-186 /), Milano, fra- telli Treves, 1900. Digitized by Google 3s8 Nuovo Archivio Veneto rona e F istruzione eh' egli ebbe in quel Seminario, tutta classica ne* fondamenti, ma penetrata da qualche influsso della letteratura recente e da un buon avviamento filo- sofico. In quegli anni la filosofia del Rosmini aveva culto nel Seminario e favore presso la nuova generazione de- stinata alla libertà: le lettere, un dì onorate da Antonio Cesari e da Ippolito Pindemonte, erano con amore inse- gnate nel pubblico Ginnasio da Giovanni Sauro, amico del Tommaseo, e da Giuseppe Capparozzo : i canti di Vittorio Merighi, ripetuti nelle piazze e ne* teatri, desta- vano il sospetto nella polizia austriaca, cui giungevano inascoltati i primi timidi saggi di Cesare Betteloni e di Caterina Bon-Brenzoni, e le parole pietose di Arnalda di Rocca al suo Nello nel poemetto di Aleardo Aleardi: O Nello, d'amor non favellarmi; in questi giorni, che la patria perdiam, parmi delitto un accento d'amor, qual se proferto presso il guancial d'una madre che spiri (i). ★ Ippolito Nievo non era pur anco dodicenne, quando il padre suo, cancelliere alla Pretura di Soave, lo man- dò, verso la fine del 1842, a imprendere gli studi classici nel Seminario Vescovile di Verona, V antico Collegio de' Nobili. Quivi Y autore delle Confessioni d'un Ottua- genario rimase cinque anni, parte come convittore, parte (1) Arnalda di Rocca, canto I, nei Canti, Firenze, G. Barbèra, 1867, p. 463. V. anche G. Biadego, La dominazione austriaca e il sentimento pubblico a Verona dal 18 14 al 1847, Roma» Società edi- trice Dante Alighieri, 1899, pp. 154-75. Digitized by Google Ippolito Nievo a Verona 359 come alunno esterno, e compì le quattro classi di Gram- matica sotto la guida di don Luigi Zammonti, un uomo bravo e modesto, per quanto si afferma tuttora, e per quanto sentenziava di lui don Angelo Ganassini, prefetto agli studi nel Seminario, valente epigrafista, nel giudizio annuale su gV insegnanti di quelle scuole : i 840-1 841 Zammonti Alqysius nat. venet. prov. veron. domo veron. annos natus XXIII, sacerdos. Talentum : fere optimum ac docile ad scrup ulum. Diligenti a : pluribus efferenda laudibus. Donum didacticum : facile et perspicuum. Mores : integerrimi. Modus agendi cum discipulis : suavitate ac gravitate tem- peratus. Linguarum ac scienti arum cognitio : graecarum liter. scientiarumque tum ad philos. tum ad theolog. perii- nentium peritus. Adprobatus V Idus Xbres ann. MDCCCXLI (1). Con tale scorta Ippolito ottenne in fine alle due prime classi il secondo premio, dopo la terza classe il primo, superando un certo Pomarolli suo ardito com- petitore, e dopo la quarta classe un'altra volta il secon- do premio. Ad accrescere nel Nievo il sentimento del bello e r amore della gloria cooperò forse più dello Zammonti don Francesco Manini, giovine ardente, di calda ima- ginazione e poeta nell 1 anima. Questi, autore, fra l'altro, d' una canzone All' Inghilterra, d' un carme Alla me- (1) Dagli Archivi del Seminario Vescovile di Verona. Digitized by 360 Nuovo Archivio Veneto moria di Daniello O' Connel (r), di versi in gran copia, d' orazioni funebri e di discorsi, fa maestro ad Ippolito nel primo anno d'Umanità (1846-47); e v'ha ancora nel Seminario di Verona chi rammenta d' averlo udito più volte affermare del suo amato discepolo press' a poco così : « Ne' miei quarant' anni di magistero non ho mai conosciuto un alunno fornito di ingegno più fe- condo ed elevato. Peccato che il Nievo non abbia atteso a studi più gravi, e, verseggiando, non abbia curato a bastanza la dizione poetica! ». — Il Manini, che sotto alcuni rispetti ragionava esatto, continuò ad insegnare nel Seminario fino al 1881, e, morì quasi ottantenne il 29 marzo 1899 nel nativo Cassone sul Garda (2), com- pianto da più d' una generazione, cui le tradizioni ma- gnifiche del passato furono splendore di luce sempre ardente dall' alto. Accennammo a don Angelo Ganassini, che presie- deva agli studi ; ma con lui e coi due ora ricordati mette conto di noverare : Bartolomeo Gazzolato, vice- reggente o direttore del collegio, colto e pio, che morì pievano a San Martino Buon Albergo ; Gaetano Salva- terra, che spiegava religione ; Giacinto Montagna, discre- to compositore, che insegnava canto e musica ; Pietro Sidoli, maestro di disegno; il conte Giovanni Verità, poeta e « precettor d' amabil rito ». Tutti questi, che il Nievo conobbe e amò, non furono senza effetto su la sua istruzione ; la quale, come risulta dalle spese minute registrate negli archivi del Seminario, ebbe compimento nelle lezioni particolari di lingua francese. Dei condi- scepoli poi e dei compagni di collegio numerosissimi (1) All' Inghilterra, richiamo air « Unità Cattolica », Verona, Ci- velli, 1857; Alla memoria di Daniello O' Connel, carme polimetro, Verona, tip. Vicentini e Franchini, 1865. (2) Cfr. Verona Fedele, anno XXVIII, 29 marzo 1899. Digitized by Google Ippolito Nievo a Verona ricorderemo il nob. Francesco Campostrini, già depu- tato al Parlamento ; Gottardo Aldighieri, che ne' pubblici teatri colse plausi e allori ; il march. Alberto Malaspina, colonnello nelT Esercito ; e, rampolli di nobili famiglie 0 venete o delle regioni vicine: un Caminada e un Ca- valli di Brescia, un Lucchi di Bergamo, un Giustiniani e un Porto di Venezia, un Melzi e un Magenta di Mi- lano, uno Stanga di Bologna, un Giusti, un Guarienti, un Ravignani di Verona e via seguitando. Il Nievo, molto vivace, tutto che studiosissimo, cre- scendo negli anni, non sapeva piegarsi alla disciplina e alle rigide consuetudini del luogo, e soleva incidere su 1 davanzali delle finestre e intagliare negli stipiti il suo nome e i suoi ricordi. Nel chiostro del Seminario, in- nanzi all' inondazione dell' 82, si leggeva il nome di Ippolito, che alcuni ricordano d' aver adocchiato più volte su la parete d* una celletta, destinata a luogo di punizione, demolita nel '66. Due imposte lo serbano ancora, e in uno stanzino dell' infermeria sta scritto a grandi caratteri di mano del poeta : MEMORIA IPP. NIEVO FU AMM. DI 40 CON (5-7 ALTRI PER LA FERSA (l) 1843 ★ Tolto dal convitto, il Nievo continuò a frequentare le scuole del Seminario, quale alunno estèrno, e fu affi- dato alla custodia di don Francesco Pigozzi (2), profes- (1) Morbillo. (2) Non Picozzi, come scrive il Mantovani a p. 6. Digitized by Google 362 Nuovo Archivio Veneto sore di lettere latine neir I. R. Ginnasio a Sant' Ana- stasia; « buon prete, un po' corto, austriacante sincero, di quelli persuasissimi che il mondo sarebbe andato a soqquadro senza 1' amabile vigilanza de' Croati » (1). Il Pigozzi, anzi che per la scarsa dottrina e per 1' indole del suo insegnamento, proseguito fino al '60, è ricordato a Verona, forse un po' a torto, come un uomo caparbio, tutto chiuso nelle armi della retorica e inghebbiato di precetti fino agli occhi, e sopra tutto come un bizzarro ammucchiatore di parole rimate e di spropositi. In que- gli anni nessuno poteva acquistare nominanza, che non sapesse grattare la pancia alla cicala e farla cantare, aggirandosi intorno a tempi antipoetici, se non altro, perchè comandati nelle fiorenti accademie. Era per tanto naturale che, essendo poesia non dettata dal cuore, riu- scisse ad un sonoro e futile accozzamento di frasi, ad un falso bagliore di metafore sesquipedali (2). Nessuno in tal genere può vantare miglior fama del Pigozzi, de' cui primi saggi poetici è degna di men- zione una terza rima, composta nell' occasione in cui don Jacopo Scala fu eletto paroco a San Paolo di Cam- po Marzo : Spanano gli astri ornai dal cielo azzurro, e pallida mettea luce la luna de' zeffiretti al querulo sussurro : in quella appunto la molesta e bruna frotta de' sogni di terror vestita vagolando d' intorno a me s' aduna. Il poeta ode « sibilar serpenti e anfesibene », in tanto che gli appare una rupe minacciosa, e lo insegue (1) Mantovani, op. ci/., p. 6. (2) Cfr. G. Zanella, Versi, Firenze, G. Barbèra, 1868, p. Vili. Digitized by Google Ippolito Nievo a Verona 363 una fiera. Nella fuga precipita in una voragine « sco- scesa e profonda », ove lo salva un ignoto spirito cele- ste, che sgomenta i mostri, presagendo eh' essi saranno sterminati da don Jacopo Scala (1). Oltre che nelle visioni, di gran moda in quegli anni, il Pigozzi amava far pompa del suo sapere, per- correndo tutta la tastiera dei metri usati nella poesia melica. Chiudendosi Tanno scolastico 1850-51, ad un arido discorso su ì' amore materno fece seguire alcune odi intorno ai due figliuoli dei nostri progenitori : Eva consolata della nascita de' figliuoli — / due primi fi- gliuoli — Sacrificio di Abele — Adamo ed Eva trovano Abele ucciso — Conclusione (2). 11 chitarrino degli Arcadi e de' sospirosi seguaci del Chiabrera non s' era ancora scordato a mezzo il secolo decimo nono, come può di- mostrare il seguente ritratto di Abele : Gentil, delicato, di forme leggiadre Abele dal labbro pendea della madre. Ed Eva gli apprese guidare le agnelle: che Abele era mite e miti son quelle. (1) Poesie pel lieto avvenimento a parroco nella Chiesa Matrice di 5. Paolo di Campo Marfo del M. R. Sac. D. Jacopo Scala, Ve- rona, tip. Crescini, MDCCCXXXIII, p. 15 sgg. (2) Primo programma dell' 1. R. Ginnasio di Verona nella chiusa dell anno scolastico 1850-1851, Verona, tip. Vicentini e Franchini, 185 1, pp. 4.32. 11 curioso opuscolo è testimonianza del modo, onde erano distribuiti gli studii nel Ginnasio di Verona, e nel Personale dell' L R. Ginnasio (p. 50) ci informa che nel '51 il sacerdote Don Francesco Pigozzi contava quattordici anni di servizio, e insegnava lingua latina nelle classi V e VI, cioè nelle due classi d' Umanità. Digitized by 364 Nuovo Archivio Veneto Sul candido volto gli ride una calma, che tutta ridice la pace dell'alma. Gioisce in vederle all'ilare invito seguirlo belando al prato fiorito. Pascete, pascete, o dolce mia cura, qui dove più abbonda la lieta verzura. Ma pur troppo Era misera la terra, poiché guerra ruppe 1' uomo al suo Signor : ora è terra desolata, esecrata ; è la terra del dolor ; e ciò perchè Caino uccise ii fratello, lasciando nel mas- simo dolore i genitori : Irto il crine già scorgon Caino disperato, che affretta il cammino, nè alle grida risponde o rista. Indi Abel miran livido, esangue, e vicina, grondante di sangue, di Caino la marra si sta. Quella vista versò del dolore tutta ad essi la piena sul core Eva cadde ed Adamo impietrò. E così di questo tuono. Però il meglio della lirica di « don Pipi », come il Pigozzi era detto per burla, doveva sbocciare nel gennaio del '57, quando il Nievo aveva ormai spiccato il volo per lontani lidi, e gì' inse- Digitized by Google Ippolito Nievo a Verona 365 gnanti dell' I. R. Ginnasio, andando a ritroso nel tempo, dirizzavano all' imperatore Francesco Giuseppe, che visi- tava la città scaligera con la giovine sposa Elisabetta, un albo di poesie in varie lingue, tutte senza nome di autore. Il Pigozzi trasse fuori le sue, e le mandò in giro col suo ragguardevole nome e cognome (1). La varietà dei titoli non deve trarre inganno su la discrepanza degli argomenti : Invito — Saluto — Religione e Pa- tria — La Pace — Maria Immacolata ed il vessillo au- striaco. Ora la lode è tutta all' imperatore : Vivi Augusto lunga etade benedetto dal Signor; di quest' Itale contrade Sei la gloria, sei l'amor, ora all' imperatrice : La gran Madre del Signore senza labe fu concetta. O s'aderga il pio cantore sovra 1' ali della Fè : odi, Augusta Elisabetta, questo carme io sacro a te; ma spesso il poeta lascia le cose di quaggiù, per salire a più alti soggetti : Cara gioia del cielo, o benedetta inclita pace de' più prodi vanto, io ti saluto ! Cosa più diletta i felici non han del regno santo : (1) Dall' Album umiliato alla Maestà I. R. A. di Francesco Giuseppe a" Austria il giorno # gennaio 1857 ne ^ quale onorò e confortò di sua augusta presenta il Ginnasio Liceale di Verona, tip. Vicentini e Franchini, 1857, in-8, pp. 19. 24 Digitized by Google 366 Nuovo ArchivtogVeneto tu ricca cT ogni ben, tu mite e pia, tu sei virtude onde il mortai s'india. Teco sono ineffabili diletti, teco il gioir d* im perturbata calma, tuo quel seren, che i volti giovinetti irraggia, e svela il candore dell'alma, tu conforto, tu balsamo del core, teco lieve ogni stento, ogni dolore. ★ Bastano questi cenni per dimostrare chi fosse il Pi- gozzi in fatto d'arte poetica e di sentimento nazionale, e come la sua tutela non lasciò alcuna impronta nel giovine Ippolito ; il quale, alunno del Seminario, florido d' ingegni fecondi, aveva raccolto, seguendo il vezzo de' tempi, in certi quaderni i suoi Poetici componimenti italiani e latini con una breve dedicazione al nonno Carlo Marin pel capo d' anno. « Roba da scolaro — dice il Mantovani — imparaticci e imitazioni spesso scor- rette » (i); ed è vero; ma il cuore c* era, e questo pos- sedeva il fuoco sacro, che la superba esplosione popo- lare del '48 doveva accendere nel futuro soldato della indipendenza, non più collegiale a Verona, ma scolaro ardente e fremente del Liceo di Mantova. Per questo modo sopra gli ultimi rottami dell' Ar- cadia e le eleganze de* classicisti spuntava il fiore della redenzione. Giuseppe Bianchini. (1) Mantovani, op. ci/., p. 7. Digitized by Google UGO FOSCOLO A VENEZIA De' poeti e degli scrittori veramente grandi nulla dovrebbesi negare alla pub- blica luce: già al loro splendore niente scemano poche cose mediocri o anche cattive, e molto conferiscono alle noti- zie della lor vita e dell' ingegno e degli studi, alla critica, alla curiosità nostra umana, che pur si diletta a scrutare quel che di terreno fosse nel dio. G. Carducci, negli Studi intorno le poesie latine dell* Ariosto, II ediz., 1876, p. 4. Greco di nascita, veneto d' origine Ugo Foscolo amò di pari affetto, intenso e vivissimo, la sua Zacinto e Venezia. A Zacinto avea trascorso la sua prima fanciullezza soave ricordo di tutta la sua vita avventurosa, Zacinto a lui adoratore dell'antica greca bellezza, pieno la mente delle gesta e dello spirito dell'età eroiche, appariva sacra. Sacra città è Zacinto! Eran suoi templi, Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi Sacri al tripudio di Diana e al coro ; Nè ancor Nettuno al reo Làomedonte Muniva Ilio di torri inclite in guerra. Bella è Zacinto ! A lei versan tesori L'angliche navi; a lei dall'alto manda I più vitali rai l'eterno Sole; 3 68 Nuovo Archivio Veneto Candide nubi a lei Giove concede, E selve ampie d'ulivi, e liberali I colli di L'fèo: rosea salute Spirano V aure, dal felice arancio Tutte odorate, e dai fiorenti cedri (i). A Venezia, prima città italiana che lo accolse, avea passato la sua adolescenza, che il genio ribollente nel profondo fece febbrilmente agitata, piena di fantasmi e d' ardimenti. A Venezia per la prima volta avea vera- mente conosciuto l'amore « unico spirto a sua vita ra- minga », aveva provato l'ebbrezza del trionfo come fa- cile e invidiato poeta di salotto con le prime canzoni ed imparaticci poetici, come eloquente ed irruente tri- buno coi discorsi giacobini del 1797, come tragico di stampo classico col Tieste\ e a Venezia avea filato un amoruccio infelice che doveva poi servirgli di nocciolo al romanzo dell' Ortis e vi aveva conosciuto tra altri il Pindefaionte, il Cesarotti e V Albrizzi che dovevano aver poi tanta parte nella vita fortunosa di lui. In cento luoghi delle sue meravigliose lettere e de' suoi scritti tutti si afferma greco di nascita, veneto d'ori- gine e d'elezione; e Venezia, in più occasioni, chiama sua patria, come la città da cui la famiglia sua era oriun- da, cui egli aveva dedicato i suoi entusiasmi politici delT adolescenza, in cui i parenti e la « santa vecchie- rella innamorata » di sua madre vivevano. Zacinto greco educato a' soli d' Italia, lo chiamò giustamente il Guerrazzi, chè V Italia, quando il suo gran cuore e i suoi santi entusiasmi glielo imposero prepose alla materna sua terra : oblio apparente questo che gli attirò accuse acerbe d' ingratitudine e di mala- nimo, « accusa che a noi, come osservarono gli editori (1) Le Grafie, Inno primo. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 369 fiorentini delle opere di lui, anche quando mancavaci il modo di confutarla, parve sempre crudele proferita da labbra italiane. Poiché se il Foscolo, generato sì di veneto sangue, ma nato in isola greca, di greco latte nutrito e da greco affetto educato, trovandosi nel bivio tremendo di dovere scegliersi una patria, antepose V Ita- lia alla Grecia, ben potea questa innalzarne lamento ; ma noi dovea l' Italia, se non volea palesarsi matrigna verso colui, che non solo aveva voluto esserle figlio, ma avea pur saputo ornarle la fronte di novelle corone » (1). I. Dal Zante a Venezia Nato al Zante, (2) di famiglia nobile o non nobile poco importa (3), addì 26 gennaio 1778 stile vecchio, vale a dire, secondo lo stile gregoriano, addi 6 febbraio (1) Cfr. Epistolario, Voi. Ili, p. 152 in calce. (2) Sull' isola di Zante ai tempi della nascita del F. si legge una sapiente descrizione in una lettera del Provveditore Girolamo Donado (1767-69) ai Rettori di Zante e di Zara (Archivio di Stato di Venezia, Busta 132, Inquisitori di Stato). — Un'altra pur notevole sulla stessa isola e l'indole degli abitanti se ne legge nella Relazione di Angelo MemmOs ritornato provveditore generale de mar, del ijg4 pubbli- cata nel 1867 a Venezia dalla Tip. del Commercio per nozze Mem- mo — De Giovanni. — Per ciò che ne pensava poi il Foscolo v. Epistolario e Opere sue, passim, ma specialmente il sonetto A Za- cinto ; la lettera del 29 settembre 1808 al Bartholdy, in fine] e i citati versi delle Grazie. Su Zante ai giorni nostri scrisse A. Cervesato nei Paesi e Marine di Grecia* Roma, Loescher, 1900. (3) Questa della nobiltà è una vexata quaestio. Essa sta tutta nello stabilire se, com' è tradizione, accanto al ramo patrizio dei F. v'era nel secolo XVI anche la casa cittadinesca dello stesso nome, e se è da questa, oppur da quella, che i progenitori del poeta discesero. La questione, ripeto, ha un valore molto relativo e chi vi si appas- Digitized by 37o Muovo Archivio Veneto dell'anno medesimo, Niccolò Ugo (i) Foscolo vi tra- scorse la sua infanzia e vi rimase fino al 1784, anno in cui suo padre Andrea fu nominato medico fisico all'ospe- dale di Spalato, ove si recò verso il novembre con tutta la famiglia (2). E con tutta la famiglia Ugo vi rimase senza notevoli avvenimenti fino alla morte del padre avvenuta nell'ottobre 1788. Due mesi circa prima, quest' ultimo, in viaggio da Venezia a Spalato, temendo, ammalato com* era, di non siona mi fa rammentar sempre più versi del buon Parini, tuttavia in omaggio alla critica, nella mancanza assoluta di documenti sicuri, non mi resta che rimandare al cap. XII De' natali, de* parenti, della famiglia di U. F. di C. Antona-Traversi (p. 404-24; Milano, Du- molard ed., i88ó), ove specificatamente se ne tratta, ed esporre poi T opinione mia. Essa è che essendo in modo certo i Foscolo impa- parentati con famiglie nobili di Venezia, ed avendo poi, quando della nobiltà ebbero bisogno, trovato pronti parecchi (tra cui si ricordi il N. U. Paruta, cfr. voi. cit., p. 424) a testificarli discendenti del ramo patrizio, è molto probabile che lo siano veramente stati. (Cfr. questo lavoro, passim, ai cap.H I, II, IV). (1) Il suo primo nome era Nicolò (v. fede battesimale in Anton a- - Traversi, op. cit., p. 368) e così fu chiamato e si sottoscrisse fino al 1795; non è che nel 1796 che accanto al primo si trova anche quello ^ di Ugo, impostogli, secondo crede il Bianchini, alla cresima, come ven- (4). Pensato ai figli e risolto così il que- (1) Fu pubblicata per la prima volta da me in Alcune carte ine- dite della famiglia Foscolo, Venezia, Visentini, 1896. (Nuovo Archi- vio Veneto. T. XI, p. I). (2) Cfr. Lettere inedite di U. F. tratte dagli autografi con note e documenti per cura di G. S. Perosino. Torino, Vaccarino ed., 1875 p. 186. (3) C. Antona-Traversi, voi. ciV., p. 443. (4) In Lettere inedite, cit., p. 180. Digitized by Google 372 Nuovo Archivio Veneto sito più grave la vedova Foscolo si recò allora in Ve- nezia (e ritengo fosse nei primi mesi delT inverno 1789 se ben lo conferma, colla fretta eh* ella aveva di recar- visi, quella data di venticinque anni di dimora da parte della famiglia in Venezia, attestata dal Foscolo in una sua lettera del 6 agosto 1814 al ministro della Guerra) a risolvere le questioni lasciate pendenti dal marito e a prepararsi appoggi per V educazione dei figli. Che cosa abbia fatto, per quanto tempo sia rimasta sola, che figli per primi sia andata a prendere o si sia fatta con- durre non sappiamo, nè molto e' importa d' altra pane di conoscere. Ugo, al quale unicamente si devono rivolgere le nostre indagini, era nel frattempo al Zante ove studiava sotto il Martelào e faceva disperare la zia cui era affi- dato con vivacità e scappate d' ogni genere. Vi rimase secondo il De Winckels fino al 1788, ciò è appena un mese al più (1) ; secondo suo fratello Giulio e altri, fino a quattordici anni, vale a dire fino al 1792, per ritor- narvi poco dopo per alcuni mesi e ripartirne definiti- vamente nel 1793. E per chi ne dubitasse o volesse maggiori notizie, ecco in proposito alcune particolari testimonianze. Giuseppe Caleffi, nella Vita di Ugo Foscolo pre- messa all' edizione fiesolana delle opere di lui, pubbli- cata nel [835 e compilata di su appunti manoscritti for- nitigli dalla Donna Gentile, cui erano stati dati a sua volta da Giulio fratello del poeta, affermava, secondo ebbe a ripetere anche il Carrer (2), che Ugo era stato condotto (1) V. per ciò e per La fanciullesca di U. F. in generale l'ar- ticolo dallo stessotitolo pubblicato da G. Taormina nei n. 6 e 7 della Gaj fetta Letteraria del 1894 (Tonno, L. Roux e G. editori). (2) In Pi-ose e Poesie del Foscolo da lui ordinate e corredate della Vita dell'autore. Venezia, coi tipi del Gondoliere, 1842; pagg. IV e V. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 373 dal Zante a Venezia « dal gentiluomo Paruta, già prov- veditore nelT isola ... e che la madre ne lo aveva di già preceduto ». E ad Emilio Tipaldo che presso a poco in quel tempo s'era accinto a stendere una vita del Foscolo che poi più non pubblicò, Giulio ripeteva la stessa cosa ai 14 agosto del 1832 in questi precisi ter- mini : «La madre lasciò il Zante prima del figlio per stabilirsi a Venezia e nel 1792 Ugo condotto dal N. U. Paruta raggiunse sua madre a Venezia » (1). Ora, se Giulio insisteva così su questo fatto, vuol dire eh' esso era ben chiaro nella sua mente e che il gentiluomo Paruta non aveva abbandonato il Zante per Venezia se non nel 1792. E difatto frugando all'Archi- vio di Stato di Venezia tra le carte e lettere agli Inqui- sitori e quelle ai Rettori di Corfù, Spalato e Zapte. (B. 132) si trova come Polo Paruta di Lorenzo, nato nel 1746, sposatosi nel 1770 a Donna Elena Donà, ricordato da Carlo Gozzi nelle Memorie come uomo « scarno, alto, sottilissimo », fu provveditore al Zante dal giugno 1790 all'agosto 1792 nella cui seconda metà o poco dopo fu sostituito dalT Eccellentissimo Alvise Diedo. Fu col Paruta quindi, al quale nel 1817, vorrà poi dedicare una delle lettere del Ga\\\ettino del bel mon- do (2), che Ugo giovinetto lasciava il Zante per Vene- zia, ove però, primogenito coni' era e preoccupato in- nanzi tempo da cure virili, poco potè rimanere, costretto probabilmente a ritornare nelT isola da vicende o stret- tezze domestiche. Ma non vi fece un lungo soggiorno (1) Gfr. C. Antona-Traversi, Studi su U. F. , Milano, A. Briqola e C. editori» 1884; pagg. 269-70. (2) Cfr. U. F. , Prose letterarie. Voi. IV, p. 9, ove però anziché Carlo è da leggersi Paolo come porta il manoscritto. Per Bettina [recte Elisabetta Maria] Paruta figlia di Paolo, sposatasi n^l 1792 col N. U. Z. A. Moro-Malipiero, v. Lettere inedite, cit. p. 48. Digitized by 374 Nuovo Archivio Veneto chè troppo T attiravano a Venezia con 1' affetto de* suoi, 1' ardore del nuovo e la brama di gloria, e ne* primi mesi del 1793 vi si riconduceva, accompagnato questa volta, secondo una tradizione locale raccolta dal De Biasi, dal Canonico Marino della cattedrale del Zante e collega forse de' suoi maestri delle scuole cattoliche ov' era stato posto da ultimo, o suo maestro egli stesso, che narrò poi « a tutti di aver viaggiato con Ugo, che aveva a un circa 14 anni » (1). E che la cosa sia vera confermò il Foscolo stesso nella lettera inviata al Monti addì 11 dicembre 1808, ove dice d'aver navigato «due volte in quel tempo dalla Grecia in Italia (2), e nella dedica dell' ode Bonaparie Liberatore ai reggiani, pub- blicata ai 12 maggio 1797, in cui si dichiara: « nato in Grecia,educato fra* Dalmati e balbettante da soli quattro anni in Italia » ; e di certo per informazione di lui la stessa cosa ripete un compagno suo di giacobinismo, Odordo Samueli, in una postilla al noto sonetto Quand' io ti vidi rabbuffati i crini pubblicato a pag. jo8 dell' Anno % poetico quinto. Dei viaggi poi da Venezia al Zante e viceversa fatti da Ugo rimaneva ricordò anche nella memoria della di lui so- rella Rubina che, già vecchia, n' ebbe a parlare, sebbene in confuso, al De Winckels. Tirando le somme il Foscolo si recò quindi per la prima volta a Venezia nell'agosto 1792 e vi ritornò dopo breve assenza, ne' primi mesi del '93, allorquando la povera madre sua aveva riordinato alla meglio i suoi più poveri affari e tra appoggi di parenti e costanza (1) C. Antona-Traversi, De 1 natali, de' parenti, ecc. p. 443. (2) In Biblioteca italiana di Milano del 1830, nella Vita del F. del Carrer cit. e completa da ultimo nella Rivista d" Italia di Roma, fase. 2 del 1900, per cura di Domenico Bianchini. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 37$ d' amore era riuscita ad assicurare ai figli una vita men che triste. In una casa ben miseranda però del sestiere di Castello, nel quale per accenni e testimonianze esi- stenti abitava la maggior parte dei congiunti e amici veneziani dei Foscolo, e al quale rivolse quindi il suo vedovo passo la madre del futuro poeta, appena sbarcata dal brigantino di levante che ve l'aveva condotta. Coi pochi mezzi di cui disponeva non poteva di certo pa- gare una elevata pigione e dovette accasarsi forse. su- bito o poco dopo in Parrocchia di S. Francesco, Campo delle Gatte, in quella « casa o per dir meglio catapec- chia » che « nelle finestre, a detta del Pieri (i), non aveva vetri, ma bensì impannate », e alla quale poco dopo il suo figliuolo riserbato all' immortalità, <• ben lontano dal lasciarsi avvilire da quella intollerabile po- vertà », si faceva indirizzare le risposte ch'egli solleci- tava da due illustri del tempo: Aurelio Bertòla e Mel- chiorre Cesarotti, e vi riceveva sorridente coetanei am- miratori. E vi rimase fino a quando quello stesso fi- gliuolo, abbandonata tra le delusioni e i rimpianti la mercanteggiata regina dei mari, cominciò a guadagnare qualcosa e potè con sacrifici, per alcun tempo veramente grandi, mandarle ogni mese qualcosa e pensare air av- venire de' suoi minori fratelli. (i) Mario Pieri, Opere, Edìz. fiorentina dei Lemonnier, Voi. I, pag. 39 ; e un mio scritto su Le abitazioni dei Foscolo e la data del loro arrivo in Venezia, pubblicato nel Nuovo Archivio Veneto. (T. Ili, P. I, 1902). Digitized by Google 376 Nuovo Archivio Veneto II. Primi passi Una città come quella della Serenissima in cui agli splendori dell 1 arte e alle memorie della storia s' aggiun- gevano in quel momento le attrattive d'una spensierata decadenza non poteva non esercitare sull' animo d' un giovinetto entusiasta e pieno d' ingegno qual' era il Fo- scolo degli effetti straordinari (i). E tali difatto ci ap- pariscono la sua precoce versatilità e quell'operosa irre- quietudine che caratterizza la vita privata e pubblica di lui dal 1792 al 1797. S' è già detto in che casa abitasse e con quale gio- vanile baldanza egli sopportasse la miseria domestica che assai scarsamente dovevano alleviare gli aiuti dei parenti e gli appoggi degli amici. Tra i primi, pur intricato com'è l' albero genealo- gico dei Foscolo, si possono qui ricordare i Bulzo ; la famiglia Naranzi di cui parlerò a proposito di Costan- tino; Orsola, Isabella e Contarina Furlani, figlie le pri- me due d' un Felice, di Francesco e d'una Rosa la terza, ricordate più volte neir Epistolario domestico del poeta e del fratello suo Giulio come cugine; Antonio Bros- sard marito delT Orsola suddetta e parente di quel Donà nominato da Andrea Foscolo nella sua lettera - testa- mento più sopra citata ; un Alessandro Foscolo che in- torno al 1790 sposò un'Anna Donà congiunta dei pre- (1) Per Venezia a quei tempi cfr. i noti scritti di V. Malamani e il voi. di F. Galanti su Carlo Goldoni e Venefici nel secolo XVIII (Padova, Salmini, 1882). Altri ne cito nel cap. V, a suo luogo. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 377 cedenti e al certo anche di Elena Donà moglie del Prov- veditore Paruta e parecchi altri. Tra i secondi Angiolo Orio Provveditore alla Sa- nità, la Signora Rosa Marcocchia di Zara, Y jonio Don Giovanni Bisbardi sacerdote in San Pietro di Castello, un signor Bronza poi commilitone dei Foscolo, il me- dico Leonardo della Torre morto a Venezia nel 1816, il commediografo Comarolo, G. Pinoli, Albetta Vendra- min e pochi altri (1). Quest' era la cerchia delle conoscenze familiari dei Foscolo ed era più che sufficiente per loro poveri or- fani che avevano da pensare ben altro che alle conver- sazioni : ma nelle sventure è gran conforto l'amicizia e un cuore nato fatto per amare, quale quello di Ugo, ne andò cercando di nuove, spinto dalla febbre di vita a dall' ardore del nuovo. Il mondo domestico, i parenti e gli amici de' suoi non gli bastavano, e, posto nella pri- ma metà del '93 alle scuole laiche di San Cipriano in Murano, di cui era provveditore Gaspare Gozzi, « si die- de, secondo il Carrer, con fermo intendimento agli studi, e, condiscepolo a quanti in que' giorni erano appassio- nati alle lettere ; e con essi ascoltatore del Bregolini e d'altri uomini riputati », apri il suo spirito a più lar- ghi orizzonti e andò perseguendo nuovi fantasmi di gloria. Spinto da essi e da necessità di pane fece subito nello studiò notevoli progressi, accompagnando a quello della scuola quello suo privato, come ricorda egli stesso in parecchi luoghi delle sue opere e specialmente in un frammento critico intorno a Lucrezio, ove dice d' esser (i)Cfr. Epistolario generale e domestico, passim. Da esso risulta, con riscontri irrefragabili, quanto sopra fu esposto e mi basti averlo accennato senza soffermarmi, come potrei, a partitamente dimostrarlo. Digitized by 37 8 Nuovo Archivio Veneto venuto di Grecia «appena tinto della lingua latina, e igna- ro al tutto della toscana » (i). Affermazione questa che non è che la ripetizione del concetto già espresso a sua scusa nella dedica dell' ode Bonaparte Liberatore ai reg- giani, ove, come si vide, si disse : « balbettante da soli quattro anni in Italia» ; ma. nè in questo, nè in quel luogo è troppa esattezza, poiché già per testimonianza di Anto- nio Martelào suo maestro al Zante si sa che fin d'al- lora era ben avanti nell' italiano e indietro invece nel greco. Cosa questa che, colla rapida italianizzazione di lui, ci spiega la conoscenza poco profonda eh' egli, pur greco nell' anima, ebbe poi sempre della lingua materna. A quelle scuole e in quel tempo, mentre i- fratelli suoi Angelo e Giovanni venivano pure avviati agli stu- di, fu discepolo di Ubaldo Bregolini, novalese, dotto ingegno; di G. B. Galliccioli, poliglotta ed esegeta eru- ditissimo, eh 1 egli bistrattò poi alquanto nel discorso Della costituzione della Repubblica di Venezia (2) ; An- gelo Dalmistro, purista della scuola del Gozzi, ammi- ratore appassionato di Dante ; ebbe a compagni Anto- nio De Martiis, che insegnante in seguito del figlio di sua sorella Rubina egli doveva ricordare come uomo, non solo d'ingegno «cosa comune», ma anche, «cosa assai rara», d' illibatissima e cordiale onestà» (3); Sal- vatore Del Negro divenuto più tardi professore di fisica, e un Giuseppe Scolari che doveva poi come altri ricor- darsene e indirizzargli lodi e saluti (4). (1) U. Foscolo, Appendice alle Opere pubbl. dal Chiarini, Voi. XII, p. 113. (2) Prose letterarie, IV, 339-40. (3) In Lettere inedite cit. , p. 1 56. (4) Condiscepoli suoi furono inoltre il dalmata Giovanni Kreglia- novich-Albinoni, il corcirese Achille Delviniotti, il greco Giorgio Dus- mani che deriso un giorno dal Foscolo si vendicò grandinandolo di Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 379 Ma ad uno spirito quale quello del Foscolo, la fa- miglia, la scuola e i compagni non bastavano e altre occupazioni e conoscenze andava altrove a cercare. Fu così che recandosi a studiare alla Marciana fu cono- sciuto e stimato dal « rustego » Iacopo Morelli, prefetto di essa, e da lui e dall' amorevole Dalmistro fu presen- tato forse alle due dive del tempo, alle due incontra- state regine dei salotti veneziani: Giustina Renier-Mi- chiel e Isabella Teotochi- Albrizzi. Cortesia maggiore non gli si poteva usare, una nuova palestra intellettuale e morale gli si apriva e, baldo com' era, potè presto farsi conoscere e stringere relazioni coi frequentatori più oscuri e più illustri di quella società. E una filza di nomi ci si fa avanti : Tommaso e Giuseppe Olivi, An- gelo Chiozzotto, il Memmo, Luigi Scevola, Giuseppe Gréatti, Paolo Costa, Melchiorre Cesarotti e i suoi fi- gliuoli, Ippolito Pindemonte e ie sue Terese, Marina e Vettore Benzon, Aurelio Benola, Pier Antonio Bon- dioli, Leopoldo Cicognara, Giovanni Kreglianovich-Al- binoni, i due fratelli Gallini, Andrea Mustoxidi, V abate Meneghelli, Francesco Negri e altri molti già ricordati dal Malamani nelle sue monografie intorno le due dame e tutti stretti al Foscolo da qualche vincolo di simpatia, d' amicizia, di studi (i). pugni (cfr. M. Gaffi, in Strenna Italiana cit. p. 31 e sgg.) Pietro Bettio poi abate e successore del bibliotecario Morelli alla Marciana, e parecchi altri. (1) Cfr. E. Castelnuovo, Una dama veneziana del secolo X Vili, voi. LXIII, A. 1882 della Nuova Antologia; Vittorio Malamani, Isabella Teotochi- Altri | ji, i suoi amici, il suo tempo, Torino, Lo- cateli^ 1882 (per cui v. Giornale storico ecc., I, 497-99); e Giustina Renier-Michiel, i suoi amici, il suo tempo, in Archivio Veneto, T. 38, 1889; più suoi lavori sul Cicognara (ediz. delle memorie); La satira del costume, I Francesi a Venezia, ecc. ; il voi. di G. B. Grovato su Vettore Benfon e le opere del Moschini e del Nani-M q . Digitized by Google 380 Nuovo Archivio Veneto Il corcirese Nicolò Delviniotti lo presentò all'amico suo Mario Pieri che doveva poi nelle sue Memorie trac- ciare del Foscolo adolescente questo curioso profilo : « Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte e irregolari fattezze, co- lor pallido, fisionomìa più di scimmia che d* uomo : curvo alquanto, comecché bene aitante della persona : andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuo- co : mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà in- fino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle ma- schere più graziose e da tutta la gente » (i). E che ciò non fosse un' esagerazione ce ne assicura anche V Abate Giuseppe Greatti che chiude una lettera del febbraio '96 a lui diretta, con questo ammonimento: « Il mio grande amico Bondioli che vi stima infinita- mente mi ha oggi scritto; mi dice che siete divenuto uomo di moda. Guardatevi dalla vostra celebrità. In Venezia si passa dal teatro alla predica e dalla predica a Foscolo. Interrogate voi stesso, gli amici sul vostro conto, e non il favor dei circoli oziosi » (2). Ed era sag- gio consiglio chè quella popolarità il Foscolo se V era procurata col suo fare scapigliato e stravagante, coi suoi cenigo rispettivamente su la letteratura veneziana del sette e dell' otto- cento. In quest' ultimo lavoro si ripete erroneamente (p. 279-80) che il Foscolo fece i suoi studi all' Università di Padova. Egli del Cesarotti fu allora ammiratore e seguace, non mai allievo. V. anche De Winckels, Vita cit. , I, p. 31-32 e Appendice alle Opere, p. 87. (1) M. Pieri, Voi. e luogo cit. (2) In una mia memoria su Giuseppe Greatti, pubbl. neir Ateneo Veneto del 1900; Venezia, Visentini editore. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 381 molteplici e facili versi, colla sua loquela irruente atta a conquistare V animo dei più, ma sopratutto per la leggerezza dei tempi e il dilettantismo che regnava so- vrano su gli spiriti e le coscienze. III. Lavori minori Colla feconda baldanza del goliarda d* ingegno Ugo Foscolo volgeva nello stesso tempo il pensiero a nuovi lavori e — operosità mirabile — la scuola, i ritrovi, le discussioni non gli impedivano di fare delle larghissime letture, di empire parecchi scartafacci di versi d' ogni metro e soggetto, e di abbozzare lavori di mole, di stu- diarvi su e di scriverne contemporaneamente agli amici lontani . . . magari da per sè stesso criticandoli, come fece col Fornasini. Di tale sovrabbondante e primaverile produzione ben poco però sfuggì ai cestino del poeta cresciuto in età, ma quel poco è più che sufficiente a giudicare de' criteri onde il poeta stesso esordì e a farci conoscere le « alluvioni e fecondazioni che si successero in quel singolare spirito giovinetto » (1). Notizie e documenti degli studi da lui fatti in quel primo periodo della sua carriera letteraria sono nei frammenti dello scritto «Della poesia, de' tempi, della religione di Lucrezio » più innanzi citati, nel fascicolo donato nel 1794 al Naranzi, nelle lettere al Fornasini, nel Piano di studi che da sè stesso si traccio tra il '95 e il '96, in due giornali del tempo, in alcuni opuscoletti d'occasione e nel suo romanzo dell'Ortis. (1) G. Carducci, Conversazioni critiche, Roma, Som ma ruga ed. , p. 290. 25 Digitized by 382 Nuovo Archivio Veneto Nel frammento egli dice: «. . che i primi anni della sua gioventù, sebbene circondati da molte miserie, furono nondimeno illuminati dalla Musa e fu il mio ingegno come innaffiato dalla poesia, alla, quale tutta T anima mia si abbandonava. E dal suo amore incitato tutti lessi in quel tempo e gì' italiani, e molti de' latini poeti ; più assiduamente il padre nostro Alighieri, e Omero, padre di tutta la poesia. Cosi mi ravvolsi, senza avvedermi, nelle passioni degli uomini e nello studio dei tempi e delle nazioni, onde di mano in mano, dopo avere scritti molti ardenti e ineruditi poemi d' ogni specie, m' inoltrai nella storia e nelle dottrine morali e politiche » (1). Righe queste in cui è riassunta tutta T opera intellettuale del Foscolo in quegli anni e che non solo accennano alle sue vaste e disordinate letture, allo studio paziente d' Omero e di Dante e ai suoi sca- rabocchi poetici, ma ancora agli studi storici da lui iniziati su Tacito e Plutarco (2), a quelli morali cui fu condotto dalla lettura appassionata della Bibbia, ai po- litici infine cui l'attrassero ancor giovinetto e le vicende del tempo e la bramosia d' innovazioni. Effetti di tale svariata ed incomposta applicazione, attestataci molto più particolarmente dal citato Piano di studi, furono prima i suoi studi di storia e di riflesso quelli filosofici e politici ai quali venne accennando lui stesso nel Piano e di cui, se il gran rifiuto dell' 800 non avesse senza misericordia fatto scomparire e grano e loglio, avremmo oggi più saggi importanti e curiosi. Dal detto Piano e poi dall' Ortis (3) sappiamo che in quegli anni andava facendo la versione del secondo li- bro delle Storie di Tacito e quella dei primi tre degli (1) Appendice alle Opere, cit. , pagg. 113-14. (2) Per Plutarco v. ibid., p. 136. (3) Ediz. Le Monnier, p. 139-40. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 383 Annali, la qual ultima voleva poi imprimere assieme al volgarizzamento del Davanzati; e postillava pagina per pagina un suo Plutarco, aggiungendovi alcuni discorsi tra cui « uno assai lungo su la morte di Nicia». Influenza grande ebbero queste sue fatiche giovanili e sul modo suo d'esordire e su tutta l'opera sua posteriore: a te- stimoniarlo, bastino, per quello, con l'Ortis, le sue vi- cende dal '92 al '97 ; per questa, gli scritti politici, pei quali tutti giova ricordare com'egli nel 1 816 ebbe a scrivere che la sua professione letteraria e politica, V una dall' altra da lui mai disgiunte, comincia dall' anno 1796 (1) e fu perciò una logica e necessaria conseguen- za di quelle prime veglie veneziane sugli storici d' ogni tempo e nazione (2). Unitamente a questi studi altri ne faceva nel campo della filosofia abbozzando saggi più o meno illuministi e spesso gettando su fogli sparsi il frutto delle meditazioni alla cui tristezza unico balsamo riesciva il poetare, accademico sì e d' imitazione, ma qua e là vibrante di qualche ritmo nuovo. I primi versi di lui furono quelli che inviò al pa- rente ed amico suo Costantino Naranzi (3) sul finire del (1) Opere, V, p. 269. (2) Cfr. Francesco Trevisan, Ugo Foscolo e la sua professione politica, Mantova. Tip. Balbiani, 1872; ed Eugenia Kienerk, Gli scritti politici di Ugo Foscolo, Firenze, Landi ed., 1893. (3) Questo Naranzi era parente del Foscolo perchè pronepote di Giorgio Naranzi cugino primo dei fratelli Foscolo, figlio di Rubina Bulzo e del Costantino senior cui si accenna più volte nelT Epistola- rio di Ugo. A questi Naranzi sono da aggiungersi poi un N. Spi- ridione è un N. Demetrio che furono compagni di Ugo nelle agi- tazioni politiche del 1797, e al secondo dei quali egli doveva poi man- dare una copia del discorso Dell' origine e dell' ufficio della lettera- tura, oggi conservata, secondo m' informa V Es. Prof. Di Mento, nella biblioteca del Zante. colla dedica seguente : Al sig. Cavaliere- Demetrio Naranzi-Console Generale — ^tUa; x?ì itxtoiSo, fivT.fio^uvov. Questo Digitized by Google 3 8 4 Nuovo Archivio Veneto 1796 o già di lì. Sono ventisei poesiuccie e quindici ver- sioni di vario metro: rosolia letteraria d'uno scolare d'ingegno, che si distingue tuttavia per un certo ca- rattere d' indipendenza e per la simpatia ad alcuni sog- getti che ricorrono poi ancora nella sua produzione po- steriore, come le versioni da Saffo, quella da Anacre- onte, il tema del ritratto, (1), la partenza e la lontananza dell' innamorata e qualche altro. Fra quest' ultimi da notarsi una canzonetta da lui ricordata alla Donna Gentile nel 1816 e in cui diceva: «essere l'amore d' una donna la quale sappia amare, simile alla rosa che dopo invecchiata, serba dolcissima e perpetua ed assai più modesta la sua prima fragranza » (2). Allo stesso '94, secondo ebbe ragionevolmente a supporre G. Mestica, appartengono anche i versi In morte del Padre, pubblicati la prima volta da C. An- tona-Traversi in occasione di nozze e ristampati da G. Chiarini nella sua Appendice alle Opere. Sono una canzone e cinque sonetti che il Foscolo, dedicandoli alla madre, regalò nel 1795 a un Sig. Galvani di Cefa- lonia da una cui discendente, dopo molti e vani tenta- tivi, si potè finalmente riscattarli nel 1889. Nel rispetto dell' arte non sono naturalmente gran cosa, ma con Demetrio N., fin dal 1794 alunno dell' Accademia Padovana, era anche intimo poi del Cesarotti e del Greatti. I versi inviati al N. Costantino furono pubblicati per la prima volta a Lugano, coi tipi del Ruggia, nel 1831, poi ristampati più vol- te: integralmente e con note, da Guido Biagi ne Le poesie di U. F. da lui curate nel 1883 pel Sansoni. Cfr. per tale ediz. V importante rassegna pubblicatane da F. Novati a p. 485-6, del voi. I del Giornale Storico, (1) Tema che nella letteratura nostra è un vero leit-motiv più che degno di studio. (2) Cfr. Epistolario Foscolo- Mocenni ed. da E. Del Cerro, Firenze, Salani, 1888, p. 146-7. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 385 vantaggio della critica vi si ritrova esagerato dalla vi- vezza delle impressioni e dall' affetto figliale quel sen- timento ingenito di cupa tristezza che dovrà poi, fre- nato ad arte, ispirargli molte pagine dell' Ortis e non pochi mirabili versi. Contemporaneamente si stringeva in amicizia col Fornasini e principiava con lui quel carteggio di cui ciò che restava fu pubblicato nel 1844 per nozze For- nasini — Saleri dal D. r Giacomo Uberti e ristampato poi dagli editori fiorentini nel terzo volume dell' Epi- stolario. Questo Gaetano Fornasini era nato a Brescia ai 6 di Giugno del 1770, ed avviato contro la sua in- clinazione alla flebotomia era andato alternando le oc- cupazioni scientifiche agli studi letterari. Ingegno aperto e versatile s' era fatto ancor giovane un buon nome e cominciava proprio allora a scrivere quelle novelle che dovevano poi farlo ricordare con onore tra / novellieri italiani in prosa di G. B. Passano (1). Non si sa come il Foscolo ne abbia fatto la conoscenza, ma col mezzo di qualche amico di Venezia o di Padova probabilmente; cominciò in ogni modo a scrivergli nella seconda metà del '94 e fu in relazione con lui per tempo ben più lungo del breve periodo tra cui va il loro carteggio ri- masto, se ben lo confermano la lettera a V. Lancetti del luglio 1807, e il bigliettino a C. Ugoni dell'otto- bre 1812 ove Ugo lo ricorda con parole affettuose e piene di stima. A questo amico adunque, che doveva poi diven- tare vicebibliotecario della Queriniana, vicesegretario dell' Ateneo bresciano, autore di scritti utili e lodati, il nostro operoso adolescente mandava a rivedere, tra la (1) Si vedano in appendice le note apposte al carteggio del Fo- scolo col Fornasini. Digitized by Google 3 86 Nuovo Archivio Venete fine del '94 e quella del '95, odi, elegie e versioni, espo- neva pensieri e sentimenti, chiedeva amorosi consigli e «giudiziose critiche». E avendo trovato in lui ciò che cercava, in una lettera dei 10 decembre 1794 gli manda, « come per giunta sopra la derrata » di un' ele- gia — due canzonette, di cui una sua e l'altra « traduzio- ne d' una di Thesdeher, poeta anacreontico turco. Io la ho trovata nel Muratori in italiano, egli segue, ma mi è poco giovata, mentre io ne posseggo parecchie dello stesso genere tradotte in greco-volgare. In questa per altro v* ho trovato delle variazioni, come là dove dice — radice del mio cuore — che nel Muratori, e lo stesso nel mio testo greco, dice TcopTjyopfa xapStas consolazione del cuore ; — ma io ho seguito la lezione italiana, per- chè senza rima, e tradotto alla salviniana »> (1). Ora, riuscita vana ogni ricerca intorno al Thesdeher che, se- condo anche ebbi dalla gentilezza del Prof. Emilio Teza, non può essere che un errore di stampa o uno sbaglio del Foscolo, il vocabolo tutto al più significando tagebuch, raccolta o memoria (2), vediamo almeno la canzoncina che all' opposto del poeta è conosciuta e per la versione fattane dal Tomitano e riferita dal Muratori e perchè essa contiene, come in una nota folk-loristica ebbe già ad osservare Vittorio Clan (3), un motivo tradizionale di letteratura popolare. In mancanza della versione del Foscolo ora per- duta e eh* egli deve aver fatto indubbiamente da qual- (1) U. F., Epistolario, v. Ili, p. 277.78. (2) Cfr. Zenker, Diction. Ture - arabe - persati, Leipzig, 1866- -1876, voi. I, p. 273. (3) V. Gian, Un' antica canzonetta greca ed una siciliana, ne La biblioteca delle scuole italiane, del 1 ottobre 1898. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia che raccolta di canti del levante, si legga questa del Tomitano : Basilico ho piantato E rose son nasciute, Dentro delli cui rami Cantan le rondinelle/ Deh, rondinelle mie, Pregovi non cantate, Poiché '1 dolce mio amante Radice del cor mio, Si fa da me lontano, Fuggendo il dolce porto Per ritrovar fra V onde Tempestosi travagli. Deh, rondinelle mie, Pregovi non cantate, Ma più tosto piagnete, Se pietose voi siete (i). Di tali motivi popolari il Foscolo ne conosceva e aveva a mente parecchi, se ben ce lo confermano col luogo citato i madrigali in greco-volgare da lui, secondo il De Biasi, composti tra i 13 e i 14 anni per le fan- ciulle del Zante, e quelle arie « fra il barbaro e il pas- sionato » ch'egli cantava a Pavia nel 1809 a ristoro della « penosa anima sua ». Lo vediamo poi, per invito del Fornasini e per la prima messa di Don Luigi Scevola amico comune, scri- vere dei versi sciolti, un sonetto e un' ode U olocausto o II sacrificio, la qual' ultima V amico gli faceva stam- pare in Brescia nel maggio 1795 in un foglietto ora (1) A. Muratori, Della perfetta poesia italiana, p. I, Gap. XIII, p. 209 - dell' ediz. Curti del 1790. Egli la tolse dai Ragionament della lingua toscana del Tomitano, Venezia, G. de' Farri, 1546. Digitized by Google 388 Nuovo Archivio Veneto irreperibile (i) ; dettare su le traccie di quelli del Ron- calli, concittadino della sua conoscenza, parecchi epi- grammi, lontani compagni di quelli da lui scagliati più tardi contro il Paradisi e il Lamberti; inviargli final- mente nell' agosto del '95 V ode In morte del duca di G. C, ed esporgli il disegno d'un libretto di versi alla cui stampa egli stava allora pensando. Quel libretto, secondo il Foscolo, avrebbe dovuto constare d' una dozzina di odi, tra cui quelle conservate: A Dante, La verità, La campagna, e quella In morte del duca. Esse appartengono a que' versi che si potreb- bero chiamare del secondo gruppo e furono già studiate dal Chiarini, dal Carducci e specialmente da G. Mestica, basterà quindi al mio assunto osservare come 1* ode A Dante sia primo tributo d* omaggio al poeta di cui an- dava allora « con rauca voce e fiammeggianti sguardi » (2) recitando i canti e ne' cui studi iniziato dal Dalmistro, ben partecipe, lo si ricordi, de* sentimenti danteschi del Gozzi, doveva recar poi più dotte fatiche col « Discorso sul testo della Divina Commedia ». Va notato in essa ode T accenno profetico che il poeta fa alla propria fama coi versi. ma sorgere Giganteggiando i nostri Carmi vedransi, e liberi (1) G. Mestica nella sua dotta e accurata edizione de Le poesie di U. F., stampata nel 1889 in Firenze dal Barbèra, e per cui cfr. Giornale Storico, voi. IV, p. 453 e segg., illustra i passi delle lettere foscoliane che si riferiscono a tali componimenti, ma non parla però che di quello in isciolti, mentre il poscritto della lettera del 16 mag- gio 95 e' informa anche degli altri. (2) Verso di Odoardo Samueli nel noto sonetto « A Nicolò Ugo Foscolo conosciuto dall'autore mentr' ei recitava un canto di Dante pubblicato a p. 108 dell' Anno poetico del 1797. Digitized by Google Ugo Foscolo a Venezia 380 Calpestare que* mostri Che tumidi d' orgoglio Siedono ingiusti in soglio. che ci richiamano a « V alta cetra mia » dell' ottava strofe dell' ode La verità, e che per la loro giovanile baldanza contrastano tristemente collo scetticismo deso- lato delle Ultime lettere e dei sonetti del 1802. Neil' ode La campagna scritta nel maggio '95 men- tre era in villeggiatura a Motta di Livenza (1), mostrò come sentisse fieramente di se pur tra: « i piaceri del rurale soggiorno e della semplice pace » ; e quale fosse il profitto eh* avea tratto dalla lettura dei gesneriani del suo tempo. In quella per La morte di . . . (che tale fu il titolo appostole dall'autore nel fascicolo d'ottobre 1796 del Mercurio d y Italia ove fu per la prima volta stampata) Ugo Foscolo s* ispirò ad un ordine d* idee che gli era allora assai caro, biblicamente apostrofando V empio ne- mico di Dio, il folle sognatore di gloria, V orgoglioso gigante inabissato dai fulmini, Massimiliano Robespierre infine : che lui e non altri, secondo ben s* addiede il (1) Ospite probabilmente della famiglia del N. U. Alessandro Fo- scolo che aveva sposato un' Anna Dona, quasi certo cognata di quella Chiara Brossard nominata da Andrea Foscolo nella sua lettera - testa- mento più volte innanzi citata. Cotesti Foscolo, eh' io non oserei dire parenti diretti dei nostri per non risollevare V oziosa e vexata quaestio della nobiltà, abitavano a Venezia nel sestiere di Castello e si reca- vano ogni anno a villeggiare in una loro palazzina posta, secondo m' avverte gentilmente il Chiaro sig. Lepido' Rocco, sulla sinistra del Livenza, a mezzo chilometro da Motta, pfoprio vicinissimo all' ora distrutto Bosco della Muggia, al quale certamente allude il poeta nella sua accompagnatoria dell' ode, dicendo al • Bertola d' averla scritta due giorni innanzi t fra i boschi. » Digitized by Google 390 Nuovo Archivio Veneto Martinetti (i), quel Crudele deve e può essere. L'ode fu scritta neir estate del '95 e il Foscolo ai 19 agosto dello stesso anno, appena uscito d' una grave malattia, la mandava al Fornasini onde la rivedesse insieme allo Scevola, « giacche questa ode, gli diceva, unita ad un'al- tra dozzina, dovrà da qui a qualche mese stamparsi ». Non fu stampata invece, come si disse, che sola e nel 1796 e quasi rifatta; la copia inviata al Fornasini ri- mase inedita fino al 1844 ne l 14 Fanno in summa piatti N. 1438 Dopo la cena un pezzo si balla, e data la colazione si fornisse il giuoco. Il giuorno seguente per il conte Alberto Scotto fu uno triumpho cum una solennissima cena fatta alli mede- simi signori et cittadini, ma tutti non gli andarono, astra- chi già et fastiditi, cum superbissimo aparato nela casa de figliuoli di Giangiacobo Zenaro sula Solata, cum tanto ordine et gentilezza, quanto ingenio humano si possa i m agi n arsi » (1). Del secolo XVII parecchi ricchissimi banchetti ri- corda il Canobio : fra i più splendidi fu quello datosi, (1) Descrizioni di suntuosi banchetti dei secoli XV e XVI furono in questi anni pubblicate con dotte annotazioni e con larga copia di notizie. Intorno al lusso delle mense in quel tempo vedi L. Stecchetti, La tavola e la cucina nei secoli XIV e X V (Firenze 1884); L. A. Gandini, Tavola, cucina e cantina delle corti di Ferrara nel Quattrocento (Modena 1889); alcuni articoli di M. Setbt nella Fra nkf. Zeitung del 1887 (gennaio); e le opere ben note del Burckhardt, del Baudril- ijvrt, voi. Ili; del Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata e La Dogaressa di Venezia ; e altre non poche. Cfr. poi Pastor, Storia dei Papi, voi. II, pag. 418 e sgg. e voi III, p. 70-71 e le note del Gian al Cortegiano. Importantissimi a questo proposito sono anche gli statuti e le leggi suntuarie. Digitized by Google 402 Nuovo Archivio Veneto nel 1628 per la venuta in Crema del Granduca di To- scana con suo fratello, i quali, dopo un solenne ricevi- mento, furono « a superbissimo convito accolti, all' ap- parecchio del quale erano stati per ordine pubblico pro- fusi tesori sì negli addobbi, che furono veramente regali, come nella varietà e squisitezza delle imbandigioni ». Gli ospiti sedettero sotto baldacchini «per fregi d' oro ricchissimi», alloggiarono in camere arredate con ele- ganza rara, e nei due pranzi cui presero parte videro variato «tutto l'ordine delle mense e dei cibi », e ciò per l' ingegno singolare di G. Battista dettò Gavassa, il quale « rese per la brevità del tempo e tanta mutazione, congiungendo a grassi apparati le imbandigioni di ma- gro, diletto insieme e ammirazione » (1). Sono in grado di poter pubblicare due relazioni di questo solenne ricevimento, tratte dall' Archivio di Stato di Venezia : una è del Provveditore Francesco Basa- donna, 1' altra del Podestà e Capitano Gerolamo Venier. Le trascrivo integralmente. Serenissimo Prencipe. Doppo tanta varietà d' avisi del viaggio del S. or Gran Duca per questa Città, ne fece 1' Altezza sua hieri alle hore vintiquatro finalmente V ingresso. Fu incontrato tre miglia lontano dalli confini di questo Territorio dal Marchese Pallavicino, dal Conte Ernesto Sant' Angelo, Co. Ruberto Benzone, et Co. Lo- dovico Sermone. Questi Cavallieri eletti conforme agli ordini della Serenità V. per complire con 1' Alt. Sua, comparvero (1) Op. c/7, pagg. 119-120. Il Cenobio accenna anche a due altri convili dati l'uno nel 1652 al Duca di Mantova, e l'altro due anni appresso nella occasione delle nozze del conte Carlo Vi mercati con la contessa Barbara Isabella Bolognini di Milano (pagg. 294-96 e 320) Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema con habiti pomposi, accompagnati da diversi gentil' huo- meni della Città in otto carozze con sedeci staffieri ve- stiti, a livrea. Mostrò il S. r Gran Duca con parole d* honore di aggradire il complimento, et arrivato alli confini di que- sto Territorio, dove io V attendevo con Una compagnia di corazze, et una de Capelletti con vinti carozze, cinque delle quali erano a sei cavalli, et il resto a quatro, fece T Altezza Sua fermare la carozza, alla quale affacciatomi con numero grande de gentil' huomeni di questa Città ornatissimamente vestiti, esposi in sostanza con quella pienezza di parole somministratemi dalla mia debolezza, il desiderio grande dell' EE. VV. che 1' Alt. Sua restasse con ogni maggior dimostratione d' honore servita; ma che se non seguivano gli incontri, gli alloggi, et quelle altre apparenze che convenivano alla grandezza sua, si compiacesse benignamente condonare il mancamento alle ristrette conditioni della Città. Mi rispose, stando nella carozza scoperto, et in piedi, che conosceva 1' affetto, et amore della Ser. ma Repubbl. verso la persona sua, et che gli honori, che continuava a ricevere, et le sue obligationi erano veramente grandi. Volse che mi coprissi, et entrassi nella sua carozza, nella qual sedei in portella dalla banda di maggior ho- nore, che fu nel loco medesimo dove sedeva 1' Ill. mo Sig. or Cap.° di Bressa, che si era di già licentiato, se- dendo il Prencipe frattello all' incontro dell' Alt. Sua. Gionti alle porte della Città, dove si ritrovava con altro numero di carozze questo Ill. mo Sig. or Podestà, et Cap.°, fatta dal S. or Gran Duca fermare la carozza, io smontai. Seguì il complimento con il solito della virtù di S. Sig. Ill. ma , al quale corrispose 1' Alt. sua con parole simili a quelle, che usò con me, et lo fece coprire; et fattici poi entrare ambidoi in carozza sedessimo uno per portella. Smontassimo al Palazzo publico, et accom- Digitized by Google 404 Nuovo Archìvio Veneto pagnassimo le loro Altezze sino all' ultima stanza del S. r Gran Duca, dalla quale poi ci accompagnò sino a mezza l'anticamera, et immediatamente volse in una delle sue stanze cenare con il Prencipe frattello, e; Venosa. La mattina seguente levassimo le loro Altezze di camera, et le servissimo alla Messa nella Chiesa di San- ta Monica, dove si lasciorno intender volerla udire, et dove volsero passare a piedi ; et resisi noi prima infor- mati delle preparationi fatte per tale effetto nelle altre Città della Ser. tà V. a , si fece in conformità apparecchiare nella detta Chiesa un scabello con un tapeto, e cuscini di velluto cremesino per 1* A. Sua et un altro scabello poco distante con un tapeto di velluto nero, et un cu- scino cremesino in mezo di doi neri per il Prencipe, et noi Rappresentanti. Ma si come seguì nelle altre Città non volsero inginocchiarsi sopra scabelli, ma al- quanto discosti da quelli. La Messa fu celebrata dal Capellano del Sig. or Gran Duca, et noi facessimo, che sei gentil' huomeni di que- sta Città giovani con bellissimi habiti tenessero li torzi all'elevatione, nè altre cerimonie seguirono in Chiesa. Il Prencipe di Venosa venne anch' esso in Chiesa, ancorché in niun' altro loco fosse intervenuto alla Messa col S. r Gran Duca, con fine (ogn' un s' accorse, dovendo restar tutte le cerimonie terminate in questa Città) di precederci, se poteva, et ne fece alcun tentativo, ma siamo stati in maniera avvertiti, che senza modo alcuno nè in Chiesa nè altrove ha conseguito il suo fine. Ritornati al Palazzo servimmo, come prima, le loro Altezze sino alle stanze, et noi medesimamente fossimo accompagnati fino a mezo 1' anticamera. Volse di subito il S. r Gran Duca disnare nelT or- dinaria stanza eon il Prencipe frattello et Venosa, e dop- po pranso rissolse immediatamente di viaggiare per Piacenza. Digitized by Google Appuntì per la storia della vita privata in Crema Nai conforme 1* ordinario levassimo le Altezze loro alla Camera, et transferitisi alla sua carozza, entrato il S. r Gran Duca col Prencipe frattello, ci fece sedere al- l' incontro delle loro Altezze, che sederono al pari. Gionti alla Porta della Città per uscire, si licentiò con pienissimo ufficio questo Ill. mo S. or Podestà et Cap.° al qual fu dal Sig. or Gran Duca corrisposto conforme T ordinario. Continuai io a servirlo nella sua carozza accompa- gnato da ambidoi le compagnie de cavalli et con tutte le carozze della Città con numerosa nobiltà sino alli confini del Lodesano, dove poi presi licenza, auguran- dole felicissimo il viaggio, et replicandole l'ottima di- sposinone delle EE. VV. verso 1' Alt. Sua, Pienissime furono le gratie, eh' egli ne rese a V. Ser. tà mostrando di partire sodisfattissimo. Allontanato eh' io fui alquanto dalla carozza del- l' Alt. Sua, si avvicinò il Marchese Vistorini cavalliero principale Lodesano, et compii in nome del Sig. r Go- vern. or 'di Milano. Era accompagnato da sei carozze a sei cavalli, et da doi compagnie di corazze, che sparorono le terzette, quando il Marchese si affacciò alla carozza del Sig. r Gran Duca, che lo fece coprire et entrare in essa, ma il Prencipe di Venosa ebbe il loco, quale, partito eh' io fui, entrò anche esso nella stessa carozza dell' Alt. Sua. Altri particolari non si ha potuto osservare, perchè la strada, dove seguirono le cerimonie, era così angusta, e ristretta, che a pena poteva servire per una sol ca- rozza ; et per quanto resto informato, poche provisioni si erano fatte a Lodi (dicevano li Spagnoli) perchè l'Alt.* S. voleva continuare il viaggio per Piacenza, ove il Sig. or Duca di Parma lo attendeva con ogni maggior apparenza d' honore. Se io pressentirò particolari d'alcuna rilevanza li porterò alla notitia delle EE. VV., assicurandole che Digitized by Google 406 Nuovo Archivio Veneto non si è mancato cT invigilare, perchè gli incontri, gli alloggi, regali, et ogn' altra dimostratione d' honore rie- schino, nelle presenti importantissime congionture de i tempi, con compita sodisfattone delle loro Altezze, le quali con la sua Corte si sono lasciate intender d'esser srati ottimamente trattati et honorati. Et questa Nobiltà merita grandissima commenda- tione, perchè senza alcun riguardo alle loro fortune, hanno indifferentemente speso buona quantità d' oro, et particolarmente in habiti pomposi, havendo in tutte le occasioni fatto manifestamente apparire la sviscerata loro divotione verso ¥ EE. VV. Il Conte Leonardo Martinengo, che serve al pre- sente la Ser. là V. per Governatore di questa Piazza, Ca- valliero di quelle conditioni che son note, non ha man- cato anch' egli di mantener armata questa muraglia con bellissimo ordine, e di far apparir questo pressidio in molto maggior numero di quello eh' è, come successe anco delle cernide, che furono ridotte in un squadrone in campagna, et seguirono le salve così nelT ingresso, come nella partenza dell' Alt. S. conforme alle commis- sioni dell* Ecc. mo Sig. or Generale. Questo Ill. mo Sig. or Pod. et Cap.° nel suo partico- lare ha procurato di comparire con quel maggior decoro publico, che è stato possibile, come mi son impegnato di fare anch' io. Delle spese seguite non me ne essendo io in alcuna maniera ingerito, perchè in buona parte sono state fatte inanzi V arrivo mio in questa Città, prontamente ne renderà quanto prima questo 111." 10 S. or Pod. tà et Cap.° il dovuto conto, quale al presente s' attrova addolora- tissimo et afflittissimo per il mal stato della sua con- sorte, che con dolore universale di tutta la Città con- viene fra poche hore spirar 1' anima, quando dal Sig. or Dio non sia miracolosamente soccorsa. Il Marchese Giacopino Rangoni mostrò di capitare Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 407 in questa Città come privato cavalliero, teneva nondi- meno lettere credentiali del Duca di Modena, per pre- sentarle al Sig. or Gran Duca, et invitarlo a passare per quel Stato, ma per quanto intendo, non essendosi potuti accordare li titoli con li quali volevano esser quei Prin- cipi di Modena trattati, restò il negotio senza conclusione. (omissis ) Crema a 3 luglio 1628. Fracesco Basadonna Provved. 01 " (i). L* altra relazione è molto più breve : Serenissimo Prencipe. Distintissima relatione V Ecc. 2e VV. haverano veduto in lettere di questo Ill. mo S. or Provv. rc intorno l'incon- tro et complimenti essequiti nel passaggio che ha fatto per questa Città il Seren." 10 Gran Duca di Toscana, re- galato et alloggiato da me in questo Pallazzo per com- mandamento della Serenità V. tt a publiche spese; come in quest' occasione tutta la debolezza del spirito mio ho impiegata perchè ogni cosa passasse col decoro et splen- dore proprio della grandezza della Ser. ma Rep. ca et si conveniva a hospite di tanta Altezza, ho anco usato con tutta T applicatione del mio zelo V avertenza debita ac- ciò T apparechio caminasse con la buona regola, et col risparmio del publico errano, che più mi è stato pos- sibile. Ma come è anco vero, che in Città ristretta, co- me è questa, penuriosa, et manchevole d' ogni cosa, et molto più per le provisioni necessarie et estravaganti, che in tale occorrenza bisognavano, et qui non si sono fi) Venezia, Archivio di Stato, Dispacci da Crema al Senato, filza 15, (anno 1628). Digitized by Google 408 Nuovo Archivio Veneto trovate, come de Baldachini, et altro, è stato anco di necessità far expeditioni diverse extraordinarie in altre parti lontane, così la varietà delli avisi di questo arrivo, così dell' Ecc. mo Sig. or General, come d' altri Ill. mì Ret- tori, per il spatio di più giorni ha causato, che come varie et diverse siano stane esse provisioni, così per la dilatione del tempo, che si è fraposto, sono rimasti inu- tili, onde è stato di necessità rinovarle, et permutarle di carne in pesse, conforme li avisi, che non restava poi confermato, che dovesse capitare, con multiplica- tione grande di spesa. Oltre li due Pasti, che ha havuto in questa Città P Alt. S. con la quale era unita una committiva di molte carozze con gentilhomini Bresciani, che disse il Maggior d' homo di S. Alt. che erano di sua compagnia, un al- tro precedentemente se ne diede alla maggior parte de la Corte arrivata il giorno innanzi qui, dove pure si spinse alhora, et alloggiò anco tre Pasti il Ressidente di Sua Altezza in Milano, venuto da quella Città con se* guito di Personaggi molti ; et diede tutto occasione di far accrescere la spesa maggiore. Tra li adobbi necessari^ non essendo riuscito da parte alcuna potere haver stratto di veluto cremesino, si convenne con drappo nuovo, fatto venir da Milano, fabricarne uno con quattro Cossini, et due Sedie com- pagnie, con li suoi guarnimenti, et franze d' oro, che però tutto si trova in essere, insieme anco con un Ro- dolo di mezo raso per far due stramazzi per uso di Sua Altezza, et con altre franze, et ornamenti d* oro, et altre cose comperate per il guarnimento, et servitio de Bai- dachini delle quali robbe avanzate VV. EE. restarano servite commandare la volontà loro ; essendo stato sti- mato bene far riponere in queste munitioni, conservate nelle Casselle cinquanta sei torze da vento, fatte pre- parare per P aviso, che Sua Alt. a fusse per giongiere in tempo di Notte, che non si sono usate, come provisione Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 40.) che possa riuscire opportuna nelle Munitioni da poter valersene in qualche pubblica occorrenza di. questa Piazza. Il conto distinto di tutto il speso, che ho ritardato sino a quest* hora a mandare per esser solam. te adesso finito di saldare, vederanno T Ecc." VV. dall'allegato libro nel quale sono registrate distintamente tutte le pollizze pur troppo d' ogni spesa, et a chi soddisfatte da questa publica Camera (1). Gratie. Di Crema 29 settem. 1628. Geronimo Venier Pod. et Cap.° (2). V. Balli. — Nei conviti e nelle feste tutte non manca- vano quasi mai i balli, perchè del ballo erano in Crema amantissimi e nobili e popolani ; e la raraperizia delle dame della sua città vantò con calda ammirazione il Tentori in una gonfia orazione inedita : « Se tanto ingegno e valore scorgesi nei Patrizi e Cittadini Cremaschi, com'è cosa fuor d' ogni dubbio, rilevando da tante e sì segna- late imprese loro, non sono tuttavia, quanto può dare il sesso loro, inferiori le Donne nostre Cremasche e spe- cialmente le Dame, nelle vene delle quali scorrendo un sangue depurato da ogni feccia popolare e plebea, non sanno nutrire che massime e sentimenti di onore (3). (1) Il 3. 0 libro par troppo non è conservato nella filza. (2) Venezia, Archivio di Stato, Dispacci da Crema al Senato, filza 15 (a. 1628). Le commissioni del Senato al Podestà e Capitano e Provveditore di Crema per le accoglienze al Gran Duca di To- scana stanno a c. 150, in data 7 giugno 1628 (registro 128, Delibe- razioni Secrete di Senato), ma nulla contengono di interessante. (3) Nella stessa orazione, un po' più innanzi così queste Dame ci sono descritte : • Sono .... di bella e alta statura, per 1* ordinario di di candida e morbidissima carnagione, nelle guàncie a colori di vino, Digitized by Google 4io Nuovo Archivio Veneto Vengono esse celebrate dagli scrittori sì de* passati co- me de' presenti tempi, per amorose e graziose, onestis- sime e fedelissime a' loro talami coniugali ; e ciò che è ammirabile, si è il vedere alla maestà del sembiante quel dolce e quell'amabile, che rapisce il cuore dei forestieri, senza potersi offendere la loro modestia, prin- cipal pregio delle medesime. Nelle danze che sogliono per divertimento del pubblico nel tempo carnevalesco da' nostri gentiluomini e cavalieri celebrarsi nelle gran sale della città, hanno bensì chi le ammiri, ma non chi le superi nel magistero del ballo; e sebbene nel sesso donnesco sia un gran pericolo la beltà, nelle nostre tut- tavia non serve che a risvegliare motivi d' un amor rispettoso, o prendere argomento dalla loro nativa av- venenza, quanto sia grande quella del divino Proto- tipo .... Sono poi esse tanto gelose della loro onestà le cremasche donzelle, che non ammettono conversazione di persona veruna fuori del loro sesso, onde non inter- vengono a feste nuziali, a bagordi, a conviti .... » (1). Ma le cose non dovettero sempre andare così, se nel 1 68 1 si erano dovute proibire le feste da ballo così pubbliche come private, se proclami di secolari e lettere di ecclesiastici e ammonizioni pastorali si accordavano spesso nel condannare i balli, ne 1 quali, secondo il Ca- nobio, s' erano « introdotti atti, toccamenti e simigliami altri eccessi da poco timorati di Dio, ed inimici del- l' onestà » (2). di minio e cinaprio dalla natura a maraviglia pennelleggiate, sì vaghe poi nel vestire, e di ricchi e preziosi abbigliamenti adorne, sì gentili e sì affabili di tratto, tutte speciose prerogative per incatenare gli af- fetti nel cor dell' uomo, e risvegliare i stupori » . (1) Nella vita del Tintori scritta dal Raccheto, ms. c/I., voi. H, pagg. 273 e segg. (2) Canobio, op. cit. % pag. 42 f. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 4ci I balli pubblici eran detti da massa et da soldo (i), perchè chi voleva ballare pagava una certa somma, e perchè forse chi li dirigeva era armato di bastone (2) per tenere a bada tanta gente facile ai litigi, alle risse, al sangue. Furono infatti più volte severamente proi- biti dai Podestà « come origine di scandalo, risse e con- fusioni » (3). Ogni anno feste da ballo con maschere e senza, corsi mascherati, festini popolari rallegravano la stagione carnevalesca : solamente nella prima metà del settecento le maschere furono permesse anche in tempo di fiera. « Qui in Crema, narra il Racchetti, nel giorno che suc- cedeva all' Epifania, soleva la famiglia de' birri per or- dine del Podestà uscire in carrozza, accompagnata dal suono del tamburro e di piffero, e quest' era il segnale che permetteva a ciascheduno mascherarsi » (4). Le maschere godevano d' una grande libertà e di atti e di parola, causa questa di molte risa, di scherzi arguti, di motti pungenti, di satire vivacissime, e anche di liti, di duelli, di coltellate. Abbiamo notizia che qualche volta, ad esempio nel- T anno 1661, le gentildonne si dividevano in due fa- \ioni, gareggiando ne* costumi sfarzosi, nel brio, nel- P eleganza del presentarsi nei teatri, nelle piazze, nelle feste da ballo. L'anno predetto, un partito delle signore mascherate si chiamo delle Olandesi, e V altro delle Ze- landest\ che, a testimonianza del Ganobio, diedero un « spettacolo bellissimo » (5). (1) Proclama del Podestà, del 30 maggio 1681. (Registro N. Ili dell' Archivio Municipale di Crema, voi. VI, f. 63). (2) Proclama dell' 8 gennaio 1682 (id., id., f. 67). (3) W., id. (4) Racchetti, prefa?. citata. (5) Op. ci/., pag. 413- 14. Digitized by Google- 412 Nuovo Archivio Veneto VI. Giuochi. — Intorno al giuoco pochissimo pur troppo ci fu dato di raccoglierete minimo contributo possiamo recare a quella tanto attesa storia del giuoco in Italia, che il prof. L. Zdekauer si augurava di veder compiuta mercè lavori preparatori!' che agevolassero V ardua im- presa, studio bello che sarebbe, com' egli bene osservava, n un importante contributo alla storia dell' incivilimento del nostro paese, e del suo sviluppo psicologico ed in- tellettuale » (i). Negli Statuti di Crema sono ricordati il giuoco dei dadi (ludus aleae pel taxillorum). delle carte (ludus car- tarwn), delle tavole {ludus tabularum), degli scacchi e dei tarocchi (ludi schacorum et tarochornm), e il giuoco dei trionfi (ludus triumphorum). I due primi erano proi- biti, e si comminavano pene abbastanza severe ai gio- catori : « Nidlus audeat vel presumat ludere ad a\arum nec ad aliquem ludum taxilorum, chartarum vel biscal- ciae (2) et si quis contrafecerit, si fuerit de die condémnetur in libris duodecim cum dimidia imper^ si pero de nocte in libris vigintiquinque imper. ». Permesso a tutti il giocare « ad tabulas et schacos et triumphos et tarochum de die et de nocte ». Solamente nel 1457, per deliberazione del Consiglio dei Dieci, si permetteva di giocare a dadi e a carte «sino alla som- ma di 1. 10 al giorno e non più » (3). I prestiti nel (1) L. Zdekauer, // giuoco in Italia nei secoli XIII e XIV e specialmente in Firenze (nell'Archivio stor. ita!., s. IV, t. XVIII). (2) « Intelligatur biscalcea omnis ludus taxillorum et chartarum, exceptis ludis tabularum, et exceptis ludis triumphorum, et schacorum et tarochorum » . (3) Archivio Municipale di Crema, Reg. n. 3.° voi. I, f. 1 16. Dlgitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 4'3 giuoco furori sempre e rigorosamente vietati : « Qui- cumque mutuaverit, vel dederit, vel crediderit alicui per- sonae in ludo, vel prò ludo, vel prò dando, vel prò do- nando lenonibus,vel meretricibus (i) in iaberna, nundinis vel mercato, vel alibi in Crema . . . puniatur et condem- netur in libris decem imperialium .... » (2). Gli Statuti proibiscono il giuoco della core\ola e quello della pulvereta, menzionati anche dagli Statuti di Milano e di Cremona. Il Muratori che nella Disserta- zione XXIX delle Antichità Italiane accenna brevemente ad essi, crede trattarsi di « due differenti giuochi, che dai furbi erano proposti all' incauta plebe, per ismun- gere con facilità dagli sconsigliati che osavano di gio- care, il danaro ». Ma non sa neppur egli dirci in che veramente consistessero. Correggiola nei dialetti lombardi è diminutivo di correggia, e pulvereta o polverella, (co- me scrivono gli altri statuti su ricordati) deriva indub- biamente da polvere. Non credo trattarsi di giuochi di inganno, e tanto meno di bussolotti: forse le due parole indicano lo stesso gioco, e precisamente quello, tanto in uso ancor oggi, che consiste nel lanciare a tutta forza una ruota di legno, dopo averle intorno aggirato una correggia, la quale serve a dare una grande velocità a ciò che si gitta. La ruota correndo per le strade sol- leva molta polvere, e disturba i viandanti, onde quel- T esercizio, che in certi casi poteva riuscire anche peri- coloso, era proibito e punito. (1) Noto che anche in Crema una particolare disposizione riguar- dava la foggia di vestire in pubblico delle meretrici. ■ Meretrix portare debet dum vaJit per Cremam unam bandam albam cum fimbreis panni rubei, vel serici rubei, latam per tres digitos, et longam usque prope cingulum super spatulis, etc. ». (2) Municipalia Cremae, ediz. cit., pagg. 89 e 99. V. Sui giuochi nel Medio Evo anche L. Frati, Studio citato, pag. 65 e segg. e le opere che cita in nota. 27 Digitized by Google 4'4 Nuovo Archìvio Veneto Nel 1423 fu imposto a Crema un dazio sul giuoco, che fu detto della baratteria, e il Terni cosi ne parla: a Non si poteva giochar in alcuno luoco di Crema, nè dil territorio, salvo dove per il Datiaro era ordinato, et chi giocava era condenato in cinque libre de Imperiali, et di pari pena erano puniti quelli che stavano a veder giochare, et che portavano danari .... » (1). Quasi esclusivo dei signori era il giuoco del pal- lone, che tene vasi in piazza avanti la facciata principale del Duomo, cui talvolta erano ammessi, per grazia speciale, anche quei popolani che si mostravano più atti a tale esercizio. Anche il lotto diventò presto popolarissimo, e in Crema fu abolito Tanno 1526 con lettera del doge Andrea Gritti, che comunicava la deliberazione del Consiglio dei Dieci presa sino dal 1521. Altre ducali si sussegui- rono negli anni 1529, 1669, 1703 e 1712: a queste si aggiungevano i proclami dei Podestà, frequenti pur essi in materia di lotti (2). Ma ben più rovinosa per le famiglie si fu per tutto il sei e il settecento la frenesia pei giochi di sorte nel Ridotto, ove i più de* nobili cremaschi davano fondo spensieratamente a vistosissimi patrimoni, tanto che G. B. Terni nelle sue Memorie conta due sole famiglie che non si rovinarono per tale funesta passione (3). Invano la Repubblica di Venezia emanava leggi severissime : era una piaga ornai troppo incancrenita. Nel 16S1 un Podestà giunse persino a proibire « li Ri- dotti e giochi nelle Case private, ove s' uniscono per- (1) Terni, Cronica, lib. VI, pag. 85. (2) Archivio Municipale, fase. XLVII, n. 1. (3) V. Giovanni Dolcetti, Le Bische e il Giuoco d* a? fardo a Ve- nefici. (Venezia, Gattinoni, 1903). Leggo quest'opera mentre corrego le bozze di stampa. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 415 sone d* ogni ordine anco del militare, facendo conventi- cole e stabilendo prattiche che ponno essere pregiudiciali o almeno contrarie alla pubblica indignatione (sic), così vengono dalle leggi severamente proibite ... ». Imagi- niamo quanti strepiti e quali proteste ! Pochi giorni dopo lo stesso Podestà era costretto ad accondiscendere « alle riverenti instanze fattegli da più gentiluomini... et fatti li dovuti riflessi, » dichiarava che non erano cow- templati nel precedente proclama i ridotti che si tene- vano nelle case private « a solo oggetto d' onesto tratte- nimento, et per divertire gli animi dalle cure noiose, et ritrahere la gioventù dàlV otto tanto pernicioso» (1). Proprio così ! La stagione più propizia ai giuochi di sorte era quella della Fiera. « E questo, scrive G. B. Terni, il tempo della passata periodica dei giuocatori come degli uccelli », e non pochi forestieri in fatti si riducevano a Crema solamente per giocare. VII. Fiera. — La fiera è ricordata nei cinque capitoli ag- giunti nel 1450 ai venticinque già prima approvati nella dedizione di Crema alla Repubblica di Venezia, con queste parole: «Sia concèsso alla comunità di fare ogni anno otto giorni di fiera, quattro avanti S. Michele et quattro dopo, che sia libera ed esente d'ogni datio et pedaggio » Ma certamente l' istituzione della fiera era molto più an- tica, e costituiva una delle principali sorgenti di ric- chezza della città. Ampia descrizione degli usi *e dei divertimenti della fiera ci ha lasciato il diligente Rac- cheti nelle pagine che servono di prefazione all' opera (1) Archivio Municipale, Reg. N. 111°, voi. VI, ff. 63-67. Digitized by Google 41 6 Nuovo Archivio Veneto sua già tante volte citata, pagine che furono pubblicate nélV Arch. Stor. Lomb. (Voi. X, p. 12 r sgg.), e ad esse rimando il lettore. Preferisco invece riportare i nuovi capitoli che re- golarono la Fiera dall'anno 1Ò28 in avanti, facendoli precedere dalla lettera del Doge che li accompagnava. Sono, per quanto io sappia, inediti, e non li ho trovati nel!' Archivio di Crema. 1628, a 20 luglio in Pregadi. Al Podestà et Cap. no di Crema- Il pensiero che colle vostre lettere de [4 del pre- sente ci rappresentate di doversi allargare et dispor con miglior ordine le botteghe per la prossima fiera di quella Città viene da noi col Senato approbbato ; et havendo veduti li capitoli, et conditioni colle quali quelli che si ha pigliato 1' assunto di far P opera vuol intraprender la carica non ci sono parsi lontani dal giusto; et presupo- nendo Noi, che non possino incommodar, nè pregiudicar al particolare ; et meno risentirne alcun danno il pub- blico, anzi vantaggio et utile, vi diamo col medesimo Senato auttorità di stabilir essi capitoli, et permetter a quello che ve li ha proposti, et doverà far P opera di haver quanto ricerca, ben vi aggiungèmo, che in quello vedeste di poter avantaggiarvi, che lo facciate tanto per nostro che per servitio de privati ancora che concorrono, et sono soliti di ritrovarsi colle loro mercantie, et tra- fichi a quella fiera ; et procurarete che tutto sia fatto bene, *et tutto segui in conformità di quanto si sarà ac- cordato ; dandoci poi a suo tempo avviso di quello sarà successo. + 124 - 2 — 15 Cristof. 0 Surian Secretano Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 417 (Allegato) Il fabriciero della fiera di Crema dovendo fare le botteghe per tutte le rughe secondo la regolatione d'essa fiera pretende l'infrascritti capitoli et patti. i.° Che facendo esso le Botteghe, et tutte le rughe con li stazonali della larghezza, et altezza come sono le botteghe, che si fanno nella fiera di Bergamo o di Bre- scia con buon coperto; et li luoghi siino all'ordine compitamente al suo debito tempo, che ciò sia in elet- tione dell' 111. mo Sig. r Pod. tà , possa riscotere per la sua fabrica tanto come si paga a Bergamo o a Brescia se bene esso fabriciero convien fare maggior spesa, che non si fa per li Bresciani o Bergamaschi per esser necessitato comperare li legnammi, et ferramenti a Brescia et a Bergamo. 2. 0 Che nissuno possa fabricar boteghe sopra detta fiera per affittarle ad altri, ma si bene li Cremaschi so- lamente per uso proprio, et dove gli sarà dissegnato dal S. r Giudice, sotto pena di scudi 25 per bottegha applicati un 3. 0 all' accusatione, et li due altri terzi ad arb.° del d. S. r Giudice. 3. 0 Che li mercanti forastieri, o altre persone fora- stiere non possino fabricar nè far fabricar da altri bot- teghe in d. a fiera nè per Brazza trenta lontani da essa, ma torre le fabricate dal sod.° fabricero sotto pena come sopra, et occorendo, che le botteghe fatte dal fabriciero non bastassero in numero per li sod. 1 forastieri, sia obli- gato esso fabriciero immediate farne dell'altre nel luoco dove le sarà dissegnato dal S. r Giudice dovendo prima però essi forastieri servirsi delle Botteghe, che prima fussero fatte, et si ritrovassero vote. 4. 0 Che alcuno non possa rompere nè tagliare assi nè altri legnammi del d.° fabriciero sotto la soprad. pena. 5. 0 Che alcuno non possa affittare assi, nè alcuno torle ad affitto per far botteghe sopra d. a fiera, ma vo- Digitized by Google 4i8 Nuovo Archivio Veneto lendo alcuno far botteghe o gabane siano tenuti torle ad affitto dal d.° fabriciero, quale s 1 offerisce dargliele per quel tanto, che farebbero li altri, et quando il fabriciero non ne havesse, possino pigliarne ad affitto da altri. 6.° Che alcuno non possa fare Casotti di paglia nè careggi, nè d'altre legne nè per brazza trentasei appresso alle botteghe per schivare li pericoli di foco sotto pena come avanti, et volendone alcuno fabricare gli sia prima destinato il luoco dal Sig. r Giudice, et ciò perchè si schi- vino le confusioni che potessero nascere per V occupa- tane di luoghi. 7. 0 Che le botteghe siano assignate, et annotate a tutti li mercanti dal fabriciero et Datiaro unitamente, non potendo alcuno d' essi ingerirsene, et dispensarle senza V altro separatamente, et ciò s' intenda anco in caso, che non vi fosse Datiaro, ma che il datio andasse perS. Ser. tà , dovendola l'uno et l'altro tener conto di- stinto sopra un libro dell' assignatore d' esse Botteghe, et occorrendo fra di loro alcuna difficoltà sopra tal' as- segnamento, debba all' hora il Sig. r Giudice fare distri- butione d' esse botteghe, come, et a chi stimarà conve- niente, non dovendo per tal assegnamento esso fabbri- ciero pretendere utilità alcuna. 8.° Che occorrendo che il fabriciero fabricasse parte o tutta d' essa fiera, et poi fusse necessitato per ordine publico disfarla possa havere dalla M. ca Camera li ducatti sesanta concesseli nel capitolo, che fu confermato da S. Ser. tà al q. m m. er Giov. Batta Mighetto per le raggioni, et cause in d.° capitolo espresse. g.° Che al d.° fabriciero sia fatta in scritto per 1' Ill. mi Rettori, che si troveranno di tempo in tempo la licenza di fabricare la fiera avanti si dia principio a d. R fabrica. io.° Che il d.° fabriciero et suoi Agenti possino portare nel tempo di d. a fiera le sue armi lecite, come fu concesso al d.° Mighetto. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 419 ir. 0 Che dovendo fare le botteghe di maggior gran- dezza possa il fab.° comperare li legnammi in ogni loco del stato veneto non ostante qualunque prohibitione in contrario, cioè Albare et peghero. 12. 0 Che l'assegnamento delle botteghe, che si farà a cadauno anno debba continovare per tutto il corso della d. a Condotta, ma che siano però in obligo ogni anno tutti li Mercanti venir a farsi segnar al libro, li Cremaschi in termine de giorni dieci, et li forastieri in termine de giorni sedici doppo la deliberatione dell' In- canto del datio; altrimente passato d.° tempo possano il fabriciero et Datiaro assignarle a chi le parerà, con que- sto però, che essi fabriciero, et Datiaro debbano aprir, et mostrar il libro alli mercanti ad ogni suo piacere in pena de ducatti 25 applicati come di sopra. 13. 0 Che la presente condotta habbi a durare anni otto (1). Vili. Opera in Musica. — Durante la fiera non mancò mai, per tutto il settecento, l'opera in musica, splendi- dissima sempre, anche per V intervento di molti forestieri e talvolta dei principi delle corti vicine (2). Antiche e gloriose sono le tradizioni musicali in Crema : sino dalla metà del cinquecento eravi cappella in duomo, e la città vi manteneva il maestro con cinque musici, e per tutto quel (1) (Venezia, Archivio di Stato, Senato Terra, filza 294. Con ducale poi dell'anno 1665 del Doge Contarmi era permessa un'altra fiera in Santa Maria della Croce, bella borgata vicinissima alla città, e fu anche essa ben presto molto importante. (La ducale è conservata neir Archivio di Crema, Cod. 19, ff. 32-33). (2) Del teatro in Crema nel cinque e nel seicento mi sono breve- mente occupato in una Comunicazione che uscì nella Rivista biblio- grafica del D'Ancona, anno 1900, pag. 330 e sgg. Digitized by Google 420 Nuovo Archivio Veneto secolo e il seguente si solevano tenere frequenti concerti ,nel palazzo del Podestà e nelle case dei cospicui citta- dini, con il più vivo e schietto entusiasmo. Ogni festa religiosa e civile era abbellita dalla musica e dal canto, e Crema ebbe egregi maestri ed eccellenti dilettanti nel- T una e nelT altro. Niuna meraviglia per tanto se, allor- quando si ebbe un teatro stabile, ampio, elegante (an- no 1716), gli spettacoli « reggessero, come scrive il Rac- chetti, al confronto con quelli che si davano nelle prin- cipali città d'Italia». A Crema cantarono nel secolo XVIII il Pacchiarotti, il Babini e la Mari ; era di Crema la Banti, celebratissima cantante, applaudita in tutti i teatri della penisola. Nel 1-749 la stagione teatrale costò quaranta mila lire, somma pei tempi e per la città rile- vantissima. E nell'anno stesso il popolo affamato «si ammutinava per essere montato il frumento all'enorme prezzo di tre lire allo staio!» (1). Con una interessante pagina del Racchetti, narra- tore arguto ed esattissimo sempre, termino questi miei brevi appunti. « In occasione dell' opera e del ballo, le donne che al teatro appartenevano, facilmente eran tali, come cor- reva la moda, d' apprezzare anche i proventi che gliene fossero per derivare dalla loro finissima civetteria. Nè de' guadagni si contentavano, ma volevano comparire in pubblico col cavalier protettore, entrare nella sua car- rozza, ond' esser da tutti vedute al passeggio, e tenerselo anche vicino in teatro dietro le scene, acciocché la «f- mica turba in grazia sua avesse a portar loro rispetto. Di queste n' erano parecchie ogni anno, sì che le donne per rabbia si maceravano, ma con tutto ciò conveniva sopportare. E se avveniva poi che qualche gran signore forastiere le accompagnasse, lo che non era strano acca- fi) Racchetti, prefyf. cit. Digitized by Google Appunti per la storia della vita privata in Crema 42 1 dere, nelle case loro si facevano conviti sontuosi e feste, ai quali tutta la nobiltà maschia accorreva; lasciando le mogli e le dame servite in pienissima libertà. Un tale trionfo ottenne sopra ogni altro la ballerina Zerbi, quale negli ultimi anni della Repubblica, giungendo accompa- gnata dal nobile Manin figlio del Doge regnante (1), fu proprio mestieri alle dame sopportarla sovente nei loro ridotti, perchè egli medesimo ve la conduceva. Rimase poi in Crema di lei perenne memoria, poiché il vestire suo e il posto col quale sedeva al fianco di queir illustre e giovine cavaliere, nella carrozza medesima di lui tra- scorrendo le vie, non abbagliavano meno gli occhi della moltitudine, di quanto succinta e coperta per metà, facea mostra sul teatro delle sue vaghe^ membra, danzando in modo che attoniti rimanevano gli spettatori. E a dir vero non usava, anche fuori, a troppo coprirsi, vestita per lo più di finissime lingerie, di merli, di veli, sì che se non appariva nuda, vedevasi come rinchiusa in una diafana custodia, e quantunque piccola e mingherlina, non bella nel volto e di brune carni, pure, fosse natura od arte, sembrava altrui sì leggiadra che gli uomini n'andavano pazzi .... Cessato il dominio veneto, se la prese il ca- valier protettore in isposa, ma seco lei non convisse per lungo tempo, presto, essendo entrati, sposi, in discor- dia » (2). Quale triste luce si diffonde su gli ultimi anni della Repubblica di Venezia! Dott. Riccardo Truffi. (1) Il ms. dice chiarissimamente figlio, ma il Doge Lodovico Ma- nin non ebbe figli. Forse si tratta di un fratello o di altro congiunto. Vedi S. Romani n Storia documentata di Venezia. (Venezia, 1861), Voi. Vili, IX e X; F. Mutinelli — Memorie storiche degli ultimi cin- quant' anni della Repubblica veneta, (Venezr, 1854); G. Gozzi - Ora- zione pel Cav. Lodovico Manino, in Opere. (Bergamo» ^27), voi. XI, etc. (2) Prefazione cit. Digitized by Google L'OPPOSIZIONE DIPLOMATICA DI VENEZIA ALLE MIRE DI SISTO IV SU PESARO E AI TENTATIVI DI UNA CROCIATA CONTRO I TURCHI I 480-I 481 (Cont. — Vedi Nuova Serie, Tomo V, Parte I) IL Keduk Achmet, pascià di Valona, il 27 di luglio del 1480, appariva improvvisamente con grossa armata turca in vista della costa pugliese; il 28 sbarcava presso l'ester- refatta città di Otranto (1). Così si avveravano le predizioni di Venezia, la quale, più volte, aveva richiamato invano sull'imminente peri- colo, l'attenzione di Sisto IV occupato a soddisfare i ca- pricci del nipote Girolamo Riario. I Turchi avevano profittato delle tristi condizioni d' Italia, in preda alla discordia, all' impotenza e air igna- (1) Per quanto riguarda l'arrivo dell' armata e lo sbarco dei sol- dati turchi in Puglia ci atteniamo alle date fissate dal Fossati nel suo opuscolo, già citato, A proposito di una usurpazione di Sisto IV nel 1480, p. 19, il quale suffraga, con un documento inedito del 1 agosto del 1480, quanto scrivono il Cipolla, op. cit. voi. II p. 604 e il Perrens Histoire de Florence^ Paris, 1888, t. I, p. 459. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 423 via dei principi e dei popoli (1), per tentare un' invasione, vagheggiata certamente da lungo tempo (2). Resta a noi ancora il dubbio se le loro mire fossero semplicemente dirette al reame di Napoli, o più in là, a Roma, o al- l' Italia tutta. Il numero limitato di navi e di soldati, le condizioni interne dell' impero turco, P assenza del sul- tano Maometto II nella spedizione c'indurrebbero tuttavia a credere che lo scopo dello sbarco fosse esclusivamente a danno di Ferdinando d' Aragona, contro il quale, per varie ragioni, i Turchi sentivano un acutissimo desiderio di vendetta; a meno che la spedizione, guidata dal pascià di Valona, non fosse che l'avanguardia di un' altra maggiore, e avesse pertanto il modesto compito di assi- curarsi, colla espugnazione di castelli e città della costa pugliese e del reame, cosi vicini alle opposte coste al- banesi, i punti opportuni allo sbarco di un grosso eser- cito. I timori e i provvedimenti di difesa dei Veneziani avvalorerebbero l'ipotesi di un piano più largo di conqui- sta, consentaneo colle grandi e ardite idee di Maometto II (3). Comunque, è certo che tutta P Italia, allora, si sentì minacciata, come se Keduk Achmet co' suoi ter- ribili soldati, avesse piantato lo stendardo della mezza- luna sui palazzi vaticani a Roma, o lo stesso Maometto, spirante rovina e strage, fosse sbarcato sulle coste della (1) J. M. Zinkeisen, Geschichte des osmunischen Reiches in Eu- ropa, Gotha, 1840-1854, voi. II, p. 451. (2) Ibidem. (3) E allora avrebbe ragione il Reumont, quando dice che Mao- metto voleva coronare la serie delle sue imprese con un fatto splen- dido, come l'invasione d' Italia (Lorenzo de Medici il Magnifico, Leip- zig, 1874, voi. I, p. 510). 11 Makuscev va anche più in là, e dice che il sogno di Maometto II, anelante da lungo tempo all' Italia, sede del papato, cominciava a divenire una realtà (Ristorisene Untersuchun- gen Uber die Slaven in Albanien w'dhrend des Mittelalters, Wars chau, 1871, p. 90). Digitized by Google 424 Nuovo Archivio Veneto Puglia, e avesse lanciato quel grido di guerra, che un dì aveva echeggiato terribilmente sotto le mura di Costan- tinopoli. A Napoli, più che altrove, fu un subito incrociarsi di infinite e terrificanti novelle; e, ben presto, gli abitanti dei sobborghi, presi da indicibile spavento, volevano ab- bandonare le loro case, giudicandole le prime esposte air imminente apparire del feroce nemico, al quale si attribuiva la meravigliosa virtù di percorrere d' un fiato trecento miglia a cavallo (i). Chi parlava di 130 navi- gli (2), chi di 18.000 soldati e di un numero incalcolabile di cavalli, di navi di varia forma e capacità e di palan- darie per V imbarco e lo sbarco dei quadrupedi (3) ; chi precisava il numero delle navi a 330, e aggiungeva rac- conti di assalti al castello di Otranto, di scorrerie fino a (1) Lettera 1 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., pp. 81-82. Anche gli storici posteriori sono discordi nel precisare il numero delle navi e dei soldati. Il Zinkeisen, op. cit. voi. I, p. 453, fa salire a 70 il numero delle navi, e a 10. 000 quello dei sol- dati, fra i quali erano Albanesi e Valacchi : tenendo poi conto delle navi da trasporto, secondo una lettera di un segretario di Roberto Malatesta, aggiunge che tutta Tarmata turca era composta di 120 legni. Il Reumont, op. cit., p. 510 dice che il Pascià sbarcò con 7000 uo- mini, Il Sanudo, Vite dei Dogi, in Rerum Italie. Scrip., voi. XXIII col. 1213 parla di 70 vele, Il Diario Parmense in Rerum Italie. Scrip., voi. XXIII, col. 347, calcola che fossero portate sulle navi turche 1 0.000 selle per ca- valli. Comunque noi reputiamo le forze turche non dovessero su- perare i 10. 000 uomini, anzi fossero di qualche cosa inferiori a que- sta cifra come afferma il citato passo del Reumont, e come si può desumere da tutto l'andamento dei fatti posteriori alla caduta di Otranto. (2) Lettera 1 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., pp. 81-82 citata. (3) Lettera 2 agosto 1480 di N. Sadoleto da Napoli al duca Er- cole I, in Foucard, op. cit., pp. 82-83. Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 425 Lecce, di casali bruciati, di prigioni, di piccoli . fanciulli scannati come cani (1). Il re di Napoli, pur esso colto da grande spavento, pensò subito di scrivere al figlio Alfonso, perchè la- sciasse Siena, e accorresse senza indugio nel reame con tutte le genti, e al duca d'Urbino, ancora vincolato dagli antichi patti, perchè anch'esso apportasse allo stato mi- nacciato T opera sua di esperto e prudente capitano (2). Indi supplicò T aiuto del papa, come capo della religione, dei potentati d* Europa e d' Italia, come cristiani, e par- ticolarmente de 1 suoi alleati, i primi che avrebbero dovuto con spontaneo ardore accorrere al grido disperato di ter- rore, prorompente dall'estrema terra d'Italia (3). Con la rapidità propria delle tristi notizie, V appari- zione e ló sbarco dei Turchi erano conosciuti a Roma, la notte del 4 di agosto, e, pochi giorni dopo, a Vene- zia per lettere del Barbaro (4). Alberto Cortesi, ambasciatore ferrarese a Venezia, pronto nel raccogliere e nel riferire — e in ciò non era solo — quanto poteva tornare a danno della Repubblica, in fama di voler divorare tutta Y Italia, V 8 di agosto, dava notizia al suo signore, della voce diffusa in città della capitolazione di Otranto, e del modo festevole con cui era stata accolta, da credere che, se fosse stato leci- to, si sarebbero fatti « fuochi e campane », benché alcuni cittadini mostrassero dolore e reputassero non essere quello il fatto della Signoria (5). Così incominciarono a (1) Ibidem. (2) Ibidem. (3) Ibidem. (4) Lettera 5 agosto 1480 del Bendedei oratore ferrarese da Roma al duca Ercole I, in Foucard, op. cit., pp. iio-ni; Senato, Delib. Secr., XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce 123 t. 124. (5) Lettera 8 agosto 1480 di A. Cortesi da Venezia a Ercole I, in Foucard, op. cit., p. 1^2. Digitized by Google 426 Nuovo Archivio Veneto correre, per la penisola le voci, che, ingrossando di paese in paese, di governo in governo, di bocca in bocca, pre- sero poi forma precisa : d' aver Venezia chiamato i Tur- chi in Italia (1). Non è questo il momento di accingersi alla difesa di Venezia, ma non è nemmeno opportuno trascurare questa prima accusa, e farne rilevare la poca impor- tanza , giacché è naturale che il popolo di Venezia, indipendentemente dalle opinioni del proprio governo, memore delle passate sciagure e della parte così insigni- ficante presa dagli stati italiani nella recente guerra turca, all' apprendere ora V imbarazzo del re di Napoli, si abbandonasse un po' rumorosamente ai commenti sa- laci. Invece la prima impressione provata dal governo veneto fu piuttosto penosa : ne sono testimonianza Tarn- monizione al Barbaro di fuggire ogni discorso, persua- sione, incitamento od altro, che a Roma si facesse, per promuovere una lega generale contro i Turchi (2), V or- dine all' armatella, che sotto il cornando di Federico Giu- stiniani si recava a Corfù in rinforzo del grosso dell'ar- mata, di salutare con segnali di gioia, con spari di bom- barde ed altre manifestazioni d' amicizia, il naviglio turco, se mai in quello s'imbattesse (3). E tutto ciò non in odio al re di Napoli, ma semplicemente per la ra- gione, che Venezia si sentiva parimenti minacciata, nono- stante il recente trattato di pace stretto con gì' infedeli, e vedeva compromesse le pratiche per la delimitazione (1) In una conversazione con Niccolò Sadoleto il segretario del re di Napoli aveva chiaramente detto che i Veneziani erano la causa dell'invasione turca. Lettera di N. Sadoleto 2 agosto 1480 citata, in Foucard, op. cit., pp. 82-83. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 agosto 1480, ce. 123 t, 124. (3) Ibidem, doc. 4 agosto 1480, c. 123-123 t. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 427 dei confini in Oriente, e infine sentiva pienamente la superiorità di quel popolo, contro il quale aveva com- battuto infelicemente per tanti anni. Otranto intanto, investita dal feroce esercito turco, difesa da uno scarso presidio (1), che oppose debole e breve resistenza, capitolava agli 1 1 di agosto, [.e crudeltà dei nemici della fede di Cristo furono grandissime, nè mai, narra il Sadoleto, cui giunsero le prime infauste novelle, mura di città furono più insanguinate (2). L 1 armata ottomana — così riferiva alcuni mesi più tardi, un commissario milanese a Ludovico Sforza — apparve in vista di Otranto il 29 di luglio alla mattina (3), i soldati sbarcarono dalle navi a quattro miglia dalla città, scorazzarono per il paese, fecero molti prigioni, che fu- (1) Lettera 13 ottobre 1480 del Commissario di Ludovico il Moro allo stesso Ludovico il Moro, in Foucard, op. cit., pp. 162-171 ; e Zin- keisen, op. cit., voi. I, p. 454. (2) Lettera 16 agosto 1480 di N. Sadoleto in Foucard, op. cit., pp. 88 89. Anche sulla data della capitolazione di Otranto è divergenza. Il Zinkeisen, op. cit., voi. I, p. 454 fissa il 26 luglio del 1480, se- guendo M. Sanudo, op., cit., col 1213. L* Hammer nella sua Geschi- chte des Osmanischen Reiches ecc., Pest., 1827-1828 sta per V 11 ago- sto, e così Iacopo Volaterrano nel suo Diario Romano in Muratori, Rerum. Italie. Scrip. voi., XXIII; e il Fossati A proposito, ecc., p. 20 in un doc. del 15 agosto del 1480. A parer nostro deve essere nata confusione tra la data dello sbarco in Puglia e quella della ca- pitolazione. Lo sbarco deve porsi il 27 luglio 1480 come da un doc. citato dal Fossati A proposito ecc., p. 19, la fine dello assedio, che durò 15 giorni, cade proprio l'u di agosto, come affermano THammer, il Fossati, il Volaterrano. Il Sanudo dice che Otranto cade il 26 luglio 1400 Cfr. Vite de' Dogi, p. 121 3. Evidentemente scambia la data della capitolazione con quella dell' avvicinarsi dell' armata turca in Puglia. (3) Lettera 13 ottobre 1480 citata del Commissario di Ludovico il Moro, in Foucard, op. cit., pp. 162-171. Secondo il Sadoleto i Turchi apparvero in vista d'Otranto il 28 di luglio del 1480. e questa è la data da accettarsi come la più sicura. Digitized by Google 428 Nuovo Archivio Veneto rono subito trasportati nell' opposta sponda dell 1 Adria- tico, a Valona (i). Dopo quindici giorni di assedio si perdette la terra vuota di difensori, chè ogni poca gente armata, che vi fosse stata, avrebbe resistito. Gli uccisi furono molti, pochi poterono riscattare la vita a caro prezzo, tutti i bambini furono mandati a Costantinopoli, le donne rite- nute, ma da otto in dieci anni, e così i ragazzi. Degli altri abitanti nessuno potè salvarsi, e fra le vittime si contarono i più cospicui cittadini e il vescovo, ai quali non furono risparmiati, prima della morte, i più crudeli ed orribili strazi (2). Se volessimo raccontare, raccogliendo qua e là, tutte le notizie relative air assedio ed alla capitolazione di Otranto, troppo ci dilungheremmo dal nostro tema, e invaderemmo il campo di altri studi già in corso (3). Quello che non possiamo lasciar passare sotto silenzio è f impressione di terrore, che produsse in ogni parte della penisola la nuova che la mezzaluna erasi piantata in terra italiana (4). Il Pastor, risalendo a varie fonti, dice che produsse addirittura uno sbalordimento (5), e il (1) Lettera 13 ottobre 1480 citata del Commissario ecc., in Fou- card. op. cit. 162-171. (2) Ibidem, e L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483, Cfr. anche Zinkei- sen op. cit., I. I, pp. 454-455. Il comandante conte Francesco Largo fu segato in due parti crudelmente, l' arcivescovo, assalito e trascinato via dall' aitar maggiore, mentre nella cattedrale col clero implorava l'aiuto dell'altissimo, ebbe egual sorte, Sanudo, op. cit., col. £213. (3) I professori Felice Fossati e Giovanni Guerrieri stanno atten- dendo, il primo ad un « Saggio sulla politica italiana nella ricupe- razione di Otranto », il secondo, se bene dico, ad un lavoro t Sulla invasione turca in Puglia e la espugnazione di Otranto». (4) A. Reumont, op. cit., T. I, p. 510. (5) L. Pastor, op. cit., T. II, p. 482. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 429 cronista contemporaneo Jacopo Volaterrano chiama quel terribile giorno « magni mali initium » (1). Fra tutti i principi italiani, come era naturale, il più agitato doveva essere Ferdinando d' Aragona, la prima vittima dei Turchi. Da lungo tempo, come altrove si è veduto, il re di Napoli era sconvolto dal pensiero di una invasione turca, e come vide che nulla più valeva a trattenerla, richiamò il figlio dalla Toscana (2), il quale affrettò la partenza, uscendo il 7 di agosto da .Siena, dove rimase a presidio messer Prinzivalle di Gennaro con alcune squadre di cavalli e di fanti (3). Così la sorte toglieva ad Alfonso di Calabria il frutto di due anni di lavoro in Toscana, dove credeva di essere sicuro del fatto suo, e ardimento e lena a coloro che in Siena avevano calcolato sul suo aiuto, e ora temevano di non potersi sostenere (4). Questa partenza e la presenza dei Turchi in Italia, che mutavano l'aspetto delle cose, apparivano chiaramente favorevoli ai Fiorentini, i quali mal soppor- tavano che il duca di Calabria s' indugiasse in Siena, e temevano volesse impadronirsi di tutta la Toscana (5). Questo assalto di Otranto, dice il Machiavelli, quanto per- turbò il duca di Calabria e il resto d'Italia, tanto ral- legrò Firenze e Siena, parendo a questa di aver riavuta la sua libertà, ed a quella di essere uscita da quei peri- coli, che le facevano temere di perderla (6). Onde il sor- gere di più voci, accusanti Lorenzo de' Medici d'aver (i> I. Volaterrano, op. cit., in Muratori, Rerum, lt. Scrip. T. XXIII, col. no. (2) Reumont, op. cit., T. I, p. 511. (3) Alegretti, Diarit Senesi in Muratori, Rerum lt. Script. , T. XXIII, col. 807. (4) Reomont, op. cit., voi. I, p. 511. (5) Fabroni, Lorenzo de Medici, Firenze 1754, voi. I, p. 111. (6) Machiavelli, op. cit., lib. VIII, p. 30^. 28 Digitized by Google 430 Nuovo Archivio Veneto spronato il sultano air invasione delle Puglie (i). Noi, per difetto di prove maggiori e più dirette, non vogliamo raccogliere le accuse a danno dei Fiorentini : certo, per ragione di giustizia, meritano di essere tenute nel conto stesso di quelle a danno di Venezia, tanto più che, dopo la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi, i Fio- rentini avevano saputo a abilmente sfruttare la speciale condizione in cui si trovavano: non avevano possedimenti, quindi non erano sospetti : servizievoli, insinuanti, ave- vano saputo piacere a Maometto II e ne avevano ottenuti i favori; e mentre da un lato scrivevano al papa ed ai principi cristiani per eccitarli alla guerra e per dichiararsi pronti a combattere gV infedeli, abborriti, cani, fedifra- ghi di sottomano inviavano ricchi doni ai Turchi e da- vano ordine ai capitani di pagare per ogni galea un gra- zioso dono di centocinquanta o duecento fiorini a Mao- metto » (2). Erano perfino divenuti gli spioni dei Turchi in Europa; la qual cosa, benché grave, non c'induce ancora a sostenere l'accusa: che i Fiorentini, ridotti a mal partito, per la presenza degli eserciti napoletani e pontifici in Toscana, dopo la congiura dei Pazzi, con in- tento preciso di soffocarne la libertà, siano ricorsi a Mao- metto, dal quale avevano già avuto altri favori. Per Ve- nezia, tanto ancora sono inveterate !e sciocche preven- zioni, simili fatti sarebbero bastati per innalzare un edi- ficio di accuse. (1) C. Porzio, La Congiura dei Baroni, Napoli 1769, p. 3. Dia- rtum Parmense, in Muratori, ^Rerum hai. Script. T. XX, col. 357; Angelo di Costanzo, Storia del Regno di Napoli, Milano, 1805, voi. Ili, p. 272; Bertini, I re di Napoli, Palermo, 1846, p. 241; Gian- nole, Istoria Civile del Regno di Napoli, Milano, 1823, voi. Vili, p. 314; Schmarsow, op. cit., p. 143 ; Pastor, op. cit., voi. II, p. 47Ó; Roscoe, Lorenzo il Magnifico, Firenze, voi. II, p. 124. (2) Manfroni, op. cit. c. Ili, p. 39. Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 431 Fattisi più gravi le minaccie e il pericolo, Ferdinando si rivolse a Sisto IV e ai principi d'Italia, accompagnan- do la domanda di aiuti con la minaccia di accettare dal sultano, qualora non lo si aiutasse, qualunque condizione a rovina d 1 altri, e il passo per Roma (1). Il momento era veramente solenne e grave per il re di Napoli, e divenne gravissimo quando i Turchi si pre- sentarono, come si è già narrato, dinanzi a Otranto, e s' aggiunse il dubbio, che i Veneziani di nascosto favo- rissero il nemico della fede. A Napoli anzi correva voce dell 1 approdo di due navi veneziane presso Otranto sotto colore di far acqua, ma in realtà più a fin di male che di bene, poiché tanto quelli scesi in terra, quanto gli altri rimasti sulle navi non avevano voluto palesare l'es- sere loro, e presero rapidamente il largo (2); altrove in- vece si sospettava, che i Veneziani avessero mandato a Corfù la loro armata per impedire a quella del re il pas- saggio per lo stretto di Messina nelf Adriatico, dove erano i Turchi, i quali di giorno in giorno portavano maggiori danni al regno (3). Non pare tuttavia che allora il re di Napoli dividesse interamente questi sospetti 3 carico di Venezia (4) : nella sua mente conturbata agitavasi una sola idea, quella dell 1 urgenza di un accordo col papa e con Venezia per raccogliere un' armata potente, per non andare incontro non solo alla sua particolare rovi- na, ma a quella di tutta la Cristianità. Fino ad ora — (1) Sig. de Conti, op. cit., T. I. p. 109. (2) Sanuto, op cit, col. 1213. Nel Diario Parmense colgo la notizia, che Ferdinando si sarebbe rivolto ai soli cardinali non al papa perchè t Turci feudatarium propter colligationem per eum ha- bitam cum Venetis Turco amicantibus coli. 351-52. (3) Lettera 13 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este, in Foucard. op. cit., p. 85. (4) Diario Parmense, coli. 351-52. Digitized by Google 432 Nuovo Archivio Veneto scriveva il 14 di agosto all' Arcamone a Roma — nè il papa, nè i cardinali hanno mostrato di occuparsi della cosa, nè per quanti pensieri e discorsi si possano fare per sapere la ragione della mancanza di provvedimenti ade- guati alla presente bisogna, nessuno occorre che onesto e sufficiente appaia. Forse — soggiungeva — il papa e i cardinali credono che il reame possa provvedere tutto da solo, senza l'aiuto altrui? (1). Nel giorno'istesso in cui Ferdinando faceva riflettere le cose già ricordate ad Anello Arcamone, giungeva a Napoli la novella della capitolazione di Otranto (2). Fu- rono subito chiamati gli ambasciatori di Ferrara, di Fi- renze e di Milano per farli edotti della grave sciagura, e spronarli a chiedere pronti soccorsi ai loro governi. Fer- dinando, che era presente al colloquio, dichiarò che avrebbe mandato d' urgenza lo Scales al papa, per in- durre i Veneziani a muovere anch'essi contro i Tur- chi, fiducioso delle parole assicuratrici e lusinghiere del- l' ambasciatore veneto a Roma. (3). Pertanto egli aveva impartito l'ordine di partenza per l'indomani all'armata napoletana, composta di dodici navi grosse, di tre galeaz- ze, di sedici galere e di altri navigli (4). Finito che ebbe il re di parlare, Y ambasciatore fer- rarese Sadoleto avvertì i presenti che l'invio dello Sca- (1) Il Sadoleto (lettera 3 agosto 1480 in Foucard, pp. 83-84), scri- veva al duca di Ferrara, per conto del re, aftinché cercasse di convin- cere i Milanesi a mandargli d* urgenza denari, dei quali aveva estremo bisogno, e aggiungeva che, secondo le confidenze fattegli da Giovanni Guidiccioni, ambasciatore dei Lucchesi, e da un mercante fiorentino, che era carico di debiti. Gfr. anche la Lettera 14 agosto 1480 di Fer- dinando d'Aragona ad Anello Arcamone in Foucard, pp. 609-613. (2) Lettera 14 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este in Foucard, pp. 85-88. (3) Ibidem. (4) Ibidem. Digitized by Google L* opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 433 les al papa per smuovere i Veneziani non gli pareva dovesse sortire V effetto desiderato , doversi invece spedire direttamente a Venezia un' ambasceria, dove fossero rap- presentati tutti gli stati alleati, ai quali male avrebbe potuto la Signoria contraddire, e, quando avesse contra- detto, almeno alla primate ne sarebbero veduti gì' in- tendimenti (1). Il pratico avviso del Sadoleto riscosse l'ap- provazione del re, del segretario, degli ambasciatori pre- senti, e tutti conchiusero di scrivere, per ottenere P effet- to, alle cancellerie interessate (2); e si può credere che, almeno da parte di Ferdinando, ci fosse un po' di spe- ranza di riuscita, se air Arcamone, nel dare la notizia della partenza del naviglio napoletano, scriveva della cer- tezza della vittoria, quando si aggiungessero alle sue le navi veneziane (3). Comunque il re versava sempre in grande pericolo, poiché i Turchi si fortificavano in Otranto (4), e i denari degli alleati si facevano aspettare (5), e diminuiva la spe- ranza del concorso dei Veneziani (6). Anzi, a quest' ulti- mo proposito, il segretario regio metteva in giro un di- scorso dell' ambasciatore veneto a Roma — quello stesso che, alcuni giorni prima, si sarebbe espresso in modo ben diverso — plaudente all' invasione turca, perchè vie- tava al re di farsi signor di Firenze e di carpire la corona d' Italia (7). Anche questa notizia ci pare si debba met- (1) Ibidem. (2) Ibidem. (3) Lettera 18 agosto 1480 di Ferdinando d'Aragona ad Anello Arcamone, in Foucard, op. cit. pp. 613-16. (4) Ibidem. (5) Ibidem e Lettera 20 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Er- cole I d'Este in Foucard, op. cit., pp. 90-92. (6) Ibidem. (7) Ibidem. Digitized by Google 434 Nuovo Archivio Veneio tere fra quelle tante che corsero allora intorno al conte- gno dei Veneziani, a causa della triste leggenda, di aver essi chiamato e aiutato nella loro impresa i Turchi. In- fatti il segretario nel suo colloquio usa del verbo parere non del verbo essere, il che è già una prima e forte ragione di dubbio ; inoltre a tutti sono note la severità del governo veneziano verso gli ambasciatori vanamente ciarlieri, e le istruzioni precise di prudenza e di asso- luto riserbo intorno alle cose turche. A queste dovevano pensare gli interessati, come il re di Napoli, in aiuto del quale era già giunto in Puglia, nella seconda metà di agosto, da Siena il figlio Alfonso, duca di Calabria (i), ed era atteso per il 4 di settembre presso Otranto il duca di Urbino (2). Anche il papa, se vogliamo credere alle fonti ponti- ficie e ad altri documenti del tempo, non rimase inope- roso alla notizia del pericolo turco. Restano nume- rose testimonianze dell' opera sua, come bolle, brevi, atti concistoriali, elargizioni d' indulgenze ed altro. Se non che tutte queste cose devono essere valutate alla stregua dei risultati ottenuti e di tutti gli altri atti della intricata e molteplice politica pontificia. Ricorderemo che, fin dall' approdo dei Turchi in Puglia, partì da Roma un primo e poi un secondo appello alle potenze d* Ita- lia (3); che si pensò air allestimento di una armata in Genova (4); che, il 4 di agosto, si convocò il collegio dei cardinali appunto per portare soccorso al re di Napoli, (1) Ibidem. (2) Lettera 25 agosto 1480 di Niccolò Sadoleto ad Ercole I d'Este in Foucard, op. cit. pp. 93-94. (3) L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483. Questi riporta un doc. dell'Archivio di Stato di Firenze. Raynaldi Annali ecclesiastici, Lucae, 1/53-54 1480, n. 20-28. Diario Parm., col. 3S3 : Bolla anteriore alla liberazione di Rodi. (4) Chmell, op. cit., pp. 278-299, 302-325. Digitized by Google L'opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 435 e si concluse di accordare indulgenza plenaria agli accor- renti in difesa del reame, e facoltà al re di esigere le decime nelle sue terre e di poter usare tutte le genti della Chiesa ancora al comune soldo per patti prece- denti all' alleanza veneto-pontificia, infine si promise di concorrere subito alle spese di guerra coir invio di die- cimila ducati (1). Quando poi a Roma si ebbe la tristis- sima notizia della presa di Otranto, fu convocato di nuo- vo, nel giorno successivo, il collegio dei cardinali (2). In mezzo al grande terrore sparsosi per V eterna città, come se i Turchi ne fossero alle porte (3), rimaneva ancora la speranza deir aiuto dei Veneziani, secondo una lettera dell' ambasciatore ferrarese Antonio Bendedei da Ro- ma (4). Sisto IV, benché dominato da immenso sbigottimen- to, (5), sentì il bisogno di rassicurare il re di Napoli, e di partecipargli, oltre il suo cordoglio, i provedimenti presi, come V invio a Napoli del vescovo di Terracina, con 10.000 ducati, P ordine di curare l'esazione della decima, T invito al duca di Urbino, gonfaloniere della Chiesa, di recarsi nel reame di Napoli con tutte le sue genti, P ap- pello ai potentati d' Italia e a tutti i principi cristiani, e, in particolare, ai Veneziani (6). Se non che dell' invio (1) Lettera 5 agosto 1480 di A. Bendedei da Roma, in Foucard, op. cit., pp. 1 10-1 1 1. (2) Lettera 12 agosto 1480 del Bendedei da Roma, in Foucard, op. cit., pp. 1 i :-i 12. (3) Sig. de Conti, op. cit., t. I, lib. Ili, cap. Ili, p. 107. (4) Lettera 12 agosto 1480 di Bendedei citato, in Foucard, op. cit. pp. 1 1 1-1 12. (5) Sig. de Conti, op. cit., t. L lib. Ili, cap. Ili, p. 109. (6) Lettera 16 agosto 1480 di Sisto IV a Ferdinando, in Foucard, op. cit., pp. 154-155- Digitized by Google 436 Nuovo Archivio Veneto del vescovo di Terracina non si parlò più, e, in sua vece, coir ufficio di cardinal legato, il 18 di agosto, fu nominatp Gabriele Rangoni, che partì alla voltà di Na- poli il 23 dello stesso mese (1). Di tutti questi provvedimenti, il più discusso era l'appello ai Veneziani. Tutti opinavano che il loro inter- vento avrebbe portato il maggior contributo alla difesa del re, e appunto su questo argomento il papa era mag- giormente compulsato, come alleato della Repubblica. E come alleato aveva mandato un caldo breve, e confortato P ambasciatore veneto ad aiutare il re (2). E P ambascia- tore veneto, secondo il Bendedei, si era mostrato sem- pre ben disposto, e aveva dichiarato la buona volontà dei Veneziani in favore e in difesa della Chiesa, ma che li contristava il dubbio di essere poi abbandonati e la- sciati soli nel pericolo; onde diveniva necessaria una garanzia, e tale che non potesse, in veruna maniera, venir meno (3). Per essa garanzia o sicurtà si discusse molto in corte pontificia, e P Arcamone chiedevasi quale po- tesse essere, e incitava pertanto il papa affinchè cercasse di conoscerla per parteciparla ai principi italiani interes- sati. Ma non ebbe ad attendere molto, chè il cardinal Foscari, presente a quella discussione, e forse per cor- reggere „gP imprudenti discorsi delP oratore veneziano, fece intendere che la più bella sicurtà consisteva nelP ar- marsi contro il Turco e nel far davvero, e come ciò i Veneziani avessero veduto, allora non avrebbero mancato (1) L. Pastor, op. cit., voi. II, p. 483. Atti Conc. — Volaterrano, op. cit. col. 1 10. (2) Lettera 18 agosto 1480 di Bendedei in Foucard, op. cit., pp. 1 i2-i 13. (3) Ibidem. (4) Ibidem. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 437 al dover loro, essendo essi «paratissimi e in ordine» (i). Il che air Arcamone non parve buon modo : a parer suo, non era naturale aspettare la perdita d' Italia per volerla poi soccorrere : dover quindi il papa, per non dolersi mai, per non aver fatto ogni cosa, mandare un oratore a confortare i Veneziani a fare il debito loro, perchè avrebbe ottenuto di più con la viva voce che con brevi. E naturale che, essendo la Repubblica oggetto prin- cipale dei discorsi della corte pontificia e dei diplomatici delle potenze italiane e straniere residenti in Roma, si sconfinasse anche dai limiti entro i quali quei discorsi si erano finora aggirati, vale a dire, del suo concorso alla difesa del re di Napoli e della Cristianità, e si volesse cer- care e legittimare la ragione della sua astensione da ogni proposito di guerra coir accusa di complicità coi Turchi. E lo scrive, senza reticenze, Giovanni Andrea Boccaccio, vescovo di Modena, a Paolo Antonio Trotti, consigliere del duca di Ferrara (a), che indubbiamente non era il solo e il primo a conoscere e a riferire discorsi di quel tenore ai propri governi. Anche, al di -fuori dei circoli diplomatici, si discuteva in vario senso e calorosamente sul contegno di Venezia, secondo si rileva da un passo del Diario Parmense, dove si legge, come si è già visto, che i Veneziani avevano allestita la loro armata a Corfù per tagliare la via a quella napoletana, quando questa avesse voluto assalire i Turchi nell' Adriatico (3). Di vero, in tutto questo cumulo di accuse e di ciar- le, resta solo il fatto della presenza di cento navi vene- (1) Lettera io agosto 1480 di Bendedei, in Foucard, op. cit., pp. 1 13-1 14-1 15. (2) Lettera 19 agosto 1480 di Boccaccio, in Foucard, op. cit., pp. 141-142: « Se tiene per fermo ecc. ». (3) Diario Parmense, coli. 35 1-52. Digitized by Google 438 Nuovo Archivio Veneto ziane a Corfù, presenza che il Senato — si noti bene — s 1 affrettò a giustificare non ad altri che al sultano, per mezzo dell' oratore Niccolò Cocco, timoroso de 1 suoi fa- cili sospetti, perchè appunto queir armata, con buona pace del re di Napoli e degli emuli della Repubblica, era stata raccolta all' unico « scopo di difendere i luoghi e i sudditi veneti del Levante, proprio da un' eventuale assalto turco (i). Miglior prova non avremmo potuto offe- rire contro la tanto decantata intimità dei Veneziani con gli Ottomani, verso i quali il governo veneto operava con estrema cautela, come del resto il dimostra anche T invio di un messo speciale a Costantinopoli per denun- ciare le arti del re di Napoli, che aveva mandato, col- T intento di seminar sospetti, alcune navi napoletane con le insegne di S. Marco, in soccorso di Rodi (2). In fondo, quella di Venezia non era che una vera e propria politica di neutralità, dalla quale essa, in quel momento, come altrove abbiamo rilevato, credeva oppor- tuno di non distaccarsi, e contro la quale dovevano rin- tuzzarsi tutti i tentativi dei sostenitori della crociata e della lega generale per tascinarla contro i Turchi ; onde Sisto IV, sia per riflessioni personali, sia per ammoni- zione dell' ambasciator veneto, diede a divedere subito, nel concistoro del 10 d' agosto, d' aver compreso il fermo proposito della Repubblica, opponendosi all' idea di pub- blicare una bolla ci prò securitate omnium Italie po- tentatum » (3), la quale non avrebbe avuto, secondo il parer nostro, forza alcuna se non vi fossero stati nomi- nati anche i Veneziani come patrocinatori della grande (1) Senato, Delio. Secr. XXIX. doc. 9 agosto 1480,00. 123 t. -'.24. (2) Ibidem. (3) Lettera 19 agosto 1480 di A. Bendedei, in Foucard, op. cit., pp. 113-114-115. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 439 impresa, e, qualora vi fossero stati nominati, avrebbe certamente sollevata la loro avversione. Non è da far colpa agli interessati se non tenessero conto alcuno delle parole del papa, che s 1 era guardato bene dal dire le vere ragioni della sua opposizione, e perciò erano state parole poco efficaci, e che vincesse nel concistoro il partito di pubblicare la bolla (1). Così Sisto IV a malincuore doveva piegarsi ad un secondo atto molesto a lui, e molestissimo a' suoi alleati. Spronato e stretto da ogni parte, aveva già spedito ai Veneziani un breve, giunto al Senato mentre Niccolò Battiferro, uomo di fiducia del duca di Urbino, erasi presentato per intercedere aiuto in favore del re di Na- poli (2). Ma nè il breve, nè V ambasciata ebbero felice successo: al Battiferro fu risposto seccamente che nulla la Repubblica avrebbe fatto in danno del re (3) ; e al papa, per mezzo del Barbaro, che da sola aveva com- battuto per 17 anni il Turco, e che ora reputavasi im- potente a soccorrere la lega (4). Quando poi pervenne la notizia che, nel concistoro del 19 di agosto, s'era di- scussa e accettata l' idea della pubblicazione di una bolla « prò securitate omnium Italie potentatum »> subito scop- piò T opposizione forse prevista dal papa, nè si indugio un istante a scrivere a Roma, affinchè si soprassedesse alla pubblicazione di quel documento fino a tanto non ne avesse preso cognizione la Signoria, aliena, in modo assoluto, dall' essere nominata per qualsiasi ragione (5). Intanto il papa aveva ricevuto la risposta al breve, del quale s' è già tenuto parola ; e, messo in guardia, se (1) Lettera 19 agosto 1480 di A. Benedei, ecc. citati. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 22 agosto 1480, p. 126. (3) Ibidem. (4) Ibidem, doc. 22 agosto 1480, p. 126. (5) Ibidem, doc. 26 agosto 1484, p. 126 t. Digitized by Google 440 Nuovo Archivio Veneto ve ne era bisogno, da quella nuova manifestazione degli intendimenti di Venezia, aveva protratto di sua iniziativa la pubblicazione della bolla, suscitando i malumori degli ambasciatori dei confederati residenti a Roma (i). Il 2 di settembre, forse poco dopo d' aver ricevuto da Zaccaria Barbaro l'urgente comunicazione dei propo- siti dei Veneziani, il papa, stretto dalle insistenze degli oratori dei confederati, ne giustificava il ritardo. Scrivono gli oratori milanesi , ai duchi di Milano, che il papa si protestò ben disposto alla pubblicazione della bolla, che questa era già fatta, e che V avrebbe loro mostrata, su- bito che T avessero veduta un cardinale, eh' egli all'uopo aspettava, e del quale non fece il nome, ed altra persona; che il ritardo non era proceduto da malo animo, ma solo dal desiderio di fare veramente opera utile ed efficace (2). Gli oratori non sollevarono opposizioni alle parole assicuratrici del papa: essi compresero benissimo che le persone con le quali egli voleva abboccarsi altri non erano che l'ambasciatore veneto e il cardinale Foscari, e, piuttosto che accendere dispute su queir argomento, profittarono del . momento opportuno per spronarlo ad eccitare i Veneziani air impresa turca, cui non sarebbe mancata la vittoria con P unione delle due armate veneta e napoletana, e a mandare loro un legato (3). Che cosa doveva dire Sisto IV? Egli sapeva già che qualunque tentativo sarebbe stato vano, e qualcuno anzi molestis- simo a 1 suoi alleati, come quello dell' invio del legato a Venezia, che cercò di dimostrare inefficace agli stessi insistenti ambasciatori, perchè non sarebbe stato accolto volentieri, tuttavia, e qui sapeva di dire cosa non vera, (1) Dispaccio degli oratori milanesi da Roma a Milano 2 settem bre 1480, in Chmell, op. cit., pp. 329-330-346-347. (2) Ibidem. (3) Ibidem. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 441 ma forse gli era suggerita dalla necessità di evitare il desiderato invio del legato, assicurò tutti che i Venezia- ni non gli avevano interamente tolta la speranza del loro concorso, quando fossero certi di essere aiutati e non abbandonati (1). Dal canto suo, soggiungeva Sisto IV, reputava più opportuno che tutti i potentati italiani man- dassero a Roma, come altra volta aveva suggerito, i loro plenipotenziari, e come fossero ivi tutti convenuti — e si comprende che il papa voleva guadagnar tempo, e non manda/e il suo legato a Venezia — , allora si potrebbe provvedere che i Veneziani concorressero nella spedizio- ne, e, in caso di rifiuto, convincerli con censure o con altro modo (2). Il dispaccio degli oratori milanesi, contenente tutte le notizie testé riferite, messo in relazione con i docu- menti veneti, è di un grande valore, e lumeggia assai bene la politica del papa, preso tra i due fuochi delP al- leanza veneziana e del dovere di provvedere al supremo interesse della Cristianità, in urto evidente con uno dei tanti interessi particolari dello stato pontificio, che aveva ormai perduto di vista V universale sua missione spiri- tuale, e che, stretto da vincoli mondani, non poteva as- surgere ad uno di quegli appelli grandiosi, de' quali, in altri tempi, tutta la Cristianità aveva sentito la ragione e la forza. Onde non reca nessun stupore la malinco- nica riflessione degli ambasciatori milanesi, che la impresa contro il Turco, nella corte pontificia, « più facilmente se impedisse che non se eseguisse » (3). Mentre gli stati italiani si perdevano in dispute in- fruttuose e i Turchi facevano continui progressi nel re- gno, sorgeva una nuova minaccia per il re Ferdinando. (1) Dispaccio degli oratori milanesi da Roma a Milano, ecc. citato. (2) Ibidem. (3) Ibidem. Digitized by 442 Nuovo Archivio Veneto E cosa risaputa che la casa cT Angiò, cacciata dal reame napoletano, s' illudeva sempre di poter riconquistare lo scettro degli avi, e ne attendeva il momento propizio. Degli Angioini V ultimo rampollo diretto era Renato, il quale continuava a portare il titolo reale. Il io di luglio del 1480, colto da grave malore, questo principe morì; e i suoi diritti furono raccolti dal nipote Renato, duca di Lorena, in nome della madre, sorella del morto re. Orbene costui, come seppe delle strettezze deir Arago- nese, pensò che fosse giunto il momento opportuno di operare a profitto proprio, e di demolire la fqrtuna del rivale. Sicuro, come stipendiario della Repubblica, di averne l'aiuto, non indugiò a mandare due oratori con F incarico di ottenere commendatizie per il re di Fran- cia, affinchè questi lo investisse dei diritti eh' ei preten- deva gli spettassero nella Provenza, ereditata da Carlo d' Angiò, conte del Maine, nipote di Renato d 1 Angiò, e per il papa affinchè lo investisse, come feudatario del reame, della corona napoletana (1). Il Senato, animato, secondo quello che appare dalla parte presa il primo di settembre del 1480, dal desiderio di non dar ombra al- cuna circa i suoi intendimenti rispetto ai « negozi cri- stiani »>, chiamati gli oratori del Lorenese, ricordò loro F impegno del papa di prestar aiuto al re contro i Tur- chi, e F infamia che ne sarebbe venuta alla Repubblica, se, mentre il nemico della fede lacerava e dissipava il regno, essa facesse dimostrazione di desiderare e cercare nuovo turbamento e dissenzione in quello stato, e ri- fiutò, senz'altro, di scrivere al re di Francia, anche ri spetto all'altro negozio della Provenza (2). Siccome poi (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 1 settembre 1480,00. 129130. (2) Ibidem. Il Diario Parmense citato a col. 346 n«rra che ai 23 di agosto del 1480 giunsero a Parma notizie che i Turchi erano sbarcati in Puglia Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 443 gli oratori erano diretti a Roma, per perorare la loro causa presso il papa, il Senato prevenne con le solite ammonizioni il Barbaro di star in guardia e di non ingerirsi nella questione dell'investitura del regno (1). Ferdinando quindi poteva rimanere, anche da questa par- te, tranquillo ; e, in vero, se avesse conosciuta la rispo- sta data agli oratori del Lorenese, certo non ne sarebbe stato malcontento, anche se gli fosse nato il sospetto che la Repubblica, così operando, avesse il solo scopo di non dar ombra al Turco, più che di vantaggiare la Cristia- nità. Comunque, i Veneziani erano sempre V oggetto delle accuse e dei discorsi di tutti. Il re di Napoli li accu- sava di aver « aizzato » i Turchi contro di lui, accor- dando loro T attenuante di aver cosi operato, più che spinti da malo animo verso la sua persona, per desiderio di tenerlo occupato e impedirgli di prestar aiuto a 1 suoi collegati (2) ; e l'oratore Niccolò Sadoleto, riaccogliendo le dicerie, che s 1 incrociavano sulT argomento delia cro- ciata in Napoli, scriveva di sapere che Zaccaria Barbaro, intendendo il proposito del re di mandare la sua armata nelT Adriatico, si domandava se ciò avrebbe fatto senza il consenso della Repubblica, padrona di quel mare? E aggiungeva che già V armata veneziana, ancorata a set- tanta miglia da Otranto, aveva di là distaccato trenta galere, dieci navi e sei galeazze, e aveva timore che, sotto in nome degli Angioini. Aggiunge anche che il duca D' Angiò (in- tendi Carlo d' Angiò) era nell'esercito turco: e Ibique clamabantur Angioino, cum quo dicebantur esse multi ex Baronibus illius Regni a Rege Ferdinando expulsi cum fìlio Comitis Jacobi Picinini, cui Duci Regnum ipsum spectabat ...» È inutile dire che tali notizie non ri- spondono alla verità; ma tuttavia dimostrano come era sentito il ti- more di una restaurazione Angioina nel Regno di Napoli. (1) Ibidem. (2) Lettera 6 settembre 1480 di Niccolò Sadoleto a Ercole 1 d'Este in Foucard, op. cit. ; pp. 95-96. Digitized by Google 44* Nuovo Archivio Veneto il pretesto del suo mare, la Repubblica, causa trovata, non si opponesse al passaggio delle navi napoletane (i). E di lì a due giorni, lo stesso Sadoleto aggravava il tenore delle sue notizie, riferendo che un mercante ve- neziano, residente in Napoli, interrogato sulT avvicinarsi delle navi veneziane, aveva risposto che, a parer suo, quelle s'avvicinavano piuttosto per pigliare la Puglia e te- nerla per loro conto che per soccorrere il re » (2). Un altro oratore ferrarese, il Montecatino, da Firenze riferiva. che Zaccaria Barbaro, ogni giorno in Jloma, mostrava qualche lettera con mille bugie, e lo stesso cercava di persuadere il papa che ad Otranto i Turchi non erano più di 5000, e che, nelT opposta sponda dell' Adriatico, a Valona, non era persona alcuna (3). Diversamente ragguagliava il suo signore un terzo oratore ferrarese, Alberto Cortesi, da Venezia, da quel solo luogo, dal quale era possibile trarre qualche notizia sicura sulla condotta e sui propositi dei Veneziani. Al- berto Cortesi dunque, pur usando di quelle tinte oscure, con le quali ormai s' usava dipingere ogni atto della Repubblica, racconta che le notizie pervenute dal reame de 1 nuovi progressi dei Turchi avevano invece cagionato gravi preoccupazioni e sollevato mormorazioni contro il re per la sua incertezza nel provvedere alla difesa dello (1) Lettera 7 settembre 1480 dello stesso allo stesso, in Foucard, op. cit., pp. 96-97. (2) Lettera 9 settembre dello stesso allo stesso, in Foucard, op. cit., p. 97. (3) Lettera 13 settembre 1480 del Montecatino a Ercole I d' Este, in Foucard, op. cit., pp. 125-126. I Turchi, dopo la sconfitta di Sas- varos in Ungheria si ritirarono ad Occidente, nei paesi tedeschi con- finanti («480), Carniola, Garintia. Stiria, lasciati senza difesa o limi- tata soltanto alla milizia locale. Zinkeisen, op. cit., voi. I, p. 446. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 445 stato (i). Anche uno storico veneziano molto scrupoloso, Domenico Malipiero, dell 1 ordine patrizio, lascia intrav- vedere questa preoccupazione per i progressi dei Tur- chi, specialmente dopo la notizia dell'acquisto di Lecce (2). Un anonimo, del quale rimane una lettera nelf Archivio di Stato di Modena, pubblicata dal Foucard, scrive da Venezia che, ai confini del Friuli, presso il quale erano alloggiati 20 mila Turchi, cacciati dal re d' Ungheria, si munivano i luoghi fortificati per i casi «buoni » e « rei », e vi si spedivano i provveditori Antonio Loredano e Al- vise Landò (3). Queste notizie erano V eco dei discorsi, che si face- vano a Venezia, molto diversi da quelli di Napoli e di Roma, e del timore, che aveva preso tanto i cittadini quanto il governo, sospettosi e di una sorpresa turca (4), e di una invasione ungherese (5), come altra volta era accaduto ai tempi dell' imperatore Sigismondo. Tuttavia era follia sperare che i gelosi stati italiani si acconciassero aile rivelazioni di Alberto Cortesi, e de- sistessero dalle calunniose mormorazioni, e, nel tempo stesso, dagli intrighi per spingere Venezia in quel con- flitto, pel quale a fatti essi stessi mostravano di non vo- lersi cimentare. Si comprendeva a prima giunta che si voleva fare la crociata contro i Turchi a particolari spese di Venezia ; ma essa, come aveva dichiarato al papa, al- (1) Lettera 7 settembre 1480 di A. Cortesi a Ercole I d* Este in Foucard, op. cit., pp. 133-134. (2) D. Malipiero, op. cit., p. 131. (3) Lettera 9 settembre 1480 di anonimo, in Foucard, op. cit., pp. 143-46- (4) Cons. X. Misti, R. 20, doc. 12 settembre 1480, c. 122 t. Fu preso anche di rinforzare Y armata. Ibidem. (5) Ibidem, 15 settembre 1480, c. 22 t. Fu preso di difendere e chiudere i confini del Friuli. Ibidem. 29 Digitized by Google 446 Nuovo Archivio Veneto l'inviato del duca d'Urbino e ad altri, per nessun conto, avrebbe preso le armi. E le stesse ragioni ripetè all'ora- tore di Massimiliano d' Austria, duca di Borgogna, figlio dell'imperatore Federico III, giunto a Venezia nella prima metà di settembre con la bella promessa che il suo si- gnore cesserebbe dalla guerra col re di Francia per mettersi a disposizione della Cristianità, quando la Si- gnoria accogliesse la proposta di unirsi in lega contro i Turchi (i). L' esperienza, concludeva il Senato veneto, in tanti anni di guerra contro i nemici della croce, ha dato sufficiente prova della fede, della costanza e della bene- volenza dei potentati italiani verso la Repubblica, e il dipartirsi dalla stessa esperienza sarebbe imprudente, no- civo e pericoloso. « Concursus enim noster cutn pre- dictis potentatibus et conspiratio adversus Turcum nil aliud in effectu esset quam sumere alienum bellum, re- vocare ex aliena in domum nostrani incendium, provo- care contra nos solos et terra et mari impetum et fu- rorem potentissimi hostis, solos diximus duplici ratione^ quia, relictis aliis, solos nos impeteret proculdubio tur- cus. Quantum autem in sociis spei habere possimus, non solum angustie preterite nostre declarant, sed pre- sens etiam expressio regni (di Napoli), quod rex ipse vix propugna?^ aggreditur, et sotii sui ei non opitulen- tur » (2). Questa risposta all' oratore di Borgogna puossi con- siderare 1' esemplare, sul quale, in avvenire, la Repub- blica foggerà tutte le altre risposte ai numerosi incita- menti provenienti da ogni parte, e, tra breve, anche agli oratori degli alleati, i quali, proprio allora, sulle mosse (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 7 settembre 1480, c. 130, 130 t. ; Perret, op. cit., voi. II, p. 208. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 13 settembre 1480, ce. 130 t. 131 ; Perret, op. cit., loc. cit. Digitized by Google L' opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 447 di venire, secondo precedenti accordi, a Venezia, stavano discutendo a Firenze sul modo di formulare le loro do- mande, e sulle promesse da farsi per strappare al go- verno veneto lo sperato intervento (1). Il papa che, nel frattempo, aveva tenuto a bada gli oratori presenti a Roma, reputò finalmente venuto il tempo di mantenere la promessa fatta di convocare un congresso di tutti i rappresentanti delle potenze nella capitale cristiana, per metterli d' accordo su una comune impresa (2). Il breve d' invito, che fissava la prima adu- nanza per il 1 di novembre del 1480, era accompagnato dalla copia di una lettera ricevuta dal re di Francia, pro- mettente, secondo le induzioni del Fossati, 100.000 ducati, da riscuotersi dal papa dal clero francese, e altri 200.000, nel caso che egli fosse riuscito a concludere pace con Massimiliano d 1 Austria, duca di Borgogna (3). Ma quale effetto doveva produrre questo solenne atto di Sisto IV? Era la sua parola così immune da sottintesi e restri- zioni da aver la forza di compiere, in quei tempi cotanto turbolenti, il miracolo dell' unione ? Era egli poi così immune dagli stimoli degli interessi temporali e da le- gami nepoteschi, da dare piena sicurtà, che tutta l'opera sua sarebbe rivolta alla grande e gloriosa impresa, e niuna ragione ne avrebbe distolto, anche per un istante, l'attenzione? I conoscitori di Sisto IV non potevano certamente avere molta fiducia. Il re di Napoli, per pri- mo, ne' suoi conversari, lo chiamava complice dei Vene- ziani nella venuta dei Turchi, perchè messo, prima del- ti) Lettera 14 settembre 1480 del Montecatino a Ercole I d' Este, in Foucard, op. cit., pp. 126-27. (2) Pastor, op. cit., t. II, pp. 483-84. (3) F. Fossati, Milano e una fallita alleanza contro i Turchi, Estratto dall' Archivio Ètor. Lombardo, anno XXVIII, fase. XXXI, Milano 1901. p. 3. Digitized by Google 448 Nuovo Archivio Veneto P invasione, sull' avviso della cosa, era rimasto inerte (i). E poi tutti sapevano che egli era schiavo del nipote Gi- rolamo Riario, al quale sacrificava P interesse della Cri- stianità col lasciarlo libero in ogni sua illegittima aspira- zione (2), proprio nel momento in cui era necessario togliere ogni causa di complicazioni politiche nella peni- sola, e il papa stesso, timoroso dei successi dei Turchi, chiedeva ed otteneva per sè da Venezia promessa di soc- corso nel caso di un assalto di quelli nella Marca e nello stato della Chiesa (3), e per il re di Napoli P assicura- zione di assoluta astensione da qualsiasi ostilità contro il regno e i suoi collegati (4). Quando il papa, in così grande pericolo, che lo toc- cava tanto da vicino, come capo della Cristianità, mo- strava di occuparsi degli interessi suoi particolari e dei nipoti, e, fra breve, vedremo a quale sbaraglio stava per lasciarsi avventurare dalP amato Girolamo, può recar stupore la neutralità di una Repubblica, desiderosa di sottrarsi ad un' alleanza, che non dava alcuna garanzia di serietà ? Essa poteva bene riconoscere vero con gli oratori della lega napoletana, giunti a Venezia nei primi giorni di ottobre, tutto ciò che avevano detto sul peri- colo d' Italia e della Cristianità, ma ad un tempo, dopo P isolamento nella ultima e lunga guerra turca, le spese (1) Lettera 28 settembre 1480 di N. Sadoleto a Ercole l d' Este. in Foucard, op. cit., pp. 99-100. (2) Come in quella di Casamurata, luogo situato nel Ravennate, di pertinenza dell' arcivescovo di Ravenna, reputato opportunissimo dai Veneziani a contenere e nutrire un esercito operante in Romagna, e per ciò a loro carissimo. Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 14 ottobre 1480, c. 126 t. (3) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, c. 129 t. (4) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, ce. 134 1, 135, 135 t., che si rife- risce a lettere del papa scritte il 25 e il 28 settembre, e il 2 di otto- bre 1480. Digitized by Google U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. incredibili, P effusione di sangue, le morti numerose di nobili e di soldati, i saccheggi delle provincie, la perdita di nobilissima parte dello stato, dichiarare solennemente che la stessa ragione, che P aveva spinta alla pace nel gennaio, la spingeva ora a conservarla (i). Questa legazione dei rappresentanti della lega napo- letana ha una grande importanza, come P atto collettivo più solenne per trarre i Veneziani nella guerra contro i Turchi. Ma essa fu, come si è visto, del tutto inefficace, e poco mancò che un ordine del Senato facesse partire immediatamente gli oratori, i quali, sotto colore di atten- dere istruzioni dai loro governi, volevano indugiarsi a Venezia (2). Prevalse anche in questa occasione il senno dei prudenti magistrati (3), i quali credettero opportuno di rendere edotto il papa di ogni cosa passata con gPin- viati delle potenze italiane, per mezzo di Zaccaria Bar- baro e con P ingiunzione del più scrupoloso segreto, poi- ché, se la materia dei discorsi tenuti con gli oratori degli alleati nulla aveva di compromettente, la forma poteva tornare pericolosa, qualora qualcosa fosse trapelato là dove era tutto da temere, cioè presso il Turco, contro il quale essi, pur avendo fatto dichiarazione di assoluta neutralità, avevano caldeggiato P unione di tutte le forze cristiane (4). In quei giorni il Senato aveva ricevuto anche varie lettere dal capitano generale da mar, notificanti P arrivo delP armata veneta in Dalmazia, P invio di un provvedi- tore con sei galere nelle acque di Corfù e il progetto di un viaggio verso P isola di Creta. A queste informazioni nulla il Senato oppose ; se non che pregò il capitano ge- (1) Ibidem, doc. 4 ottobre 1480, c. 133-133 t. (2) Ibidem, doc. 6 ottobre 1480, c. 133 t. (3) Ibidem. (4) Ibidem, doc. 6 ottobre 1480, ce. 133 t, 134. Digitized by Google 450 Nuovo Archivio Veneto neral da mar di non allontanarsi dall' Adriatico, dove era assolutamente necessario vigilare (i). Mostrò invece vivo malcontento per altre ragioni, come la fuga di alcuni re- miganti, lusingati a tradire la Repubblica, dalla falsa vo- ce, che il re di Napoli assoldasse uomini di ciurma a cin- que e a sei ducati il mese ; la pretesa del Sanzachi di Coye di esigere gabelle e dazi nei porti della terra ve- neta di Durazzo (2); e, principalmente, il fatto di alcuni sopracomiti, i quali, imbattutisi in navigli turchi ritor- nanti dalla Puglia a Valona, arbitrariamente non solo si erano congiunti adessi, ma anche li avevano rimorchiati e largheggiato di favori, e, quel che più coceva al Senato, avevano subito trovato così zelanti imitatori in tre altri navigli veneti di Durazzo, da spingere le cose al punto da trasportare alcuni Turchi in Puglia (3). I quali fatti non potevano a meno di non compromettere la Repub- blica presso gli altri stati, e di esporla al sospetto di col- pevoli intelligenze coi nemici della fede, proprio allor- quando essa voleva essere e parere neutrale, e con ogni studio fuggire « simile infamia » (4). Perciò comandava all' ammiraglio di opporsi energicamente a qualsiasi peri- colosa iniziativa dei sopracomiti, dei patroni di navi e dei rettori dei luoghi veneti (5). Ma chi avrebbe creduto alla sincerità della Repub- blica dinanzi a tanti fatti congiuranti ad accrescere i sospetti contro la sua politica, che, dalle apparenze, po- tevasi ritenere intesa a favorire i Turchi ? Fra tutti, i potentati italiani, e primo il re di Napoli, che aveva avuto un recente rifiuto di trar armi e munizioni dal dominio (1) Ibidem, doc. 10 ottobre 1480, c. 134-134 t. (2) Ibidem. (3) Ibidem. (4) Ibidem. (5) Ibidem. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 451 veneto (1), nessuno sarebbe stato tanto credulo. Il solo papa, imbragato negli interessi mondani, a cagion del nipote, poteva acconciarsi alle giustificazioni del Sena- to (2), giustificazioni della cui sincerità oggi appaiono con tutta evidenza le prove, ma che allora passavano per arti- fidi diplomatici, come artificii erano le lettere (commen- ticie), che si fingevano scritte e spedite da Venezia a Mi- lano e di là a Napoli, e infine pervenute a Roma nelle mani di Anello Arca mone « optimum harum rerum fabrum et artificem », per mettere in trista luce la Re- pubblica (3). Un nuovo fatto frattanto veniva sempre più a con- fermare il governo veneto ne' suoi propositi di neutralità, fatto non bene accomodato al tempo ed alla necessità delle cose (4), richiedenti la massima tranquillità nella penisola, vale a dire gli avvenimenti interni del ducato milanese, finiti con la decapitazione in Pavia, di Cicco Simonetta, il fedele ministrò del morto duca Galeazzo Sforza, il quale, nei tormenti e nella morte, come affer- ma Bernardino Corio, mostrò « incredibile constantia et gravitate de animo (5), e voluta dagli esuli recentemente richiamati in Milano da Ludovico il Moro, cioè dal Bor- romeo e dal Pusterla (6). Bisogna sapere, per bene in- tendere la cosa, che, dopo Y ingresso di Ludovico in Milano, Ascanio suo fratello, vescovo di Pavia, per emu- lazione, aveva cominciato a favorire la fazione ghibellina, (1) Ibidem, doc. 23 ottobre 1480, ce. 135 t, 136. (2) Ibidem, doc. 24 ottobre 1480, c. 136-136 t. (3) Ibidem. (4) Ibidem. (5) B. Corto, Storia di Milano, Milano 1503, p. 330. Il Corio pone come data della decapitazione il 30 ottobre ; il Sanuto, Vite dei dogi, col. 1213 il 19 ottobre 1480. (6) Ibidem. Digitized by Google 45* Nuovo Archivio Veneto la quale, dopo essere stata la sostenitrice dei principi esuli e la loro salvatrice, era stata poi lasciata in disparte. E tutto per causa del Trivulzio, antico nemico degli Sforza ; onde Pettino Birago, Alvise Terzaghi, e altri molti, privati di ogni dignità e onori, indignati ricorsero ad Ascanio come a loro capo e difensore. Di qui V ar- resto di Ascanio, di Gaspare Toscano, di Cavalchino Guidobono, di Deonese e di Giovanni Lonato pavese, detto Fra, uomini pratici e di grande animo, avvenuto P ultimo di febbraio del 1480. Indi, al Borromeo poi relegato in Mantova, e al Pusterla in Ferrara, furono tolte quelle armi con le quali Ludovico dalP esilio era stato condotto in patria, e similmente al Marliano, ai due pro- tonotari Crivelli e a tutti gli altri ghibellini, sebbene si mostrasse di fare la stessa cosa alla contraria parte sotto il pretesto specioso di evitare discordie civili. Infine Asca- nio fu bandito a Ferrara e il Vimercati a Vercelli (1). Ora, ritornando questi sbanditi, meno Ascanio, in patria per un recente decreto, si temeva che nuovi torbidi sa- rebbero sopravvenuti nella capitale del ducato a turbare la quiete pubblica, e, in parte, a stornare il pensiero dei governanti dalla crociata. Venezia quindi, che aveva predicato tante volte a tutti di non avere fiducia nelP accordo degli stati italiani, come poteva dinanzi a questi e simili altri fatti, sorgenti di perturbazioni, ascoltare la voce degli oratori, che, da alcuni giorni, la eccitavano a scendere in campo contro i Turchi ? Essa, che vedeva assai chiaro nelle cose, non poteva che ripetere quanto, fin dal principio del loro arrivo, aveva detto, non senza provare un senso di impazienza a cagione di una permanenza manifesta- (1) Ibidem, pp. 229-30. Cfr. anche C. Rosmini, Storia di Milano, Milano, 1820, T. Ili, pp. 97-98-105-107. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 433 mente prolungata ad arte per strappare qualche conces- sione per via obliqua ed indiretta (1). Essa non poteva che raddoppiare la sua vigilanza e la sua prudenza, per questa e per altre ragioni, ed anche in vista dell'avvicinarsi dell'epoca (1 nov.). fissata dal papa per il convegno dei rappresentanti delle potenze cristiane a Roma. La Repub- blica prevedeva che, in queir incontro, si sarebbero dette e proposte molte cose magnifiche e speciose, simili e conformi più alle passate- immaginazioni che ad alcun vero e necessario effetto (2). Doveva quindi essere ufficio dell 1 oratore veneto a Roma di ottenere dal papa la pro- messa di non essere chiamato a quei discorsi e trattati, e di fuggire con destrezza, ora F una ora F altra cosa simulando, ogni occasione di compromettersi e un intem- pestivo e immaturo pericolo delle cose tanto comuni quanto particolari (3). Ed era assai opportuno che il Bar- baro stessè sulF avviso, specialmente verso F oratore na- poletano Anello Arcamone, il quale aveva avanzata la proposta di modificare un' articolo dell' alleanza veneto- pontificia nel senso che Venezia non potesse fare alcuna alleanza senza il consenso del papa, e tratto con arte il Barbaro in ciarle sullo stesso argomento suscitando il malumore del Senato (d), il quale vedeva crescere di giorno in giorno attorno a lui gravi imbarazzi e la neces- sità di giustificare, quando che fosse, agli uni o agli altri ogni suo atto. Ora era la volta del re di Napoli, ora del papa, ora dei Turchi, di quei maledetti Turchi, so- spettosi di tutto, ai quali bisognava dar spiegazione, oltre (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 28 ottobre 1480, c. 137. Poco mancò che, nelle sedute del 28 ottobre, il Senato, stanco di questa permanenza, non licenziasse gli oratori dei potentati italiani. Ibidem. (2) Ibidem, doc. 28 ottobre 1480, c. 137-137 t. (3) Ibidem. (4) Ibidem. Digitized by Google 454 Nuovo Archivio Veneto che del resto, della presenza in Venezia degli oratori dei collegati, e perfino di quella dell' oratore veneto in Ro- ma (i), coincidenti coir epoca del congresso, bandito da Sisto IV per i primi di novembre, coir ordine pontificio di celebrare per tutto il mondo cristiano con speciale solennità la ottava di Ognissanti (2), per intercedere l'aiuto dell'Altissimo contro i nemici della fede; e infine coi- T inizio degli apparecchi di una armata crociata (3). Quanto al congresso possiamo dire, che V invito non destò verun entusiasmo. Così almeno scrissero gli óratori milanesi ai loro principi, i quali si mostrarono assai spia- centi per la freddezza con cui era stato accolto l' invito del papa, e per il timore che, aspettando aiuti oltramon- tani, e non unendosi i potentati italici, P infermo non morisse prima delP arrivo del medico (4). In fatti, giunto il primo di novembre, nessuna potenza aveva mandato a Roma i suoi rappresentanti (5), e la dieta, da quanto appare dai calcoli fatti dal Fossati su documenti milanesi di grande importanza per P argomento, non fu aperta che dopo il 24 di novembre (6), e, secondo ogni proba- bilità, prima delP arrivo degli ambasciatori esteri (7). Lo scandaloso indugio di accedere al congresso era una novella prova di quanto aveva sempre a voce alta dichiarato il governo veneto, cioè, delP ignavia, della di- scordia, della impotenza degli stati cristiani, e dava ra- (1) Ibidem, doc. 4 novembre 1480, c. 139. (2) Raynaldi, Annali Ecclesiastici, Lucae 1753-54^. 614, n. 29. (3) VoLATERRANO, Op. CU., COL I I 3 e GUGLIELMOTTI padano di 25 galee, parte delle quali dovevano costruirsi in Ancona, parte in Genova. (4) F. Fossati, Milano e una fallita alleanza contro i Turchi. Estratto dall' Arch. St. Lomb., anno XXVIII, fase. XXXI, Milano, J901, p. 5. (5) Ibidem, p. 7. (6) Ibidem, p. 10. (7) Ibidem. Digitized by Google U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 455 gione alla sua politica di neutralità. Nonostante, esso non era un fatto così imprevedibile da fermarvi soverchia- mente la nostra attenzione, come invece la ferma il turpe proposito del conte Girolamo Riario di espellere, con l'aiuto della Repubblica, Ferdinando di Aragona dal reame napoletano (1). Onde il Consiglio dei X, informato di una simile enormità da Zaccaria Barbaro, reputando indegno perfino il discutere, esortava il conte affinchè tenesse il più scrupoloso segreto, e non volesse apportare danno alla pe- nisola con v incredibile infamia » della sede apostolica e del sommo pontefice (2). Senza questo rifiuto, osserva il Brosch nel suo libro su Giulio II, il mondo avrebbe forse assistito allo spettacolo di veder la Repubblica e il papa da una parte e il sultano dall' altra precipitarsi sopra Napoli (3). Il nipote del papa, sicuro dell'amore dello zio, era uomo di tale immodestia da volere le cose più strane, senza riflettere ai pericoli, alle responsabilità e, come nel caso presente, ali 1 infamia cui andava incontro. Egli non mirava che a soddisfare le sue grossolane passioni e gli smodati desideri di regno concepiti dalla sua mente ot- tusa, e non regolati da alcun senso di opportunità e di possibilità, stimolati dal pregiudizio che al nipote del papa tutto fosse lecito e fattibile. Girolamo conosce- va V odio di Sisto IV per Ferdinando d' Aragona, odio ch'egli aveva istillato e alimentato e del pari divideva con ardente desiderio di vendetta, specie dopo la pace coi Fiorentini, con la quale erano svaniti i suoi sogni sulla Toscana, e ravvivato continuamente da Virginio Orsini, figlio di Napoleone, reclamante da Ferdinando (1) Cons. X, Misti, R. 20, doc. 9 novembre 1480 c. 32, citato dal Brosch. p. 20. (2) Ibidem. (3) Brosch, op. cit M cap. I, p. 21. Digitized by Google 456 Nuovo Archivio Veneto cT Aragona le contee di Alba e di Tagliacozzo, situate tra i Marsi e i Peligni, dovutegli per la paterna eredità. Ma il re le aveva vendute al protonotario Oddone Co- lonna e ai fratelli di lui per 12.000 ducati d' oro : la qual cosa, scriveva Sigismondo de' Conti, sembrava tanto più indegna a Virginio, perchè di famiglia, che sempre, qua- lunque fosse stato il vento della fortuna, aveva parteggiato pel re, il quale le doveva essere molto debitore. Onde, volendo rientrare nel possesso delle paterne contee, e non potendolo sperare (ino a che il re fosse fortunato e po- tente, desiderava la guerra, ad essa eccitava Girolamo, cui aveva promesso avrebbe uniti tutti i suoi soldati e le sue fortune, non che la gente degli Orsini in allora potenti per milizie. La cosa, conclude lo storico fulginate, pareva a Sisto e a Girolamo utile e assai opportuna ; nondimeno essi non vedevano non doversi tentare se non vi pren- devano parte i Veneziani (1). L'autorità di Sigismondo de* Conti in questa nar- razione, e specialmente nella chiusa, è sommamente pre- ziosa, poiché appare sempre più manifesto su quali basi poggiasse tutto V edificio della crociata contro i Turchi, e quale fosse P intima condizione delle cose nella peni- sola, la cui tranquillità e salvezza erano alla discrezione di un uomo come il Riario e di un papa nepotista come Sisto IV, i quali, non contenti dell'incendio che vole- vano attizzare nelT Italia meridionale, un altro ne vo- levano accendere nella centrale con le loro insistenti pretese sul luogo di Casamurata in quel di Ravenna, contro T opinione stessa della Repubblica, loro alleata (2). A Roma tuttavia si raccoglieva il collegio dei cardi- nali per la crociata, e vi si leggevano le lettere del re (1) Sic de Conti, op. cit., T. I, pp. 114-15. (2) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. 9 novembre 1480, c. 140, 140 1. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto 1 V ecc. 457 cT Ungheria, piene di acerbe parole pei Veneziani, e si ascoltavano gli acerbi discorsi del cardinale d' Ara- gona dello stesso tenore, smorzati un po' dalle risposte del Foscari e di qualche altro (1), e infine si accredita- vano le dicerie che sette triremi veneziane avessero ac- compagnato le fuste dei Turchi, fino ad Otranto (2), e che il capitano generale di mare avesse fatto rotta per le coste del Friuli, collo scopo di turbare, nel presente scompiglio, le cose dei Milanesi (3). Per sfuggire V infamia di simili accuse, il Senato scrisse al Barbaro, fiducioso che già egli, nel riguardo dell'accompagnamento dei Turchi a Otranto, avesse smen- tita la notizia. Quanto al resto, bastava, per convincersi della falsità dell' accusa, tener conto che sulle navi di- rette al Friuli erano imbarcati soli trentasei cavalieri, certo insufficienti a recar, come si voglia, danno ad altri. E poi non e' era veramente da pigliar ombra per la par- tenza dell' armata, poiché il capitan generale, per non tenerla oziosa, V aveva fatta navigare verso quella pro- vincia, collo scopo di visitarla e di esaminare i passi ido- nei a vietare ogni invasione, e quindi erasi diretto verso Rimini, dove fra breve sarebbe arrivato (4). E V ammi- raglio, in questa bisogna, aveva profittato della rilassa- tezza dei Turchi, i quali, è da credere, non si sentissero per allora così preparati a proseguire V impresa. Anche il Senato, così pauroso dei Turchi, credette diminuito il pericolo, e fece disarmare alcune navi, ma, per la pros- sima primavera, essendosi divulgata la voce che i Turchi (1) Senato, Delib. Secr. XXIX, ecc. citato. (2) Ibidem. (3) Ibidem. (4) ibidem. Digitized by 45^ Nuovo Archivio Veneto avrebbero raccolto una potentissima armata, deliberò di ingrossare per quel tempo anche la propria (i). Il papa finalmente, spronato da quelli che V attor- niavano, la maggior parte gelosi della sua alleanza con Venezia (2), diede segno di occuparsi con più alacrità delle cose della crociata. Ricorse da prima, per rifornire T esausto erario pontificio, a gravezze straordinarie, chie- dendo per ogni focolare dello stato pontificio un ducato d 1 oro (3), e ad ogni chiesa e convento una decima per due anni (4); indi, per dar saggio de* suoi sentimenti tutti rivolti alla pacificazione degli stati cristiani, si mo- strò propenso di riconciliarsi coi Fiorentini. « E dove prima, scrive il Machiavelli, non aveva mai voluto ascol- tare alcun oratore fiorentino, diventò intanto più mite, che egli udiva qualunque della universale pace ragionas- se » (5). Tanto che i Fiorentini furono certificati, che quando s 1 inclinassero a domandare perdono al papa, che lo troverebbero. Non parve adunque di lasciar passare que- sta occasione e mandarono al pontefice dodici ambasciatori muniti di concilianti istruzioni, i quali, poi che arriva- rono a Roma, il 25 di novembre, complimentati solo dai loro compatrioti e amici, giacché valevano ancora le cen- sure (6), il papa con diverse pratiche, prima di dar loro udienza, intrattenne. Pure alla fine si fermò tra le parti come per l'avvenire si avesse a vivere, e quanto nella pace e nella guerra per ciascuna di esse contribuire. Ven- (1) Ibidem, doc. 11 novembre 1480, c. 141 t. (2) Ibidem, doc. 17 novembre 1480, c. 142. (3) L. Pastor, op. cit., T. II, p. 484. (4) Raynaldi, Annales Ecclesiastici ecc., n. 28, 1480, e Pastor, op. cit., T. II, p. 484. (5) N. Machiavelli, op. cit., p. 308. (6) Volaterrano, op. cit., col. 113, li fa arrivare al 25 novembre del 1480. Digitized by Google V opposizione diplomatica di Venezia a Sisto I V ecc. 459 nero poi gli ambasciatori ai piedi del pontefice, che con soverchia pompa coi cardinali li aspettava innanzi alla porta di bronzo chiusa della navata centrale della basi- lica di S. Pietro, seduto su sedia coperta di porpora, cir- condato dai cardinali e alla presenza di una grande mol- titudine. Alle loro parole di scusa, rispose con altre piene di superbia ed ira. Si lesse poi la formula delT accordo e della benedizione, alla quale il papa aggiunse, fuori delle cose praticate e ferme, che se i Fiorentini volevano godere il frutto della benedizione, tenessero armate di loro denari quindici galee tutto quel tempo che il Turco combattesse il regno. Nè tal peso gli ambasciatori riu- scirono ad alleggerire. Ma, ritornati a Firenze, la Signo- ria, per fermare questa pace, mandò al papa oratore G. A. Vespucci. Questi per sua prudenza ridusse ogni cosa a termini sopportabili, e dal pontefice molte grazie ot- tenne, che fu segno di maggiore riconciliazione (1). Intorno allo smesso tempo (4 die), il papa affidava al cardinale Savelli la missione di mettere cT accordo in Genova i partiti fra loro in contesa, ed invigilare in quel porto all' allestimento dell 1 armata pontificia, noleggiata per la crociata (2), e alla quale doveva presiedere il car- dinal Fregoso (3). Pure il re di Francia pensava di fare qualche cosa (1) Machiavelli, op. cit., p. 309. Più tardi furono restituite le castella occupate durante la guerra dal duca di Calabria, che, alla sua partenza, aveva lasciato in custodia ai Senesi. Ibidem. Cfr. anche il Reumont, Lorenzo de' Medici, Leipzig, 1874, voi. I, pp. 370, 512-13- 14. C. Manfroni, op. cit., cap. Vili, p. 116. Romanin, op. cit., t. IV « P- 397- Sismondi, Repubbliche ItaL, 1850, Milano IV, pp. 26, 147, 148. Frantz, Sixtus IV ecc., cap. V, pp. 262-263. (2) Pastor, op. cit., T. II, p. 484. Guglielmotti , op. cit., T. II, pp. 432 e segg. Volaterrano, op. cit., col. 116. Raynaldi, op. cit., pp. 614-615. (3) Guglielmotti, op. cit., t. II, p. 432. Digitized by Google 460 Nuovo Archivio Veneto per la crociata, come si è detto nel capitolo precedente, e P attesta l'ambasceria a Venezia di Giovanni Binel, reg- gente della Facoltà di diritto air Università di Angers e giudice di Angiò (1), pochi giorni dopo che il Senato aveva dichiarato al Barbaro, in procinto di lasciar Ro- ma (2), di rispondere alle aperture del papa sullo stesso argomento, di sentire più che mai, in quel tempo, as- soluto bisogno di pace, nonostante la convenienza par- ticolare della Repubblica di una crociata di tutti gli stati cristiani contro il Turco. Ma il tentarla fuor di tempo ad alcun atto contro il Turco, perchè questo convergesse poi la guerra solo su di essa, non sarebbe stato liberare T Italia, nè opporsi agli imminenti mali, nè provvedere alle cose cristiane (3). Non mollo diversa fu quindi la risposta ali 1 oratore francese quando si presentò a Ve- nezia con T offerta delf alleanza regia e della somma di 300,000 scudi air anno come contributo nelP impresa turca e con P assicurazione da parte del re di unirsi alla Repubblica per punire quei potentati che, dopo aver dato promessa, avessero mancato alP obbligo loro di com- battere al suo fianco (4). La stessa nota di neutralità ap- pare anche nella risposta data nel giorno stesso ad An- tonio Graziadio, secondo messo di Massimiliano d' Au- stria (5), e nel dispaccio spedito alcuni giorni prima al Barbaro circa il modo di comportarsi dato che fosse (1) Perret, op. cit., t. II, p. 209. (2) if permesso di lasciar Roma fu dato al Barbaro il 18 dicem- bre 1480, c. 146 t. (3) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. it settembre 1480, ce. 244 e 144 t. (4) Ibidem, doc. 18 dicembre 1480, ce. 144 t., 145, 145 t. ripor- tato per intero dal Perret, op. cit. in Appendice, doc. XLIV. (5) Senato, Delib. Secr. XXIX, doc. iS dicembre 1480, ce. 145 t. e 146. Digitized by Google L opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 461 interrogato dell' opinione del governo veneto sulla par- tenza del duca di Urbino per il regno (1), partenza altra volta annunciata, ma che ora pareva non si dovesse più a lungo differire. Federico Montefeltro, duca di Urbino, vanto delle armi e della prudenza politica italiana, da più mesi era in rapporti con Venezia e col papa, che volevano pren- derlo ai comuni stipendi. Le pratiche, fatte prima dal Consiglio dei X e poi dal Senato per raggiungere lo scopo, erano andate finora a vuoto, e vi avevano con- corso, oltre che la questione dell'ammontare del soldo, le condizioni d' Italia dopo la caduta di Otranto ; poiché, a parer nostro, il duca, sapendo che qualora avesse ac- cettato la condotta veneto-pontificia, gli sarebbe stato impossibile rispettare i patti stretti in precedenza, du- rante la guerra toscana, col re di Napoli, ma non ancora scaduti, non voleva macchiare la sua coscienza tuttora immune dalle turpi diserzioni dei capitani venturieri del tempo. E chi conosce bene la vita del Montefeltro, certo non potrà a meno di non convenire nel nostro asserto. E da credere poi che gli stesse molto a cuore la libera- zione d 1 Italia dai Turchi come italiano e come uomo di preclare virtù e di sentita fede. Ne è testimonio solenne una lettera del 21 dicembre del 1480 a Niccolò Batti- ferro, inviato, per una seconda volta, a Venezia allo scopo di chiedere consiglio circa il comando dell' esercito napo- litano, e che qui riassumiamo per la sua importanza. Il duca, dopo di aver premesso la necessità e il debito di non tacere alla Repubblica il pensiero suo, narra che il pontefice aveva mandato Giordano Orsini a Otranto, per- chè ne studiasse la condizione insieme a quella del campo del re, e riferisse intorno alla facilità e difficoltà della (1) Ibidem, doc. 1 1 dicembre 1480, c. 143 t. 30 Digitized by Google 462 Nuovo Archivio Veneto espugnazione e del ricupero della terra ; che Giordano Orsini era venuto a lui col disegno della città e che la sua opinione, alla quale egli aderiva completamente, era tale che, quando si facessero le debite provvigioni, fi- nora trascurate, molto facilmente si potrebbe ricuperare, perchè situata in modo, da stare sicuramente a campo e da non aver danno alcuno, anche se il turco mandasse grande soccorso. Inoltre era da tener conto che, anche dalla parte di mare, dove il turco credevasi potentissimo, si poteva fare un grande sforzo per la presenza dell'* ar- mata regia e, per le obbligazioni testé contratte, di quella del papa e del re di Castiglia. Ciò posto, soggiunge il duca, benché io mi vergogni a dirlo, tutti, e specialmente il re, mostrano il deside- rio della mia andata al campo con speranza di pronta vit- toria. Dall' altra parte il papa, sospettoso per molte cose occorse per il passato, le quali sono ben note alla Si- gnoria, non ha voluto intendere fino a qui parola di que- sto mio andare e meno al presente che mai. E perchè io credo che questa sia importantissima impresa non solo per T Italia, ma per tutta la Cristianità, sarebbe gravis- simo errore il mio, se, attesa la singolare mia servitù verso la Signoria, con quella non conferissi liberamente ogni pensiero. E però io ricorro a lei per aiuto e con- siglio, supplicandola con tutto il calore, che si degni di voler considerare il grandissimo pericolo, che molto facilmente sta per seguire, quando alla grande potenza e .ambizione di questo potentissimo nemico non si faccia resistenza, mediante le necessarie provvigioni, le quali a me pare non possano essere sufficienti, se principalmente non concorre la singolare sapienza e potenza della Si- gnoria, la quale fino a qui ha avuto giustissima cagione di star sopra di sè, per non intendere V intenzione delle altre potenze cristiane, potendo verosimilmente sospet- tare che, quando fosse entrata in nuova briga con il Turco, non fosse lasciata sola nella pesta. I quali sospetti Digitized by Google U opposizione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 463 dovrebbero ora essere cessati, poiché il re per esperienza . si è certificato dell' interesse, che gli è risultato e risulta, di non aver seguito con tutte le sue forze, in altri mo- menti, la Signoria. Ora egli offerisce per mio mezzo di voler essere in perpetuo « ad unum velie et ad unum posse », con quella, e parla per modo e con tanta effi- cacia, che la ragione costringe a prestargli fede, tanto più che dice di aver potestà a obbligare solennemente il re di Spagna, quello d' Ungheria, il papà, il collegio dei cardinali. Infine Ferdinando ha tanto interesse in questa impresa, che non si può verosimilmente dubitare di lui. E così cessa non solo il sospetto di dover essere abban- donata, quando la Signoria si discopra, ma si può aver certezza che qualora il papa, il re di Napoli, la Repub- blica con gli altri sopradetti potentati s' intendano, li seguirebbe tutto il resto dei Cristiani, i quali, in ogni loro dimostrazione, per quanto si possa comprendere, si mostrano ben disposti. Nondimeno se la Signoria desi- derasse alcuna altra sicurtà, la quale le paresse dover essere proposta per terza persona a lei fidatissima, a che io domando di grazia, che in questa parte sia preso fede di me, perchè io obbedisco con tanta sincerità a quello che mi sarà domandato ; ond' ella si chiamerà bene sod- disfatta di me, e, in niun minimo punto, passerò la mia commissione, e tacerò quello che si dovrà tacere, e dirò quello che mi sarà comandato di dire. E quando pure alla Signoria non paresse di scoprirsi palesemente, al- meno voglia, secondo il suo beneplacito, aiutare il papa, del quale può prendere ogni fede, per farne crescere T animo, e, mediante la provvigione che facesse il papa, aiutato come si è detto, farlo crescere al re, poiché mi pare che il tempo che corre abbia più necessità de' suoi savi consigli e potentissimo aiuto, che ne occorresse mai all' età dei nostri proavi. E questo è quanto alla parte delT aiuto. Il consiglio che io aspetto, continua P Urbinate, è Digitized by Google 464 Nuovo* Archivio Veneto che la Signoria si degni di ricordarmi se questa mia andata, ricercata dal re, si debba favorire, non perchè, quando io intenda quella sembrarle conveniente, io mi governi in un modo, e quando intenda il contrario mi governassi in un altro. E vero che a me pare che parte dei sospetti del papa, mossi dalla poca fede riposta nei Milanesi e nei Fiorentini, avendo egli vera intelligenza con la Repubblica, non siano da stimare, perchè nè gli uni nè gli altri si trovano in condizione che si possa temere che si movessero a una minima cosa. Infine, an- corché la condizione della mia persona e molte cose se- guite in quest 1 anno non dovessero indurfe a desiderare ogni altra cosa che questa andata — e forse qui alludeva alla parte da lui avuta nello stringere V alleanza veneto- pontificia — ; nondimeno, quando io andassi con volontà del papa e di Venezia, confesso che io mai andai in luogo alcuno con maggior animo nè maggior speranza di fare qualche bene. Quando poi alla signoria spiacesse la mia andata, essa sappia che io mi vergogno come sol- dato del re — diffatti non erano ancora scaduti i suoi impegni coli 1 Aragonese — io mi vergogno di non com- parire, richiesto a un tanto bisogno e massimamente quando mi stringe ancor più la necessità che io vedo del bene universale (1). Splendido documento invero della rettitudine di ca- rattere dei Montefeltro e del nobile e profondo senti- mento di italiano e di cristiano, ma che, nonostante la nota personale di onestà e di patriottismo, non trovò adeguato ascolto, nè giunse a ferire T animo della Re- pubblica, incrollabile nelT idea di mantenersi neutrale in (1) Da una copia conservata nell'Archivio di Stato di Venezia, Senato, Delib. Secr., doc. 21 dicembre 1480, ce. 156-1561., Il Mon- tefeltro si firma Capitano generale regio e Confaloniere della Chiesa. Digitized by Google L opposi f ione diplomatica di Venezia a Sisto IV ecc. 465 quella grave bisogna. Essa solamente gli lasciò, dopo un lungo esame, ora delP una parte con le ragioni dello scritto ricevuto, ora dell' altra con i dubbi, i riguardi e i rispetti propri, libertà piena di andare alla espugna- zione di Otranto, certa che egli non avrebbe in questa, che era la maggiore e più degna del consiglio suo, che reputava il primo d' Italia, errato come non era usato a errare nelle altre cose (1). Tale la risposta alla nobile lettera del Montefeltro, effetto di un determinato ordine di idee, come da poco aveva potuto anche sperimentare il doge di Genova, il quale, dopo la conciliazione delle parti avversarie in quella città, aveva mostrato il desiderio di entrare in lega con la Signoria (2). Si comprende bene che tali recisi rifiuti dovessero far diminuire la speranza di una vittoria sui Turchi, e ravvivare su Venezia sempre più quel senso di diffidenza, formatosi già intorno alla sua politica, tacciata di egoi- smo e di rapacità. Erano passati ormai più di quattro mesi dalla per- dita di Otranto, e niun provvedimento era stato ancora preso contro i nemici della fede, e niuna cosa lasciava sperare che sarebbero tra breve scacciati. Racconta anzi Sigismondo de' Conti, che Sisto IV avvilito avesse un istante pensato di rifugiarsi in Francia (3) ; ma a noi, che ne abbiamo rilevato i reconditi propositi, questa cosa pare una finzione. Tuttavia riconosciamo che il papa, preso alle strette dai potentati italiani, dagli ambasciatori residenti in Roma, dai cardinali s' inducesse a condurre innanzi i famosi preparativi della crociata. Anello Arca- fi) Ibidem, doc. 17 gennaio 1480, c. 1 57- 1 57 t- (2) Ibidem, doc. 29 dicembre 1480, c. 152 t. (3) Sigismondo de Conti, op. cit., T. II, p. 108. Digitized by Google 466 Nuovo Archivio Veneto mone, nella seduta del 31 dicembre del famoso con- gresso, lo spinse anche a sussidiare il re d' Ungheria, affinchè movesse contro il Turco, e non è improbabile che sotto la volontà dello stesso scaltro oratore napole- tano, nella stessa seduta, alla presenza dei ministri di Spagna, di Milano, di Ferrara, di Genova e di Siena, esponesse la necessità della spedizione, fissasse le quote dei sussidi da versarsi da ciascun governo, e annunziasse T invio di un legato a Venezia, coir incarico di toglierla dalla sua ostinazione (1). L' anno 1480 stava per chiudersi, e pareva che Ve- nezia dovesse reputarsi contenta dei risultati della sua politica, sia nei riguardi della propria tranquillità, sia in quelli del pericolo turco e della pace d' Italia. Ma le apparenze spesso ingannano. Difatti V orizzonte politico si offuscava dalla parte del ducato di Ferrara e di Roma- gna per i litigi sorti fra la Repubblica e il duca Ercole d 1 Este per ragioni commerciali, e fra la Repubblica e Galeotto Manfredi per ragioni territoriali e di confine. (Continua) Dott. Edoardo Piva. (1) Chmell, op. cit., pp. 347-48-49. Perret, op. cit., T. II, p. 210. Pastor, op. cit M T. II, pp. 384-85. Makuscev, op. citata, T. II, pp. 311-12. Digitized by Google Digitized by Google NOTE DI STORIA VERONESE XV. Due iscrizioni del sec. XIII. Ripublico due iscrizioni già note, e lo faccio non tanto per il loro valore storico, quanto per P interesse che destano esaminate sotto il punto di vista paleogra- fico. Una di esse, P iscrizione obituaria del card. Ade- lardo vescovo di Verona, è notissima. L'altra fu stam- pata da G. B. Biancolini, ma inesattamente; la sua ri- produzione di quest' ultima ha quindi anche un tenue valore storico. In questo momento tuttavia mi preoccupo sopratutto della paleografia. Si tratta di due iscrizioni nelle quali il maiuscolo mescolasi col minuscolo. Esse non sono addi- rittura in minuscolo, ma neppure conservano il carat- tere, che ordinariamente si riguarda come proprio del- l' epigrafia, cioè il maiuscolo. Iscrizioni completamente in minuscolo non mancano a Verona. Come tali si possono riguardare quelle incise, a ricordo di fatti storici, sulla facciata della chiesa di san Stefano. Sino dal 1749 vennero rappresentate in facsimili in legno, non molto precisi, ma neanche spre* Digitized by Google 4 68 Nuovo Archivio Veneto gevoli, dal Biancolini (i). Esse ricordano fatti succeduti negli anni 1195, 1212, 1223, 1236, 1239, 1253, 1303. Non affermerò in modo assoluto che siano state tutte scritte, rispettivamente, nell'anno in ciascuna di esse menzio- nate. Ma presso a poco devono spettare al tempo che in ognuna viene indicato. Al principio del sec. XII, essendo vescovo di Ve- rona Zufeto, vennero riconosciute le relique di santo Ip- polito, nella chiesa di san Lorenzo. Fecesi allora una laminettadi piombo, con una iscrizione commemorativa. Questa è tutta in maiuscolo (2). Non è tale il caso delle lamine di piombo, coi nomi di san Kiberto e di santa Vittoria, che un tempo tro- vavansi nella soppressa chiesa di s. Maria della Fratta, e che ora stanno in san Lorenzo. Le loro iscrizioni sono mescolate di lettere maiuscole e di minuscole (3). Il eh. cav. Pietro Sgulmero (4) ripubblicò, in bel facsimile, l'iscrizione commerativa della costruzione della chiesa, ora comunemente denominata di s. Maria della Stra, presso Caldiero. Essa dice così: «Ani Domini milesimo | centesimo quadra | iesimo tercio. indicio | ne sesta , tempore Tebaldi episcopi | prope festivitatem sancti Mar | tini. Sacerdos Ambrosius | fuit autor uius operis. Borgo | et Malfato qui tunc abitabant ! in Ve- ronensi castro existentibus | magistris ». Rozza è la lingua, rozza la tecnica del quadratario. (1) Chiese, I, 19-23. (2) Un facsimile ne diede il cav. P. Sgulmero, Zufeto vescovo di Verona, Verona, 1894. Altro facsimile ne pubblicai io pure, Due ripostigli dt reliquie, in Rend, Accad. Lincei, serie V, t. Ili (1894), pag. 896. (3) Ne parlai nei Rend, Accad. Lincei, loc. cit., pag. 898. (4) S. Michele di Porcile veronese, in N. Archivio Veneto, IX (1895), pag- 3 2 5 con * av - Digitized by Google Note di storia veronese 469 Le lettere t, ed r, il nesso st, ricorrono qui spessissimo e sempre di forma minuscola. La g una volta ha forma maiuscola, al r. 7 in « Borgo », e una volta si presenta invece in forma minuscola al r. io in « magistris ». A questa classe di epigrafi spettano le due di cui ora mi occupo. Quella riguardante il card. Adelardo ha V interesse storico, che deriva dalla celebrità del personaggio di cui ricorda il giorno emortuale. Sta rozzamente incisa, con punta metallica, in un fittile, non squadrato, che venne rinchiuso nella tomba, insieme coi resti mortali del fa- moso prelato. Venne levata dalla tomba nel 1873, e riposta nel Civico Museo di Verona (1). Essa è così con- cepita : -f- Sinno Domini M. C. C. XXV. die. XML exeunte agusto dóminus Adelardws 5. quondam episcopus et cardi nalis obiit. Ne presi il calco, dal quale, a mia preghiera, gentil- mente trasse la fotografia il cav. avv. Secondo Pio di Torino. L'altra iscrizione — che parimenti dal mio calco venne fotografata dal cav. Pia — si credeva da molto tempo perduta. Spettava all' antichissima chiesa di San- t' Ambrogio di Tomba Susana, che venne barbaramente distrutta verso il 1870. Dei ruderi di questa chiesa al- cuni vennero impiegati a costrurre una casa in località detta Tomba Vecchia^ dove la chiesa esisteva. Altri si (1) Cfr. quanto dissi a tali proposito nell* articolo Una mitra del secolo XIII, in L' Arte IV (1901), pag. 151. Digitized by Google 470 Nuovo Archivio Veneto riconóscono nella casa n. 27 della contrada Valle, di- stante di lì poco più di un chilometro Sono frammenti di colonne e di sculture. Di ciò assicurommi (1898) il cav. avv Giovanni Belviglieri, il quale potè ricuperare e salvare nella sua casa in Verona qualcuno di quei preziosi ruderi. Fra questi c* è una delle due iscrizioni commemorative. Il Biancolini (1) asserisce che ai due lati della porta maggiore ai suoi tempi stavano due pietre inscritte. Da quella di destra egli pubblica l'iscrizione seguente: « Angulus hic reedificatus | tempore archipresbiteri Winici | et presbiterorum Primi et Widonis | an. D. MCCXX, indie. Vili». L* altra, secondo il Bianchini, suona così : « Massarii operis erant | Crescentius de Michelda et | Benedictus de Bonoiohanne. | Magistri tunc erant Con- ta et | Caroninus. C et X lib. habuerunt ». La prima iscrizione pare sia andata realmente di- strutta. Per buona sorte la seconda fu quasi per intero conservata, ed io potei studiarla presso il cav. Belvi- glieri, al quale rendo qui le debite grazie. Dall'esame risulta che la lettura del Biancolini va leggermente mo- dificata e corretta così : masarii operis erant Crescencius de Michel- da et Benedictus de Bonoiohan/ze. Magistri f [ue]ru;n Co/ita et Cawboninvs I I I I I I I abuera/it. (1) Chiese, III, 292. L* una e V altra epigrafe riprodusse il cav. Sgulmero, loc cit , pag 344, nel mentre soggiungeva che le epigrafi furono viste ancora in luogo nel 1840 da A. Bellorti (Ms. 1939, p. 53, della Biblioteca Commerciale di Verona). Lo Sgulmero deplorava che tanto 1' una quanto V altra fosse andata « miseramente perduta ». Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google Note di storia veronese 47» La cediglia di Conta non è molto chiara, ma pur si intravvede. Nella iscrizione per il card. Adelardo l'elemento mi- nuscolo è abbondante, e lo si riconosce nelle lettere d, e, p, q, s. In quella di Tomba Susana esso si afferma nella h, e più evidentemente nel nesso st. I resti della chiesa di Tomba Susana dovrebbero venire raccolti tutti insieme e illustrati. Sono residui preziosi della nostra arte. Desidero che questo abbia ad avvenire. Aspettando che ciò possa esser fatto, pare- vami che intanto 1' iscrizione doveva essere messa in pubblico, ora specialmente che ritorna in discussione il progetto per la compilazione del Corpus delle iscri- zioni medioevali d' Italia, (i). Carlo Cipolla. (i) Cfr. Arch. stor* Lombardo, 1903, I, 505 sgg. Digitized by Google RASSEGNA BIBLIOGRAFICA D.r Alfred Doren. — Deutsche Handwerker und Handwerkerbru- derschaften in mitteVdlterlichen ltalien (Berlin-Prager, 1903). Il Doren, nome già noto in Italia fra 1' altro per i suoi pregiati studi sulle corporazioni artigiane di Firenze, ha pubblicato in questi giorni un nuovo lavoro sopra un argomento molto interessante; ri- volgendo la propria attenzione e le sottili ricerche alle immigrazioni di operai tedeschi e alle loro fratellanze, sorte nel medio-evo in qual- che città italiana. Soltanto verso la metà del sec. XIV cominciano a mostrarsi ab- bastanza numerosi i lavoratori venuti d' olir' Alpe. Già in Firenze tro- viamo operai stranieri, impiegati nell'arte del tessere; appariscono quindi in Venezia, a Treviso ed a Milano, dove fondarono le loro fratellanze. Prima di scendere in Italia essi si erano già recati iu In- ghilterra, protetti da Enrico I dei Plantageneti, da Eduardo IV e dal suo successore. Una causa intima però spinge questi artieri a lasciare la loro terra natia : è il bisogno di libertà politica e di una migliore vita economica. Infatti è appunto nel quindicesimo secolo che avviene in Germania una fortissima emigrazione : in gran numero i purgatori di lane, i tintori e i tessitori per il rincaro dei viveri lasciano la pa- tria con le loro famiglie, venendo a stabilirsi specialmente nell' Italia settentrionale; poiché solo più tardi si incontrano nell' Italia meridio- nale. Alle prime, altre industrie si aggiungono. Giustamente nota 1* A. come questo numeroso concorso di operai stranieri fra noi doveva de- terminare necessariamente la venuta di osti e di albergatori, loro con- nazionali. Già fin da quando gli studenti tedeschi vennero a studiare Rassegna bibliografica 473 nelle nostre università, troviamo nelle cronache gogliardiche e negli atti delle Nazioni ricordo di albergatori venuti con loro dalla Germania. A Padova era notissima infatti, nel 500, 1' ancilla Anna, natione ger- mana, arte mensae magistra, eh' ebbe spesso a fare con gì' inquisitori veneti per avere permesso che si radunassero in casa sua gii stu- denti luterani. Ma ritorno al nostro Autore e al suo bel libro. Già nei docu- menti di quest' epoca si possono facilmente constatare i vantaggi e i progressi delle varie industrie portati da queste immigrazioni. L' in- dustria dei panni raggiunge il suo massimo sviluppo; l'arte di rica- mare nella seta comincia con la scoperta di strumenti che perfeziona- vano la tessitura; nella lavorazione dei metalli e del legno i tedeschi già si occupano con successo, mentre architetti stranieri disegnano i progetti della chiesa di S. Francesco d' Assisi e della torre pendente di Fisa. L' arte della pittura viene ancor essa molto coltivata, distin- guendosi maggiormente i tedeschi nella pittura sul vetro. Operai tede- schi cesellatori si trovano alle corti dei Papi e dei Principi. Essi si dedicano ad arti diverse, mentre alcuni si danno all' umile professione di sensali o di mereiai ambulanti, altri invece esercitano la medicina, coltivano la musica, miniano pazientemente i manoscritti, e (aggiun- giamo) sono talvolta chiamati dai Comuni (come da quello di Padova per copiare il codice carrarese) (1) per trascrivere i volumi delie leggi. In un altro capitolo il Doren studia più largamente le condizioni degli operai tedeschi, che si erano dedicati alle varie industrie. Fra tutti, i più difficili a seguire nella loro vita girovaga sono gli stampa- tori, costretti spesso a cambiare paese per procurarsi nuovo lavoro. Verso la metà del quattrocento si sentiva vivamente il bisogno di usare dei tesori del sapere, ma i manoscritti erano ancora scarsi. Nel 1464 Corrado di Svevia e Arnaldo da Praga aprono la prima officina tipo- grafica in Italia. Roma però è il primo centro, nel quale si svolge largamente 1' arte nuova : un altro centro sarà più tardi Venezia con Nicola Jenson. Accanto all' Jenson fioriscono il Marzi, il Dalen e il Numeister; mai però fìssi in una città per lungo tempo, sempre cambiano dimora seguendo il miglior offerente. Ai tedeschi si ag- giungono poi i fiamminghi, gli olandesi, i dalmati, gli ungheresi: e in Italia l'arte tipografica, che riceveva un impulso così forte dalle straniere energie, poteva rivaleggiare gloriosamente con la vicina Ger- mania. (1) « per manus Johannis de Lyebenberch de Alamania ». Cod. Carrarese, ms. in bibl. civ. di Padova a c. 316 r. Digitized by Google 474 Nuovo Archivio Veneto Anche le industrie costruttrici sono con onore esercitate dai tede- schi venuti fra noi. A Strasburgo, a Colonia, a Praga Y arte, con lo stile gotico trasportato dalla Francia, trionfava. Galeazzo Visconti e il suo successore si rivolgevano alla nazione tedesca, per avere ingegneri ed operai per fabbricare il duomo di Milano. I nomi degli architetti Gmund e Fùssingen, degli scultori Hans von Fernach e Anex Mar- chestem sono ricordati nella storia di quel monumento : più tardi un altro tedesco attende al duomo di Assisi, ed altri al duomo di Mode- na, a quello di Ferrara, ed alla chiesa di S. Zeno a Verona, mentre Pietro di Giovanni di nazione germana adorna il duomo di Firenze di pregevoli sculture. Operai stranieri abbelliscono con le invetriate dipinte le nostre chiese : Giacomo da Ulm lavora in una capella a S. Petronio in Fi- renze, mentre altri suoi connazionali sono a Roma ed in Orvieto. A Venezia nel XV secolo Giovanni Alemanno e Antonio da Murano gareggiano con gli artisti italiani, e Giusto da Gand dipinge una Cro- ciata nella chiesa di S. Maria di Castello e viene sopranominato il maestro della morte di Maria. Non solo nelle arti maggiori, ma nelle più minute, nella fabbri- cazione degli organi, nell'arte dell'intaglio, nel lavorare l'oro, nel ricamo paziente, troviamo sempre qualche operaio tedesco; che non vive certo isolato nelle nostre città dove i Signori, sia a difesa propria, o per imprese guerresche, sono circondati da compagnie di soldati stranieri. La parte però più interessante nell' opera dell' egregio A. è lo stu- dio delle fratellanze, che si sono formate poco a poco nelle varie città italiane. Queste corporazioni, che si presentano sotto V aspetto piut- tosto di confraternite, poiché quasi tutte avevano scopi religiosi ed umanitari", vengono dal Doren divise in due gruppi : secondo che han- no, o meno, una base industriale e commerciale. Con scopi puramente religiosi ed umanitari ci è rimasto ricordo di una associazione di negozianti, albergatori ed operai tedeschi in Treviso, la quale aveva la propria sede nella chiesa del Beato Anto- nio ; il suo carattere però si trasforma più tardi con la venuta in Treviso di operai svizzeri ed austriaci. A Genova soldati ed operai tedeschi insieme riuniti, si radunavano nella chiesa di S. Barbara. Nel sec. XV questa corporazione raggiungeva il massimo della sua gran- dezza, essa possedeva perfino parecchie case in città; fu però sciolta nel 1607. Anche a Milano i tedeschi riuniti costruiscono una cappella della Vergine, sotto la cui protezione avevano posta la loro confra- ternita. A Firenze i tessitori stranieri si riuniscono in una associazione con scopi umanitari e religiosi : nell' elenco dei fratelli troviamo nomi di brabantini, fiamminghi, olandesi, pochi tedeschi; essi si radunavano Rassegna bibliografica 475 in una cappella dell' Annunziata, detta poi di S. Barbara loro patrona. Questa confraternita si cambiò più tardi da popolare in aristocratica. Nè a Roma, questa meta, fino dai tempi più antichi, di devoti pelle- grinaggi, dovevano mancar le fratellanze di operai tedeschi. Infatti nel 1350, durante il giubileo, veniva istituito un ospizio per i romei, presso il « Camposanto », che diede il nome alla stessa confraternita. Il ca- rattere puramente laico di questa si cambiò in religioso, e da demo- cratico in aristocratico. Più tardi ne sorge una seconda consacrata alle € Anime*, alla quale si unisce quella di S. Barbara. Altre ne troviamo in tempi più recenti: quella dei boemi, dei fiamminghi; ma fra tutte però primeggia sempre quella del Camposanto. Qui 1' A. passa a studiare le altre corporazioni di stranieri, sorte sopra una base economica, oltre che religiosa. E V interesse materiale che spinge operai e padroni ad unirsi insieme, lavorando così di co- mune accordo per la prosperità delle industrie e dei commerci. A Venezia, questo centro di traffico con la Germania, si forma un associazione di imballatori e speditori di merci : sono nella massi- ma parte tedeschi ed austriaci; la loro confraternita è fiorente; i suoi membri si radunano in una cappella di loro proprietà a S. Giovanni e Paolo. Pure a Venezia, nel sec. XIV sotto la protezione dell'Annun- ziata, troviamo riuniti in S. Stefano i calzolai tedeschi; essi fondano altresì un ospitale, che dura per più di due secoli. Anche a Firenze i calzolai tedeschi formano una confraternita che si scioglie però nel 1502; nè hanno sorte migliore simili associazioni sorte a Lucca, a Pisa ed in Siena. A Roma invece è fiorente l'Arte dei calzolai tede- schi ; essi si fondono più tardi prima col « Composanto > e poi con le « Anime *. Accanto ai calzolai, troviamo insieme associati a Venezia anche i fornai stranieri, che vengono però scacciati nel XVII secolo. E le stesse lotte essi sostengono a Roma; per le loro idee religiose non potevano nel centro della cristianità che essere tollerati. Potenti, per il grande loro numero, sono i tessitori, sparsi in tutte le città (1), ma specialmente a Firenze; dove soltanto la peste può (1) Anche a Padova fino dal sec. XIV troviamo, nelle matricole delle varie Arti, nomi di operai stranieri. Così nella matricola della corporazione dei lanaioli, che si conserva nella Bibl. civ. di Padova, troviamo un Johannes Baroncini de Bosnio (1395); un Moises filius Davidis de Alemania (1413); un Andreas Theotomcus filius Corradi habittatore in Padoa (1446), un Magister Rainierius Theotonicus filius q. ser Petri de alemanea habitatur in Padua, magistri bi~ retorum (1446) ; un Georgius filius magistri Nicolai Theotonici textii pannorum lane (A. 1457), un maestro Hiacomo Todesco capellaro (1616) e molti altri. Digitized by Google 476 Nuovo Archivio Veneto spingerli ad emigrare. Ricchi, e protetti essi fondano quattro confra- ternite, ridotte nel 1450 a due, divisi in tedeschi del nord e del sud. Hanno il loro tribunale, amministrano i loro beni ; le larghe rendite nella massima parte vengono impiegate in iscopi religiosi ed uma- nitari. Anche a Venezia i tessitori tedeschi ci appariscono riuniti for- temente ; mentre altre confraternite di minore importanza essi formano a Milano, a Como ed a Siena. Gli operai stranieri immigrati in Italia vengono giustamente dal Doren distinti in alti e bassi tedeschi. I primi, appartenenti alla na- zione germana, per la via delle Alpi facilmente venivano in Italia, fer- mandosi a Treviso (1), a Venezia e a Milano. Invece nell'Italia cen- trale, i porti di mare liguri e toscani (Genova, Spezia, Livorno, Porto pisano) facilitavano la venuta dell'elemento fiammingo ed olandese; mentre pochi operai venivano a stabilirsi fra noi dalla Sassonia e dal- l' alta Germania. Nei secoli di mezzo vennero in modo diverso trattati nelle nostre città gli stranieri. Per lungo tempo una generale diffidenza fu loro di ostacolo : e le stesse corporazioni di operai nazionali, se non li esclu- devano del tutto, li sottoponevano a dure prove, e solo dopo avere abitato per dieci anni in una città potevano godere i diritti concessi ai cittadini. Questa condizione di cose, notata da parecchi scrittori, muta neir epoca delle Signorie ; le quali favoriscono la venuta di ope- rai ed artisti stranieri ; ma gli italiani, ingelositi dei loro successi, li costringono a vita randagia, così che essi spesse volte traggono magro compenso al loro lavoro. Neil' ultimo capitolo il Doren nota le ragioni che condussero i Tedeschi in Italia (le spedizioni militari, gli stud? universitari i pel- legrinaggi, i giubilei, il commercio ed il movimento artististico) e le conseguenze più o meno importanti della loro venuta fra noi. Sia nell' arte del costruire con le linee severe ed ardite dello stile gotico ; nell' arte della stampe e dell' intaglio in legno ; sia con Y aver intro- dotte certe tecniche specialità in qualche arte ; sia per l' impulso dato al movimento generale delle industrie e dei commerci. (1) Per Treviso si può vedere un documento interessante nell'ope- ra del Federici: Memorie trevigiane sulle opere di disegno da 11 00 al 1800 pag. 184; nel quale si legge: Item pouere me in ordine cum Ser loanne Teotonico aurifexe de facte teste Broudine de mediolano (A- 1 335) ; e più sotto son ricordate certe fenestre vitree fatte a Ve- nezia ab antiguo da un certo frater Theotonicus. Rassegna bibliografica 477 Questo un pallido riassunto delle ricerche minuziose del Doren, il quale ha voluto aggiungere al suo lavoro un' appendice di alcuni interessanti documenti tratti dagli archivi fiorentini. Dott. M. Roberti. Vianini Dott. Giuseppe, Corsale Avv. Amedeo. — Notizie paleo gra- fiche- storiche sulle monete, pesi e misure che si riscontrano ne- gli atti deir Archivio notarile di Rovigo. — Rovigo, tipo-litogr. Biasin, 1902, pp. 89-XXII. È un volumetto utile per quanti hanno bisogno di ricorrere al- l' Archivio notarile di Rovigo. Esso è preceduto da un cenno storico sull' Archivio medesimo. Così pure è data per sommi capi la storia del Polesine di Rovigo, del territorio già del Dogado e del territorio già ferrarese dal sec. XIV al sec. XIX. Indi i due Autori con cura trattano delle monete, dei pesi e delle misure che si riscontrano negli atri esistenti nel suddetto Archivio, e per maggior chiarezza riprodu- cono in tavole litografiche le abbreviazioni riguardanti le loro pazienti ricerche. Chiude il volumetto l' Indice dei notari i cui atti in origi- nale o in copia si conservano nell' Archivio summentovato. Questo lavoro, meno alcune mende circa la storia del Polesine, è condotto con rigore di metodo. E sperabile che i due Autori vogliano anche continuare le loro ricerche sulla computazione dell' anno e su quanti altri argomenti si collegano colle ricerche paleografiche ed archivi- stiche. E. P. Levi Dott. Ugo. — 1 monumenti più antichi del dialetto di Chiog- già. — Venezia, 1901, pag. 81, in 8 . Neil' introduzione il giovine Autore dice essersi proposto di occu- parsi • via via della storia e delle condizioni passate e presenti dei • dialetti del veneto estuario». E in questo «primo saggio» si mo- stra ben preparato al non facile nè ameno compito. Nel suo lavoro egli prende a studiare tre documenti: 1. la Mariegola (statuto) di S. Nicolado dei Galafadi ; 2, la Mariegola (della confraternita) di S. Croce; 3, la Mariegola della Scuola di S. Marco dei calegheri. Cerca nell'introduzione di stabilire la cronologia delle fonti, e della 3' Digitized by Google 478 Nuovo Archivio Veneto prima mariegola, giuntaci in copia, fa risalire le origini al mi, dan- done una diligente bibliografia che discute ; il che fa pure per le altre due, cioè per la seconda, il cui originale è nella biblioteca del Semi- nario di Ghioggia, e porta come prima data l'anno 1387, e per la terza, (probabilmente del principio del sec. XV) conservata nella Biblioteca comunale di quella città. AH' introduzione segue la biblio- grafìa di opere generali sulla glottologia italiana antica, poi di quelle che si occupano del dialetto veneziano, quindi del padovano e del veronese antichi, e in fine del tosco-veneto. Succede il testo dei tre documenti preceduto da un' avvertenza circa l'edizione. Sottoscrivo alla interpunzione e all'uso delle maiu- scole al modo odierno, ma mi permetto di non essere d' accordo col- 1' egregio A. quando dice di aver purgato il testo da evidenti errori di trascrizione, tralasciata qualche parola ripetuta, fatta, dove il senso lo esigeva, qualche lieve mutazione nell' ordine delle parole » e «scritto doppio s in qualche caso per togliere l'ambiguità ». Io stimo che nella edizione dei documenti antichi si debba con- servarsi fedeli agli originali, ponendo in nota i propri apprezzamenti ; la credibilità dell'edizione diventa così inattaccabile, e qualche volta gli stessi errori possono dar luogo a non inutili commenti. Queste lievi mende, non devono menomare il valore alla pregevolissima pub- blicazione, che viene ad arricchire la storia delle nostre istituzioni po- polari antiche, ancor povera relativamente e pur feconda di insegna- menti ; e quella dei nostri vernacoli col tesoro di osservazioni fatte dal eh. A. nelle glottologiche che compiono il volume, divise in : fo- nologia, morfologia e sintassi, e terminate da un glossario. Fontes rerum polonicarum e tabularlo Reipublicae venetae, exhau- sit, collegio edidit D.r Augustus Gieszkowski. Series II, fasci- culus primus: Litterae ambaxatorum venetorum apud regem Poloniae sub anno 1574 usque ad annum 1606 — Venetiis, i8g2-ig02 y pag. 318 in 8°. Questo libro era destinato a formar parte di più serie che l'illu- stre conte A. Gieszkowski aveva divisato di mandare in luce per pubblicarvi tutti i documenti relativi alla sua Polonia conservati negli Archivi di Venezia, di cui amava il soggiorno ed ammirava la storia, non platonicamente, come si vede. Della prima di tali serie erano già comparsi due volumi, ambi della tipografia D{iennik Posnanski R. Predklli. Rassegna bibliografica 479 di Posen, P uno nel 1890 contenente gli Ada Vladislao Jagellone regnante (pag. 145 in 8°). cioè 62 documenti tratti dalle Delibera' fioni secrete del Senato, meno uno dal libro XIII dei Commemoriali, per gli anni 1411-1444,- l'altro nel 1891 per gli anni 1463-1491. Nel 1892, il nobile uomo, aveva consegnato alla tipografia del- l' « Ancora • di Lauro Merlo il manoscritto del libro che ci occupa, nell'intendimento di condur di fronte l'edizione delle due serie, la prima delle quali destinata a dare in luce tutti i documenti risguar- danti le relazioni fra le due repubbliche, e fra la Polonia e Roma, la seconda a riprodurre tutti i dispacci degli ambasciatori veneti alla Corte polacca. Il materiale era già tutto in mano dell' illustre editore, ed ora è posseduto dal figlio di lui, il quale, dopo la morte di quello, voile fosse terminata la stampa, già condotta ben innanzi, del nostro volume. L' edizione fu curata dal cav. Giuseppe Giorno, primo archi- vista nel nostro. Archivio di Stato, che la dotò d'un breve proemio da cui ho tratto in parte queste queste notizie. Il libro contiene 41 lettere di Girolamo Lippomano, con molti documenti allegati, i quali vanno dal 5 gennaio al 20 novembre 1574; 11 di Pietro Duodo, dal 15 maggio al 9 luglio 1592; 16 di Alvise Foscarini, dal 27 maggio al 4 agosto 1606; in fine si aggiungono io lettere del Lippomano ai Capi del Consiglio dei Dieci, dal 7 marzo al 22 ottobre 1 574, che parmi sarebbe stato opportuno inserire al luo- go indicato dalle rispettive date fra le precedenti. Il Lippomano fu eletto il 20 settembre 1573 quale ambasciatore residente presso Enrico di Valois che stava per ascendere al trono di Polonia (ebbe la commissione il 19 dicembre), e vi si trovava quando esso re. in modo poco corrispondente alla fiducia in lui riposta dalla nobile nazione, abbandonò i nuovi suoi sudditi per prendere lo scet- tro di Francia. Scorrendo quelle lettere assistiamo all'esequie di re Sigismondo Augusto, all' incoronazione di Enrico, ai primi suoi atti di governo reclamati dalle condizioni politiche interne ed esterne, alla sua poco lodevole dipartita ; troviamo esposte le accennate condizioni, notizie curiose su fatti e su persone della Corte; finalmente vediamo i prov- vedimenti iniziali determinati dall' abbandono del trono. Forse non sarebbe stato male riprodurre in fine anche la Relazione letta dal Lippomano, al suo ritorno, in Senato, quantunque già stampata da E. Alberi nella sua raccolta (Serie I, voi. VI, pag. 271 e stjg.), tratta da un codice posseduto già da Gino Capponi e non dall'esemplare uffi- ciale conservato nell' Archivio di Stato di Venezia. Dopo di lui Venezia non credette necessario di mantenere rela- zioni continuate colla Corte polacca, ma colse ogni occasione per di- mostrarle amicizia in eventi solenni mandandovi degli ambasciatori 480 Nuovo Archivio Veneto straordinari. Tali furono il Duodo, che eletto il 19 marzo 1592 ebbe la commissione il 5 maggio successivo, per le nozze di re Sigismondo III colla figlia dell' arciduca Carlo d' Austria ; e il Foscarini, che fu eletto il 27 settembre 1605, ed ebbe la commissione il 27 aprile 1606. pel matrimonio del medesimo sovrano con Costanza sorella della pre- cedente. Del Duodo abbiamo pure la relazione a stampa a cura del- l' Albèri {luogo ci/., pag. 317 e sgg.), non è noto che esista quella del Foscarini. Sac. D. Luigi Zanutto. — // Protonotario Jacopino del Torso e le sue legazioni al tempo del grande scisma. — Udine, tip. D. Del Bianco, 1903. Neil* epoca dello scisma di Occidente, che fu conseguenza naturale dell* esilio avignonese, la chiesa cattolica e il papato parvero prossimi a rovinare. Interessi personali, ambizioni di principi, odf e rivalità nazionali furono certo le cagioni che contribuirono alla lunga durata della divisione, la quale, del resto, non sarebbe forse finita nè pure nel 1414, se finalmente l'imperatore Sigismondo, rappresentante in quel momento dell' intero mondo cattolico, stanco dello scandalo, che, da oltre trentacinque anni, dava la chiesa, non avesse costretto il fa- migerato Giovanni XXIII a convocare il celeberrimo concilio di Co- stanza. Di questo periodo di storia si occupa da par suo il sacerdote Luigi Zanutto in una nuova opera (1), che merita di essere letta e meditata dagli studiosi. Il chiaro Autore, con quella diligenza che gli è propria, ha consultato non soltanto gli scritti contemporanei e mo- derni che trattano dello scima occidentale, ma li ha sottoposti a critica severa e non ha trascurato di consultare i documenti esistenti nel- l' Archivio vaticano e in altri archivi della penisola. Invero, colla sua narrazione, che abbraccia soltanto gli avvenimenti occorsi dall' elezione di Gregorio XII (30 novembre 1406) al mag- gio 1408. lo Zanutto si propose principalmente di lumeggiare la figura dell' udinese Jacopino del Torso, che di quel pontefice romano fu amico fedele e caldo sostenitore, ma, per riuscire in tale intento, egli fu costretto ad esporre tutti i fatti, che diedero origine alla sinodo (1) Dello scisma di Occidente lo Zanutto trattò in un altro vo- lume dal titolo: Itinerario del pontefice Gregorio XII, Udine, 1901. R. Prede lli. Rassegna bibliografica 481 pisana, la quale, se aggiunse nuova esca al fuoco, affrettò pure l'ultimo atto del grande dramma e perciò, indirettamente, contribuì a rinnovare l' unità del mondo cattolico. Le condizioni miserande della chiesa, il carattere dei due pontefici contendenti, le varie, lunghe, laboriose ed intralciate negoziazioni corse tra loro, 1' opera diplomatica della Francia e degli stati italiani, specialmente di Firenze e di Venezia,, e le arti del re angioino Ladislao sono chiaramente e mirabilmente descritte dal valente storico, al quale si devono perciò lodi ampie e sincere. In un solo punto non possiamo convenire con lui, che, cioè, la colpa della fallita concordia si debba attribuire esclusivamente allo spagnuolo Benedetto XIII. Ed, invero, lasciando pure da parte il fatto che quest' ultimo colla sua accortezza riuscì sempre ad apparire molto più dell' avversario desideroso di finire lo scisma, è certo che, se il vec- chio Gregorio XII era disposto a mantenere la promessa fatta nel giorno del suo inalzamento alla tiara, fu sempre impedito di metterla in atto dagli avidi nipoti, i quali seppero dominare il suo animo debole e pusillo e rendergli impossibile il compimento del suo dovere. Infatti non era forse del loro interesse che lo zio conservasse il trono apo- stolico? D'altra parte, così Leonardo Bruni (1), come il Niem (2), lo storico dello scisma, direttamente o indirettamente, non affermano anch' essi che nessuno dei due papi voleva sul serio 1' unione ? Infine, sino dal primo istante, l' uno e V altro pontefice compromisero il buon esito della grande impresa, alla quale dichiaravano di accingersi con puri intendimenti, perchè, mentre riconoscevano che il loro diritto poteva e doveva essere discusso ed aveva bisogno di solenne sanzione, lo sostennero come inoppugnabile (3). In ogni modo i negoziati si protrassero inutilmente sino al mag- gio del 1408, sino all' epoca in cui, come aveva antecedentemente protestato, il re francese, comandò che nè al papa romano, nè all' avi- gnonese si prestasse più obbedienza, ed allora Gregorio XII, reputando rotto il patto impostogli dal conclave di non eleggere alcun nuovo cardinale, stanco di esssre osteggiato (molto probabilmente a cagione delle prepotenze dei suoi nipoti) dal sacro Collegio, diede la porpora a quattro fidi suoi partigiani, uno dei quali fu Jacopino del Torso. (1) Evistularum, libro IL, n. 21. (2) Nemoris Un. Tractatus VI, capo 31. (3) Gregorio XII scrisse a Benedetto XIII: T'invitiamo ad un convegno, pronti a cedere al nostro diritto, quando tu vorrai far al- trettanto col tuo preteso papato, e Benedetto, dal canto suo : In que- sto convegno si farà la convenzione, dopo la quale rinunzieremo al nostro verissimo diritto e papato, (Zanutto, pag. 13-14. Digitized by Google 482 Nuovo Archivio Veneto A questo punto, come dicemmo, finisce la bella e dotta narra- zione dello Zanutto, dal quale attendiamo, in un tempo non lontano, una storia completa di quel famoso scisma, che affrettò lo scoppio della rivoluzione protestante. N. Busetto. — Carlo De' Dottori letterato padovano del sec. XVII. — Studio biografico-letterario. — Città di Castello, S. Lapi, 1902. Alla trattazione dell'importante argomento l'Autore si era pre- parato con un precedente pregevole lavoro pubblicato l'anno innanzi neir Ateneo Veneto su Alcune satire inedite del Dottori medesimo e di Alessandro Zacco in relazione con la storia della vita padovana nel secolo XVII. Nel nutrito volume, ricco di numerose appendici, di cui ora par- leremo brevemente, egli riprese e allargò di molto le sue ricerche sulle condizioni civili di Padova e su quelle letterarie d' Italia per lumeggiare opportunamente la figura del Dottori ; del quale, se già altri avevano parlato di proposito, nessuno però discorse con tanta competenza quanta ora il dott. Busetto, cui va data molta lode per 1' accuratezza e larghezza delle indagini, e per la ricchezza, talora fin anche soverchia, dei particolari, dei raffronti e delle analisi critiche delle opere dei Dottori. Certo per questo poeta sarebbe stato sufficiente un lavoro di minor mole: ma di siffatta esuberanza nel testo e nelle appendici ci compensano la copia e la precisione delle notizie biogra- fiche e letterarie, onde questo libro riesce utilissimo. Carlo Dottori, nato di nobile famiglia in Padova nel 161 8, non differì per nulla dai nobili del tempo suo amanti del lusso, dell' allegro vivere e degli amori sensuali ; boriosi, battaglieri e prepotenti. Fu ai servizi del cardinale d' Este in Roma ; poi, aggregato al Consiglio cittadino, deputato ad utilia, censore alle pompe, assessore alle vit- tuarie e vicario ad Oriago. Le a r.icizie potenti contratte col cardinale d' Este, col granduca di Toscana, con V imperatore Leopoldo e con l'imperatrice Eleonora egli seppe bene sfruttare a vantaggio proprio e de' suoi cari. Nel 1662, per desiderio dello stesso imperatore, andò a Vienna col figlio Gianfrancesco, ma dopo un solo mese di dimora colà rimpatriò « colmo di onori », lasciando in Corte il figlio tredi- cenne in qualità di paggio dell' imperatrice Eleonora. Gli ultimi anni della vita di lui furono funestati da molte e varie sventure, che egli cercò di alleviare co' suoi studi prediletti. Con lo sfiorire della gio- vinezza e della salute, al gaio umore della viti giovenilmente spen- sierata sottentrò l' ipocondria, che le traversie e le tristi vicende do- V. Marchesi. Rassegna bibliografica 483 mestiche contribuirono ad accrescere sempre più. Morì a Padova il 23 luglio 1686. L'autore volle intrecciare « non senza difficoltà • , com'egli dice, il racconto della vita con V esame degli scritti del Dottori : secondo noi, egli poteva seguire una via più agevole, trattando cioè separata- mente della vita e delle opere, con vantaggio del suo libro, così per maggiore brevità, come per una più chiara evidenza che avrebbe acquistata la figura del Dottori, che ora vediamo come infranta, o, vogliam dire, con troppe inframmettenze nel corso del lungo lavoro. Non è questo il luogo di parlare delle opere letterarie del Dottori: basti dire, che egli, pur essendo una figura secondaria nella storia della letteratura italiana, nella lirica però fu il miglior seguace del Testi, nel poema eroicomico il miglior imitatore del Tassoni, di cui non ebbe certo tutta la gioconda festività, mentre seppe pervadere il suo Asino di un più forte realismo satirico; e nella tragedia fu tra i migliori del suo secolo, segnando un passo notevole nell' evoluzione del dramma italiano. Il Busetto c' informa con ricchezza di particolari dei rapporti e della corrispondenza che il Dottori ebbe coi letterati del tempo suo, tra i quali avrebbe anche potuto ricordare quel Giovanni Prati, poeta e pittore veneziano, che gli diresse ben quattro sonetti, chiamandolo t poeta unico nel nostro secolo », e cui il Dottori rispose con un altro sonetto nel quale lo dice il Gran Gioan (1). Ma, più di questo, ai lettori dell' Archivio interesserà sapere che il Dottori scrisse parecchie poesie in lode di Venezia e più special- mente su varii episodi della guerra di Candia (2) : notevoli fra tutte le ottave onde Venezia supplicante generosa si duole dell' abbandono in cui la lasciava V Europa, e invoca il soccorso divino, col quale, pur rimanendole soltanto le t patrie navi «, è sicura di vincere i Turchi. Anche in queste liriche storiche l' influenza formale del Testi è palese, nè vi mancano i difetti del tempo; ma non perciò dobbiamo dubitare della sincerità dell' ispirazione e dell' affetto che le anima e le riscalda. Finalmente vogliamo ricordare il rarissimo opuscolo di lui, intitolato Cretae oppugnano, dove esalta in forma epigrafica l' as- sedio di Candia. (1) G. Prati, La Musa delirante, Venezia, 1677, p. 387 e sgg., e 11 genio divertito, Venezia, 1690, pag. 24 e sgg. (2) Vedile tutte nei due voli, delle Opere del Dottori, Padova, Fra m botto, 169^. A. Medin. Digitized by Google INDICE Il lodo del duca di Ferrara tra Firenze e Venezia (Gino SoarameHa) Pag. 5 L'opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto IV su Pesaro e ai tentativi di una crociata contro i turchi 1480-1481 (Dott. Edoardo Piva) • 49 Appunti per la storia della vita privata in Crema durante il dominio veneto (Riccardo Truffi) » 105 Il comune di Treviso e i suoi più antichi statuti fino al 1218 (cont. e fine) (Dott. Gerolamo Biscaro) , » 128 Gli statuti marittimi veneziani fino al 1255 (Documenti) (cont.) (Riccardo Predelli) » 161 Una vendetta signorile nel 400 e il Pittore Francesco Be- naglio(Dott. Luigi Simeooi) » 252 Rassegne bibliografiche. A. Venturi. — Storia dell'arte italiana, voi. II — Dall'arte barbarica alla romanica (A Medin) ........ 259 Paoletti Pietro e Ludwig Gustavo. — Neue archivalische Beitràge zur Geschichte der venezianischen Malerei (Gius. Dalla Santa) • 261 Nani-Mocenigo Filippo. — Intorno ad una iscrizione (R. Predelli) » 263 Gerola Giuseppe. — La dominazione genovese in Greta (R. Predelli) » 264 Jorga N. — Notes et extraits pour servir à V histoire des Croisades au XV siècle (R. Predelli) » 266 P. Kehr. — Aeltere Papsturkunden in der pUpstlichen Re- gistern von Innocenz III bis Paul III (R. Predelli) . » 267 Leggi municipali del Gomitato di S. Polo dei Nobili Uo- mini Gabriel (R. Predelli) . . • ivi Digitized by Google I titoli dei Dogi di Venezia (Vittorio Lazzarini) . . . Pag. 271 Gli statuti marittimi veneziani fino al 1255 (Documenti) (cont. e fine) (Riccardo Pred ehi) » 3 ! 4 Ippolito Nievo a Verona (Notizia) (Giuseppa Bianchini) . » 357 Ugo Foscolo a Venezia (Adr. Augusto Michieli) .... » 367 Appunti per la storia della vita privata in Crema durante il dominio veneto (cont. e fine) (Dott. Riccardo Truffi) . » 395 L' opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto IV su Pesaro e ai tentativi di una crociata contro i turchi 1480*1481 (cont.) (Dott. Edoardo Piva) ...» 422 Bollettino Bibliografico della regione veneta (1901) Ar- naldo Segarizzi) [Appendice] » 1-32 Rassegne bibliografiche. Dott. Alfred Doren. — Deusche Handwerker und Hand- werkerbruderschaften in mitterlalterliken Italien Dott. M. Roberti » 472 Vianni Dott. Giuseppe, Corsale Avv. Amedeo. — Notizie paleografìche-storiche sulle monete, pesi e misure che si riscontrano negli atti dell'Archivio notarile di Ro- vigo (E. P.) » 477 Levi Dott. Ugo. — I monumenti più antichi del dialetto di Chioggia . (R. Predolli) » ivi Fontes rerum plonicarum e tabulano Reipublicae venetae, exhausit, collegit, edidit Dott. Augustus Cieskowski. Series II, fasciculus primus: Litterae ambaxatorum venetorum apud regem Poloniae sub anno 1 574 usque ad annum 1606 (R. Predolli) ...» 478 Sac. D. Luigi Zanutto. — Il Protonotario Jacopino del Torso e le sue legazioni al tempo del grande scisma (Y. Marchesi) » 480 N. Busetto. — Carlo De' Dottori letterato padovano del sec. XVII (A. Medin) • 4S2 GIOVANNI BIANCHI Gerente responsabile. Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google ARNALDO SEGARIZZI BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO DELLA REGIONE VENETA 1901 APPENDICE AL -NUOVO ARCHIVIO VENETO. NUOVA SERIE ANNO III. VENEZIA PREM. STAR. TIP.-LIT. VISENTINI CAV. FEDKRICO 1903 DigitizQd by Google Digitized by Google PREFAZIONE A questa prima puntata del Bollettino è necessario far precedere poche parole. Esso comprende il titolo delle pubblicazioni riguardanti V odierno Veneto, dai tempi più remoti fino ai nostri giorni, ed i luoghi del- l' antico Dominio per il solo periodo, in cui essi furono soggetti alla Serenissima. Restano però esclusi : i.° i lavori che appartengono alle scienze matematiche, fisiche, naturali, mediche, quando non abbiano qualche rapporto con fatti storici; 2. 0 gli statuti e le relazioni statistico- amministrative di società ed istituzioni contemporanee; 3. 0 quelle pubblicazioni d'occasione che sono semplici sfoghi retorici; 4. 0 le opere di carattere generale: pure, in certi casi, stimai opportuno fare qualche eccezione. Con ciò non oso tuttavia asserire d' aver raccolto i titoli di tutte le pubblicazioni del 1901 riguardanti la regione Veneta, tanto più che il materiale bibliografico qui non abbonda: ragione principale che mi consigliò a fare le sopraccennate esclusioni. Infatti nei vari Istituti scientifici di Venezia potei fare lo spoglio di non più di 350 pubbli- cazioni periodiche ed accademiche ed avere sottocchio un numero relativamente modesto di libri stampati a parte, persino — doloroso a dirsi! — di quelli usciti da tipografie venete. Per la conoscenza di questi mi furono però di cortese aiuto il prof. Giuseppe Biadego, l'abate Digitized by Google 4 Nuovo Archìvio Veneto Sebastiano Rumor, il sig. Giuseppe Bragato, il sig. Carlo Seppenhofer insieme col sig. Enrico Fillak. Ed assai utile mi riuscì il Bollettino, che al Museo Civico di Pa- dova dovrebbero invidiare troppe altre Biblioteche. Di alcuni articoli poi, eh* io non potei vedere, ri- porto il titolo quale lo trovai citato, premettendovi un asterisco, e delle recensioni ricordo quelle che conten- gono qualche fatto nuovo o per lo meno un buon rias- sunto dell' opera recensita. Osservo in fine che solo quando mi trovai dinanzi ad un titolo troppo oscuro o generico, vi feci seguire poche parole per far meglio conoscere il contenuto del lavj^, e che, quanto all' or- dinamento alfabetico, certo non lodevole, riparerò con opportuni indici, se, come spero, questo primo saggio potrà essere continuato. Venezia, Ottobre ig02. Digitized by Google 1. * Ah! que Venise est belle! — In : Le Gaulois, 4 ottobre 1901. 2. Alacevic' Giuseppe. — Due documenti del conte Vincenzo Dan- dolo Provveditore generale in Dalmazia. — =Tn : Bullett. di ar- cheologia e storia dalmata, v. XXIV, 1901, pp. 148-155. 3. I libri « ducali e terminazioni » [dell' Archivio della Luo- gotenenza dalmata]. Libro I. — In: Tabularium, v. I, 1901, pp. 48 e cont. [Dominio veneto]. 4. La guerra della sacra lega detta pure la guerra di Morea dal 16S4 al 1699. — In : Tabularium, v. I, 1901, pp. 64 e cont. 5. A. L. — Freschi di Cuccagna. — In : Bollett. araldico storico genealogico del Veneto, v. I, 1901, pp. 72-73. [Cenni sulla fa- miglia Freschi signori di Cuccagna]. 6. Albàro Paolo ( tav - 3* t sec « V, U e IX]. 226. Ciscato Antonio. — Gli Ebrei in Padova (1300-1800). — Padova, soc. cooper. tip, 1901, in-8.°, pp. 317. 227. L'arte vetraria in Padova. — In: Boll, del Museo Civico di Padova, v. IV, 1901, pp. 172-176. 228. — — Un epigramma storico: Bartolomeo d' Alviano a Padova, (151 3). — In: Boll, del Museo Civico di Padova, v. IV, 190*1, pp. 46-48 (cont. e fine). 229. — — Biagio Lombardo e l'archeologia atestina. - Este, Apo- stoli, 1901, in-8.°, p. 12. Digitized by Google Bollettino bibliografico 21 230. Cìscato Antonio. Discorso pronunciato in Sovizzo il 25 agosto 1901 per la inaugurazione della bandiera di quella società operaia di M. S. — Vicenza, Fabris, 1901, in-8.°, pp. 12. 231. Città (La) di Feltre durante la lega di Cambrai. — In: Vittorino da Feltre % 1 agosto 1901. 232. Claudianus [Claudius]. — Abano, saggio di versione di Vittorio Trettenero. — Padova, Drucker, 1901, in.16. 0 , p. 20. 233. Claudin A. — Liste chronologique des imprimeurs parisiens du XV siècle. — In: Bulletin du bibliophile, 1901, pp. 309-327. [Contiene un cenno alla tipografia veneziana]. 234. Cochin Enrico. - Boccaccio. — Firenze, G. G. Sansoni, 1901, in-8.' 1 , pp. 109. [Biblioteca della letteratura italiana, n. 40]. [È ricordata la visita del B. a Venezia]. 335. Cogo Gaetano. — L' ultima invasione de' Turchi in Italia in re- lazione alla politica europea dell' estremo quattrocento. — Ge- nova, Sordo-Muti, 1901, in-8.°, pp. 115. [Estr. degli Atti della R. Università di Genova, v. XVII]. 236. — — Notizia storica intorno alla nuova edizione de • Le Vite dei Dogi » di Mariti Sanudo. — In : Nuovo Archivio Veneto, N. S., a. I, v. I, 1901, pp. 165-175. 237. Intorno alle «Battaglie navali» del contrammiraglio G. Gavotti. Difese e critiche. — Genova, stab. art. tip., 1901, in-8.°, pp. 20. 23^ Tre lettere inedite di Ippolito Nievo. — In: Nuovo Arch. Veneto, N. S, a. I, v I, 1901, pp. 152-164. 239. — — Recensione a: Antonio Battistella, Vincenzo Joppi, Bo- logna, 1900 e P. S. Leicht, L'opera di Vincenzo Joppi, Udine, 1901. — In: Nuovo Archivio Veneto, N. S., a. 1, v. I, 1901, pp. 197-200. 240. Colangelo Bartolo. — I pesi, le monete e le misure nel commer- cio veneto-pugliese alla fine del XIII e principio del XIV secolo da un documento inedito. — fn: Rassegna pugliese, v. XVII I, 1901, pp. 253-255, 285-287. 241. Colasanti Arduino. — Due strambotti inediti per Antonio Vinci- guerra e un ritratto di Vettor Carpaccio. — In : Fanfulla della Domenica, 1901, n. 28. 242. Coletti Francesco. — Le associazioni agrarie in Italia dalla metà del secolo XVIII alla fine del XIX. — Roma, Un. Còop. tip., 1901, in-8.°, pp. 147. [Vi si discorre anche delle associazioni agrarie del Veneto]. 0 243 Collini Giovanni. — Antonio Savorgnan. Racconto storico friulano del secolo XVI. — Udine, tip. del Crociato, 1901, in-16. 0 , pp. 204. 244 Colonia (La prima) alpina in Friuli. — Udine, D. Del Bianco, 1901. Digitized by Google 22 Nuovo Archivio Veneto 245. Commemorazione nel i.° anniv. della morte di Pietro Biasimi — Udine, Del Bianco, 1901, in-4. 0 , con ritr. — Commemoriali, v. Libri Commemoriali. 246. Concilium tridentinum. — Diariorum, Actorum, Epistularum, Tractatuum Nova Collectio. Edidit societas G= erresiana promo- vendis inter Germanos catholicos litterarum studiis. Tomus primus: Diariorum. Pars prima: Herculis Severou Commen- tariuSy Angeli Massareli.i Diaria, I-IV. Collegit, edidit, illu- stravit Sebastianus Merklk. — Friburgi Brisgoviae, Herder, 1901, in-4 0 , PP CXXXII, 932, tav. 1. [Per le persone e per i luoghi del Veneto, cfr. Indice], 247. Congedo Umberto. — La vita e le opere di Scipione' Ammirato. — In: Rassegna pugliese, v. XVII, 1901, pp. 306-314, 321-328 e cont. [Soggiorno dell' Ammirato a Venezia e Padova]. 248. [Contarmi Pietro]. — Ordini emanati da Pietro Contarmi, podestà di Lonigo a dì 15 novembre 1632, ed estratti dall' archivio di Torre. — Lonigo-Cologna, G. Gaspari, 1901, in -8.°, pp. 20. 249. Contessa Carlo. — Note e relazioni del marchese di Paulmy dal- dall' Italia (1745-1746). Da un ms. della Biblioteca dell'Arsenale di Parigi. — G. Civelli, 1901, in-4. 0 , pp. 123. [Le pp. 8S-98 si rife- riscono a Venezia). 250. Conti Angelo. — Un altro ponte. — In : // Marjocco s a. VI, 1901, n. 11. [Il ponte progettato della Giudecca]. 251. Controversia (La) di s Girolamo degli Schiavoni — Litterae apo- stolicae d. n Leonis pp. XIII quibus extinguitur Capitulum ec- clesiae Collegiatae s. Hieronymi Illyricorum et Collegium Hiero- nymianum in Urbe erigitur. — In: La Civiltà Cattolica^ s. XVIII, v. IV, 1901, pp. 257-279 (1). 252. Cook Herbert — Giorgione — London, G. Bell, 1901, in-8.°, pp. XI 145, ili. — Recensione in: The A'cademy, v. LX, 1901, pp. 144. — Recensione di E. Brunelli in: U Arte, voi. IV, 1901, p. 126-127. 253. Corà Angelo. — Nelle solenni esequie del m r. d. G. B. Stiev.mo arciprete di Caltrano. — Padova, tip del Sem., 1901, in-8.°, pp. 16. 254. Corazzini F. — Risposta alla critica fatta all'opera del contrammi- raglio Gavotti intorno alle battaglie navali della Repubblica di Genova. — Roma, Forzani, 1901, in-8.°, pp. 22. — Cordenons Federico, v. Moschetti Andrea. (1) Sulla questione di S. Girolamo degli Schiavoni in Roma com- parvero numerosi articoli, dei quali cito i più notevoli. Digitized by Google Bollettino bibliografico 23 255. Corrispondenze P- !99- 273. Daffari Umberto. — Carteggio tra i Bentivoglio e gli Estensi dal 1401 al 1542 esistente nell* Archivio di Stato in Modena. — In: Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le Provincie di Romagna, s. Ili, v. XVIII, 1900, pp. 1-88, 285- 332 \ v. XIX, 1901, pp. 244-372. [Alcuni documenti riguardano Venezia ed altre città del Veneto]. 274. Dantisti e dantofili dei secoli XVIII e XIX. — Firenze, Direzione del Giornale Dantesco, 1901 e cont. [Veneti: fase. I: Giovanni Jacopo Dionisi, Giulio Cesare Becelli ; fase. II: Francesco Al- ga rotti ; fase. Ili: G. B. Carlo Giuliari]. 275. Daumet Georges. — Recensione a; J. Paquier, L' Humanisme et la Re'forme: Jerome Aléandre de sa naissance à la fine de son sejour a Brindes [1480-152Q], Paris, 1900. — In^ Bibliothé- que de lécole des chartes, v. LXII, 1901, pp. 407-4°9- 276. *DeIattre A. I. — Trois voyageurs vénitiens au XIII sie'cle. — In : Revue des questions scientifiques, ottobre 1901. 277. Depeschen (Venetianische) vom Kaiserhofe (Dispacci di Germania) herausgegen. von der historischen Commission der k. Akademie der Wissenschaften zu Wien, II Abth. I Bd. (1657 Aprii — 1661 Juli) bearbeitet von Alfred Francis Pribram. — Wien, Gerold, 1901, in-8.°, pp. XXXIIl,72 9 . 278. Descrizione dell' isola di s. Lazzaro in occasione del secondo cente- nario dalla fondazione della c ngregazione mechitarista. — Ve- nezia, tip. della Società di Mutuo Soccorso fra tipografi, 1901, in-4. 0 , pp. 26, ili. 279. Devescovi Raimondo. — Il castello di Rovigno. Saggio del verna- colo rovignese. — In: Atti e Memorie della società istriana, di archeologia e storia patria, v. XVII, 1901, pp. 332-368. [Vicende di Rovigno descritte in versi dialettali]. 280. Dian Girolamo. — Cenni storici sulla farmacia veneta al tempo della Repubblica. Parte II : La Triaca. — - Venezia, tip. dell' Or- fanotrofio, 1901, in-8.°, pp. 54. tav. 3. 281. Difnico F. — La delimitazione della Dalmazia nel 1671 detta del vecchio acquisto. — In: Tabularium, v. I, 1901, pp. 40 (e cont.). 282. * Diocesi (La) di Feltre. — In: Vittorino da Feltre, a. XXX, 1901. Digitized by Google Bollettino bibliografico *5 283. Documenti reggiani sul cardinal Bessarione. — In: Bessarione, v. IX, 1901, pp. 161-166 284. Dogi ioni Lucio. — Trentasette lettere inedite al conte Fabio Asqui- ni [edite da] Antonio Fiammazzo. — In: Antologia veneta, v. II, 1901, pp. 1-30, 67-79. 285. * Dohna 0. — Creta sotto il vessillo di S. Marco. — In : Nord und SUd, maggio 1901 (Breslavia). 286. Dopsch A. — Ein antihabsburgischer FUrstenbund im Iahre 1292. — In : Mittheilungen des Institut /tir oesterr Geschichtsfor- schungen, v. XXII, 1901, pp. [Documenti riguardanti il Friuli]. 287. d. q. p. — Una tragedia greca in teatro greco. — In : U Adriatico, 10 Giugno 1901. [Del teatro Olimpico di Vicenza]. 288. E. 0. — Un quadro di G. B. Tiepolo. -In: Rassegna d' arte, v. I, ioor, pp. 1 io-i 1 1. 289. Elementi geodetici dei punti contenuti nei fogli 11-12 (Monte Marmolada, — Pieve di Cadore) ; 22-23 (Feltre- Belluno) ; 37 (Bas- sano) ; 52-53 (San Dona - Foce del Tagliamento) ; 39 (Pordeno- ne); 64-65 (Rovigo-Adria); 38 (Conegliano) della carta d'Italia [dell'Istituto geografico militare]. — Firenze, G. Barbèra, 1901, in-4. 0 290. Elenco dei nomi delle vie di Padova coi mutamenti deliberati dal Consiglio comunale. — Padova, Soc. coop. tip., 1901, in-16. 0 , pp. 42. 291. Ellero Giuseppe. — S. Paolino d' Aquileia. — Cividale, Spazzolini, 1901, in-8.°, pp. 78. 292. Epidemia (Un*) a San Daniele nel 1759 descritta da Gian Vincenzo Lirutti. — In : Pagine friulane, v. XIV, 1901, pp. 46-57. 293. Epistolario da burla. — In: Pagine friulane, v. XIII, 1901, p. 114-1 17. [Tre lettere attribuite allo Zorutti]. 294. * Erizzo Nicolò. — Come viaggiavano e in,quale conio erano tenuti gli ambasciatori della rep. veneta : [dispaccio di Nicolò Erizzo civalier ambasciatore, da Roma li 30 maggio 1699]. — Tre- viso, L. Zoppelli, lyoi, in-8.°, pp. 19. Errard Ch., v. Gayet A. 295. Espinchal Hippolyte (De). — Souxenirs militaires, 1792-1814, pu- blie's par Fred. Masson et Franc,. Boyer. — Paris, 1901, v. 2. [Notizie sulle Campagne d* Italia (Veneto)]. 2 j6. Esplorazione (L*) degli archivi del Trentino. — In : Tridentum, v. IV, 1901. - [Archivio di Stato in Venezia. Archivio vesco- vile di Feltre. Biblioteca comunale di Udine, Biblioteca comunale di Verona, pp. 461-464]. 297. Esposizione (IV) internazionale d' arte della città di Venezia. — In : Gaffeta degli artisti, a. VII, 1901, n le sgg. Digitized by 26 Nuovo Archivio Veneto 298. Ettoris Elio. — Sette giorni a Venezia per la IV Esposizione d'arte. — In : La vita internazionale, 20 settembre 1901. 299. Pabbrini Francesco. — Uno squarcio di vita italiana nel sec. XVIII. — In : Fanfulla della Domenica, 1901, n. 30-31. [Riguarda spe- cialmente Venezia]. 300. Fabiani Ramiro. — Di un nuovo crostaceo isopodo delle grotte dei Colli Berici nel Vicentino. — In : Bollettino della società en- tomologica italiana, v. XXXIII, 1901, pp. 169-176. 301. Fabricio Daniele. — Dissertazione sulli feudi giurisdi- zionali della Patria [edita da P. Leicht]. — Udine, D. Del Bianco, 1901, in-8.°, pp. 6, nn. 70. 302. Fabriczy (C. (von). — Giovanni Da matta neues zum Leben und Werke des Meisters. — In : lahrbuch der k. preussischen Kun» stsammulungen, v. XXII, 1901, pp. 224-252, tav. 1, ili. 303. — — Un ciclo di quadri del Tintoretto. — In : Ra'sssegna d' arte, v. I, 1901, pp. 77-78. 304. — — Ein Madonnenrelief in S. Maria Mater Domini zu Vene- dig. — In: Repertorium filr Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, pp. I57-159- 305. — — Marcianus Cappella und seine sonderbare Dichtung. — In: Repertorium /Ur Kunstwissensdiaft.v.XXÌV, 1901, pp. 159-161. [Dei dipinti di .Giusto agli Eremitani di Padova]. 306. f Der Palast Francesco Sforza's in Venedig. — In: Reper- torium f\Xr Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, pp. 329-330. 307. — — Die Bildnisse Isabella' s d' Este. — In : Repertorium fUr Kunstwissenschaft, v. XXIV, 1901, pp. 491-496. [Del Mantegna e di Tiziano]. 308. - Domenico Capriolo. — In : Repertorium filr Kunstwissen - schaft, v. XXIV, 1901, pp. 156-157. [A proposito dello studio di G. Biscaro]. 309. Faguet Émile. — Darwinisme idealiste d' apre's M. Antoine Fo- - gazzaro. — In : Revue politique et littéraire (Revue bleu), s. IV, v. XV, 1901, pp. 718-721. 310. Faloci Pulignani M. - Leggenda francescana liturgica del XIII secolo. — In : Miscellanea francescana, v. VIII, 1904, pp. 49-74. [Il F. pubblica, con prefazione, la leggenda -di s. France co, che fa parte della cronaca di fra* Paolino da Venezia]. 311. Favaro Antonio. — Intorno ai cannocchiali costruiti ed usati da Galileo Galilei. — In: Atti del R. Istituto Veneto di s. I. eda. y s. Vili. v. Ili, parte II, 1900-1; pp. 317-342, tav. 2. [Cannoc- chiali costruiti a Padova e presentati alla Signoria], 312. — — Il metro proposto come unità di misura nel 1675. — In: Annales internationales a" histoires. Congrès de Paris 1900 Digitized by Google Bollettino bibliografico 27 — Paris, Q. Colin, 1901. - [Primo a proporre il metro fu Tito Livio Burattini di Agordo]. - Fazzari Gaetano. — v. L. Mascheroni, 313. Felder Hilarinus. — S. Francisci Assisiensis et s. Antonii Patavini officia rythmica auctore fratre Juliano a Spira in littera et cantu adiectis tabulis phototypicis. - Freiburg, Veik, 1901, in-8. , pp. 180, LXXll. 314. Ferracina 0. B. — Le relazioni di Giovanni Bonifacio storico trevigiano colle città di Belluno e di Feltre (sec. XVI-XV1I). — In: Antologia Veneta, v. II, 1901, pp. 210-223. 315. — — Memorie inedite riguardanti Perarolo durante il periodo napoleonico. — In: Antologia' Veneta, v. II, 1901, pp. 57-61. 316..- — Lettere inedite dirette a monsignor Bartolomeo Villabruna da dotti ammiratori ed amici (sec. XVIII-XIX). — In: Anto- logia Veneta, v. II, 1901, pp. 283-287, 355-369 (e cont.). 317. Lo Statuto della fraglia dei fornai e pistori feltresi (1534). — In: Antologia Veneta, v. II, 1901, pp. 120-124. 318. Ferraris Carlo F. — Angelo Messedaglia. — In: Nuova Antolo- gia, serie IV, v. XCII, 1901, pp. 699-704. 319. Ferretto Arturo. — Codice diplomatico delle relazioni fra la Li- guria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante. Parte I : 1265-1274. — In: Atti della Società Ligure di storia patria, v. XXXI, 1901, pp. xlviii, 452. [Parecchi documenti riguardano Venezia ed altri luoghi del Veneto, cfr. Indice]. 320. Festl Cesare. — Briciole lodroniane e castrobarcensi. — In: Tri- dentum, v. IV, 1901, pp. 6-13. 321. Fiammazzo Antonio. — A proposito di Quirico Viviani. — In: Pagine friulane, v. XIV, 1901. p. 45. 322. — — Per la fortuna di Dante. — In: Giornale dantesco, v. IX, 1901, pp. 4-5. [Vi si parla del veronese Dionisi]. 323. — — Lettere di dantisti con prefazione di Raffaello Caverni. — Città di Castello, S. Lapi, 1901, in i6.°, v. 3, pp. 55, 66, 140. [Collezione di opuscoli danteschi, n. 64-67]. [Lettere di Pier Caterino Zeno, Giulio Gagliardi, Giuseppe Gennari, Baldassare Lombardi, Jacopo Ferrazzi, ecc.]. 324. — — Le rubriche del Lolliano e d' altri codici del « Cento •. — In: Antologia Veneta, voi. II, 1901, pp. 205-2S2, 370-381 (e cont.). 325. — — Fra bibliografi. — Bergamo, Istituto ital. d'arti grafiche, 1901, in-16. 0 , pp. 20. [Contiene lettere di B. Gamba, di A. Marsand e di P. U. Uliva ad A. Bartolini e di A. Bartolini a G. B. Stratico colla risposta]. Digitized by Google 2* Nuovo Archivio Veneto 326. fi'ammazzo Antonio. — Recensione a: Guido Zacchetti, La fama in Italia di Dante nel secolo XVIII. Roma, 1900. — In: Gior- nale dantesco, v. IX, 1901. pp. 53-56. — v. L. Doglioni. 327. filetto Francesco. — Due autografi inediti pubblicati da Dome- nico Orano. — Roma, Forzani, 1901, in-8.°, pp. 15. [Nella lettera del 1469 il F. informa Galeazzo Maria Sforza delle se- grete intelligenze di Piero dei Medici con Venezia]. 328. Flament Pierre. — Philippe de Harlay comte de Cesy ambassa- deur de France en Turquie (1 619-1 641). — In : Revue d* histoire diplomatique, v. XV, 1901, pp. 225-251, 371-398. [Relazioni con Venezia]. 329. Flamini Francesco. — Il Canzoniere inedito di Leone Orsini. — In : Raccolta di studii critici dedicati ad Alessandro D' Ancona, Firenze, G. Barbe'ra, 1901, in-4. 0 , pp. 637-655. [L'Orsini cantò Beatrice Pio degli Obizzi]. 330. -- — Commemorazione del prof. Ferdinando Gnesotto, letta nell'Aula Magna della R. Università di Padova il 25 mag- gio 1901. — Padova, G. B. Randi, 1901, in-8.°, pp. 38. 331. F. M. — Il monumento Colleoni a Venezia. — In:' Rassegna d'arte, v. I, 1901, p. 106. [Documento sull'inaugurazione del monumento]. 332. Foffano Francesco. - Per un' edizione dell' Orlando Innamorato. — In : Raccolta di studii critici dedicata ad Alessandro d' Anco- na, Firenze, G. Barbe'ra, 1901, pp. 47-51. [L' A. parla anche del- l'edizione veneziana del 1506]. 333. Fogazzaro Antonio. — Minime. — Milano, Aliprandi, 1901, in-8.° t pp. 280. [Parecchie memorie riguardanti uomini e istituzioni di Vicenza]. 334- Fogazzaro Antonio ed il cristianesimo de' suoi romanzi. In : Civiltà cattolica, s. XVIII, v. Ili, 1901, pp. 35-47. 335. Foletto Angelo. — La valle di Ledro. Cenni geografici, statistici e storici. - Riva, tip. F. Miori, 1901, in-8.°, pp. VIII, 136. [L' A. parla anche del dominio veneto]. Recensione di Cesarini Sforza in: Tridentum^ v. IV, 1901, pp. 362-370. 336. Forgiarmi G. — Leggende Osoppane. - In: Pagine friulane^ v. XIV, 1901, pp. 29 31. 337. * Fornoni Elia. — Giacomo Negretti detto il Palma Vecchio. — In: Pro Familia, 1901, n. 45. 338. FSrster Richard. — Studien zu Mantegna und den Bildern im Stu- diefzimmer der Isabella Gonzaga. — In : Jahrbuch der k. preussi- schen Kunstsammlungen, v.XXU, 1 901 , pp. 78-87, 154-180 ili. Digitized by Bollettino bibliografico 29 339-* Foscoliana: Bibliografìa del Foscolo estratta dalla bibliografìa di operette italiane pubblicate nel secolo XIX di F. A. Casella. — Napoli, Tram, 1901, in-16. 0 , pp. 21. 340. Foscolo Ugo. — Ultime lettere di Jacopo Ortis. — Milano, O. Fer- rano, 1901, in-16. 0 , pp. 134. 341. Fossati Felice. — Sulle cause dell'invasione turca in Italia l'an- no 1480. — Vigevano, Unione tip., 1901. [Venezia fu accusata da taluno di essere stata causa dell' invasione]. 342. Milano e una fallita alleanza contro i Turchi. — In: Archivio storico lombardo, N. S., v. XVI, 1901, pp. 49-95. [Si ricorda la parte che v'ebbe Venezia, 1481]. 343. Foulkes Jocelyn Constance. — Notizie intorno ai pittori di • Bar- de». — In: Rassegna d'arte, v. I, 1901, pp. 164-166. [E ri- cordato Bartolomeo de Prata bresciano del secolo XV]. 344. * Fraknoi. — L*ambassade de Pe'trarque à Ve'rone (1347). — In: Annales internationales