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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STOIUCO-ECCLESIASTICÀ

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIAL INI ENTE INTORNO

h\ PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, à\ RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NOW CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO

PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ

GREGORIO XVI.

VCL. XV.

IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLIi.

DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTIGA

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^JOLOPiI Ecclesiastici degli abi- ti e vesti de' chierici, de' loro sagri paramenti, e di quelli usati dalla Chiesa ne' suoi templi, cioè delle tinte che hanno i diversi panni , drappi, e stoffe destinate a tali usi . Prima di ogni altra cosa credia- mo opportuno di dare un cen- no generale sul colore. // Diziona- rio de' Sinonimi dice, che panno co- lorato si chiama quello, il quale non è nero, bianco, e il Dizio- nario delle Origini aggiunge che il bianco è uno degli estremi de' co- lori opposto al nero. 11 Petrarca per esprimere tutti i colori visibili disse, che luci aperte aveva nel bel nero, e nel bianco; e il Dizionario della lingua italiana dichiara per colore queir ammodamento (mode- razione ) della superficie de' corpi opachi, o anche quella costituzione interna de' corpi trasparenti , onde si mandano vaggi lucidi all'occhio, tinti in diverse gviise, secondo che

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porta la loro natura, e si dice an- che della tinta che i corpi manda- no all'occhio. I colori poi primiti- vi sono sette, il rosso, il giallo, il verde, l'azzurro, l'arancio, la porpo- ra, e il violetto. Il colore verde fu anche detto prasino, e l'azzur- ro o torchino, come è l' onda del mare, si disse veneto. Ma venendo ai colori delle vesti ecclesiastiche, e dei sagri paramenti dalla Chiesa prescritti ne' suoi riti e cerimonie , e da s. Carlo Borromeo chiamati geroglifici de' segreti del Cielo, e dall'erudito Cardinal Baronio Quae nunquam mysterio vacant, et plu- rimuni faciitnt ad fovendani Jide- liuni pietatem, diremo che con va- go e nobile aspetto, e -con pari or- dine e diligenza si adoperano que- sti colori nella casa di Dio dai suoi ministri, e nelle cose più sacrosan- te della religione cattolica , nella varietà dei venerabili misteri, Mil- le trahit varios adverso sole colores.

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Colore degli abiti, o vesti degli ecclesiastici.

Sino dal nascere della Chiesa cat- tolica furono distinti i chierici col- la tonsura, e colla veste talare più corta però di quella delle donne, cioè usavano la tonaca, o toga sen- za maniche, che veniva sovrappo- sta all'altra toga colle maniche più o meno strette, nel modo che ve- stono diversi orientali appartenen- ti al clero. Inoltre i chierici ven- nero pure distinti pel colore di ta- le vestimento, il quale fu il più modesto, secondo i luoghi ove vi- vevano. Da sant' Agostino rilevia- mo, che da alcuni usato veniva il color fosco ; s. Girolamo però af- ferma che altri lo portavano bian- co, come si legge nel lib. cantra Pelagianos : » quia serica veste non " utimur, monachi judicamur : si « tunicam non induerit, statim il- » lud e trivio, impostor, et grae- « cus est ". Giacché la veste bian- ca era stimata onestissima presso i Romani, e riferisce Svetonio, in Ost. e. 4o» che Augusto riprese i ro- mani i quali vestivano di colore bruno, e loro ordinò che interve- nissero al teatro solo vestiti di bianco. Clemente Alessandrino, co- me si ha dal suo Paedagog. lib. 2, nel procurare di ridurre gli egi- ziani ai buoni costumi, cercò d'in- durii a vestire di bianco, ed al- trettanto vuoisi che facesse coi cri- stiani del medesimo Egitto, da lui ammaestrati. Gli africani vestivano di bianco, e perchè ne' funerali u- savano il nero, s, Cipriano ebbe a rimproverarli. S. Antonio abbate, bramoso di soffrire il martirio, perchè fosse dai persecutori cono- sciuto per cristiano, assunse vesti bianche.

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In appresso i Novaziani per me?;- zo del candore delle vesti vole- vano ipocritamente comparire mon- di, come significa il nome Catha- ros , col quale si facevano chia- mare, e vantavansi di non essere mai caduti, laonde non volevano conversare con chi aveva peccato. Ma s. Agostino, de Agon. Christian. cap. 3i, disse loro: ISonien smini si vellent agnoscere mundanos se potìus guani niundos vocarent : ed è perciò, che il clero cattolico per distinguersi dagli eretici Catari, a- dottò vesti, il cui colore era tra il nero e il bianco. Quindi scrivendo s. Girolamo a Nepoziano, che avea abbracciato lo stato clericale, circa l'abito l'ammonì con queste parole nella ep. 3 : Vestes pidlas aeque de- bita ut cnndidas, per cui si conosce che era in libertà di usare vesti bianche o nere, e che non essendo colore confacente al clero il nero, il bianco, vuoisi dedur- re , che la maggior parte lo por- tasse castagno, paonazzo o pavo- nazzo, colore, che poi si stabilì pei Cardinali^ prelati, famigliari ponti- ficii ec. Altrettanto afferma il Bo- nanni nella Gerarchia ecclesiastica capo XXX dove dice: Si cerca se la veste del clero fosse di colore diverso della comune. Ed aggiunge eziandio che conservandosi nella primitiva Chiesa la memoria essere stata la veste usata da Gesù Cristo del colore tendente al violaceo o pao- nazzo, è molto perciò probabile, che tal colore si adottasse dal clero. INIa nel capo LXXXVI, Delle vesti usa- te giornalmente dal sommo Ponte- fice, a pag. 355 dice, che l'introdu- zione del colore nelle vesti del Pa- pa, fosse in memoria della veste bianca, con cui per ischerno fu ve- stito il Redentore. A tal effetto aa-

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ticamente anche i patriarchi di Ge- rusalemme vestivano di colore bian- co, ed oggi, come tutti gli altri patriarchi, vestono di color viola- ceo, meno quelli, che per privilegio vestono di color rosso, e godono alcune particolarità negli ornamen- tij come si dirà all'articolo Patriar- chi ( Fedi).

Racconta Socrate nel lib. VI. cap. 20 della storia della Chiesa, che il vescovo Sisinio, seguace dei Ko- vaziani, essendo slato ripreso per- chè usava veste bianca, rispose non essere da veruno comandato che si usasse veste nera, e che Salomone anzi ordinò : sint iibi vestimenta al- ba. Che s. Giacomo vescovo di Ge- rusalemme, e s. Bartolommeo apo- stolo dell'Armenia vestissero sem- pre di lino bianco, è a tutti noto. Ala ad onta della proibizione fatta da s. Girolamo a Nepoziano , il clero adottò nelle vesti il colore ne- ro o bruno, comechè si ignori l'e- poca del suo principio. L'annalista Baronio afferma all'anno 828, che tal uso provenne dai monaci dopo che essi furono ammessi agli ordi- ni sagri, e quindi anche fatti vescovi di diverse chiese. Lo stesso confer- ma il Bernini, nel suo erudito trai- la to sul Tribunale della Rota, al capo 26 citando il Macri, il quale alla voce Clericiis, scrisse: " Fuit -' color niger per monachos in cle- >' ricos saeculares inlroductus,pro il- 5' lis nempe saeculis, in quibus ni- >5 grorum ordo cathedram s. Petri " obtincbat, quare ex eodem ordi- » ne innumerabiles per orbem ad » episcopatum assumpti, atque ni- » gruni habitum eorum religionis '; retinentes, bine saeculares clerici « eorum subdili ad superiorum si- '• milìtudinem eundem colorem ni- " grum introduxerunt in vesti-

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bus ". Ai rispettivi artìcoli, come Cappello, Collare, Calze, Vescovi, si dice di qual colore vestono i ve- scovi regolari, e dei loro ornamen- ti, tra i quali è comune a tutti i vescovi il colore verde.

Il vescovo Saussai, nella sua Pa- noplia clericale al capo 5 del lib. IV parte seconda, contraddice il Baronio, e tra le molte ragioni cui adduce, dice che l'abito nero del clero non ebbe origine dal mona- chismo , parte del quale vestì di bianco, parte di colore scuro o gri- gio del colore naturale della lana delle pecore, e parte di color ne- ro. Aggiunge, che per lo spazio di molti anni furono stabiliti diversi decreti da vari sommi Pontefici e conci lii, i quali determinarono pe- ne ai chierici, che avessero usate vesti rosse, bianche, verdi, o di al- tri colori, senza nominare il nero, e senza prescrivere l'uso di esso. Ma il Bonanni afferma senza dub- bio essere il color nero provenuto al clero secolare dai monaci, e poi universalmente praticato, e ritenu- to in vigore dei decreti emanati dai concili posteriori, principalmente do- po il secolo decimo , rilenendosi quello violaceo, ed il rosso per la corte del Papa. Il concilio di Nar- bona del G89 proibì ai chierici il colore rosso; ed il concilio di A- quisgrana dell 8 16, ci conferma che le vesti clericali erano nere, sebbe- ne di forma diversa da quella dei monaci. Il definitivo stabilimento poi del colore nero si deve al con- cilio generale lateranense_, aduna- to da Giulio II, nel quale si con- fermò la proibizione di usare co- lori rossi e verdi da chi non po- teva adoperarli; e s. Carlo Borro- meo stabilì nel primo concilio da lui celebrato in Milano , che i

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chierici potessero usare soltanlo il colore nero, come decretò nel i585 il concilio provinciale di Bordeaux, e come si osserva in tutto il mon- do cattolico nella veste civile pro- pria del clero, che diviene uno dei principali distintivi dell'ordine sagro. f^. gli articoli Abito, ed Ami- 1 de- gli ecclesiastici, non che tutti quel- li relativi ad ogni loro indumento od ornamento delle vesti diverse; non che il Ferrari, De re vesliarìa, e YUistorica disquisido de re vestia- rìa hominis sacri vitam comuneni more civili traducentis, Amsteloda- mi 1704.

Pompeo Sarnelli, nelle sue Lette- re ecclesiastiche t. I, p. 78, ci ulteriori notizie sull'argomento, e conchiude che il solo colore nero deve usarsi nell'abito e veste chie- ricale dei greci, che dei latini. A' greci parlando Simeone di Tes- salonica, sul loro iniziamento al cle- ricato, dice: » Episcopus vestem » nigram^ quae humilitatis, et re- » ligiosi timoris symbolum est, be- » nedicit , et consecrandum jubet >y eam induere ". A' latini, com'è notissimo, eccetto quelli costituiti in dignità ecclesiastiche, ai quali si ri- serba il paonazzo a' prelati ed il rosso ai Cardinali, il nero è solo consentito, meno le concessioni di privilegi, di cui si tratta ai rispet- tivi articoli del Dizionario anche circa i colori diversi dei diversi ornamenti, che lungo qui sarebbe citare.

L'editto de' 26 novembre 1624 di Urbano Vili sulla regola delle ve- sti chericali interiori die este- riori egualmente prescrive il colore nero. Parlando poi del divieto ai chierici di portare vesti di lutto o corruccio per mortede'congiunli, ri- porta il citato Sarnelli le analoghe

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proibizioni dei sinodi di Milano del iSyg, di Piacenza del 1^89, di Firenze del medesimo anno, e di Amelia del iSg^. F. s. Cipria- no De mortalitate.

Il medesimo erudito Sarnelli, nel t. V delle stesse Lettere Eccl., parlando dei diversi colori delle insegne de.'le confraternite, dice che di vari co- lori erano pui-e le divise loro an- tiche, le quali si vogliono origina- le nella prima crociata di Palesti- na pel ricupero de' luoghi «anti, nella quale il Papa Urbano II die- de a' crociati una croce di panno rosso da portarsi nel petto, affine di denotare il fermo proponimento di combattere per la croce sino al- l'ultimo sangue. Quindi ogni ca- valiere con particolari divise espres- se i suoi generosi pensieri ; e tulli i sette colori a tal fine furono a- doperati, cioè il giallo, il bianco, l'azzurro, il verde, il rosso, il pur- pureo o violaceo, e il nero. Col co- lore giallo si volle significare lo splendore del proprio sangue e ric- chezze ; col bianco l' innocenza e la fede ; coli' azzurro i pensieri sublimi e celesti; col verde la speranza; col rosso il valore; col purpureo o violaceo, l' industria ed arte ; e col nero, i pensieri dolenti e pro- fondi. In memoria di che tali divi- se di semplici colori rimasero per insegna alle famiglie di que' prodi, e prima gli ebbero semplici, e poi mescolati. P^. il Piazza Iride sagra capo XXXI : Quali sieno i colori, che convengono alla modestia degli ecclesiastici negli abili, secondo la mente de' sogli canoni: capo XXXII; Essere il color nero solamente le- cito agli ecclesiastici ; Ant. Thyle- sius, de Coloribus in t. IX Thes graecor. Gronov.; Salmasius, de co- loribus apud graecos et latinos E-

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pist. p. log; Jo. Vene. Khaliis, de coloribus alane in specie de vi- riditatis caussa, Vitteb. 1668; Jo. Bure Menkenius, de cerulei colovis usii apud veteres, et de coccineo^ ni- gro, et albo coloribus. V. ancora gli articoli, Porpora cardinalizia, Vesti Pontificie, Vesti Cardlvali- ziE ec. , ed il volume Vili, p. 190 del Dizionario, ove si ti'atta delle vesti usate dai Cardinali e prelati in sede vacante.

Colorì de' sagri paramenti, e di quelli usati dalla Chiesa ne'suoi templi.

La Chiesa romana ne' paramenti sagri usò, ed usa secondo i tempi, e i divini misteri che celebra, quat- tro principali colori ; cioè il bianco per significare la gloria, il gaudio e il candore dell' innocenza ; il ros- so per denotare l'eccellenza del gra- do sopra gli altri ; il nero o il paonazzo che dicesi pur violaceo, per significare afflizione, astinenza, e ricordare i defonti; ed il verde, siccome colore medio, ne' giorni fe- riali, e comuni. La Chiesa romana con questi quattro colori forse vol- le imitare i colori usati nelle vesti dal sommo Sacerdote dell' antica legge, nelle quali si distinguevano quattro preziosi colori che erano il bisso, la porpora, il giacinto, ed il cocco, come abbiamo dall' Eso- do e. XX\ III, V. 5. Di questo ri- to, e dell' uso dei detti quattro co- lori così scriveva il dotto Pontefice Innocenzo III, nei primi del XIII secolo. De 3Iysteriis Missae lib. I, cap. LXV, p. 337: " Quatuor au- » tem sunt principales colores, qui- » bus secundum proprietates .die- " rum sacra vestes ecclesia Pioma- » na distingui!, albus, rubeus, ni-

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» ger, et viridis. Nani et in legalt- bus indumentis quatuor colores »5 fuisse leguntur: byssus, purpurn, " hyacinthus,et coccus" . Segue po- scia Innocenzo III a spiegare come il color bianco si adoperasse nelle fe- ste dei santi confessori e delle ver- gini, il rosso nelle solennità degli apostoli, e dei martiri, e il nero nelle preghiere pei defonti e nei giorni di afilizione, destinati a chie- dere a Dio il perdono de' peccati ; e come in appresso ne' feriali e comuni si usasse il colore verde, eh' è tra il bianco, il nero, e il rosso. Il medesimo Pontefice spie- gando poi distintamente i tempi, o, per meglio dire, i termini, ne'quali del colore nero si serve la Chiesa romana, dice essere questi dall'av- vento alla vigilia di Natale, e dalla settuagesima sino al sabbato santo : " nigris aulem indumentis utenduni " est in die afflictionis et absti- » nentiae prò pecca ti s, et prò de- » fimctis; ab adventu scilicet us- " que ad Natalis vigiliani, et a se- » ptuagesima usque ad sabbatiim Paschae ". Indi con queste altre parole ne rende la mistica ragione: " Sponsa quippe dicit in Canticis : »» nigra suni, sed formosa fili a e >i Jerusaleni, sicut tabernacula Ce- » dar, sicut pellis Salonionis. No- » lite considerare , quod fusca sini, » quia decoloravit me sol".

Da tutto ciò chiaramente si co- nosce, che la Chiesa romana ebbe l'antichissimo rito di usare nelle sa- gre funzioni quattro colori princi- pali, e tra questo il nero, come destinato pei tempi di penitenza, e di lutto, non solo nell'avvento, e nella quaresima, n)a nelle pi-eghie- re pubbliche, e di penitenza per implorare da Dio qualche ajuto^ e finalmente nelle esequie, o coni-

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memorazione pei defonti. si de- ve tacere, come Alcuino asserisce, che nella benedizione delle cande- le, e nella processione dei 2 feb- braio, festa della Purificazione di Maria Vergine, si adoperava il co- lor nero, per denotare la profezia di Simeone : Tetani ìpsius animam doloris gladìus perlransibù.

Avendo detto, che sino ad Inno- zenzo III si adoperava il colore ne- ro in qiie' giorni ne' quali ora si u- sa il paonazzo o violaceo (meno il venerdì santo, e pei defonti, nei quali tempi si prosegue ad usare il nero), in seguito per significare la afflizione e l'astinenza s' introdusse il colore violaceo, che da principio s' incominciò ad usare nella festa dei santi Innocenti, affine di com- passionare la loro strage ; si ado- pera anche nella quarta domenica di quaresima detta Laetare, e nella terza dell'avvento detta G«»c?efójper- i:hè ambedue sono domeniche di asti- nenza. Tuttavia in queste due dome- niche, particolarmente nella Cappella Pontificia, si usa il color rosaceo, o di rose secche. Di poi si ampliò tal colore prò peccatis et dcfunctis, come di- ce lo stesso Innocenzo UT; e quin- di è rimasto l'uso di vestire di co- lore violaceo i cadaveri de' vescovi, de' preti, e de' diaconi, come si ha dal cerimoniale, e rituale romano. Però il Papa, e i Cardinali diaco- ni, dopo morte, si vestono con pa- ramenti di colore rosso. Pure va qui avvertito, che i Cardinali dia- coni, dopo la loro morte sono ben- sì vestiti co' paramenti sagri rossi; ma hanno la dalmatica di colore paonazzo ; dappoiché quando deb- bono assumere i paramenti di que- sto colore, indossano la pianeta pie- gata dinanzi. Finalmente il viola- ceo rimase appunto prò nffliclione,

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Cihstinentìa et prò peccatis, il colo- re nero fu interamente applicato alle funzioni, esequie, messe, ed anniver- sari, ec. de' morti. Così questo colore paonazzo, che prima non si usava, o almeno di rado, divenne quinto co- lore. Pili tardi s' introdusse il co- lore d' oro pel bianco che pel rosso nei solenni. Da Balsamo- ne, liist. lib. 2, cap. 17, si ha che Costantino il Grande donò a Ma- cario una stola tessuta d' oro. Nel- la Chiesa greca il rosso è segno di lutto, e si adopera nel tempo dei digiuni, e nelle memorie dei mor- ti. Anticamente veniva da quella chiesa usato anche nel Natale; ma dice il Bergier, che i greci moder- ni non curano molto la distinzione de' colori, al paro degli altri orien- tali, né per riguardo ai colori de- gli apparati ecclesiastici , gli stessi armeni hanno una distinzione e- satta come i latini, ma soltanto per le feste principali, come per e- sempio pel s. Natale, per la Pasqua di risurrezione ec. , in cui si ser- vono del color bianco, per la Pen- tecoste del colore rosso, e pei de- fonli del color nero, o paonazzo. Pure tanto essi che i greci, ed al- tri orientali, trovandosi tra i latini, quando non glielo vieti il rito lo- ro, procurano di uniformarsi nei colori alla Chiesa romana. Così fan- no i vescovi di tali nazioni, che so- no in Roma per le sacre ordina- zioni, come si descrive all'articolo Cappelle Pontificie. Ai delti cin» que colori della Chiesa romana, quella di Parigi aggiunse il colore giallo, e cinericcio ; anzi in alcune diocesi si fa uso del colore azzurro nella festa della b. Vergine, ed inol- tre ciascuna chiesa può avere i suoi usi particolari sulla scelta dei co- lori per la celebrazione degli uffizi;

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e tali usi debbonsi eseguire quan- do si trovano introdotti.

In Roma per esempio si adope- ra il color bianco pei santi Ponte- fici, ma in vece a Parigi si usa il verde, e ad Autun il giallo. Nella chiesa Ambrogiana, o di IMilano, si usa il rosso, e non il bianco per la festa della Circoncisione dei Si- gnore; nella quaresima usa quella chiesa il violaceo tutte le domeni- che, meno quella ultima delle Pal- me, e si serve del nero anche nei giorni feriali. Nella domenica delle Palme però, e in tutta la setti- mana santa usa il colore rosso, ec- celluato il venerdì santo, in cui a- doperasi il nero. Così nella festivi- tà del Corpus Domini, in luogo del bianco, fa essa uso del rosso ; e pei santi Innocenti adopera que- st* ultimo colore, in vece del pao- nazzo. Il Giorgi disapprova che i Papi si seppelliscano coi sagri abiti di colore rosso, e dice, che secondo gli antichi rituali, dovrebbono esse» re di colore nero, e ne fa a tal uo- po la descrizione a p. 52, ricordan- do quelli coi quali fu vestito Boni- facio Vili, morto nel i3o3, cui si può aggiugnere essersi rinvenuto il cadavere di Adriano IV, morto nel I I 5g, adorno delle vesti pontifica- li di colore nero. I soli martiri, per decreto di s. Eutichiano Papa del 275, come si legge nel libro pontificale, si dovevano seppellire col Colobio (Fedi), di color di porpo- ra, per significare il trionfo, che avevano riportato nella loro mor- te. La Chiesa romana sempre si servì del colore rosso nelle feste dei santi martiri, ma non lo usò mai nei giorni, a' quali fossero ap- propriati segni esterni di mestizia.

Il medesimo Giqi'gi dice, che im- propriamente nell'avvento, e nella

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quaresima il Pontefice usa il pivia- le rosso, e prima la cappa di saja o velluto rosso foderata con pelli di armellino, detta nel cerimoniale Manlum, Chlamìs, Cìdaniis rubea, come megho dicesi all' articolo Cappa (fedi), ove pure si parla delle pelli bianche, e grigie, ed al- tre fodere delle diverse cappe, non che dei colori loro. Disapprova il Giorgi tale colore rosso nel pivia- le, perchè non è secondo gli anti- chi riti della Chiesa romana, la quale nelle sagre funzioni conside- rò sempre per segno di mestizia non il colore l'osso usalo dai gre- ci, ma il colore nero o paonazzo nel piviale, giacché la cappa fu sempre rossa, dovendo prevalere al- l'esempio la ragione. Ciò egli sos- tiene ad onta che alcuni liturgici dicano convenire al Papa il pivia- le rosso, come per segno di singo- lare prerogativa della propria di- gnità, colla mistica spiegazione, che colla divisa rossa allude al benefì- cio della redenzione di Gesù Cri- sto, la cui persona è rappresentata dal sommo Pontefice. Con erudizio- ne, e giusta critica lo stesso Gior- gi dice dovei'si adoperare il colore verde ne' tempi prescritti, da! Papa, che da quelli, i quali cele» brano privatamente^ o solcnnemen^ le la messa alla presenza di lui, confutando quelli, che sono di un contrario parere. Così al capo Xll dice, che il piviale paonazzo si de- ve usare dal Papa nello scomu- nicare, che neir assolvere, leggendo- si nel cerimoniale pontificio, pel ri- to di fulminare solennemente la scomunica , il seguente ordine , » Ponlifex paratus amictu, stola, « pluviali violaceo et mitra sim- 55 plici, assistentibus sibi duodecim •-. presbyteris superpelliceis indù-

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" tis, et tam ipso , quani presby- Ratioìuil. divin. Offic. lib. 3. pag.

j) teiis candelas aidentes in ma- 1 7.

" iiibus tenentibus , sedeat su- Per riguardo poi al colore rosa-

>5 per faldislorium ante altare ma- ceo va qui avvertito, coli' autorità

» jus, aut alio loco publico, ubi dell' Amati, nelle note al Sestini,

» magis sibi placebit; et ibi prò- capo VI <\e\\' Abito Cardinalizio,

" lUMiciet, et proferat anathema die se nella terza domenica dell'av-

»-• lioc modo etc". Nel rito della as- vento, e nella quarta domenica di

soluzione solenne, lo scomunicato si quaresima cadesse 1' anniversario

deve presentare alla porta della della creazione, o coronazione dei

cliiesa »» coram Poulifìce, ipsum Pontefici viventi, o se vi fosse oc-

» absolvere volente: qui indutus casione di fare qualcbe pubblica al-

>j amictum, stolani et pluviale vio- legrezza, che riguardasse 1' utilità

>■> laceum et mitram simplicem, se- della Chiesa di Dio ; o se nella

»> deal super faldislorium , ante quarta domenica di quaresima s'in-

" principalem portam ecclesiae si- contrasse la festa della ss. Annun-

« bi paratum ". f^. Domenico Gior- ziata, i Cardinali esser debbono

gi, Gli abili sa^ri del sommo Pon- vestiti di rosso, e non rosaceo, o

tf/icc paonazzi e neri in alcune di rose secche, ed in conseguenza i

solenni funzioni della Cìdesa, gin- paramenti sagri devono essere di

slificati coli' autorità degli antichi color bianco.

rituali, e degli scrittori liturgicij La regola poi, che si deve os-

Boma 1724. servare nel mutare i colori, è di

Cinque adunque sono i colori, farne menzione nei vesperi della

che usa la Chiesa romana nei sa- festa. Se i vesperi non sono interi,

gri paramenti degli ecclesiastici, che allora si usa quel colore che con-

ncgli addobbi ed ornamenti de'sagri viene all' ufìlcio di cui si dice il ca-

templi, e degli altari, come sareb- pitolo. Se l'uffizio, e la messa di-

bero i paliotti, i canopei, i drappi, scordano, il colore dell' altare deve

i damaschi ed i parati co' quali si seguire l' uffizio. Il colore quindi

addobbano le pareti, per distingue- delle vesti sacerdotali dev' essere

re gli uffizi, le messe, i diversi mis- conforme a quello della messa, la

teri, i tempi, e le feste. La deter- quale diversità suole succedere nel-

minazione de' cinque colori bianco, la feria terza delle rogazioni, e nel-

rosso, verde, violaceo, e nero oltre le vigilie tra le ottave. Per la mes-

quella del rosaceo principalmente sa solenne bisogna, che altresì il

per la Cappella Pontificia, cioè per canope o padiglione del ciborio, o

la quarta domenica di quaresima, e tabernacolo dell'altare, concordi col

per la terza dell'avvento, pel Papa colore dei paramenti della messa,

nel piviale, che pei Cardinali negli come prescrive il Gavanto, part. I,

abiti cardinalizi, e pei sagri ministri tit. XIX, rubr. 6. ne'paramenti, non che nel paliolto 11 colore bianco è pei misteri di

dell'altare, e drappo su cui si posa Gesù Cristo, meno il venerdì santo,

la Rosa d'oro, rimonta al secolo per le feste della b. Vergine, per quel-

XIH, perchè Durando, che morì le dei confessori, delle vergini, di tutti

nel fif)6, ne parla come di una i santi, e di tutte le sante, che non

cosa conosciuta da tutti, nel suo solfrirono il martirio. 11 colore bian-

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co pertanto si usa dai vesperi del- la vigilia di Natale sino all' ottava dell' Epifania vicbisU'e, eccettuate le feste de' martiri, che cadono tra la ottava dei Natale ; si usa nella fe- ria V in Coena Domini., nel sab- bato santo nell' uffizio della messa, e da quei giorno sino ai sabbato della vigilia delia Pentecoste a no- na neir uffizio de Tempore, fuorché nella messa delle litanie, e nelle rogazioni ; si usa ancora nella festa della ss. Trinità, in quella del Cor- pus Domini, e della Trasfigurazio- ne, nelle feste di Maria Vergine (fuoi-chè nella lienedizione delle can- dele, e nella processione, che si fa in detto giorno sagro alla di lei purificazione), nella festività degli angeli, nella natività di s. Gio. Battista, nel giorno di s. Gio. E- vangelista, nelle feste della cattedra, e del primo agosto, festa di s. Pie- tro ad Vincala : nella conversione di s. Paolo; nella festa degli O- gnissanti, de' confessori pontefici, e non pontefici, e dei dottori ; in quelle delle sante vergini non mar- tiri, e delle non vergini, e non martiri ; nella dedicazione, e consa- grazione della chiesa, e dell'altare ; nella consagrazione del sommo Pon- tefice, nell'anniversario di sua crea- zione, e coronazione, e nell' anni- versario della elezione, e consagra- zione del vescovo. Egualmente si usa in tutte le ottave delle nomi- nate feste dove abbiano ottave, e quando celebrasi la messa dell'ot- tava, e nelle domeniche che s' in- conti-ano fra di esse, allorquando si faccia l'uffizio della domenica, meno però quelle domeniche, in cui è sta- bilito il colore violaceo, e finalmen- te nelle messe votive delle suddette festività, in qualunque tempo si dicano, deve usarsi il bianco, il

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quale colore pur si adopera nella messa prò sponso et sponsa.

11 colore rosso è per la solenni- tà della Pentecoste, ossia dello Spi- rito Santo, pegli apostoli, eccellua- s. Giovanni pel quale si adope- ra il bianco, e pei martiri. Si use» tal colore dalla vigilia delle Pen- tecoste nella messa fino al sabba- to seguente, come sieno terminate e nona, e la messa. Si usa ancora il rosso nelle feste della ss. Croce, della decollazione di s. Gio. Batti- sta, nel nalahzio de'principi de- gli apostoli, eccettuata quella «li s. Gio. Evangelista, cioè nella fe- sta che cade dopo il santo Natale, nella festa di s. Giovanni ante por- tani latinam, nella commemorazio- ne di s. Paolo apostolo, nelle feste dei martiri, eccettuata quella dei santi Innocenti, quando non viene in domenica, giacché in tal caso adoperasi il colore rosso. Si usa di esso pure nella festività delle sante vergini emarfiri, come delle martiri non vergini ; in tutte le ottave delle mentovate feste, che portano l' ot- tava , e quando si fa l' uffizio di ottava; nelle domeniche che ven- gono fra le stesse ottave, come di- cemmo del colore bianco; nelle messe altresì delle suddette festi- vità, nonché nella messa prò eli- gendo sunimo Pontifice.

li verde é colore proprio, che si adopera dall'ottava dell'Epifania, sino alla settuagesima, e dall'otta- va della Pentecoste sino all'avven- to esclusivamente nell'uffizio de tem- pore, eccettuata la domenica della ss. Trinità come sopra, ed eziandio eccettuate le domeniche fra l'otta- va, nelle quali si visa il colore del- le ottave, ed eccettuate ancora le vigilie, e le quattro tempora, co- me diremo qui appresso.

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Il colore violaceo, o paonazzo, si usa nella prima domenica dell'av- vento dai primi vespeii sino alla vigi- lia della messa del santo Natale inclu- sn'e, e dalla settnagesima sino al sabhato santo prima della messa ìnclusiK'e ; nell'uffizio de tempore, eccettuata la feria V in Coena Do- mini, in cui si usa il bianco, la feria VI iti Parasceve, in cui si a- dopera il nero, e la benedizione del cereo pasquale nel sabbato san- to, in cui il diacono soltanto, che canta V Exidtet, usa il bianco, e terminato il canto si veste di pao- nazzo come prima. Egualmente si usa del violaceo nella vigilia di Pentecoste avanti la messa ; nelle quattro tempora, e nelle vigilie in cui si digiuna, eccettuata però la vigilia, e le quattro tempora della Pentecoste; nella messa delle lita- nie, nel giorno di s. Marco evan- gelista, e delle rogazioni, e nelle processioni che hanno luogo in quei giorni; nella festa de' santi Innocenti, quando, come dicemmo, non cada di domenica; nella benedizione delle candele nel d\ sagro alla Purificazio- ne della b. Vergine, nella benedi- zione SI delle ceneri che delle pal- me, e generalmente in tutte le pro- cessioni , eccettuate quelle del ss. Sagramento, le quali si fanno nei giorni più solenni, o prò gratia- rum actione; nelle messe di pas- sione, prò quacumque necessitale j prò peccati s; ad tollendutn schis- ma ; conlra paganos; tempore bel- li j prò pace; prò vitanda morta- lità te; prò iter agentibus j e final- mente nella messa prò injlrmis.

Il colore nero si usa nella feria VI in Parasceve, e in tutti gli uf- fizi, e le messe dei defunti. F. Rubr. Miss. Roman., parte I, tit. XVIII.

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Le stoffe d'oro, e d'argento quan- do interamente ricuoprono il fondo s'impiegano per tutti i colori, e in tutte le solennità; altrettanto dica- si di quelle stoffe, che contengono nel tessuto i cinque colori bianco, rosso, verde, paonazzo, e nero, le quali però si adoperano in qualche oratorio, o cappella privata, o in alcuna chiesa suburbana. Il p. Quar- ti dice, che l'oro ha in un lu- cido, il quale rassomiglia al bianco, ed un che d'igneo, che si avvicina al rosso; quindi conchiude, che ec- cettuato il paonazzo e il nero , a tutti gli altri colori l'oro può equivalere. Si loda però che l' o- ro serva di ornamento agli abbi- gliamenti , e ai drappi assegna- ti a notare l'afflizione e il dolore, come il paonazzo e il nero, purché la maggior parte di questi coloi'i resti invariabile. Che se pel lun- go uso di tali paramenti, i fili d'o- ro vengano per la massima parte a disperdersi, ed a consumarsi, ri- manendo la sola seta in color gial- lo, che a quelli serviva come di ap- poggio e di fondamento, non sono allora più capaci simili paramenti di essere all'uno, all'altro colore attribuiti. Va qui però av- vertito, che avendo la Chiesa non senza mistero stabilito nella celebra- zione degli augusti suoi riti la va- rietà de'sagri paramenti, e dei co- lori di essi, per distinguere un coloi-e dall' altro, fa duopo stare al principal del drappo o stoffa, che forma il fondo del paramento, e non ai ricami, ai disegni, ai fio- ri, ed agli abbellimenti, i quali per quanto sovrabbondino non possono definire un colore, differente da quello del fondo; quindi per esem- pio una pianeta in fondo bianco ricca di ornati di colore rosso, non

COL può servire che pel pilmo colore, e non mai pel secondo. Similmente in que* paramenti, che sono a più colori in tessuti, si deve attendere a quello che prevale, meno i casi sum- mentovati per mancanza di modi a poter sostenere le occorrenti spe- se per farli diversamente.

Si deve pure avvertire, che i de- creti della sagra congregazione dei riti prescrivono, che ciascun sacer- dote, tanto secolare quanto regola- re, celebrando la messa debba per la solennità, pel colore de'pa- ramenti seguire la rubrica prescrit- ta nella chiesa ove celebra, ancor- ché l'ufficio particolare del sacerdo- te stesso non si conformasse a quel- io della chiesa. Così ancora quan- do si celebra la messa in mi alta- re ove sia esposto il ss. Sagiamen- to, sia in domenica piivilegiata o altra festa, dovranno usarsi para- menti di color proprio alla festa del santo corrente, e non già esclu- sivamente il colore bianco proprio della solennità del ss. Sagramento, ed anche il violaceo se la festa del giorno lo richiede. Allorché poi in alcuna chiesa per concorso di popolo, per particolare indulgenza concessa o altra solennità si cantas- se la messa di santo particolare, ed ancorché vi fosse esposto il ss. Sa- gramento, nelle messe private si useranno parimenti di coloi-i pro- pri al santo del giorno corrente, ed anche il violaceo se occorra, per nulla avendo riguardo al colore che si usa nella messa solenne.

Per ciò poi che riguarda il colore rosaceo, o di rose secche, ci permette- remo di aggiungere a quanto su di esso abbiamo detto, il seguente cen- no. Il colore di rosa secca viene chia- oiato dai greci Xerampelino , e da alli'i ZaloUno. Questo colore ritie-

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ne qualche vaghezza dell' origina- rio della rosa; ma alquanto mor- tidcato, e meno vivace. Il rosaceo si considera un colore tra la por- pora, e il colore violaceo o violet- ta, e si adopera, come dicemmo, nella quarta domenica di quaresi- ma, e nella terza dell'avvento. A- nalogo alla prima si crede proprio per quanto si legge nell'introito, e nell'evangelo della messa, e per- ciò qual sollievo ed allegrezza dai digiuni, e dalle penitenze del corso della quaresima, e qual preparazio- ne al colore più giulivo e solenne della prossima solennità pasquale, avendo la rosa tre singolari pro- prietà l'odore, il colore, e il sapo- re, equivalenti alla carità, alla gio- condità ed alla spirituale sazietà, figura di Gesù Cristo vero fiore del campo. Vuoisi ancora derivato nel- la quarta domenica di quaresima il colore di rosa secca, dalla Rosa d'oro [Pedi), che si benedice dal Papa con quella bella, misteriosa, ed espressiva orazione, che ripor- tammo al voi. Vili, p. 276 del Dizionario. Così nella terza dome- nica dell'avvento col colore di ro- se secche, intende la Chiesa prepa- rarsi ad altra solenne festa, ma con minori dimostrazioni, in espet- tazione della venuta del Salvatore annunziato dai profeti con sospiri, e desideri ardentissimi. Si conchiu- de, coH'autorità de' liturgici, che il colore rosaceo è porpora di tin- ta più leggera, non tinta due vol- te, cioè una specie di porpora vio- lacea, come si espresse il detto Ot- tavio Ferrano. P^. il Bonanni, Ge- rarchia ecclesiastica p. 343 e 347, sui diversi colori usati dalla Chiesa. Sui colori dei paramenti eccle- siastici, su quelli degli ornamenti dell'altai'e, e de' sagri templi, oltre

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gli articoli relativi, e principalmen- te quelli delle Cappelle Pontificie e Cardiivalizie, Paramenti sagri ec. viiiuio consultati Carlo Bartolom- nieo Piazza, Iride sagra spiegata nei colori degli abiti ecclesiastici, Roma 1682. In essa al capo V dice , Che l' uso , e la diversità prescritta dei colori appartiene ai sagri riti, e non puossi trasgredire senza grai'e colpa. AI capo VI tratta: che tanto la Chiesa trionfante, (filanto la militante si diletta della varietà dei colori: quella rappresentata nel- le gemme, questa ne'fiori. Ed al <;apo XXXIV asserisce: essere contro la mente de' sagri canoni l'uso degli apparali ecclesiastici di colore ambi- guo,e diverso. P\G\o. Gasparo Krau- sen, Dissertatio de colore sacro spe- ci a tim vestitus sacerdotalis, Wittem- l)crgae r 707; Claudio Villette, del- le ragioni dell'uffìzio e delle ceri- monie della Chiesa Romana, Pari- gi 161 I. Sono pure a vedersi il padre Carlo Guiet^ gesuita^ della fTeortologia libro III, capo XXIX; Bouffuillotj Liturgia sacra, pag. 96; Diclich, Dizionario sacro-liturgico; Gavanto, Delle cerimonie ecclesia- stiche, colle Addizioni del p. Merati, p- 36, e seg. Pel colore delle gem- me degli anelli degli ecclesiastici, P. l'articolo Anelli, e pel colore degli abiti sagri de' greci, Balsamo- ne nella sua Collezione de' canoni, e il Macri, Notizie de'' vocaboli ec- clesiastici alla voce Saccus (veste sagra usata dalla chiesa greca), do- ■ve tratta dei colori bianco, e ros- so, adoperati dai greci.

COLOSSEO o COLISEO m Roma, ovvero Anfiteatro di Flavio l'espasiano. Questo anfiteatro, vol- garmente detto dall'ottavo secolo Colosseo, si considera pel piìi ce- lebre monumento della romana gran-

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dezza, il prlncipalissimo edifizio del- l'antica architettura, la piìi vasta mole, che l'edacità del tempo, e la ferocia de' barbari non seppero in- teramente distruggere ; anzi tutti gli archeologi dicono essere la più sontuosa delle antiche fabbriche giunte sino a noi. Questo por- tento di romana magnilìcenza, che nelle stesse sue rovine reca singoiar lustro alla odierna Roma, e desta in tutti sorpresa ed ammirazione, descritto e illustrato da molti e gravi scrittori, fu confrontato colle meraviglie del mondo antico da Mar- ziale, che nell'epig. I de Spect. non dubitò di asserire :

O/nnis caesareo cedat labor am-

phitheatro ; Unum prò cunctis faina loqua-

tur opus.

Nel luogo dov'è ora il grandioso anfiteatro fu già un mercato o em- porio, che l'imperatore Nerone occu- pò per farne parte del suo palazzo, o casa aurea, e dove costruì uno sta- gno a foggia di lago ; laonde fu detto Stagnum Neronis. V. Nardi ni Ro- ma antica, pag. 3. Avendo Au- gusto immaginato di fondare un anfiteatro nella parte centrale di Roma, poscia 1' imperatore Fla- vio Vespasiano ne mandò ad ef- fetto r idea nel sito da Nero- ne ridotto a lago , e dove alcuni aggiungono un giardino. Si servì Flavio per architetto (almeno se- condo la più comune opinione) di Gaudenzio cristiano ; altri però ne danno il merito ad un tal Rabirio. L'edifizio fu incominciato nel pen- ultimo anno della vita di Vespa- siano, che gì' impose il suo nome di Flavio, ma per aver tolto dal vestibolo della casa di Nerone il

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celebre colosso, o statua colossale marmorea di quell' imperatore che poi Adriano eresse innanzi all' an- titeatro, "verso il tempo suindicato la denominazione di Colosseo dal colosso , prevalse al suo vero no- me di anfiteatro Flavio. Alcuni ar- clieologi asseriscono, che il nome di Colosseo derivasse piuttosto al monumento dalla sua grandiosa costruzione, portentosa ed eccelsa altezza, come si esprimono il Maz- zocchi, e il Cassio. Il Borghi ni di- ce, che al suo tempo gli anfiteatri, forse da questo famoso, chiamavan- si Cidisei, con voce alquanto corrot- ta da Colossei. Si racconta die l'e- difizio fu terminato in soli cinque anni, colla spesa di dieci milioni di scudi, avendoci lavorato dodici- mila giudei fatti schiavi da Vespa- siano, e dal suo figlio Tito nella guerra giudaica, in cui fu presa Gerusalemme. Tali trionfi furono anzi celebrati col vicino arco di Ti- to in capo alla via sacra. Cassio- doro. Parlar, lib. V, Epist. XLII, attribuisce tutta la gloria e tutta la spesa di questo edificio a Tito, dicendo che vi versò un fiume di ricchezze. Barthelemy, e il p. Jac- quier formando un calcolo della spesa stabilirono, che il solo muro esterno costerebbe diciassette milio- ni di franchi. Da ciò si può rile- vare quanto sarà costato tutto in- tero r edilìzio, con tutti gli orna- menti, senza nominare le spese per la celebrazione dei sorprendenti, e sontuosissimi spettacoli.

Dopo la morte di Vespasiano, fu continuata la gran flibbrica da Tito imperatore, e nelT anno 80 dell'era nostra fu dedicata solenne- mente alla memoria del suo au- gusto genitore Vespasiano, con son- tuosissimi giuochi di gladiatori, e

VOL. XV.

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combattimenti di fiere, le quali in numero di cinquemila compar- vero suir arena, e furono tutte uc- cise, come raccontano gli storici.

Ricorderemo qui, che presso i 1*0- mani le dedicazioni venivano cele- brate a seconda dell' edifizio. I tea- tri si dedicavano con un dramma; i circhi colla corsa delle carrette ; le naumachie coi combattimenti na- vali ; e gli anfiteatri coi giuochi e lotte dei gladiatori, e colla caccia di fiere. Alla splendidissima dedi- cazione fatta da Tito dell'anfiteatro, ed ai giuochi sontuosi allora cele- brati alludono due medaglie, che si vogliono fatte coniare dal di lui fra- tello Domiziano, le quali portano ambedue nel diritto la figura di Tito, e nel rovescio il prospetto dell' anfiteatro, che mostra a sini- stra avere avuto la Meta sudante di cui si parlerà, a destra un por- tico a doppio ordine di colonne, il cui prospetto corrisponde alla par- te dell edifizio rivolta al monte Celio, ed il cui arco prossimo al centrale del primo ordine esterno portava il numero I. Finalmente 1' imperatore Domiziano diede com- pimento all' edifizio, e se Vespasia- no portò la cavea fino ad un cer- to numero di gradini, e se Tito la innalzò sino ai superiori, Domizia- no la compì portando l' anfiteatro fino agli scudi, cioè a quegli orna- menti rotondi che coronavano la cornice estrema dell' anfiteatro, for- mando così una specie di merlatu- ra, come si vede dalle medaglie. E magnifici spettacoli vi diede pure Domiziano, fra i quali un combat- timento navale.

Trajano probabilmente portò l'a- rena al piano attuale, reggendola sopi"a costruzioni. Altri grandiosi giuochi vi diede Adriano nell'anni- 2

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versai'io di sua nascita, ne'quali cad- dero cento leoni ed altrettante leo- nesse, e in sei giorni furono uccise mille belve. Avendo l'edificio soffer- to in un incendio, Antonino Pio vi operò de' restauri ; mentre per Mar- co Aurelio successore di lui, grandi feste solennizzarono le sue vittorie sui Marcomanni. I giuochi quivi fatti non salirono in tanta fama quanto quelli dispendiosi di Com- modo, che andando perduto pegli spettacoli volle combattervi qual gladiatore, e giostrò colie stesse fie- re ; anzi a maggior comodo e sicu- rezza, aprì un passaggio sotterraneo per pervenire sul podio al suggesto imperiale, ove fu una volta inutil- mente assalito dall' ardito Quinzia- no. T^. Ossci'K'azioni sull'arena e sul podio deir aiìfueatro Flavio^ fat- te dal cav. Pietro Bianchi archi- tetto, illustrate e difese dal profes- sore Lorenzo Re, che sono ripor- tate nel tom. I, parte II, p. i25 delle Dissertazioni deW Accad. Rom. di Archeologia. Dice il Panciroli, Tesori nascosti p. 270, che l'edifi- zio si chiamò ancora arena, perchè nel mezzo era tutto sparso di alta arena, perchè i gladiatori nel fare alla lotta ungendosi le carni, le potes- sero coU'arena imbrattare, acciò non fossero tanto sdrucciole, ed anco per- chè i gladiatori feriti, nascondendo coir arena il proprio sangue, più coraggiosi seguissero l' incominciata pugna. Quindi aggiugne, che in apposite stanze intorno all' edifizio si mantenevano orsi, tigri, leoni, ed altre fìerCj oltre quelle che si custodivano nel vivajo fuori delle porte di s. Agnese, e di s. Loren- zo. Uscendo le fiere nell' arena, i combattenti le affrontavano, e ri- portavano copiosi premi nell' ucci- derle. Talvolta vi furono esposti i

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condannati all' estremo supplizio, gli schiavi, i prigionieri di guerra, ed i cristiani in odio della fede, come poi si dirà. Tanta crudeltà veniva scusata dalla passione del popolo romano pegli spettacoli, e per ispi- rai-e negli animi degli spettatori ta- le coraggio, che li facesse sostenere nelle guerre qualunque attacco, sen- za provarne timore o spavento.

Anche Alessandro Severo fece celel)rare nell'anfiteatro solenni spet- tacoli, e con maggior frequenza il fece Caracalla, lasciandovi la vita il celebre gladiatore Batone. Nel breve impero di Macrino, verso l'an- no 217, siccome molte parti che cosfi lui vano l'edifizio, massime quel- la superiore della cavea, erano di legno, così a'^S agosto percosso ve- nendo lanfiteatro da un fulmine fu arso da cima a fondo, rimanendo consumati dal fuoco tutto il recia- to superiore, e tutti i gradini alfin- torno, nulla valendo ad arrestar- ne r incendio 1' acqua pluviale che in gran copia cadeva, e quella por- tatavi da tutta Roma. 11 perchè ri- manendo inservibile, lo spettacolo de' gladiatori fu dato per molti an- ni nel circo. In seguito le parti con- sumate dal fuoco furono rifatte di materiali solidi, da potere impedi- re altri incendi di conseguenza. Il primo a restaurarlo fu Eliogabalo, ma continuò e compì il lavoro A- lessandro Severo, per cui furono coniate medaglie colla sua effigie, e coir anfiteatro con combattenti e giuochi di gladiatori, il che accad- de verso l'anno 22 3. Nel rovescio di una medaglia di Gordiano III, si vede l' anfiteatro avente a sini- stra la IMeta sudante, il colosso di Nerone, e a destra legato colla fab- brica una specie di portichetto ar- cuato sostenuto da colonne ed or-

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nato di un tiinpaiio, che cuopre una statua. In mezzo poi all'arena vedesi un toro alle prese con un elefante. E noto quanto Gordiano amasse avere molte belve, che poi correndo l'anno 248, furono con- sumate dal successore Filippo nei giuochi secolari , e con caccie son- tuose.

JNeir impero di Decio Mario Ve- nanzio Basilio, vei'so l'anno 260, soggiacque 1' anfiteatro con lieve suo danno ad altro incendio, che fu su- bito riparato; indi anche Probovi diede magnifiche caccie per celebra- re nel 281 il suo trionfo. In una sola volta fece uscire cento leoni giubba li, che co' loro ruggiti fecero rimbombare orrendamente la ca- vea, e che poi furono tutti uccisi. àSegui la caccia di cento leopardi africani, e di altrettanti siriaci, di cento leonesse, di trecento orsi ; di- poi comparvero trecento paja di gla- diatori, ed il combattimento fu for- mato dai prigionieri portati a Ro- ma. Numeriano ed altri vi diedero giuochi magnifici ; ma furono abo- liti per sempre dall'imperatore O- norio cristiano i combattimenti dei gladiatori nel 4^3, giacché Pruden- zio avea esortato l'imperatore Teo- dosio di lui genitore a non permet- tere più tali fei'oci combattimenti contrari alla morale, e alla religio- ne cristiana, onde s. Almachio fu r ultimo martire, che ivi perisse per avere innanzi ad Alipio prefetto di Rom.a, invitato i gladiatori a cessare una volta da tal carnificina. Ma sebbene Onorio rigorosamente proi- bisse la continuazione de' combatti- menti de' gladiatori, le caccie e gli spettacoli delle bestie feroci conti- nuarono almeno sino a Giustiniano I ne' primi del VI secolo. Già ver- so l'anno 44*2 w" tremendo terre-

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moto aveva danneggiato l' anfitea- tro, che fu ristorato da Rufo Ceci- na prefetto di Roma, il quale ri- fece di nuovo il piano dell'arena, il podio, e le porte posteriori, e ri- stabilì i gradini. Neil' anno 5o8, essendosi rovinato il podio, e spro- fondata l'arena per un altro for- tissimo terremoto, cagionato da un vulcano, Decio JMario, altro prefet- to di Roma, accorse a riparare i danni.

Divenuto re d'Italia il goto Teodorico, nel Sig per avere as- sunto il consolato Eutarico Cillico genero di lui, furono nell'anfiteatro celebrati splendidissimi giuochi, con caccie di belve fatte venire dall'A- frica. Tali giuochi rinnovaronsi nel 52 3 neir assumere il consolato A- nicio Massimo. Insorsero dipoi le ostilità tra i goti e i greci, nel qual tempo Roma soggiacque a gravissimi danni, per cui sembra probabile quanto asserisce Ridolfi- no Venuti Roma moderna t. I, p. 4 5 che l'ira de'barbari principiasse a guastare in parte una mole così ammirabile, anche per l' avidità di levarne i metalli che la compone- vano. Fu Teodorico il primo, che concesse i sassi dell'edifizio per uso di altre fabbriche ; ed il Cancellieri a p. 97 de' Possessi, aggiugne, che il popolo romano chiese licenza a Teodorico di ristorare le mura del- la città, colle pietre de'gradini, che si tiovavano smosse dall'anfiteatro. II Platina, nella vita del Pontefice s. Gregorio I eletto nel Sqo, nel di- fenderlo dalla calunnia, che in odio del culto de'paganì e gentili i-ovinas- se, molti antichi edifizi, dice ch'egli in vece siccome romano amava te- neramente Roma, e il suo lustro. Tuttavolta il venerabile Reda, il quale fiori nell'ottavo secolo, in ColU

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de. Bell. e. Ili, chiaramente indica col noto vaticinio, che allora il monu- mento era ancora intero, esprimendo- «ii: Quamdin stahit Coliseus ,stabil et Roma: quando cadct Coliseus cadet et Roma: quando cadet Roma, ca- det et mundus. Ecco la prima vol- ta, che r anfiteatro Flavio viene chiamato Coliseus, e si deve cre- dere con più ragione-, che il fosse dalla colossale sua mole, che dal colosso di Nerone, il quale a'tem- pi di Beda non più esisteva. Sembra adunque, che sino a questi tempi le invasioni di Alarico, GensericOj ed Odoacre l' avessero risparmiato, e che piuttosto dai fieri terremoti del 789, e 780, e dalla barbarie de'secoli seguenti ripetesse Tedifi- zio la sua rovina. Nel declinare poi del secolo XI incontrò la sorte di altre grandi fiìbbriche dell'antica Roma, e per la sua forma e soli- dità, fu ridotto a dover essere for- tezza feudale di varie famiglie no- bili, e potenti, che ne'successivi se- coli turbarono la pubblica tranquil- lità, e mantennero accesa la discor- dia civile. Non va qui taciuto, che i portici contigui al Colosseo, nel- l'anno io85, furono rovinati da Roberto Guiscardo duce de'norman- ni, recatosi in Roma per liberare il Papa s. Greg'orio VII, assediato dall'imperatore Enrico IV, in Ca- stel s. Angelo.

Nell'anno i i3o, il Colosseo, come una rooca difesa, era già in pote- re della celebre famiglia Frangipa- ni, della quale il Cancellieri eru- dite notizie a p. 348 de' suoi Pos- sessi. Pertanto venendo a' i5 feb- braio eletto Pontefice Innocenzo li, insorse contro di lui l'antipapa Ana- cleto li assai potente, quel Pontefice insieme co'suoi fratelli Guidoni-Pa- pareschi, nobili di Trastevere, si ri-

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covro nel Colosseo presso i Fran- gipani suoi amici. Inutilmente il falso Papa colla sua numerosa fa- zione assaltò il Colosseo ; il perchè tutto furente andò a depredare la basilica Vaticana, il patriarchio di s. Maria Maggiore, ed altre chiese di R.oma, servendosi delle ricchezze usurpate per corrompere i roma- ni a sostenerlo, per cui Innocenzo II passò in Francia. Ritornato in Roma, dopo la morte di Anacleto IIj vide con suo dolore nel i i^'x ripristinare il senato romano, e la repubblica, che occupò il Colosseo, e tutte le altre fortezze e torri dei Frangipani, siccome avversi al go- verno popolare. V. Agnello Ana- stasio, Ist. degli Antipapi, tom. II. p. 35.

Ricuperato dai Frangipani il Co- losseo, sappiamo che il gran Pon- tefice Alessandro 111, Bandinelli, nello scisma de' quattro antipapi, sostenuti dall'imperatore Federico I, mentre era pseudo- Pontefice Pa- squale IH, dal patriarchio latera- nense ove abitava, nel 1166 per insidie tesegli dall'esercito dell'im- peratore, co'suoi fratelli, e famiglie si rifugiò nelle sicure case de' Fran- gipani, presso s. Maria Nuova, cioè nella torre Cancelleria o Carlula- ria, di contro all'arco di Tito, e nel Colosseo. Ivi teneva le congregazio- ni, i concistori, trattava le eause, ed emanava i pontificii ordini: fin- ché dopo di avere scomunicato Fe- derico I, nell'agosto 1167 partì di Roma per maggiore sicurezza, nel- le due galere, che con armati gli avea mandate sul Tevere il re di Sicilia Guglielmo^ come raccontano il nominato Agnello Anastasio t. II. p. 73, e 74, il Baronio, ed il Pagi all'anno i 167.

A quell'epoca l'edifìzio del Colos-

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seo dava nome ad una delle con- trade di Roma, della quale i Fran- gipani erano i capitani, ed i cui bandonarii, o handerarii precede- vano colle insegne il Papa nelle so- lennità, massime nel della in- coronazione, siccome si legge negli Ordini Romani. I medesimi ban- donari , così detti dalle bandiere che usavano, erano la guarnigione del Colosseo. Dipoi nel termine del pontificato d Innocenzo III, Conti, e circa l'anno i^iB il nipote di lui Pietro Annibaldi, d'una delle pri- marie famiglie romane, quale emu- la della Frangipane, volle costrui- re una torre nelle vicinanze del Colosseo, per poi attaccarlo, e ren- dersene signore: ma i Frangipani, e Giacomo capo della famiglia con tutto il loro potere dallo stesso Colosseo che dalla torre della ve- dova di Naione Frangipane, ne im- pedirono r esecuzione . Tuttavolta, profittando gli Annibaldi delle gra- vi differenze tra Federico II, e il Papa Gregorio IX, e facendosi for- ti per Riccardo Annibaldeschi del- la Molara, fatto nel laSy Cardi- nale^ ottennero che l'imperatore ob- bligasse Arrigo, e Giacomo Fran- gipani a ceder con giuramen- to la metà del Colosseo, col palaz- zo contiguo. Ma, divenuto Pontefi- ce Innocenzo IV, Fieschi, nel ii/\.Z ottennero da lui i detti Frangipa- ni padre e figlio l'annullamento del trattato, perchè essi non potevano disporre del luogo come feudatarii del sovrano Pontefice; laonde con breve de' 1 8 marzo 12^^, Innocen- zo IV, per impedire che il Colos- seo non cadesse a danno di Ro- ma nelle mani di Federico II, e de'Ternesi suoi seguaci, formalmen- te dichiarò essere questo di domi- nio diretto della Santa Sede.

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Ne! tempo che i Frangipani do- minarono l'edifizio, questo fu as- sai malmenato, e tra i danni cui ricevette si vogliono, forse di pre- ferenza alle altre cagioni accenna- te di sopra, riconoscere quei buchi che con violenza si operarono per trarne il ferro, il piombo, e il bron- zo de'perni, i quali legavano tra di loro i massi, ciocché altri at- tribuiscono, come dicemmo, ai bar- bari, ed altri in parte alle botte- ghe di legno indossate ai pilastri antichi allorché l' anfiteatro volle convertirsi in mercato, locché non si deve credere.

Verso i principii del secolo XIV nuovamente il Colosseo tornò in potere degli Annibaldeschi, finché, recatosi in Roma, nel i3i2, Enri- co VII per ricevervi la corona im- periale dai legati spediti da Avi- gnone dal Papa Clemente V, co- strinse Annibaldo a rendere i pa- lazzi e le fortificazioni delle milizie, non che la torre di s. Marco, ed il Colosseo di cui era possessore. I legati posero sotto la giurisdizio- ne del popolo romano il Colosseo, che di nuovo fu destinato ai pub- blici spettacoli. Difatti si ha che nel i332 ai 3 settembre vi fu fatta una giostra^ sebbene fosse in par- te l'ovinato, e ne mancassero i se- dili, per cui si fecero palchi di le- gno per le dame da una parte, occupando l'altra le donne artigia- ne; un' egual distinzione si usò an- cora cogli uomini. Questa famosa giostra^ o torneo, riuscì quanto ce- lebre altrettanto funesta, perchè mo- rirono diciotto giostratori, giovani nobili; e nove feriti dai tori, dei quali rimasero morti undici . Ai giostratori si fece grande onore, e si tumularono nelle basiliche late- ranense, e liberiana. Questa giostra

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Tiene descritta dal Marangoni, dal Muratori, nel t.XII Rer. Jlal. Script., e dal Bonet a p. 4^.

Nel terremoto, che afflisse Ro- ma nel settembre 1 349, cadde una parte del Colosseo, per cui la sto- ria non nomina più il Colosseo, come fortezza, come luogo di spettacoli; anzi nel i362 il ve- scovo d'Orvieto, legato o vicario di Urbano V in Roma, scrisse in Avi- gnone a quel Papa di aver trova- to i soli Frangipani, i quali voles- sero comperare pietre dello stesso Colosseo da lui poste in vendita. Si sa inoltre, che i capi delle di- verse fazioni, le quali allora lace- ravano la città, trattarono di divi- dersi il Colosseo, per farne una ca- va di pietre. In appresso, e nel pontificato di Urbano VI, era già caduta la parte, che guarda i mon- ti Palatino e Celio, e nel i38i il senato romano ne cedette poi'zio- ne all'ospedale di s. Gio: Laterano ad Sancta Saiictoruin, il quale lo ridusse a modo di ospedale sotto il nome di ospedale di s. Giacomo ad Colosseum. Tale risoluzione del senato romano si attribuisce dal Bonet al funesto avvenimento del- la giostra summentovata del i332, conoscendo ora mai i romani, che doveva venerarsi e rispettarsi un luogo santificato dal sangue di tan- ti martiri. La nobile compagnia del ss. Salvatore ad Sancta Sancloruni discacciò dal Colosseo i malviventi, che vi si erano rifugiati : e siccome ne aveva ricevuto una terza parte, chiuse con muri sei archi pegli am- malati verso la via, la quale con- duce al Laterano. Presso quel luo- go aggiunge Bonet , secondo al- cuni, essere stato per un tempo un monistero di monache. Nel pon- tificato di Martino V, scrisse il Pog-

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gio, che il Colosseo trovavasi nella maggior parte distrutto al suolo per istoltezza de' romani, ed a cagione dello scisma, che lacerò la Chiesa Romana dal iSyS all'anno i4'7'

Mentre la vicina chiesa, e il mo- nistero di s. Maria Nuova erano divenuti proprietà de'monaci Olive- tani verso la metà del XV secolo, il Colosseo venne con mura chiuso coU'orto del monistero; ma avendo il popolo romano atterrate le mu- ra, redilìzio tornò ad essere aperto al pubblico. Paolo li , eletto nel 1464, inipiegò i materiali delle par- ti cadute del Colosseo nella fabbri- ca del palazzo di s. Marco ( Vedi), che divenne abitazione de' Papi. Il Cancellieri citato , a p. 3 i i , dice che coi travertini del Colosseo Pao- lo II abbellì ed ingrandì anche la chiesa di s. Marco contigua al pa- lazzo, e che nel secolo XIV si andavano a prendere liberamente gli scalini al Colosseo per erigere le case. Il Vasari poi nella vita di Giuliano da Majano, che fu l'archi- tetto del palazzo di s. Marco, ora di Venezia , dice che una gran quantità di travertini furono per esso scavati da certe vigne vici - ne all'arco di Costantino, le qua- li venivano ad essere contrafforti ai fondamenti del Colosseo, cioè da quella parte che oggi é rovinata, forse per avere allentato 1' edifizio . Altrettanto fece il Cardinal Raffae- le Sansoni Riario, nel fabbricare il palazzo della Cancelleria, del qua- le si parla al voi. VII, p. 192 del Dizionario , coU'assenso dello zio Si- sto IV; e lo stesso dipoi fecero i Farnesi, nel secolo seguente per edi- ficare il sontuoso palazzo Farnese {Fedi).

Da Paolo II a Giulio III , nel i55o, molte altre fabbriche di Ro-

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ma furono erette, ed abbellite in parte co'mateiiali del Colosseo, leg- gendosi nel Bicci, Notìzia sulla fa- rniglia Boccapadidi _, p. i 3 2 , che dei travertini del Colosseo s'impie- gai'ouo in parte nei palazzi del se- natore, e conservatori di Roma. Nel- la vita poi del famoso Benvenuto Cellini si legge al lib. II, e all'an- no i532; che il Colosseo era in tale stato di abbandono, che duran- te la notte serviva alle stregonerie, e ad altre iniquità. D' altronde si sa che dai primordi del secolo XVI nel Colosseo incominciò a rappre- sentarsi la storia de' patimenti di Gesù Cristo , in drammi sagri. A questa epoca appartiene la pianta di Gerusalemme, che si vede dipin- ta sulla parte interna dell'arco gran- de d'ingresso verso occidente. Ma di questa nuova destinazione del- l'arena, ci permetteremo il seguen- te cenno.

Attesta Girolamo Ferrucci, nelle note alle Antichità di Roma di An- drea Fulvio, stampate in Venezia nel 1 558 ; che fino al pontificato di Paolo III furono recitate nel Colos- seo le lappresentazioni della passio- ne del Signore, di cui ancora si parla dal Fontanini, Blog. Ital. p. 498, dal Mazzuchelli t. IV, p. 97 3, e specialmente dal citato Mai'ango- ni al § IX. Il Panciroli, ove trat- ta della chiesa di s. Maria in cam- po Carico, congettura che fosse ap- pellata di Spoglia Cristo, perchè coloro che facevano tali rappresen- tazioni, venivano a deporre in es- sa le vestimenta, colle quali le rap- presentavano. Ma ciò non parve verosimile al dotto Marangoni per la non piccola distanza del luogo, e perchè potevano ciò fare con maggior comodità, o ne'porlici del- ì'anlileatro, già chiusi in parte ad

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uso di abitazione, oppure nella con- tigua chiesa di s. Giacomo a'piedi dello stesso Colosseo. Il medesimo Panciroli, a p. 269 de' Tesori na- scosti, stampati nel 1600, parla d'una chiesuola, detta l'oratorio del Gonfalone, esistente dentro il Co- losseo; e Ridolfino Venuti aggiun- ge, che la cappella detta della Pie- tà, situata nell'anfiteatro, e principia- ta colle limosine de' passeggieri, es- sendo poi passata all'arciconfraternita del Gonfalone, fu da quella compa- gnia ristaurata ne' primi del secolo XVIIIj ed essa vi pose un eremi- ta per custode. La lapide , che ri- corda tali ristauri, porta la data del 1622.

Solevano i Pontefici nel pren- dere con solenne cavalcata il pos- sesso alla basilica lateranense, a- scendere il Campidoglio, e poscia pel foro romano passai'e innanzi al Colosseo, mentre dall' arco di Tito sino all'anfiteatro spettava l'appara- to della strada all' università degli ebrei, e quindi proseguire per la via che conduce al Laterano. Ma s. Pio V, nel possesso che prese a'23 gennaio i566, volle passare con tuttala cavalcata per mezzo del Colosseo slesso ; e Sisto V ne rad- drizzò la strada. Questo ultimo magnanimo Pontefice, per sollievo de'povcri voleva ridurre il Colosseo ad abitazione e stabilimento per l'arte della lana da mighorarsi in Roma trovandosi allora negletta ; ed è perciò che ne commise il dise- gno al cav. Domenico Fontana ; cosicché, secondo il divisamento di tal architetto, egli restituiva all'edi- fìzio l'antica circonferenza con l'in- gresso di quattro porte, ed altrettante scale. Nel mezzo vi doveva essere una fonte, e le loggie di fuori restava- no aperte per ugo de' lavoranti ;

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nelle altre si volevano adattare vendo rovinato tre archi del se- stanze, e botteghe. Però quando già condo recinto dal lato del monte si era principiato a spianare la ter- Celio, si trattava di vendere que' ira- ra al di fuori, morì Sisto V nel vertini al popolo romano, quando iSgo, e l'impresa non ebbe piìi il Papa li assegnò pel detto porto, effetto. V. Fontana, lib. II, Alni- In seguito il ven. p. Angelo Paoli ìie fabbriche fatte in Roma da Si- carmelitano ottenne dallo stesso Cle- sto V; e il p. Mabillon, Itinera- mente XI facoltà e soccorsi, perche rio d'Italia p. yG, num. 29. il Colosseo non restasse alla profa- Nel i644> sotto Urbano yill,narra nazione de' cattivi, dopo che tanti il diarista Gigli, che nella notte se- santi martiri vi avevano versato il guente ai 21 maggio, rovinò una sangue; indi venendo consultati il parte del Colosseo, cioè tre archi cav. Bernini, e il principe Giam- e mezzo; e di que' soli materiali battista Pamphily, venne risoluto si fece uso nell'edificare il palazzo di fare risarcire le mura cii'condan- Barbeiini, e non di altri apposita- ti l'ediuzio, consagrarne 1' arena, e mente tolti con distruzione del- fabbricarvi una chiesa in onore dei l'antico, come tuttora dai più er- santi martiri. Il cav. Carlo Fonta- roneamente si va ripetendo. Nel na ne fece il disegno, e il Cardi- pontificato di Clemente X, e nel nal Altieri incaricò Giacinto del l'anno 1671, ritornò l' idea di da- Bufalo per l'esecuzione, che per re nel Colosseo nuovamente gli spet- altro non ebbe luogo. Solo la città tacoli, massime la caccia de'tori, e di Gerusalemme, ch'eravi dipinta, già si erano ottenute le debite li- venne rinnovata, insieme alle mu- cenze, quando alcune pie persone, ra, e collocate furono sopra ie por- e principalmente il zelante p. d. te analoghe iscrizioni in onore dei Carlo Tommasi teatino ricorrendo santi martiri ; le quali iscrizioni sono al Papa, lo impedirono. La va- riportate dal Bonet nella sua Breve stità dell'edifìzio non solo offriva notizia. Quelle che vi erano state nascondigli a gente di mal affare, erette sotto Clemente X, nell'anno ma di notte rendeva pericolosa la santo 167.5, si leggono nel Meno- contrada ; il perchè Clemente XI /og/o del Piazza a p. 47^> 6 seguen- fece chiudere gli archi esterni in- ti, dove parla dell' indulgenza con- feriori, ed i corridori furono ri- cessa da Clemente X alla piccola dotti a deposito di letame per ri- chiesa o cappella dentro il Colos- cavarne il salnitro per la vicina seo, precipuamente per risvegliare fabbrica delle polveri. Tali depo- venerazione all'insigne martire s. siti però furono tolti nel 181 1. Almachio, o Telemaco, come lo chia- Es.sendo nel 1708 pel terremo- ma Teodoreto, che significa in gre- to caduto un arco del secondo or- co fine della pugna, e che appun- dine verso occidente, i travertini lo fu l'ultimo a spargere il sangue di questo anfiteatro furono impie- nell'arena, come superiormente si gali per la costruzione del porto disse.

di E^ipetta, insieme a quelli rinve- Gli altri martiri, che sappiamo

nuti nelle fondamenta delle case dei essere slati bersaglio, e pasto delle

Serlupi. Però si legge in Cancel- fiere in questo anfiteatro, sono i

lieri, p. 162 del Mercato, che a- ss. Taziana, Polito, Prisca, Marti-

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na, Ignazio successore di s. Pietro nella chiesa di Antiocliin, Eleute- rio, Restitulo, Vito, Sinfionio, Ab- don, e Sennen, Giulio senatore ro- mano, Eustachio, Alessandro, Gri- santo, Gaudenzio creduto architet- to dello stesso anfiteatro, INIarino ed altri innumerahili; oltre duecen- to settanta invitti soldati cristiani, stali colà saettati nel d'i primo marzo.

I primitivi cristiani, che fervo- rosamente veneravano le memorie de' martiri, ebhero questo luogo in gran divozione, riguardandolo con occhio ben diverso dai gentili per la sua mirabile struttura, e pei sin- golari suoi pregi. E siffatta divo- zione pubblicamente manifestarono appena cessate le persecuzioni, ed appena Costantino il Grande die- de la pace alla Chiesa. Questo im- peratore nel 33 1 abob per tutto 1 impero gli spettacoli della carne umana, locchè confermò nel SSy r imperatore Costanzo, e poi espres- samente il vietò in questo anfitea- tro Onorio, come si è detto di so- pra. Dal Bonet si apprende , che grande fu la venerazione di s. Gre- gorio I per questo luogo a cagio- ne delle migliaia de' martiri, i qua- li vi avevano sparso il sangue in sostenimento della fede di Gesù Cri- sto ; e che richioto da alcuni am- basciatori di qualche reliquia, pre- se un pugno di terra dell' anfitea- tro, e portata dentro un panno la diede loro. mostrando gli am- basciatori alcuna fiducia in quella terra, il santo spremette il panno, da cui uscì vivo sangue, con im- menso stupore degli astanti. S. Pio V soleva dire " che chi voleva re- » liquie andasse a prendere la ter- » ra del Colosseo, tutta impastata » del sangue de martiri". Ed al-

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trettanto era solito ripetere Cene- detto XIII. S. Ignazio ne fu divo- tissimo, non meno che i ss. Filip- po Neri, e Camillo de Lellis, tutti fondatori di Ordini religiosi, e che esperimentarono gli effetti del pa- trocinio de' santi martiri. D.Fran- cesco Rovina Bonet, prima nel i 754, e poi nel 1796 pubblicò la Breve e divota notizia della vita, marti- rio, virtù e miracoli di alcuni san- ti delV anfiteatro Flavio volgarmen- te detto il Colosseo, i noìni de' qua- li ritrovansi registrati ne' martiro- logi, e presso gravi ed approvali autori. Del medesimo abbiamo di- versi pii esercizi da praticarsi nel- lo stesso anfiteatro. Racconta que- sto pio autore a p. 11, che non lungi dal Colosseo, ov'era la chie- sa di s. Pantaleo ai monti ( di cui parla il Panciroli a p. 644 )> cioè dove prima esisteva il tempio della dea Tellure, eretto da Tito Sem- pronio, sovente i martiri erano dal senato esamiviali, e quindi condoni al tempio del Sole presso il Colos- seo ; e ricusando essi di prestare culto alle false divinità, erano il più delle volte dai cacciatori delle fie- re crudelmente flagellati , e con- dannati ad essere esposti, e nell'an- fiteatro divorati dalle fiere, escla- mando i gentili: i Cristiani al leone.

Ripieno di venerazione per un'a- rena santificata dal sangue de'mar- tiri, il Pontefice Benedetto XIV, agli 8 febbraio 1 744; ^'^ce pubbli- care un editto da monsignor Simo- netti governatore di Roma, col qua- le fu rigorosamente proibita la pro- fanazione del Colosseo anche per la crescente divozione de' fedeli verso di esso. Quindi mossi alcuni di voti dalle prediche, che andava facendo per Roma il beato Leonardo da

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Porto I\TaurÌ7Ìo, religioso de' mino- ri rifoiEuati del ritiro di s. Dona- ventura alla polveriera, nel 1749 ad istanza di essi cooperò a stabi- lire nel Colosseo il divoto esercizio della Via Crucis [Vedi), e volle fondata l'arciconfmlcrnita degli a- manti di Gesù Maria [Vedi), nel convento di s. Bonaventura; arcicon- fiaternita, che da Benedetto XIV ai 25 settembre 1754 fu confermata, ed arricchita di grazie spirituali, dichia- randone eziandio protettore il Pon- tefice prò tempore. Nel suddetto anno 1749, volendo Benedetto XIV consagrare l'arena alla passione di Gesù Cristo in memoria de' mar- tiri che ivi lasciarono la vita, dal vicegerente patriarca Ferdinando Maria de Rossi, fece a proprie spe- se edificare le quattordici edicole o cappellelte per le stazioni della Via Crucis, con pitture della pas- sione di Gesìi Cristo; indi dal me- desimo prelato, coli' assistenza dei confrati, le cappellette, e il Colos- seo furono a' 27 dicembre solenne- mente benedetti, e piantata fu in mezzo dell'arena la croce, e dato principio al sopraddetto religioso eser- cizio con immenso concorso di po- polo. In seguito lo stesso beneme- rito Papa, con chirografo degli 8 gennaio 1752, donò al sodalizio le cappelle , e pel grande aumento dei fratelli, e delie sorelle ascritte airaiciconfiaternita , riconoscendosi angusto il luogo assegnato a s. Bo- naventura alle adunanze del soda- lizio, e contrario al ri tiramento e quiete degli esemplari religiosi, a proprie spese fece dal vicegerente costruire un conveniente oratorio vicino alla chiesa de' ss. Cosma e Damiano nel foro romano, il qua- le donò all'arciconfraternita, pre- scrivendo che ivi si adunassero gli

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uomini, e nella detta chiesa le don- ne, per poi processionalmente recar- si al Colosseo per l'esercizio della Vìa Crucis, preceduta da una pre- dica d'un religioso del mentovato sagro ritiro. Indi fu dichiarato che invece del vicegerente, un Cardi- nale fosse sempre direttore del so- dalizio, dopo che monsignor de Rossi fu creato Cardinale ; e che il porporato direttore nella proces- sione portasse la croce in forma di piccolo tronco. Le donne hanno ima presidente , che suole essere una principessa, o primaria signora romana ; una regolatrice , ed altre officiali. Benedetto XIV spesso si recò a venerare l'aiena del Colos- seo ( come poi fecero i suoi suc- cessori massime Clemente XIII, e Leone XII), e la fece con solenne religiosa pompa dichiarare chiesa pubblica, al qual effetto a' 19 set- tembre 1706, il Cardinal Guada- gni, vicario di Roma, vi celebrò la messa, vi fece la comunione gene- rale ad infinito numero di confra- ti, consorelle, ed altri divoti, colla distribuzione di una medaglia be- nedetta. Quella comunione pur si fece in appresso, e con piìx solen- nità dal Cardinal de Rossi dopo a- vervi celebrato il santo sagrifizio, e in questa, che nella preceden- te Benedetto XI V, e Clemente XIII concessero 1' indulgenza plenaria. V. Giovanni Marangoni, Delle me- morie sagre e profane delV anjltea- iro Flai'io di Roma, volgarmente detto il Colosseo, Roma 1 746, nel- la stamperia di Nicolò e Marco Pagliarini.

Ridotto il Colosseo a luogo sa- gro, valse a salvare il rimanente dell' edifizio, oggetto dell'ammira- zione di lutti i secoli, soggetto di studio e di ricerche di tutti gli ar-

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chitetti, di tutti i letterali, e sul quale più opere si pubblicarono, e più commenti che sugli altri insie- me presi.

Dopo il corso di tanti secoli, i primi lavori fatti per conservare questo monumento si devono al magnanimo Pio VII, animato dal lodevolissimo spirito di conservare gli antichi monumenti. A sostegno della fascia esterna verso il Late- rano, che minacciava rovina, nel i8o5, come si legge nella iscrizio- ne, fece costruire un gran contraf- forte o sperone solidissimo, che re- ca stupore per la difficoltà dell'e- secuzione. La urgenza non permise di dare a questo sostegno la forma originale del monumento, come poi potè eseguirsi nel 1828 dalla par- te del foro romano, nell' altro con- trafforte eretto da Leone XII, con architettura del valoroso architetto cav. Giuseppe Valadier, il quale formò un bellissimo castello di tra- vi per sostenere l'angolo, e fabbri- cò nel primo ordine tre archi, due nel secondo, ed imo nel terzo, se- guendo cosi l'architettura antica del monumento. Dopo la costru- zione del primo sperone nel 181 r, sotto l'amministrazione francese s' in- cominciò lo sterramento dell' edifi- zio, lo si purgò dalla terra, dalle macerie, e dal letame; indi nel 181 5 si diede principio alle ripa- razioni interne, le quali indefessa- mente furono continuate, per cu- rarne la importante conservazione; e fu negli scavi del 181 3, che si discoprirono gl'ipogei, o sotterranei dell' arena, per cui grandi furono le analoghe discussioni degli archeo- logi, ed architetti. In tale argo- mento sono a consultarsi le suc- citate Osservazioni sull' arena, e sul podiOj e l'avvocato Carlo Fea,

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Dissertazione, sulle rovine di Ro- ma.

La forma dell'anfiteatro Flavio è elittica ed ovale, come quella di tutti gli altri anfiteatri ; ed i ma- teriali in esso impiegali, sono il marmo , il travertino tiburlino ben tagliato, il tufo litoide, ed i mat- toni. Di marmo era rivestito il po- dio ove sedevano i magistrati, e le Vestali, la corte imperiale e il se- nato. L'imperatore sedeva nel luogo più allo . Con lastre di marmo e- rano pure fasciati in parte alcuni degli ambulacri interni ; e di mar- mo erano i gradini pcgli spettato- ri. Di travertino sono i portici e- sterni, gli archi ed i legamenti dei portici interni, e degli accessi alle scale, non che le scale stesse. Di mattoni poi, e di tufo sono le pa- reti interne, e le volle. osserva da alcuni, che l'ampiezza dell'edi- fizio forse aveva esaurito i mate- riali, giacché nelle parti superiori si vedono posti in opera mnssi di travertini scorniciati e rotondati, che già aveano servito ad altro uso, e che dovendo essere intei'namente coperti dal mvuo laterizio, non fu- rono appianati. Altri però con più fondamento affermano che i massi di travertini scorniciati e rotondi, fu- rono posti nei ristauri della parte superiore, e non per esaurimento di materiali nel murar l'edifizio. Tutto l'anfiteatro è fallo con quel- la imponente semplicità, e grave sodezza, che richiede la vastità del- la mole, i cui pregi si godono me- glio ascendendo alla sua estremità, e vedendone dall'alto l'interno. Se poi si vede di notte al chiaro» re della luna, magico, e indescrivi- bile è l'effetto che produce, e le memorie che risveglia . La sua destinazione , come abbiamo già

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indicato, era pegli spettacoli di caccie di bestie feroci, di giuochi de' gladiatori, e talora anche per le naumachie, e spettacoli navali, dappoiché si poteva allagare l'are- na, ad un' altezza sufficiente a sos- tenere piccole navi. La sua cir- conferenza all'esterno è di piedi i64i, la sua altezza è di piedi i57; il suo maggior diametro è di piedi 58 1; mentre la sua larghezza si calcola a piedi 4^'- L'interna a- rena poi è lunga piedi 285, larga 182, e ne conta 748 di circoutè- renza. Ne' sedili potevano assidersi ottautasette mila persone, e pote- vano comodamente prendere luo- go, ne' portici superiori alle gradi- nate, altri ventimila individui ; laonde vuoisi che potesse contenere centomila spettatori. Quantunque l'anfiteatro abbia ricevuto gravi danni dal tempo, e dalle narrale vicende, pure è bello, e pittore- sco nelle sue rovine, che alcuni giunsero a non desiderarne il ri- stabilimento. Gli spettatori veniva- no garantiti dalla pioggia , e dal sole da un velario con tende, o vele di colori, le quali seguivano la torma dei sottoposti cunei. Nel- la sommità dell'attico si veggono praticati all'esterno alcuni forami quadrati, dai quali uscivano i tra- vi, che poggiavano sulle sottoposte mensole, e davano il comodo di assicurare nella loro cima le cor- de, sulle quali col giuoco delle gi- relle potevano le vele scorrere sino al centro dell'anfiteatro, dove face- vano capo e centro tutte le vele.

La configurazione esterna dell'an- fiteatro è di quattio ordini di ar- chitettura ; il primo è dorico, il secondo è jonico, il terzo è corin- tio ; tutti formati di archi, con co- lonne ai lati. Il quarto ordine è a

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foggia di attico adorno di pilastii corintii corrispondenti alle colonne degli ordini sottoposti, e vi sono delle finestre intermedie, e quadri-

hui"he. L' edificio è circondato nel-

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la sua base da tre gradini ; il nu- mero de' suoi archi era di ottanta, ed all'esterno si vedono numerati perchè il popolo conoscesse il luogo coriispondente nell'interno, che do- veva occupare. Tra l'arco XXXVIII e XXXIX, evvi un arco senza nu- merò, per cui dalla sua diversa for- ma, e dalla sala interna decorata di stucchi e marmi, a cui ac- cesso, rilevasi che si doveva da quel lato congiungere al di fuori un am- bulacro, o ponte pel quale gì' im- peratori della famiglia Flavia, che avevano il palazzo nel vicino mon- te Esquiliuo, potessero comodamen- te recarsi al podio dell' anfiteatro. Entrando poi il popolo pegli archi esterni, mediante i vasti ambulacri interni, giungeva a venti scale^ le quali davano accesso ai portici su- periori, ai vomitorii, ed alle gradi- nate. Così neir uscire dopo il ter- mine dello spettacolo, potevano co- modamente in breve spazio di tem- po, essere fuori senza confusione tutti gli spettatori. I principali iu' gressi dell'anfiteatro erano nelle due estremità della curva elittica, cioè incontro al tempio di Venere e Ro- ma, e dalla parte opposta che con- duce al Laterano. Incontro al detto ingresso imperiale eravi un passag- gio sotterraneo, dal quale si veni- va al palazzo imperiale sul monte palatino, altri dicono al Celio ove era la casa Vitelliana di Coramo- doj nobilmente adorna di marmi, e musaici, e dove Commodo fu tru- cidato. Quattio adunque erano i grandi ingressi, due chiamati im- peratorli, e due dell' arena, rima-

COL nendo i loro archi cenza nume- ro, sovrastati da altrettante qua- drighe, siccome vedesi nelle me- daglie.

L'arena intema areva intorno un muro elcAato sino all' altezza del podio, acciò gU spettatori fos- sero sicuri dallo slancio delle fiere. Al disopra del podio alza vasi l'amplis- sima gradinata divisa in tanti cunei, o piccole scale di comunicazione j ed in tre circuiti, o preci nzioni, e dai portici esterni, e dalle scale inter- ne si perveniva ad essa, col mezzo dei nominati vomitorii, ossia di al- cuni anditi, che vi davano accesso, e pei quali gli spettatori andavano a sedere nelle gradinate. Al diso- pra di queste, sino alla sommità dell'edificio, alzavasi un ordine di loggiato di legno, chiamato menia- no, dove pure situavansi altri spet- tatori. Si veggono ancora negli ac- cessi, dall'ambulacro sottoposto al podio, all' arena, gì' incastri dei per- ni metallici delle grate di bronzo, che guardavano quegli aditi. Pre- sentemente non rimane conservata all'esterno che la parte orientale cogli archi numerati dal XXIll al LIV degli ottanta che erano, rima- nendone così soltanto tre ottave par- ti. Da questo Iato però restano con- servati gli ambulacri interni, men- tre dagli altri lati si ha la parte esterna, cosicché tutta la prima li- nea dei portici è distrutta. Nell'in- terno non rimangono che informi avanzi delle volle, che sostenevano i gradi, o sedili marmorei, nella cavea da dove si vedevano gli spet- tacoli. Vuoisi inoltre, che dinanzi al parapetto esteriore fosse in cia- scun arco un piedistallo con una statua pedestre, come apparisce dal- le medaglie.

r inalmenle faremo menzione del-

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la Meta Sudante, o antica fonte, così chiamata perchè aveva la for- ma delle mete de' circhi. Le acque la bagnavano dalla cima ali" intor- no, e gli avanzi di essa si vedono avanti il Colosseo verso 1' arco di Costantino. Si crede eretta da Do- miziano, che compì 1' anfiteatro, con gran bacino, non solo per pubbli- co abbellimento, ma per dissetare gli spettatori de' giuochi, e quelli che agivano in essi, massime i gla- diatori, che, terminato lo spettacolo, coperti di polvere e di sudore, si tuKavano nel suo bacino, e ne ri- cevevano refrigerio . Oltre poi i summenlovati scrittori dell' antitea- tro Flavio, si possono consvdtare i seguenti: Carlo Fontana, Descrizio- ne, e delineazione dell' anfiteatro Flavio, Aja i6?.t; Josephus M. Snaresius, Diatriba de foraminihu<; lapidimi in priscis aedificiis^ Va- sioni i65i, et Romae 1668, et in toni. I Tlies, Sallengre p. r3i3; Scipione MafTei, Degli anfiteatri, Verona; Carlo Fea, Dissertazione sidle rovine di Roma ne! tomo IH della sua edizione del Winckelnian p. SgS ; Guattani, Montnnrnli ine- diti 1789, p. 2C) ; Morcelli, Z>e 5()'- lo inscriptiomnn lalinariim, p. i 99 ; Gaetano Marini, Aiti, e. monumen- ti de fratelli Arvali t. I, p. 2 1 9 ; ed A. INibby, Roma neW anno i838 parte I antica. Anfiteatro Flavio, pag- 399, e seg.

COLOSSI, COLOSSO o CO- LOSSA, (Colossen.). Sede arcive- scovile in partihus, in Asia, nella FrigiaPacaziana. Posta sopra un al- tura, non lungi da Laodicea, fu gran città, e fioriva già ai tempi di E- rodoto. Il suo governo era demo- cratico, e il suo primario magistra- to portava il titolo di arconte, o pretore . Venuta in potere dei

^o COL COIVI

Persiani, Serse vi passò con tutto alla metropoli di Laodicea, ed il il suo numeroso esercito. I macc- patriarca Fozio, verso il nono se- doni la tolsero ai Persiani, indi di- colo, l'elevò al grado di metropo- venne dominio dei Seleucidi ; ma li onoraria. Adesso la santa Sede dopo la battaglia di Magnesia, do- la riguarda, e la conferisce come ve fu interamente sconfìtto Antio- titolo arcivescovile in partìhiis, sen- co III, se ne rese signore Eumene za chiese suffraganee. In questo re di Pergamo. Allorquando Atta- medesimo anno 1842, il Papa re- Io, r ullimo de' suoi successori, do- gnante Gregorio XVI, nel conci- no i suoi stati ai romani. Colosso storo dei 24 gennaio, ne dichiarò con tutta la Frigia fece parte del- arcivescovo monsignor Gio. Battista la provincia proconsolare d' Asia ; Canali, già vescovo di Ferentino, divisione che durò fino all' impe- attuale vicegerente di Roma. Il pen- ro di Costantino // Grande. Divi- ultimo arcivescovo di Colossi era sa poscia la Frigia in Pacazia o stalo monsignor Alberto Maria Ca- Pacaziana, e Salutare, Colosso fu pobianco. Dall' annahsta Pvinaldi , la sesta città della prima, ed in all'anno 60, num. 2, si ha che in appresso prese il nome di Chonos, Colossi era grandemente onorato Chonae, Chone, o Chonna, e più s. Michele arcangelo, per un insi- rnodernamente eziandio quello di gne miracolo ivi operato. Konos. COLUMiNA o COLUMPNA. Se-

II dottore delle genti, l'apostolo de episcopale nell' Africa, nella pro-

.<;. Paolo, vi predicò l'evangelo. Ce- vincia della Mauritiana Cesariana,

lebre è la lettera, che ai colossensi sotto la metropoli di Giulia Cesa-

scrisse il santo apostolo, mentre era rea. Not. Afr-

in Roma, verso l'anno 62 dell'era COLYBRASSUS. Sede vescovile nostra, stretto da catene. Per pre- d' Asia, nella prirna Panfilia, di- servare que' novelli cristiani da qua- pendente dalla metropoli di Side, lunque tentazione di toi'nare al Commanville dice, che la sede di giudaismo, o paganesimo, s. Paolo Colybrassus fu eretta nel quarto diede loro nella lettera la più su- secolo.

blime idea di Gesù Cristo, del be- COLYDRI. Sede episcopale del- nefizio della redenzione, della gra- l' esarcato di IVIacedonla, nella pri- zia che Dio loro fece chiamandoli ma Tessaglia, sulfraganea della me- alla fede; e diede ad essi le più ti-opoli di Larissa, la cui erezione saggie lezioni di governo, e direzio- rimonta al secolo nono, ne. Basta leggerla per sentirne la CO'SlkCCWlO (Comaclen.). Città efficacia, l'importanza, la bellezza, con residenza vescovile nello stato la giazia e l' energia. Dalla stessa pontifìcio, legazione apostolica di rilevasi che Epafrata, discepolo di Ferrara. Comacchio, Coniacliim, e s. Paolo, aveva fondata la chic- Comacula, dal greco nome che si- sa di Colosso, nella quale Fdemo- gnifica ondosa, è situata tra Ra- ne, e il suo schiavo Onesino, da vedna e Ferrara in luogo piano lui fatto libero, si distinguevano presso la sponda orientale dell'ani - per la fede, e per la pietà. pio stagno, noto sotto il nome im-

Divenuta Colossi nel primo se- proprio di Falli di Comacchio. Una

colo sede vescovile, fu sottoposta lingua di terra divide lo stagno dal

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mare Adriatico, ed in mezzo a quella si apre un passaggio o ca- nale, che dal mare conduce alla laguna, e che da una delle torri da cui è difeso, "viene denominato Porto di Magnavacca. Il circuito dello stagno si approssima a cento trenta miglia. Un tempo stanziò nel porto una flotta di legni imponen- te, che destò gelosia nei veneziani. Alla città anticamente non si ave- va accesso che per acqua col mez- zo delle gondole. Non oggi così, che nel 182 I, fu costruita una strada ro- tabile, la quale da Magnavacca con- duce alla porta di Comacchio, co- s'i detta dei Treponti. Questi ponti in uno riuniti, sono un vero capo d'opera d'arte, giacché sono cinque grandi archi riuniti a direzioni op- poste, sotto ai quali passano altret- tanti canali navigabili della città, che in un solo ivi riuniscono, e cos\ riuniti vanno direttamente al porto di lìlagnavncca, e si perdo- no finalmente nell'Adriatico. Evvi pure altra strada formata di recen- te, non però ancora compita, che dal convento de'cappuccini, punto estremo del paese, conduce alla val- le Lepri, e si unisce alla terra fer- ma, che mette a Feri'ara.

Comacchio è cinta di mura, ha bella cattedrale e decorose chiese, non che eleganti fabbriche. Le ca- se sono edificate sopra tredici iso- lette divise da canali, e congiunte per molti ponti, tutte circondate dalle valli. Le acque delle valli non sono stagnanti dolci, come al- tri scrissero, ma veramente salse, ed. in diretta comunicazione col mare per modo, che mercè il flus- so, e riflusso del medesimo da sei in sei ore, si ottiene l' intero tra- mutamento delle acque stesse. 11 perchè l'aiia non è insalubre, ma

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bensì bassa ossia grossa. I Canneti non appartengono alle valli di Co- macchio, ma a quelle di ]Massa Fiscaglia, e di Ferrara. Dalla co- pia immensa del pesce, e principal- mente delle rinomate anguille fre- sche, le quali anche insalate, ed ec- cellentemente marinate, si manda- no nelle piìi lontane parti dello stato, ed ancora all'estero, la città l'itrae gran vantaggio, e anticamen- te le fu sorgente di ricchezze, co- me lo fu il sale, che in abbon- danza si ricava dalle sue saline. Tanto le saline, che le valli, ove si alimentano le anguille, la cui pe- sca si fa nell'autunno, appartengo- no al dominio della camera apo- stolica. I casali di Bosco-Elicco, e di Vacolino sono annessi a Comac- chio; e ne' suoi recinti furono già le celebri ed antiche abbazie s. Jacopo, detta in Cella Volaiia , de' canonici regolari, e di s. Maria Pomposa, sulla cui fondazione tan- te dispute insorsero tra gli eruditi, e delle quali si parlerà in fine, il suo territorio era estesissimo, com- prendeva molta parte del Ferrarese, e Ferrariola, ove surse Ferrara. Aveva diverse isole assai abitate, e che contenevano castelli, e ville. Dell'importanza ed antichità di Co- macchio, si rinvennero alcuni avan- zi e monumenti. Fu prima ducato, poi contea, e venne onorata di pri- vilegi sì dai Papi, che dagl'impera- tori. Si governò in forma di re- pubblica, fu dominata dai barbari, dai Papi, dagli arcivescovi di Ra- venna, dagli Estensi, finché tornò sotto l'immediata sovranità della santa Sede. Ed é appunto pel suo contrastato dominio, che dovre- mo allontanarci dalle usate vie compendiose , ed essere alquan- to diffusi, sebbene non sia nostro

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avviso che di riferire le cose prin- cipali.

L'origine di Comacchio è incer- ta, non avendo noi sode notizie sul suo principio. Tuttavolta alcu- ni la vogliono fondata dai Pelasgi, dopo ch'ebbero fabbricata la città di Spina, la quale esisteva dove poi fu la valle di Mezzano , pie- nissima di canne palustri nate do- po che Spina fu sommersa, donde poi sorse il foro Alieno, e la gran valle di Comacchio , che aumen- tossi per la maggior copia di ac- que del mare, recate nella valle Mezzano, mediante il canale fatto- vi dal Cardinale Gio: Battista Pai- lotta, legato di Ferrara. All'epoca di tal sommersione l'antica città di Adria, che diede il suo nome al mare Adriatico, pegli straripamenti del Po, e dell'Adige, da maiittima divenne città terrestre. Anch'essa spettò al dominio della santa Se- de, come dice il Borgia, citando rUghelli, perchè nel 920 Giovan- ni X, in un al territorio la cedet- te a Paolo suo vescovo. Quel ter- ritorio abbracciando Rovigo giu- gneva al fiume Tartaro : però il Papa in vece di annuo censo, ob- bligò il vescovo a rifabbricare la chiesa d'Adria. V. lo Scotto Itine- rario d^ Italia, p. 229.

Gli storici di Comacchio fanno rimontare la sua fondazione a Dio- mede, il quale co' suoi Pelasgi, in origine greci di Tessaglia, edificò la detta città di Spina: ma discac- ciato dagli Assagi toscani fabbricò invece Comacchio. Altri pretendono dare alla città un'origine veramen- te remota, dicendola fondata 1^7 5 anni avanti la nascita di Gesti Cri- sto. Certo sembra, che gli Assagi costruissero il porto, che dal pro- prio nome chiamarono Sagis; qiiin-

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di discacciati furono dagli Egoni, popoli delle Gallie, che ne resta- rono padroni sino alla conquista fattane dai romani. Augusto fece nella laguna di Comacchio la fos- sa per andare ad Aitino, che dal suo nome fu detta Augusta, oltie all'aver pure ingrandito il porto.

Comacchio divenne città verso l'anno 5oo della nostra era. Per lo più soggiacque ai destini di Ro- magna e di Ferrara, in cui è com- presa, e pi ìi tardi fu dichiarata ducato. Sotto i Goti, e i Longobardi divenne ampia e ricca, il perchè pose in mare gran numero di vascelli, e si rese molto commerciante. Attila non potè prenderla per la sua po- sizione, essendo circondata dalla la- guna come Venezia ; ed è perciò che molti colle loro ricchezze vi si rifugiarono. Belisario «eli' assediare Ravenna fu aiutato da' Cornacchie- si. Comacchio fu poi presa da An- taro o Antari re de' longobardi , che col suo oro si fece potente. Sebbene prima non facesse parte dell' esarcato , segui poi il partito dell'esarca, che l'imperatore Giu- stino pose in Ravenna l'anno ^^'ò. Quindi Comacchio si armò contro r eretico Costantino Pogonato , e contro Giustiniano II per difesa del sommo Pontefice. Altrettanto fece coir imperatore Leone l' Isau- rico.

Fece causa Comacchio in appres- so coir esarcato di Ravenna, che il Papa s. Zaccaria aveva preso sotto la protezione della sede apo- stolica ; ma venendo occupato l' e- sarcato da Astolfo re de' longobar- di, questi non si limitò a cacciar- ne l'esarca Eutichio , che il gover- nava per Costantino Copronimo im- pilatore greco, e quindi usurparne il dominio, ma fece altrettanto colle

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città spettanti al ducato romano , e che sino da s. Gregorio II sta- vano sotto la sovranità de' romani Pontefici, compresa Comacchio. Ste- fano li, detto III, che allora se- deva sulla veneranda cattedra di s. Pietro, vedendo l'imperatore non curare l'esarcato, ed il re Astolfo indocile e di mala fede , per libe- rar r Italia dal giogo longobardico, valicò le Alpi, e recossi in Fran- cia affine d' invitare il re Pipino , che riconosceva il suo trono dalla santa Sede, a venire in Italia, pro- pler erepta Romanae Ecclesiae per regem longobardorum dominiaj co- me scrive Eginardo, in Annal. Il Papa giunse in Parigi nel 754, e convenne col re, che ritogliendosi da lui r esarcato ai longobardi , per munificenza, degna di cattoli- co principe, lo donasse alla Chiesa romana ( come si legge in Pietro de Marca, de Concord. lib. I, cap. 12, § 3), la quale da tanti anni aveva assunto il peso di quelle pro- vincie, ed afTaticavasi di salvarle dal giogo straniero, abbandonate com' erano dai greci. Pipino si re- cò in Italia ; ma mostrandosi Astol- fo pentito e pronto a restituire l'e- sarcato di Ravenna, e le altre città occupate, Stefano III per compas- sione indusse il re di Francia a non far uso di sua possanza. Pure ritornato appena Pipino nel suo re- gno, non solo Astolfo mancò a' giu- ramenti , ma minacciò di assalire Roma stessa. Fu allora che Pipino tornato in Italia, obbligò Astolfo a recare ad effetto le sue promesse , colla cessione alla santa Sede di Ravenna, della Penlapoli, e di tutto r esarcato. Pipino prò amore beati Petri, e con ampio diploma donò tali dominii alla Chiesa romana, o, per dir meglio , gliene fece la re-.

VOL. XV.

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slituzione. Fra quei dominii com- prese la città di Comacchio ( dal- l'Anastasio detta Comiaclum, e nel codice di Cencio Camerario Comia- diim )j insieme al ducato di Fer- rara, che poi fu infeudato da Gio- vanni XV , detto XVI , a Tedaldo avolo della gran contessa Matilde, come affermano Donizone, e il Mu- ratori, Script. Rer. Ilal. t. V, pag. 391.

Essendo morto Astolfo , Stefano III si adoperò affinchè gli succe- desse Desiderio, il quale con aperta ingratitudine e mala fede , invase l'esarcato, prese Comacchio, e s'im- padronì delle molte sue ricchezze. Divenuto in questa epoca Pontefi- ce Adriano I , implorò ed ottenne l'aiuto di Carlo Magno , figlio del re Pipino, contro Desid«'jCÌo che mi- nacciava la stessa Roma. Carlo con copioso esercito recossi in Italia, vinse Desiderio, e lo fece prigione, dando così termine al regno lon- gobardico. Avendo ricuperato 1' e- sarcato e Comacchio, tutto restituì alla Chiesa romana; e quindi si servì dei Comacchiesi nella spedi- zione di Dalmazia , ove onorò il valore di Biiovo, e di Guido valo- rosi comacchiesi, facendo il secon- do duca di Artona. Non andò guari, che volendo l' imperatore Niceforo riconquistare l' esarcato in unione dei veneziani, la sua armata si con- dusse sotto Comacchio, e restò scon- fitta. A punire Venezia, Carlo Ma- gno comandò al figlio Pipino di muovere contro quella città in unio- ne dell'armata de'Comacchiesi. Di- poi, mentre Comacchio era sotto- posta al dominio della Sede apo- stolica, Ludovico II , figlio di Lo- tario, dopo essere stato coronato in Roma neir 844 ^^ Sergio II, con- tro i giuramenti fatti, e con ripro-

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vevole scoiioscenza, tlevnslò, ed n- surpò vnrie terre della Chiesa ro- mana, e smembrandovi Comacchio, lo diede col titolo di contea ad Ot- tone d' Este suo generale, compre- se le valli, la maiina e le sue per- tinenze, in compenso di quanto egli, e i suoi maggiori avevano fatto por la Francia, per cui JMarino d Este, suo figlio, ne prese il possesso, verso l'anno 854-

Presi i veneziani da gelosia, che Comacchio sotto i nuovi signoii potesse divenire potente sull'Adria- tico, ed emulare la loro possanza, il doge Badovero spedi suo fratello al Papa per domandarla in feudo. 1 Comacchiesi, che ciò seppero, gli tesero un'imboscata, il ferirono, e lo fecero prigioniero ; lo trattarono però con riguardo, ed il rimanda- rono a A'^enezia , ove poco dopo morì. Accesi di collera i veneziani giurarono di vendicarlo, e con for- midabile armata navale nello stes- so anno 854 presero la città, e in un alle isole , la devastarono. In progresso di tempo riavutisi i Co- macchiesi dal disastro , infestarono il mare co'loro legni, facendo rap- pi'esaglie sui veneti , i quali dopo averli ammoniti, di nuovo s' impa- dronirono di Comacchio , e vi po- sero un presidio. Non andò guari, che i Comacchiesi ripreso coi'aggio, si ribellarono, e contro la volontà del Pontefice Giovanni XII, segui- rono le parti di Berengario re d'I- talia j e di Adalberto suo figlio. Questi discacciò i veneti da Comac- chio , se ne impadronì, in uno ad altri dominii della romana Chiesa, locchè mosse l' imperatore Ottone I ad unirsi col doge di Venezia Pietro Candiano II, ed a muovere aspra guerra a Berengario. Adal- berto restò vinto, e i veneziani non

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solo distrussero l'armata navale di Comacchio, ma ritornati nella città nel 94*5, col ferro, e col fuoco in- teramente la rovinarono; quindi l'imperatore Ottone I no re'>litiù il dominio a Papa Giovanni XIII, ciò che poi fu approvato nel ioi4 da Enrico I, e dagli altri impera- tori. Tuttavia i Papi sovente ne trasferirono il governo agli arcive- scovi di E.avenna, che per la loro vicinanza potevano meglio invigila- re ai bisogni della città e della con- tea, il che si fece pel primo dal Papa Gregorio V , nel 997.

Alcuni imperatori vollero confer- mare agli arcivescovi ravennati t:d dominazione su Comacchio, con pie- na lesione alla sovranità della Sede apostolica, come portarono lesione ai suoi diritti quegli imper.itorì, che fecero alla città il donativo delle valli, peschiere, dazi ec. Egualmen- te si debbono considerare come vio- lenze contro la Chiesa romana, le investiture di Comacchio date d;i rdtri imperatori agli Estensi, come fecero Ridolfo ad Obizzo VI , Car- lo IV ai marchesi Aldobrandino, Nicolò, Ugo, e Folco , Sigismondo a Nicolò V, e Federico HI al du- ca Borso, per non dire di altre in- vestiture.

Comacchio poco a poco si riebbe dai tanti sofìerti danni, ma non mai potè ritornare alla primiera grandez- za, e alla forza navale perchè Vene- zia sempre ne vagheggiò il possesso. Nel 125 j i Comacchiesi si diedero ai ravennati ; pure la santa Sede, ad onta di tali dedizioni , concessioni degl' imperatori, e vicende delle fa- zioni cui andarono soggette le cit- tà italiane, conservò sempre il di- ritto e la «suprema sovranità sulla contea di Comacchio. Questo si può rilevare dallo stesso diploma

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di Ridolfo re de' romani , il qua- le nel pontiiicato di JXicolò III, coiifennando alla Chiesa romana i suoi privilegi e dominii, Ira que- sti espressamente nominò Comac- chio. /^. ancora il Pdualdi all'an- no 1279 num. 6, ed il Bellarmi- no, de Translat. Impcrii, lib. Ili, cap. III.

]\el 1299 i Coinacchiesi si sot- liassero dalla soggezione di Raven- na , e si sottoposero agli Estensi , ma poi, essendo ritornati ad unirsi ai ravennati, Azzo d'Este col suo esercito investi e prese Comacchio, esiliandone i primari cittadini. Fu verso il i3oo, che i Comacchiesi , divelle dalle paludi le canne, le qua- li le imboschivano , ed inventati i lavorieri pescarecci , mirabili pel giudizioso loro artifizio, ne fecero valli uber'osissime di pesce, e d'al- lora in poi Comacchio prese una certa pesca reccia riiìomanza presso le città d' Italia, e fuori ancora. Di- poi, mentre i Papi risiedevano in Avignone, Carlo IV imperatore, come si ha dal Muratori, nel i354 diede agli Estensi , vassalli della santa Sede per lo stato di Ferra- ra, in investitura la città di Co- macchio, colle sue ricche valli pe- scareccie. Gli Estensi abbellirono la città, come narra il succitato Scot- to nel suo Itinerario, e fuori di essa su solide palizzate edificarono tuia bella casa di dehzie. Tutta- volta i Comacchiesi tornarono a ri- bellarsi, e passarono ai ravennati , ma poco dopo si assoggettarono agli Estensi, i quali essendo in guer- ra coi genovesi , non seppero im- pedire l'avvicinamento di questi a Comacchio, e l' incendio di essa per essi operato nel 1378. A tale ca- lasti'ofe soggiacque pure Comacchio nel i388 per pai te dei veneziani

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che gueneggiavano con casa d'Este. l*erò i marchesi, ed i duchi di si illustre stirpe fecero di tutto per- chè Comacchio l'isorgesse. Final- mente nel i5o8, tornò la città sotto il veneto dominio, nella guerra tra Alfonso I, e Giulio II; ma ricon- ciliatosi questo Papa con quella re- pubblica , riebbe le terre che aveva essa occupate, insieme a Comacchio, la quale nel fine del medesimo se- colo tornò al diretto dominio dei sommi Pontefici.

Sembra, che le ricche saline di questa città fossero dai Pontefici riservate al duetto dominio della camera apostolica, dappoiché nella guerra, che Giulio II nel i5io fe- ce ad Alfonso d' Este collegato coi francesi, uno de' motivi fu perchè il duca feudatario ricusava restitui- re quelle saline alla santa Sede ; anzi si legge nella vita di Gregorio XllI, ch'egli nel 1579 pose fine alla controversia sopra le saline di Comacchio, che col duca di Fer- rara avea sino da venticinque anni la camera apostolica. Qui noteremo, che in progresso di tempo le sali- ne furono distrutte forse per favo- rire quelle di Cervia: tutta volta per decreto del già regno italico, nel 18 IO fu attivato un imponen- te stabilimento salino di eccellente sale bianco granito ad uso di Fran- cia, e che oggi forma un secondo mezzo d' industria alla popolazio- ne, ed un cospicuo reddito alla ca- mera apostolica.

IMorto Alfonso II, ultimo duca di Ferrara, senza legittima succes- sione, Clemente Vili dichiarò la riunione del ducato alla santa Sede cui era devoluto insieme a Comac- chio. E perchè Cesare d'Este vole- va ritenere il ducato, ed avea pre-» so possesso di Comacchio, il Pou-

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tefìce fulminò la scomunica, e fece avanzai-e un esercito di venticinque mila nomini solto gli ordini del le- gato Caidinal Pietro Aldobrandini suo nipote. Intimoriti i Comacchie- si si rivoltarono agli Estensi, ed il vescovo Orazio Giraldi prese pos- sesso della città in nome della Sede apostolica. Egualmente intimorito Cesare, vedendo che le sue preten- sioni non si potevano sostenere, ce- dette il ducato di Ferrara, diede in ostaggio al Cardinal legato il pro- prio figlio Alfonso, e partì per Mo- dena nel 1598. Clemente Vili riunì per sempre ai dominii della Cliiesa romana il ducato di Ferra- ra, e la contea di Comacchio, colla autorità delia bolla Sanclissinms, che a tal eftètto emanò a'iq gennaio 1 598, e che riportasi nel Bull, Ro/ìì. toni. V, par. II, p. 2o5. ad onta dei reclami degli Estensi du- chi di Modena, che in appresso non manca roiio rinnovare. Inoltre Clemente Vili impose al Cardinal Aldobrandini d'impossessarsi di Fer- rara, e Comacchio, e poi egli stes- so vi si recò a prenderne il solen- ne possesso. Condottosi a Comac- chio con isplendido seguito, ed ac- cojnpagnato da trecento gondole, vi fu ricevuto dal vescovo Giraldi, col giubilo delle grandi feste dei Comacchiesi, che ricolmò di bene- ficenze e di privilegi, facendo tra le altre provvidenze prese erigere il monte di pietà. Così Comacchio rinacque ad era novella e gloriosa, e provò gli effetti del pacifico, e paterno dominio dei sovrani Pon- tefici.

Indi, nel 1612, Paolo V coli' au- torità della costituzione 63 , Bull. Rom. tomo III, p. i5o, del Che- rubini, aggiunse alla bolla, detta volgarmente Coena Domini, la cit-

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di Comacchio. Nelle contese poi insorte tra Luigi XIV, re di Fran. eia, ed il Pontefice Alessandro VII, per r insulto, che le milizie de' cor- si fecero all' ambasciatore Crecquì, rimisero in campo gli Estensi le pretensioni su Ferrara e Comac- chio, per cui nella pace seguita a Pisa nel 1 664, ricevettero il jus patronato delle ricche abbazie di s. Maria in Pomposa^ e della Pie- ve di Bondeno, ed un palazzo in Roma valutato quarantamila scudi; assumendo a la Camera aposto- lica il monte Estense di Roma, che ammontava a scudi trecentocinquan- tamila. In seguito furono principal- mente benemeriti della contea, e città di Comacchio, ed organi delle pontificie concessioni, pegli abbelli- menti, e pei miglioramenti, i Car- dinali legati di Ferrara; 'cioè Gia- como Serra, Francesco Cennini, Gio: Battista Palletta, Gio. Stefano Bonghi, Nicolò Acciajuoli, e Giu- seppe Renato Imperiali, senza dire dei più moderni, perocché gli sto- rici di Comacchio ne trattano con diffusione.

Moiendo nel 1700 Carlo II, re di Spagna, ebbe principio la fune- sta e lunga guerra per la succes- sione a tal monarchia nel pontifi- cato di Clemente XI. L'imperatore Leopoldo I sostenne colle armi le ragioni dell'arciduca Carlo suo fi- glio, e Luigi XIV quelle di Filip- po V, suo nipote, risentendone nel- lo stato pontificio gli effetti il Fer- rarese, e Comacchio. Non persuaso l'imperatoi'e, che Clemente XI col saggiamente mostrarsi, come padre comune, neutrale, favorisse in vece Filippo V, così nel 1702 fece entrare le sue truppe nel Ferrarese, ove fu- rono attaccate dai francesi. Il Pa- pa fulminò censure ai generali dei

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due eserciti perchè uscissero dai suoi domini i, ed oppose loro un corpo di cavalleria, per cui otten- ne momenfaneamente quanto desi- derava. Nel 170.5 mori Leopoldo I, e gli successe il primogenito Giu- seppe I. Rinnovaronsi allora i dis- sapori colla corte di Roma e le ostilità, a' 24 ™3gS'° 1708, come a tal anno racconta il Muratori. Gl'imperiali all'improvviso s'impa- dronirono di Comacchio; e l'impe- ratore rinnovò le pretensioni del genitore sui feudi, e sugli staii im- periali d'Italia, fra' quali dichiarò appartenere Comacchio. Aftlilto Clemente XI per tale avvenimen- to, ne portò le lagnanze a vari principi, scrisse una lettera di pro- prio pugno al conte palatino del Reno, ed all'imperatore medesimo, scrisse il breve f is simile de' 2 giu- gno, che si legge presso il Lunig, t. II. p. 83g. Quindi a' 1 7 luglio coll'altro breve Hactenus lenìtatis loc. cit. p. 484» rinnovò energica- mente il suo malcontento, le sue paterne esortazioni e minacce, ram- mentandogli, che Dio i regni, e insieme spezza i troni.

Considerando Clemente XI, che le vie della ragione, e della dol- cezza non avevano prodotto quel- l'efifeìto, che il suo pacifico carat- tere bramava, obbligato a sostene- re i diritti del principato della Se- de apostolica, e respingere colle ar- mi gli aggressori, senza aggravarne i sudditi, col consenso di trentadue Cardinali tolse da Castel s. Angelo mezzo milione di scudi, da quelli ripostivi da Sisto V, e ne assegnò in reintegrazione, il fondo della pin- gue abbazia di Chi ara valle nella Marca d'Ancona. Fece arruolare ventimila soldati, e ne die il co- mando al conte Marsigli bolognese,

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che spedì contro le truppe impe- l'iali. Nello stesso tempo incomin- ciossi anche la guerra colle scrit- ture d'illustri istorici e giurecon- sulti, i titoli delle quali per la lo- ro importanza saranno di poi in parte da noi riportali. Molte ne pubblicò la corte di Roma, per di- mostrare le sue ragioni sulla so- vranità di Comacchio; mentre al- tre ne oppose Francesco II, duca di Modena, pretendendo spettai*ne il diritto a lui, e all'imperatore. Per la santa Sede scrisse il celebre mon- signor Giusto Fontanini, e pel du- ca di Modena il suo bibliotecario Lodovico Antonio ]\Iuralori dottis- simo, ambedue sudditi dei rispetti- vi sovrani. Le scritture sono le se- guenti.

Il Fontanini nell'anno stesso 1708 pubblicò: // dominio temporale del- la Sede apostolica sopra la cit- tà di Comacchio per lo spazio con- tinuato dì dieci secoli, esposto ad un principe. Questa scrittura, de- gna del suo autore, fu molto en- comiata per la erudizione delle prove, e pel fuoco piccante pro- prio di quel grand' uomo. Nel- lo stesso tempo prelese di dimo- strare tutto il contrario, ma con placido ed ameno stile, il lodato Muratori, con due risposte al Fon- tanini, piene anch'esse di profonda erudizione. La prima è intitolata: Lettera diretta ad un prelato di Roma, in risposta al dominio tem- porale di Comacchio ec. Quindi si accese la zuffa letteraria fra questi due insigni scrittori, e neli' anno 1709, come scrive il eh. Zaccaria nella Storia letteraria d'Italia §. XIII p. 2 56, il Fontanini pubbli- cò la sua prima opera, e poi una Difesa seconda del dominio tempo- rale della Sede apostolica sopra

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la ci di Coinacclìio, Enma 171 t, con osservazioni, e repliche al Mu- ratovi, il qnnle rispose con cine scritture, una col titolo: Umilisxinia supplirà di Rinaldo d' EsLe duca di Modena alla S. C. M. di Giu- seppe I imperatore per la contro- versia di Comncchio ; e l'altra: Ri- flessioni sopra la voce sparsa dal- la corte di Roma per la restitu- zione del possesso di Comacchio. Tornò in campo il Fontanini colla confutazione di vino scritto italiano e francese, sparso contro Comac- chio, Roma 1711; e colla, Risposta a varie scritture contro la santa Sede in proposito di Comacchio, pìdiblicate dopo ?7 i 7 r i , Roma 1720. A favore ancora della santa Sede in questo argomento scrisse un'ope- ra in latino Lorenzo Alessandro Zaccagni, primo custode della bi- blioteca Vaticana, colla Dissertatio historica de Summo ^postolicac Sedis imperio in urhem, comilatum- fjue Comacli anno \']0^;Appendix y^ctorunt veterum, appendice volu- minosa pei documenti, lino allora per la maggior parte inediti. La causa dunque, che di sua natura era pubblica , diventò privata fra i difensori dei due partiti, le ra- gioni de'quali si fecero sinceramen- te compilare in un grosso volume in foglio in Francfort sul Reno nel 17 13, da monsignor Annibale Al- bani nipote del Pontefice, allora suo nunzio in Germania , per meglio dimostrare la giustizia della causa ch'egli difendeva, in confronto di «pianto si era scritto per abbatter- la. Le ragioni per la sauia Sede erano cos'i vittoriose, che avendo l'imperatore Giuseppe I consultato due volte su questo punto il suo consiglio, ed anche gli elettori del sagro romano impero , quello e

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questi risposero non potersi più dif- ferire la restituzione di Comacchio alla .santa Sede, a cui fuor di dub- bio apparteneva. F. Lafiteau, Fie de Clcment XT, t. II p. i3 e -seg. Intanto la guerra proseguiva tra l'imperatore, e il Papa, ma con poco vigore, e con successo vario, perchè veramente l'animo di Giu- seppe I non era di fare la guerra a Clemente. XI, ma di costringerlo a favorire il suo fratello arciduca Carlo nella guerra per la successio- ne di Spagna. Non devesi passare sotto silenzio, che quasi tutti i prin- cipi cattolici presero parte per l'e- mergente di Comacchio in favore del Pontefice, massime Luigi XIV, che minacciò una lega per difen- derlo. Sebbene Clemente XI si pro- testasse di non intendere di guer- reggiare, ma solo di difendersi, l'im- periai corte si dispose alla pace, la quale fu sottoscritta ai i5 gennaio 1709. Allora però non seguì la re- stituzione di Comaccliio, come si era conchiuso. L'arciduca Carlo, col nome di Carlo VI, successe all'im- pero al fratello Giuseppe, per lo che il Pontefice Clemente XI, ai 6 febbraio 17 12, gli scrisse di pro- prio pugno una lettera , Epist. et Brev. t. II, p. 128, nella quale gli dimostrò la singolare gioia per quel- la imperiale notizia, portatagli dal nipote Cardinal Albani, reduce dal- la Germania, nella quale Carlo VI assicurava il Papa di voler termi- nare le diiFerenze tra il sacerdozio, e limpero colla libera restituzione di Comacchio alla santa Sede. A sollecitarne 1' effettuazione , Clemen- te XI spedì suo nunzio a Vienna l'altro nipote Alessandro Albani, che poscia da Innocenzo XIII fu crea- to Cardinale.

Ad onta di tultociò, Clemente XI

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inori uc"! 1721, senza che Comac- cliio fosse sgombrato dalle truppe impt'iiali. Continuate furono le pra- tiche dal successore Innocenzo XIII, ina quando giunse in Roma, ai 7 marzo 1724, la notizia che la cor- te di Vienna andava a restituire Comacchio, in quel medesimo giorno Innocenzo XllI era passato all'al- tra vita.

Per altro non andò guari che sotto Benedetto XIII e nel mede- simo anno fu definito, che non agli Estensi duchi di Modena, ma sib- iicne alla Sede apostolica spettasse la sovranità della contea, e della città di Comacchio, allora compre- sa nel ducato di Ferrara. Fu per- tanto conchiuso il negozio ai i5 novembre 1724 sulle basi degli articoli stabiliti fra Innocenzo XIll e Carlo \I, dal Cardinal Paolucci segretario di stato, e dal Cardinale Cienfuegos ministro dell'imperatorCj aiidjedue nella qualifica di plenipo- tenziari delle due corti. Quindi Be- nedetto XIII partecipò l'accordo al sagro Collegio nel concistoro dei 2() gennaio 172;), e con giubilo di tutta B^oma e degli abitanti della contea e città di Comacchio, fu que- sta ristabilita alla Sede apostolica ai 20 febbraio, per mezzo del ge- neiale di battaglia conte di Pinus, a ciò autorizzato da Carlo \I. Fu però dichiarato di non pregiu- dicare con tal restituzione chi del- le due parti ne fosse il legittimo signore (finche si conoscesse a chi pnjpriameute appartenesse), colle seguenti parole riportate dal giu- ratori, Annali d' Italia all' anno I724'- " Possessionem Comacli a •; sacra caesarea maiestate eo dum-

taxat pacto dimitti, ut eadem >- Sedi apostolicae restituatur, ut

piius, ila scilicct; ut ncque cidem

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» Sedi apostolicae per hanc restitu- » tionem aliquid novi juris tributum, « neque imperio, vel domui Ate- » stinae quidquam juris sublatum » esse censeatur; sed sacra caesa- »» reae majestatis, et imperii, domus- M que Atestinae jura omnia tum » respectu possessionis, quam petito- w rii salva remaneaut , neminique »« ex hoc actu praejudicium ul- » ìuin irrogatum intelligatur, usque » dum cognitum fuerit ad quem » Comaclum pertlneat ". Di poi Benedetto XIII culla bolla, Cnni nu- per data 1 ianuarii 1725, presso il Lunig. t. IV. p. 375, confermò gli articoli della concordia, ed in riconoscenza della seguita restituzio- ne, accordò poi all'imperatore le de- cime ecclesiastiche per tutti i domi- nii austriaci, perdonandogli tutte le reudite maturate, e premiando nel 1727 col cappello Cardinalizio Fi- lippo Luigi di Sinzendorf, figlio del primo ministro deirinq)eratore,perchè il di lui padre avea molto contribui- to all'accomodamento. Chi bramas- se conoscere la raccolta di tutte le scritture sulla controversia di Co- macchio , oltre quelle succitate , potrà leggere la Bibliografia sto- rica ec. dello stato pontificio, e suo supplemento.

Nel seguente pontificato di Cle- mente XII, e nel 1735, si riaccese la guerra tra l'impero, e la Spa- gna per la sovranità del regno del- le due Sicilie, il cui alto dominio spetta alla santa Sede. Il Pontefice a difendere da ogni pericolo i suoi sudditi , accrebbe il numero delle milizie papali , e aggiunse un pre- sidio alla Mesola, borgo posto alla destia del Po di Ariano, non che fortificò la bocca di questo fiume, il che produsse discordie colla con- liuauLe repubblica veneta, la quale

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si pacificò sotto Benedetto XIV, e stabilì meglio i confini.

Ma mentre Cornacchie continua- va a godere gli effetti del soave e paterno dominio de' sommi Ponte- fici, nel 1796 i repubblicani fian- casi colla prepotenza delle armi , tolsero a Pio VI anche Ferrara e Comacchio ; quindi l' obbligarono nella pace di Tolentino di rinun- ziare alla sovranità delle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna , per cui Comacchio fii governata dai fi-ancesi. Fece poi parte del regno italico, e finalmente nel 18 15 fia restituita al suo legittimo sovrano Pio VII, in forza dell'articolo io3 del celebre trattato di Vienna, in- sieme alle legazioni , convenendosi in quel congresso, che 1' Austria ponesse guarnigione nelle piazze di Ferrara e Comacchio. Laonde un distaccamento della guarnigione di Ferrara, occupa il piccolo fortino, senza avere affatto alcuna ingeren- za sulla città.

Comacchio ha dato uomini di- stinti, e da ultimo il celebre p. Ap- piano Buonafede, conosciuto sotto il nome di Agatopisto Cromaziano, abbate celestino, ed il suo fratello chiamato Agatopisto giuniore, uo- mo celebratissimo per le sue co- gnizioni nelle finanze. Esso ottenne a prezzo vilissimo sotto l'ammini- strazione francese da Napoleone lo stabilimento delle valli di Comac- chio a prò de' Comacchiesi. Ma po- stosi alla testa dell' amministrazio- ne, fu in una sera ingratissima- mente trucidato. Verso la metà del secolo passato fiorirono i due fratelli Zappata, celebri poeti. Vis- se pure negli ultimi tempi monsi- gnor Gaetano de Carli vescovo di Rieti, e monsignor Manasse già ve- scovo di Terracina, soggetto, che

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per la sua pietà, e per la profon- dità de' suoi studii teologici, merita di essere commendato. Viveva al- tresì ne' decorsi anni il canonico Cesare Petrignani, uomo insigne per pietà, ed integra morale : fu egli valente maestro di musica, e sciisse con lode degli intelligenti varie ope- re sagre. Da ultimo morì pure il camaldolese p. abbate d. Michele Parmiani, profondo teologo , dotto in molte scienze, lodato per inge- gno, e soda pietà. Un conte Giu- liano Parmiani fu mandato dall'im- peratore, per ambasciatore alla re- pubblica veneta. Fra i viventi ono- rano assai la patria il p. Felletti inquisitore del s. offizio di Bologna ; Pietro Cavalieri canonico di quella metropolitana, già vicario generale di Faenza ; e, per non dire di al- tri , Nicola Cavalieri San-Bertolo , professore nell' università romana neir architettura statica ed idrauli- ca, ec, ed autore di un' opera in- signe di architettura, e d' idraulica, che da molte scuole, ed università fu adottata per testo.

La sede vescovile di Comacchio, secondo gli storici di questa città, fu fondata da s. Apollinare arci- vescovo di Ravenna , e secondo Commanville nell'anno 490 , e di- venne in appresso suffraganea della metropoli di Ravenna , per cui le cause in appello furono, e sono de- volute al tribunale di Ravenna.

Il primo vescovo di Comacchio, come si legge nellUghelIi t. II, p. 482, fu Pacazio, il quale sottoscris- se al concilio convocato nel 002 da Papa s. Simmaco; poi si nomina un Vincenzo fiorito nel 702 , il quale edificò in onore di s. Cassia- no martire {^Fedi), e maestro di scuola a Imola, la cattedrale, e quin- di la consacrò. Vitale fu vescovo

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neir827, ed è lodato per dottrina e pietà; Cipriano nell'SgS; indi Stefano ; poi Bernardo, che ottenne un privilegio a favore di sua chie- sa dall'imperatore Ottone I. Nel qgy Giorgio fu vescovo degnissimo di Comacchio; verso il io5o Gio- vanni, che terminò in penitenza i suoi giorni; nel 1086 Adalberto; nel ii5i Enrico; quindi Giovanni cistcrciense, che mori nel i2o5, e fu sepolto nella chiesa di s. Giaco- mo di Cella Volana. Nel 1226 fio- ri Donato, che col priore delia det- ta chiesa, stabifi alcuni anniversari pei vescovi. Nel 1243 s'ignora il nome di chi occupava questa sede; nel 1253 trovasi un Botio ; nel 1270 un Michele; nel 1283 un Onorato già camaldolese del moni- stero di Classe; nel i3o4 un fr. Pietro Mancinelli di Ferrara del- l'Ordine de' predicatori ; nel 1328 Esuperanzio, eletto da Giovanni XXII Papa lesidente in Avignone, poi traslatato al vescovato d'Adria. Nel 1329 gli successe l'altro dome- nicano Francesco de Boatheriis bo- lognese, al quale nel i333 fu dato in successore l'illustre fr. Bartolom- meo bolognese, pure domenicano, e già vescovo di Segni. Clemente VI, nel 1348, fece vescovo di que- sta oiftà Pacia, dell' Ordine de' mi- nori morto in viaggio senza pren- derne il possesso , e nell' anno se- guente Remigio eremitano di s. A- gostino, che nel i358 ebbe in suc- cessore Guglielmo religioso de' mi- nori, francese della Guascogna. Te- baldo fu vescovo nel 1370, il quale rinunziò per vivere a Dio, ed ebbe a successore Biasio nel i3S2 pos- tovi dall'antipapa Clemente VII. Simone religioso domenicano della famiglia^ Saltarelli di Firenze fu pro- mosso a questo episcopato l' auuo

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iSSd, e dopo di lui nel iSgG Horì Pietro Bono, o Buovo ottimo per- sonaggio , già abbate benedettino del monistero di s. Bartolommeo fuori di Ferrara. Nel i4o2 diven- ne vescovo Giacomo Bertucci degli Obizzi di Lucca; nel i4o4 l'imole- se Giovanni de Strada; nel i4i3 il dotto , ed eloquente oratore Al- berto Boncristiani fiorentino de' ser- vi di Maria; nel i432 Mainardino de Contrariis ferrarese, già ammi- nistratore di detta chiesa, che pro- mosse grandemente la divozione di s. Maria in Aula Regìa, restauran- done il tempio; nel 1460 France- sco Fogliani di Reggio di Modena cui successe nel i47i il concitta- dino Filippo Zoboli, il quale col beneplacito di Papa Sisto IV cedette ai monaci cassi nesi nel 1480 la commenda di s. Prospero. Nel i497 Alessandro VI fece vescovo Mala- dusio Estense, figlio del marchese Nicolò , prudente , e benemerito. Giulio li per la di lui rinunzia gli nominò a successore nel i5o6, Tom- maso Turchi di Ferrara.

Leone X nel i5i4 pose al go- verno della diocesi il celebre Ghi- lino de Ghilini di Alessandria, uo- mo di grande autorità e consiglio per la sua dottrina, e caro ai Vi- sconti, e agli Estensi. Nel i549 §'* successe il coadjutore Alfonso R.os- setti di Ferrara, alla cui chiesa nel i563 Pio IV il trasferì, nominan- do invece alla cattediale di Comac- chio r altro ferrarese Eicole Sa- crati, che nel 1572 introdusse i cappuccini, ottenne dal Papa s. Pio

V nuove prebende canonicali, e mo-

VI compianto dal popolo, che tanto lo amava. Il Rossetti fu consigliere degli Estensi, e da molti Papi venne spedito a vari sovrani a trattare ri- levanti alfari, il perchè Massimilla-

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no II imperatore, e Alfonso II du- ca di Ferrala, supplicarono Grego- rio XIII a crearlo Cardinale, aia la morte gì' impedì il meritato ono- re. Il Sacrati ebbe in successore il concittadino Orazio Giraldi, che per le sue virtù, ed opere pubblicate si procacciò la benevolenza di Cle- mente YllI e Paolo y. Questi nei 1617 preconizzò alla sede Coma- clense Alfonso Sacrati di Ferrara, fratello del Cardinal Francesco, che nel 1625 rinunziò, passando a go- vernare varie città dello stato ec- clesiastico, e terminando la sua carriera coli' essere segretario de' ve- scovi e regolari, viceregente di Ro- ma sotto Urbano Vili ed Inno- cenzo X. Nei detto anno Camillo Moro ferrarese occupò la sede di Comaccliio, ornò la cappella del ss. lìosario nella cattedrale ove istituì la compagnia di tal pio esercizio, ed ivi vulle essere sepolto nel i63o, dandogli Urbano Vili a successore il di lui concittadino Alioiiso Pan- dolio, di rara scienza, pio, e ze- lante pastore. Sotto di lui nella cit- tà si aumentarono le opere pie, e vennero fabbricate le chiese del ss. Rosario, del Carmine, e di s. Pie- tro, olire l'oratorio delle sagre Stim- mate, e morì assai compianto in Comaccliio, per altro non senza cri- tica. Egli istituì l'accademia dei Flut- tuatiti^ ora non più esistente. Nei 1649 Innocenzo X creò vescovo Giu- lio Cesare Borea di Lugo, il quale agli 8 settembre con solenne rito fece r ingresso in Comaccliio, ar- riccia la cattedrale di suppellettili, procurò l'aumento delle prebende; e morendo nei i655 fu tumulato nella cattedrale nella cappella del ss. Corpo di Cristo. Dopo di lui occupò la sede Sigismondo dc'con- ù Lei di Cesena, che volle pur

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fare il solenne ingresso nella città; e, riedificandosi la cattedrale ai ^5 marzo 1639, vi pose la prima pie- tra, venendo encomiato per vigi- lanza, e bontà pastorale, lasciando alla cattedrale molte e ricche sup- pellettili sagre : inoltre i'Isei consa- grù la chiesa dei ss. Mauro ed A- gostino, ora non più esistente. Ne imitò le beneficenze Nicola de' conti Arcani cesenate, che nel 1670 gli successe, dappoiché concorse al com- pimento ed ornato della nuova cat- tedrale, in più maniere, e con do- nativi di sagre reliquie e suppellet- tili; vi promosse il culto al ss. No- me di Gesù, procurando l'erezio- ne di un altare alla sua circonci- sione; e fu seppellito nel 1714 nel mezzo della cattedrale, con bre- ve iscrizione, il cui ultimo verso dice: Uriiain lustrali sparge, via- lor, aqua. Egli si mostrò degno di- scendente dei re di Croazia, e co- stantemente difese la giurisdizione dell'abbazia di s. Maria Pomposa, contro gli Estensi duchi di Modena. Clemente XI, nello stesso anno 17 i4> fece vescovo Francesco Beatini no- bile di Faenza, già uditore del Cardinal Santacroce, che governò la chiesa trenta anni. Fin qui il nominato Ughelli, di cui sono a ve- dersi le note del Coleti.

La continuazione della sei'ie dei vescovi di Coraacchio, si può vede- re nelle Notizie annuali di Roma, Diocesi per ordine al/abdico ec. Fr. Gio. Antonio Chevedo, minore osservante bergamasco, nel I744 da Benedetto XIV fu fatto vesco- vo, ed ebbe la gloria di consagra- re r odierna cattedrale, il cui edi- lìzio era stato compito nel 1703. Attualmente con sollecitudine, e ze- lo apostolico governa la chiesa Co- maclcnse, monsisnor Miolicle ^ ir-

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ijili di Cervia, nato in Longinno diocesi di Cesena, t'aito vescovo ai 19 marzo 1816 dal glorioso Papa Pio VII, il qual vescovo, fra le nltre cose, istituì in Bosco-Eliseo lina parrocchia con grande utile ppiritnale dei parrocchiani ; nel 182'j tenne un sinodo che poi pub- blicò colle stampe, restaurò il se- minario, ridusse a bella forma il palazzo dal comune acquistato per la villeggiatura del vescovo in Co- digoro , senza qui enumerare le nltre sue benemerenze, alcune del- le quali andiamo ad accennare. Sid- la storia dei vescovi, e della sede di Comacchio va consultato, Jose- phus Antonius Cavalerius, De Co- ììiacleiisibiis epìscopis liber ad al- terani Coletlanani cdilionern, Italia Sacra Ughelli locupleta ?idarn, Co- macli 177C); excndebat idem Ca- valerius. Il Bollando poi dice, che prima di Pacaziano, Comacchio eb- be altri vescovi, e che 1' Ughelli non li registrò tutti, giacché Vigo- venza l' ebbe sino dal SSg, ed il primo fu s. Oldrado, cui nel 364 successe s. Leone, che poi fu il pri- mo Papa di questo nome, e sicco- me Vigovenza era soggetta a Co- macchio, vuole che questa già fosse sede episcopale quando lo divenne Vigovenza. Va qui notato, che i ve- .scovi di Vigovenza erano nel ter- ritorio di Comacchio, poi passarono a risiedere in Ferrara; e nella va- canza delle chiese di Comacchio, o Vigovenza, il vescovo vivente go- vernava le due diocesi.

La chiesa di Comacchio fu inol- tre feconda di martiri, e vanta, co- me si disse, per suo fondatore s. Apollinare discepolo del principe degli apostoli s. Pietro. Per questa rhiesa prese gran premura s. Gre- gorio 1, che la ra(:;comandò all' ar-

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civescovo di Raveuna IMariniano. I principi r ebbero in venerazione, e l'imperatore Ottone li l'esonerò da ogni peso, e gravezza. La cattedra- le possiede diverse sagre reliquie, fra le quali una insigne del mar- tire s. Cassiano cui è dedicala, il quale è pure patrono della città. Di questo santo si leggono erudite notizie nel Cancellieri, Disscrt. Epist. sulle ss. Sirnplìcia, ed Orsa, ]i. 55. Quella, che nel 702 riedificò il ve- scovo Vincenzo con bella torre campanaria, era a tre navi soste- nute da colonne di marmo ; essen- do la presente di ima sola vasta nave. Quel vescovo stabilì, che nella cattedrale si dovessero seppellire i vescovi, non nelle chiese di Cella T'olana, e di Aula Regia. Dopo circa mille anni, e dopo che il ve- scovo Isei gettò la prima pietra nelle fondamenta della nuova cat- tedrale, per le cure e generosità s\ del Cardinal legato Imperiali, si del lodato vescovo Arcani, e per la pie- tà e per lo zelo de'couciltadini, fu ri- fabbricata la presente cattedrale, ed è un bello edilizio di ordine co- vinto. Essa è fornita di argenti, e di sagri arredi: l'altare maggiore è di marmo bianco, e di verde an- tico. È a sapersi, che la cattedrale manca di campanile, per cui le campane sono collocate sul piedi- stallo di marmo dell'antico campa- nile, il quale mancando di anima interna rovinò da capo a fondo, ancora si è pensato a ricostruirlo, forse per 1' enorme spesa che si ri- chiede.

Il capitolo, che per dignitarii ha l'arcipiete, e 1' arcidiacono, oltre di essi si compone di diciassette cano- nici, tre mansionari, e diversi sa- cerdoti, e chierici addetti al servi- gio ecclesiastico della chiesa. 11 re-

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gnante Gregorio XVI nel r83q concesse ai canonici l'uso del flocco di seta paonazza al cappello. In co- ro i canonici indossano la mozzet- ta paonazza, e 1' arciprete prima dignità, e 1' arcidiacono seconda di- gnità creata di recente sotto l'at- tuale ottimo vescovo, godono del privilegio della sottana, e mantel- letta paonazza. L' arciprete esercita nella cattedrale le funzioni di par- roco, coadjnvato da tre cappellani amovibili. Nella città non avvi al- tra parrocchia, vi sono però i cap- puccini, ed anticamente eravi pure il convento deerli agostiniani scalzi. Vi sono alcinii pii stabilimenti, l'o- spedale, mirabile per la sua archi- tettura, il monte di pietà, ed un buon seminario. Non è lontano dalla cattedrale l' episcopio, il qua- le fu nobilitato dal vescovo Borea, che fu pure benemerito della men- sa vescovile, per averne accresciute le rendite, come lo fu della catte- drale pei donativi, che le fece di paramenti, ed arredi sagri. Per ri- guardo all' episcopio, va qui nota- to, che l'antecessore del presente vescovo fu monsignor Boari cap- puccino, già predicatore apostolico, barone della Corona ferrea, uno dei vescovi, che intervennero al con- cilio di Parigi. Egli abitava due sole camere nel piano superiore del palazzo vescovile, per cui il lodato odierno vescovo monsignor Virgili, trovò l'episcopio nel 1819 in un totale abbandono, ed in istato di intera rovina. Il perchè dovette ri- sarcirlo quasi per intero, erogando- vi ingenti somme, ed erigendo al- tresì dalle fondamenta un nuovo braccio ; per lo che può dirsi, che ab- bia egli rinnovato l'episcopio, da lui pure decorato con pitture rappresen- tanti la serie dei vescovi di Comac-

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chio. Il Boari fu assai caritatevole coi poveri, ed affettuoso colla gioventù, e lasciò la sua piccola biblioteca per uso comune. La mensa ad ogni nuovo vescovo, nei libri della ca- mera apostolica, è tassata in fiori- ni cento. Per ultimo faremo men- zione delle seguenti chiese, e celebri abbazie :

S. Giacomo in Cella Volana, o del F^accolino. Fu essa celebre pel suo monistero appartenente prima ai canonici regolari lateranensi, poi ai Frigidiani, religiosi cosi chiamati per la austerità della loro vita, e ruvidezza delle vestimenta, e quali abitatori de'deserti. 11 monistero fiorì per uomini illustri, ebbe dei privilegi, e nella chiesa vi furono seppelliti molti vescovi.

S. Mauro con monistero di be- nedettini, tra i quali fiorirono il b. Domenico Comacchiese, e s. A pia- no: eravi pure un collegio pei no- bili di Comacchio. Nel 1783 Giu- seppe Antonio Cavalieri pubblicò in Comacchio, Storia della chiesa di s. Mauro di Comacchio.

S. Maria del Popolo, o s. Ma- ria ili Aula Regia. Già esisteva ai tempi di s. Leone I , che le con- cesse un singolare privilegio : fu del clero secolare, poi de' canonici re- golari lateranensi. Il vescovo Mai- nardino del i432 l'avea rinnovata. Giuseppe Antonio Cavalieri senio- re nel 1782 pubblicò in Comac- chio, Istoria della chiesa della Madonna del Popolo, detta s. Ma- ria in Aula Regia della città di Comacchio.

Dell'Isola de' ss. P'ito e Mode- sto. S. Leone IV le concesse un gran dominio : era dei canonici re- golari lateranensi. In questa chiesa r odierno vescovo ha ripristina- to la confraternita in onore della

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beatissima Vergine Maria, patrona principale di Comacchio.

S. Maria della Pomposa. Cele- bre abbazia, che secondo alcuni fon- dò Ugo d'Este, e la diede agli ar- civescovi di Ravenna, dai quali Ot- tone III l'ottenne pei monaci be- nedettini, donando alla mensa Ra- vennate le terre di s. Apollinare, e facendola esente. In seguito In- nocenzo Vili la conferì in ftis pa- tronato ad Ercole l duca di Fer- rara, e Clemente Vili la visitò. Vi fiori s. Guido abbate; e s. Pier Da- miani vi dimorò due anni, e vi compose parte delle sue opere. Gli altri imperatori confermarono l' e- senzione di Ottone III, ciò che pur fecero! Papi Benedetto \III, s. Leo- ne IX, e Celestino II. L'abbate di Pomposa era signore di varie terre, tra le quali Codigoro [Caput Cau- ri), borgo situato all'estremità bo- reale delle valli di Comacchio, in riva al Po di Volano.

Prima esisteva la chiesa di s. A- gostino, che fu soppressa nel i83i, e presentemente serve di arsenale per la guarnigione austriaca sfazio- nata in Comacchio. Oltre le descrit- te chiese è quella del sufFiagio, come altresì due oratorii pubblici, l'uno a Magnavacca, l'altro sulle vi- cinanze del porto della marina. Nel- la chiesa dei cappuccini si venera la niiiacolosa immagine della b. Vergine protettrice di Comacchio, e che si riguarda qual santuario. Ad esso si giugne dalla città per un de- lizioso loggiato sostenuto da cento quarantadue archi.

Scrissero su Comacchio , Gio. Francesco Bonaveri, Della città di Comacchio, delle sue lagune e pe- sche, Descrizione storica civile, e naturale, ampliata, corretta e con varie note illustrata da Pietro Pao-

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lo Proli, Cesena 1761. Le osserva- zioni però che spettano alla storia, sono del dotto p. abbate Ginanui. Dopo la pubblicazione del libro, fu corredato di una gran tavola antica del territorio di Comacchio, ed in fi- ne di due carte rappresentanti la pe- sca, e la cucinatura delle anguille. Inoltre si ha dal Comacchiese Gio. Francesco Ferro, Istoria della an- tica città di Comacchio, dedicata a Clemente XI, Ferrara 170 1, Alcu- ni opinano esserne il vero autore Bartolommeo Ferro. Nel lyoS, sotto il nome del primo, fu pubblicato il Supplemento alla Storia ec. Am- basciatore delle quattro città Co- macchio, Ferrara, Bologna, e Ra- venna al Cardinal Conti visitatore pontifìcio. Quest' opuscolo riguarda le acque delle provincie di Bolo- gna, Ferrara, e Ravenna, contro quelli che progettavano la perdita di Comacchio, per liberare dalle acque le tre provincie. Bartolom- meo fu autore di altre opere. Questa città ha per istemraa ima passera, pesce di color naturale.

COMANA (Comanen). Sede ye- sco\ì\e in parlibus, nell'Asia in Cap- padocia, città dell'Armenia minore posta sul fiume Sarus, nella Catao- nia. Plinio ne parla come esistente al suo tempo nella gran Cappado- cia. Fu poi chiamata Ckrysa, e vol- garmente anche Tabacasa. Questa città era consacrata a Bellona, ed i Romani, dopo aver trionfato di Mitridate, ai sacerdoti di quel tem- pio concessero il diritto di sovrani- tà tanto sulla città, che sui dintor- ni. Strabene dice che fosse molto bella. Dipoi Pompeo la diede al re Archelao, Giulio Cesare a Nicome- de, ed Augusto a Diteuto. Tolomeo nomina altre tre Cornane , 1' una nell'isola di Trapobaua, l'alti-a nella

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Pisidia, e la Iciza nella Frigia. La

nostra Comaiia vuoisi fondata da

Oreste.

JVel quinto secolo vi fu eretta la sede vescovile, suH'raganea alli metropoli di IMelilene. Ora non è che titolo in pardbuSj, e gli ultimi due vescovi, che ne furono investi- ti, sono Michele Witmann, e Bene- detto Lascana, poi vescovo di Cor- dova nel Tucuinaii. Ad essi va ag- giunto Antonio Larrazabal di Gua- ti mala, tatto vescovo di Comaiia in partibus dal regnante Gregorio XVI, nel concistoro degli 8 luglio 1839. Questa Comana non va con- fusa con Coniaco (Comacen. I^edi), altra sede vescovile di Armenia nella Cilicia , alla quale il detto Pontefice, per morte di Gio, Batti- sta Masclet, ultimo vescovo in par- tibus della medesima, agli i i lu- glio i836, diede in successore Giu- seppe Agostino Molina, americano del Tucuman.

COMANA. Sede vescovile, so- prannominata Comana Pontica , perchè città dell'Asia nel Ponto Po- lemoniaco, situata sul fiume Iris verso il monte Pai-yadres, la quale venne pure chiamata Manleiiim. Fu celebre anch'essa per un tempio di Bellona, a cui era la città consa- grata, ricevendovi un culto parti- colare. Venere eravi eguahriente adorata, e vi si celebrava la festa con magnifica solennità, il perchè vi erano molte cortigiane. Stra- bene aggiugne, che anche Diana vi riscuoteva un culto.

11 martirologio romano, ed il menologio greco, fanno memoria iCo.'ì. maggio di s. Ermias, soldato, il quale condotto a Comana lìell'im- pero di Antonino, per la costanza con cui soffri grandi tormenti, con- verfi lo stesso carnefice, che con

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lui ricevette la gloriosa palma del martirio. Commanville pone l'erezio- ne della sede episcopale di Comana al quinto secolo, e la fa sulfraga- nea alla metropoli di Neocesarea, •juindi ne'fasti ecclesiastici fu rino- mata per molti suoi vescovi.

COMANA. Sede episcopale d'A- sia nella prima Panfilia sottoposta alla metropoli di Sides, e posta da Tolomeo tra Baris, e Pergcn uell'an- tica Pisidia. Coman ville la chiama Commacum , e la dice eretta in seggio episcopale nel quarto secolo. Fu chiamata anche I\lanua.

COMANDAMENTI DI DIO, E DELLA CHIESA. 1 comandanwn- ti Dio primieramente sono i die- ci precetti, che Dio diede a Mosè scolpiti in tavole di pietica, come la sostanza ed il sommario della mo- rale, il compendio dei doveri del- l'uomo verso Dio, e verso il pros- simo. Dal loro numero tali precetti si chiamarono Decalogo, nome che viene dal greco, e significa dieci pa- role, quanti appunto sono i coman- damenti , che si leggono nel capo ventesimo dell'Esodo, e replicati nel quinto del Deuteronomio, tali qua- li Dio li dettò. Gesù Cristo disse nel vangelo, che i comandamenti si riducono a due, ad amare Dio sopra tutte le cose, ed il prossimo come noi stessi.

/ coniandanienti della Chiesa, sono le leggi fatte dalla Chiesa in diversi tempi per istabilire l'ordine e r uniformila nel cullo divino, e nei costiuiii. Santificare le feste, as- sistere alla messa, osservare a certi giorni l'astinenza ed il digiuno, ri- spettare le censure ecclesiastiche ec. , sono doveri che la Chiesa ebbe di- ritto d'imporre ai fedeli, i quali in coscienza sono tenuti a soddisfarvi . Sotto il nome pertanto di leggi ec-

COM COM 4; cleslasliche egualmente s'infondono la capitale Jel mondo callolico, le regole sui costumi, e sulla disci- ne' quali risiedono quattro ilki- plina della Chiesa, che furono falte stri sedi di Cardinali vescovi subiu-- o dai concili generali, e particola- bicari, l'abbazia mdlius de'ss. Vi- ri , o dai sommi Pontefici. Tal è cenzo ed Anastasio delle tre fon- la legge di osservare la quaresima, tane, e l'abbazia nullius di Siibia- di comunicarsi la pasqua ec. Tan- co, per solito governalo nello spi- lo dei comandamenti di Dio, quan- rituale da un Cardinale, senza no- to di quelli della Chiesa, e delle minare le altre sedi vescovili. Que- sue leggi ecclesiastiche, si tratta in sto territorio forma quasi baloaido molti articoli del Dizionario. Solo e corona all'alma Roma, racchiu- qui aggiungeremo: de Castel Gandolfo soggetto al . Se alcuno dirà, che i Comanda- prelato maggiordomo prò tempo- menti di Dio sono impossibili ad ir, prefetto dei sagri palazzi apo- osservarsi anche da un uomo giù- stolici, come villeggiatura pontilicia, .stidcato, e nello stato di grazia, sia i luoghi baronali di Bracciano, Gai- anatema. Coiìcil. Trento ses. 6. lieano, e la Colonna, e tredici di- Decrct. della Giusi, can. i8. stretti o governi, cioè Albano con due

Se alcuno dirà, che nel vangelo comuni; INIarino; Gonzano con tre

vi è la sola fede, la quale sia di comuni ; Frascati con cinque comuni;

precetto; che tutte le altre cose so- Campagnanocon settecomuni; Castel

no iiulilfercnti; che non sono co- nuovo di Porto con dodici comuni;

mandate, proibite, ma lasciate Tivoli con dodici comuni; Palombara

in libertà, ovvero che i dieci co- con dieci comuni; Genazzano con tre

mandamenti non risguardano in ve- comuni; Arsoli con undici comuni;

run conto i cristiani, sia anatema. Palestrina con dodici comuni; Su-

Can. ic). biaco con dodici comuni; e s. Vi-

Se alcuno dirà, che un uomo giù- to con tredici comuni. La mag- stificato, per quanto sia egli perfet- gior parte dei governi, e delle co- lo, non è obbligato alla osservan- muni, e tutte le sedi vescovili han- za dei comandamenti di Dio, e no articoli nel Dizionmio. La po- della Chiesa, ma solamente a crede- polazione di delti luoghi suburba- re, come se il vangelo non consi- ni a Pioma, ora si fa ascendere a circa stesse, che nella semplice, e assolu- centosessantamila individui. Gravi la promessa della vita eterna, sen- e dotti autori descrissero, e illu- za nessuna condizione di osservare strarono il suolo del distretto di i comandamenti, sia anatema, cioè Roma, feracissimo d'importanti me- sepafato , smembrato, e disgiunto morie artistiche, e storiche sagre, dal corpo de'fedeli. Can. 20. che profane, e civili. Da ultimo, e

COMARCA DI Roma o Distret- nel 1837, A. Nibby ci ha dato la TO DI Roma, Presidenza della Co- preziosa Analisi- storico-tipografico- marca. Questa è una delegazione antiquaria della carta de dintorni apostolica di prima classe, e dopo (// Roma, in tre volumi, le legazioni prende il suo posto, co- 11 vocabolo Comarca venne so- me quella, che in vasto territorio stituito a quello, che in preceden- celebralissimo nella storia, contie- za usavasi nei regolamenti am- ne i luoghi suburbani soggetti al- ministrativi, che giudiziari, cioè di

48 COM

Distretto, per lo che nei medesimi si diceva Roma e Distretto, non Roma e Comarcn. Quindi s'inco- minciò ad adottare come sinonimo del primo nel moto-proprio di Pa- pa Pio VII de' 6 luglio 1816, quan- do riorganizzò 1' amministrazione pubblica; e il suo degno successore Leone XII Io usò non come sino- nimo, ma in modo copulativo; cioè nel moto-proprio de'5 ottobre 1824 sulla riforma dell'amministrazione pubblica, dicendo all'articolo XVII: Nel distretto e Comarca di Roma, j governatori corrisponderanno im- mediatamente colla segretaria di stato, e coi rispettivi dicasteri del- la capitale, com' erasi espresso Pio VII all'articolo XXII del citato suo moto-proprio.

E certo però che l'uno, che l'altro vocabolo non solo hanno avuto sempre l' identico significato ; ma hanno compresa la medesima esten- sione di territorio, e solo dal i3i6 a questa parte si è stabilita con precisione la nomenclatura de'luo- ghi, che vi restano compresi. Pri- ma di delta epoca il Distretto di Roma s indicava genericamente, ma poscia si spiegò composto di un rag- gio di quaranta miglia all'intorno di Roma. 11 Cardinal De Luca, in Relat. Romanae Curiae, discus. 87 n. ig tom. XV, così si esprime; " Iste districtus antiquiori tempore " Romae triumphantis se protende- » bat ad ambitum centum millia- " riorum . Intermedio vero post » dissolutionem imperii Romani cer- -■•' tam non habebat regulam, cum '•' solum de districtu ea loca dice- » rentur, in quibus populus rora. " quandam exigebat gabellam.quae » focaticum vocatur ". Narra lo stesso De Luca, de Regalibus, di- scurs. 7?., n. 9, t. Il, che negli

COM

antichi Statuii di Roma al lib. Ili, cap. 257, si legge: » expliciter de- »» claratur qui sit districtus urbis, id » est illae terrae, qusesolvunt Came- " rae populi sai et focaticum ". Va qui notato, che la prima edizione degli statuti di Roma, secondo il p. Audifredi, Catalog. edit. Rom. saec. V. p. 70, fu del 14? f) ma il eh. monsignor Marini in una nota ap- posta a quelli, che .sono nella biblio- teca Casanatense, dimostra essersi differita la stampa sino verso il 1480. Questi statuti di Roma furono poi riformati p-ìr ultimo nel pon- tificato di Gregorio XIII, e con- fermati in forma specifica con let- tere apostoliche 8 kal. junii i58o, pubblicati con questo titolo: Sta- tuta alniae urbis Romae in aedi- bus populi Romani, i58o, ma nel lib. I, cap. IO, dicesi soltanto: » Inter cives, incolas, et districtuales » serventur Urbis statuta : " e nel lib. III cap. 60 dicesi solo: » Com- 5' munitates, et homines civitatum, " oppidorum, castrorum, et villa- " rum Districtus urbis teneanlur

» vias publicas aptare , et

5' sternere ". A fronte pei'ò di que- sta generica indicazione, fu senza contrasto ritenuto, ed osservato che: •' Hodie vero occasione retòrmatio- » nis statutorum, quae sub Grego- ■5 rio XIII sequuta est, ille (Di- » strictus) in universo ambitu tem- 5' poralis ditionis ecclesiasticae, est » quadraginta milliariorum : " P^. De Luca citato, Relatio Rom. Cu- riae disc. 37. n. 16 in fin. t. XV. dissimilmente fu intesa per le cause criminali, affermandolo eoa piìi estesi termini i dotti Commen- tatori dei bandi generali di Ales- sandro VII, e di Alessandro VIIF, Silvestro, e Francesco Antonio, zio e nipote, Bonfini di Bertinoro, ad

COiAl

Bannini generalia, cap. 80. niitn. 121 e 122. P^. Roma e vescovi

SUBURBICARI.

Se eguale è stato sempre presso di noi il significato di Distretto, e di Coraarca, conviene poi osservare, che questo ultimo ha una deriva- zione antica di somma analogia, sia che provenga da Comes, sia che abbia origine da diarchia, o da Marchio. Il p. abbate Angelo della Noce, che nel 1667 dedicò a Cle- mente IX la più accurata edizione della celebre Cronica cassiiiese di Leone Marsicano Cardinal d' Ostia, l'arricchì di dotte note, e disserta- zioni, ed in una di esse trattando dell origine , e delle funzioni dei Conti [Pedi), prima compagni mi- litari dei sovrani, poi onorati d'im- portanti funzioni, ed in fine pre- miati con governi, giurisdizioni e feudi, soggiunge : a canute appella- ta est Coniarcha Regia illa , in qiiam jus ìiaberet cornes, IMuratori Rerum ilalic. script, tom. IV, col. 295 D. Sull'origine, prerogative, e funzioni dei conti , conviene anche il famigerato glossografo del medio evo Carlo Du Cange, Glossar, ad script, med. et inf. latin, edit. ve- net. 1787, tom. II, p, 743. Egli spiega il vocabolo Comarchia, co- me confìnCy limes, gallis frontiere, commarcfiie. Potrebbe altresì pro- venire dal vocabolo Marella, ISlar- chio; il primo si spiega come ter- minus, Jìnis , l'altro come quegli qui marchae praeest, hoc est limili. V. Calep. septem linguar. Patavii, 1741, t. Il, in fin. p. 17.

Meglio ancora il nominato Da Cange, artic. Marcha, col. 4^9 e 490, t. IV, dice, Marcha, Marchia, fer/niniis, linies, fines cujiisque re- giotii.fy Mcircha videtur etiani su- ini iiìfei'iliun prò modo agri, vel

VOI,. XV.

COIVI 49

certe prò territorio; ed i dotti Mau- rini, per darne un esempio, vi ag- giungono una carta di Carlo Ma- gno, che con una particolare con- cessione accorda : quidquid in hoc sub niea potestate consislit ab orien- te Marcha per tria milliaria

passuum tendatur. Ed altrove, t. II, col. 75 I Comiles 3Iarcharum, iidem Clini marchionibus. Conviene nello stesso parere l'altro rinomato lessi- cografo, Gian Giacomo Hollmann, Lexicon universale, Basileae 1677, t. I, p. 984 5 dicendo : »> Marchio » originaiia significatione aliud non » est quam comes limitaneus, seu « limitibus regionis cujusdam prae- 53 fectus, Marck enim limitem Ger- » manis denotat. In ciò d'altron- de conviene il Du Cange, t. Il, p. 743 , soggiungendo che Comes è anche Judex civitatis, ac pagi cir- cum jacentis. -■• Ita appellabant no- » stri praefectos majorum civilalum « quam vocem a Romanis hausisse >i existimant plerique, alii a comi- 's tibus germanicis ". Plauto pose in bocca al parassito Cureulione il vocabolo Comarchus nel senso cer- tamente di una fra le diverse auto- rità di Epidauro .... I\'ec Demar- chus, nec Comarchus, che dal com- mentatore Ouvrier si spiega Prae- feclus Fico, seu Vici niagister; lo che però indicherebbe una carica municipale, una specie di commis- sario di polizia. Si è portato an- che quell'esempio unicamente per osservare, che il vocabolo Comarca non può attribuirsi per prima ere- zione al medio evo , ma rimonta sino all'epoca della più scelta la- tinità.

Passando ora all' origine della presidenza della Comarca di Roma, è a sapersi che il zelante Pontefi- ce Leone XII, per soddisfare ai voti

4

5o COM

dei popoli più vicini a Roma , e per riparare ai gravi sconcerti, che le amministrazioni comunali di essi solTrivano per mancanza di un di- castero, che direttamente le soprain- tendesse, col moto-proprio de' 25 settembre 1827 per conto della Comarca di Roma, eh' era noverata dopo r ultima delegazione , e che componevasi dei distretti di Tivoli, e Suhiaco, ambedue con governa- tori, istituì una presidenza col ti- tolo di Comarca, colle sole facoltà per altro di trattare imicamente il ramo amministrativo delle comuni, sotto la dipendenza della congrega- zione Cardinalizia del buon gover- no. Alla presidenza riunì pure il distretto di Poggio Mirteto , che prima faceva parte della delegazio- ne di Rieti, composto di trentotto comuni, per cui la giurisdizione della medesima si estendeva sopra tre governi distrettuali, cioè Tivoli, Subiaco, e Poggio Mirteto, che con- tenevano altri quindici governi sog- getti, e sopia luia popolazione circa di centocinquantatre mila anime. Vi prepose Leone XII a primo presiden- te monsignor Ludovico Gazzoli, che promosse da commendatore di s. Spirito, con otto impiegati compre- so il segretario geneiale conte Giu- seppe Alborghetti, e per ordine di delegazione la Comarca fu posta seconda, dopo quelle di Urbino e Pesaro. 11 presidente, e il dicastero di essa debbono risiedere in Roma. ÌNon andò guari, che l' interme- dio della presidenza tra le comuni- tà e la congregazione del buon go- verno ritardava il disbrigo degli affari, e dava poca uniformità nelle risoluzioni. 11 perchè Leone XII erasi determinato di ripararvi, quan- do la morte nel 1829 troncò i pre- ziosi suoi giorni. Gli successe Pio

COM Vili, il quale voleva prendervi provvidenza, che non potè effettuare a cagione del suo breve pontifica- to. Divenuto nel i83i sommo Pon- tefice il regnante Gregorio XVI; e volendo dare una più esatta orga- nizzazione alla presidenza della Co- marca, con editto de' 5 luglio di- chiarò la Comarca stessa delegazio- ne di prima classe pei luoghi subur- bani in prossimità della capitale dello stato pontificio, e le accordò tutte le attribuzioni, meno il ramo politico, sottraendo eziandio dal suo territorio il distretto di Poggio Mir- teto, per riunirlo alla ripristinata delegazione di Rieti, e togliendovi pure qualche altra comunità, che andò a far parte della nuova lega- zione di Velletri. Vi nominò un consiglio amministialivo in luogo della congregazione governativa isti- tuita nelle altre provincie, perchè col prelato presidente cooperasse al- la economia, ed alla civile sua am- ministrazione. Compose quel consi- glio di quattro consiglieri, cioè di due principi romani per Roma, e due principali possidenti provinciali per la provincia, aumentando altresì il nu- mero degli impiegati. 1 consiglieri am- ministrativi sono nominati a sessen- nio, e si rinnovano per metà a trien- nio, conformemente all' editto de' 5 luglio i83i,tit. 1, art. dall'S al 16, siccome è prescritto per i consiglie- ri delle delegazioni. Il consiglio am- ministrativo fu facoltizzato inoltre dalla segreteria di stato a disimpe- gnare le attribuzioni, che nelle al- tre Provincie sono affidate alle com- missioni amministrative. Per dispo- sizione sovrana, partecipata dalla segreteria di stato, si rivestì il con- siglio amministrativo della facoltà di riunirsi in ogni anno in forma di consiglio provinciale, coll'inler-

COIVI

vento dei gonfalonieri delle città della Comai'ca, e parte de' principi romani primari possidenti della pro- vincia, dando a questi il titolo di consiglieri aggiunti. Neil' istituzione della segreteria per gli affari di slato interni, nel i836 la presiden- za della Comarca fu a questa as- soggettata. Con altra sovrana dispo- sizione venne in seguito riunita al- la presidenza di Comarca 1' ammi- nistrazione delle strade nazionali di- pendenti dalla prefettura delle acque e strade ; indi ancora le venne con- cessa l'amministrazione delle strade dell'agro romano.

Il medesimo regnante Pontefice ai 3o settembre i83i creò Cardi- nale, e lo riservò in petto , il pri- mo presidente della Comarca mon- signor Ludovico Gazzoli di Terni, e lo pubblicò a' 2 luglio i832. Eb- be egli i seguenti rispettabili prelati per successori.

Domenico Cattani , già delegato di Urbino e Pesaro , quindi pro- presidente del censo, ed insieme fatto nel 1882 presidente della Co- marca, da dove nel i835 fu pro- mosso alla cospicua carica di asses- sore del s. offizio, nella quale mo- ri. Fu assai compianto per le pre- clare sue virtti.

Paolo Maiigelli-Orsi di Forlì, già chierico di camera, fatto nell'apri- le i835 presidente della Comarca, e pro-presidente del censo , da ul- timo nel gennaio i 842 fu promos- so alla prelatura di fiocchetti, cioè ad uditore generale della reveren- da camera apostolica.

Domenico Lucciardi di Sarzana, già delegato apostolico di Ancona, fu fatto come i precedenti dal Pa- pa regnante, presidente della Co- marca di Roma, nel detto gennaio 1842.

COM Si

COMARE, COMPARE e COINT- PARATICO. La comare è quella donna che tiene altrui a battesimo, o a cresima. Deriva un tal nome dal latino CoinniaLer. Comare dice- si altresì rispetto a chi tiene a bat- tesimo, la madre del battezzato, o cresimato. Il compare è quegli, che egualmente tiene altrui a battesimo, od a cresima, ed un tal nome è proveniente dal latino Compaler. Compare altresì dicesi il padre del battezzato, o cresimato, rispetto a chi lo tiene a battesimo, o a cre- sima. Il Comparatico poi è un no- me originato dal greco, e significa cognatio spiri tua lis. Il Dizionario della lingua italiana spiega la pa- rola Comparatico » L'esser com- -•' pare, e si potrebbe generalmente -•' dire, Parentela spirituale ". San- tolo, e Santola inoltre si denomi- nano il compare, e la comare; men- tre appellasi Figlioccio, e Figlioc- cia, Figliano^ e Figliana chi è te- nuto a battesimo, ed è così detto da chi lo tiene. Altrettanto si suol dire del comparatico per la cresima. Agli articoli Madrina, e Padrino si da- ranno le erudizioni, che l'iguarda- no la comare, il compare, non che il comparatico, pei quali argomen- ti sono a vedersi gli articoli, Bat- tesimo, e Cresima. Solo qui ci li- miteremo a definii'e meglio le tre denominazioni di comare, compa- re, e comparatico. Sui doveri del- le comari, e dei compari, è a ve- dersi // codice d' economia puhldi- ca, ossia codice wm'ersale de do- vari, del eh. avv. Giuseppe Gaeta- no Martinetti, a pag. g4-

La comare è ancor detta Ma- (Irina (Kedi), ed è precisamente quella donna, o fanciulla, che ha tenuto con qualcuno un lìambino. o una bambina al fonte battesimale.

5-2 C O M

Quegli^ eli' è stato il padrino di un fanciullo, o di una fanciulla, non è compare di quella che n' è sta- ta la comare, come questa non di- viene la comare del compare del fanciullo o fanciulla tenuto al sa- gro fonte . Il padre e la madre del fanciullo o fanciulla battezzati, divengono naturalmente compari, e comari di quelli, che sono stati pa- drini, e madrine dei loro figliuoli. Gli uni e gli altri tra loro contrag- gono una parentela, o alleanza spi- rituale.

Il compare è ancor detto Pa- drino [Vedi), ed è quegli 'che tie- ne un bambino, od una bambina al fonte battesimale. Non è compare della donna, o fanciulla, colla qua- le tiene il bambino, o la bambi- na. E poi compare rispetto al pa- dre, ed alla madre del bambino, o bambina; e contrae un'alleanza spirituale con loro. Questa allean- za, o parentela spirituale dal compare , che dalla comare non si contrae che col sagramento del battesimo; non per le cerimonie che lo accompagnano, o che dipoi si suppliscono, allorquando il bam- bino o la bambina ha già ricevuto in casa l' acqua battesimale. La stessa parentela spirituale dalle no- minate parti si contrae nel sagra- mento della confermazione, o cre- sima.

Il Comparatico pertanto è quel- r afiSnità, o parentela spirituale, che nel battesimo o nella cresima, contraggono tra di loro recipro- camente la comare, o il compare, la figlioccia^ il figlioccio, e i ge- nitori di questi, non che il mini- stro del sagramento del battesimo, e del sagramento della conl'erma- zione. E questa una convenienza fondata sulla natura, clic persuase

C () Ai

la Chiesa a fare della parentela r legame spirituale un impedimento dirimente, che cioè rende nullo il matrimonio. Essendo considerato il battesimo una seconda nascita, il compare, e la comare, e con piìi ragione il sagro ministro del sagra- mento, vi sono considerati come i genitori del bambino, o bambina. Contraggono tutti perciò tra di lo- ro un legame, che prima non ave- vano, e per ragione del quale sa- rebbe cosa indecente, che cambian- do in certa qual maniera di natu- ra, diventassero fra di loro sposi. Secondo il concilio di Trento però non si contrae questa spirituale pa- rentela dalle parti, quando la co- mare ed il compare, per aver il bambino, o la bambina ricevuto r acqua in casa, furono poi solo richiesti del loro nome, ovvero per assistere alle cerimonie del battesi- mo ; allora non si può diie infan- teni de sacro fonie snscipiunt. Quan- do alcuno, od alcuna tiene al fonte battesimale, od alla cresima talimo per mezzo di procuratore o procu- ratrice, delegati a rappresentarli, contraggono il legame spirituale co- me lo facessero di persona. Il pa- dre poi del bambino, o della bam- bina non pviò amministrare il bat- tesimo, che in caso di necessità. Adunque l' impedimento, che nasce dalla parentela .spirituale essendo di istituzione ecclesiastica, la Chiesa può darne dispensa, e togliere il vincolo del comparatico.

Le piocure pei comparatici si fanno per mano di notajo , ma i Cardinali, e i principali signori le fmno con lettere patenti, su di che va consultalo Francesco Parisi, Istru' zioni etc. t. Il, p. 253 a 264, e t. IV, p 3"), dove riporta la formola di mandati) per tenere a battesimo.

COM

ed a cresima. Da una lettera, che il Parisi ci a p. 260 del tom. II, si rileva una notabile costumanza del secolo XVI sui comparatici , giacché scrivendo Mutio Colonna a Pietro Aldobrandino nel i568 (il cui fratello fu poi Papa col no- me di Clemente Vili), gli dice che avendo la consorte partorito una figliuola, ha voluto col mezzo del ss. sagramento del battesimo farlo com- pare, e perciò gli mandava la bam- bagia, che aveva toccato l'olio san- to amministi-ato nel battesimo, pre- gandolo ad accettarlo per suo com- pare. Qui noteremo, che verso l'an- no 761 Pipino re di Fi-ancia man- dò al Pontefice s. Paolo I le fa- scie, in cui fu posta la sua figliuo- la Gislana dopo battezzata, per cui giusta il costume restò il Papa suo compai'e, e gli mandò dei donati- vi. J^. gli articoli, Fascie benedetle, e Padrini Pontefici.

Relativamente poi ai donativi , che hanno luogo nei comparatici , siccome in alcuni luoghi si fecero con gran profusione, per qualche tempo furono del tutto proibiti. Noi liporteremo il seguente canone del sinodo Audomarense cap. 7 : » E » giacché alcuni si persuadono aver » fatto abbastanza pel loro com- » paratico, se dopo il battesimo of- « frono qualche dono ai paren- »> ti del battezzato, che quasi ser- M va all' educazione, ed istruzione w della prole, perciò sarebbe cosa » ben fatta togliere del tutto quel- » la consuetudine di offrire donati- « vi siccome alcuna volta fu pre- » scritto con editto imperiale, se " l'abuso dei doni per l'iniquità dei » tempi si rendesse troppo mani- •' festo. Non per questo però vo- « gliamo proibire, che i padrini do- » viziosi sovvengano i figliocci di

COM 55

» tenue o povera condizione, chean- »» zi in tutto Io approviamo, e de- » sideriamo ". Le elargizioni per- tanto , che si fanno nei compa- ratici, non saranno biasimate, quan- do abbiano per principio la carità cristiana, non la vanità, oppure al- cun fine riprovevole.

All'articolo Campane [F'. §. IV), si parla del comparatico, e degli abusi introdotti de' compari, e del- le comari, di altre superstizioni abo- lite risguardanti il preteso battesi- mo delle campane, e delle sover- chie spese, che si facevano dai pa- drini, e dalle madrine delle cam- pane, massime in Germania. L'Ol- eario, In syntagm. I. Rerum Thurin- gicarum p. 364, produsse una cu- riosa lettera, con cui il senato di Tenstad fu nel i5i6 invitato ad assistere qual padrino al battesimo di una campana ; anzi per tali spe- se fu ricorso ad Adriano VI del i522, siccome un gravame dell'im- peio germanico.

COMAYAGUA (De Comayagua) o Valladolid. Città con residenza vescovile nelle Indie occidentali neir America settentrionale , nello stato di Guatimala , capo luogo del governo di Honduras. Questa città, appartenente ad uno degli stati formanti la nuova confedera- zione dell'America centrale, quando appartenne alla dominazione spa- gnuola, si c\i\amo Nostra Senora de la Conceptwn, Fagliadolid o Valla- dolid: Fallisoletiim, Pinthia nova. Comayagua é una notabile città, ed occupa la riva sinistra del fiu- me Ulna. I suoi abitanti superano i diciotto mila, ed il suo distretto ne conta da cinquantasette mila. Fra i migliori edificii si noverano il collegio , r ospedale riccamente provveduto, il palazzo governativo.

5^4 COM

e la cliiesa cattedrale. La regione di Hondiiias fu discopeila a'i4 agosto 1 5o2 da Colombo, ma toccò ad Alvarado di farne la conquista. Si coninrese il governo di Honduras nella capitaneria generale, o audien- tia di Gnatimala, ma nel 1700 di- venne intendenza, perchè ne fu di- staccato. Lo stato di Honduras no- vera dodici dipartimenti, popolali da più di centomila abitanti, ap- partenenti alla diocesi di Comaya- giia.

11 sommo Pontefice Paolo HI, per le istanze dell'imperatore Car- lo V, il quale come re di Spagna era sovrano di Comayagua, nel iSSq vi stabib la sede vescovile, nomi- Dandovi per primo vescovo Cristo- foro di Pedrasa , e trasferendovi quella di Tru\illo suftraganea di s. Domingo, diversa da Truxillo del Perii , sulfraganea di Lima. Divenuta metropoli Guatimala, fu dichiarala sua sutFraganea Comaya- gua, la quale ora è vacante, essendo morto da ultimo EmmanueleGiulia- iiuR-odriguez di Almazau, che Pio VII avea preconizzalo nel concistoro dei i4 aprile 1817. Quando la sede fu fondata, si assegnarono tre mila pezze per mensa vescovile, che a- desso circa annui scudi sei mila, e perciò ogni nuovo vescovo è tas- salo ne' registri della camei'a apo- stolica a fiorini Irentatre. La cat- tedrale è dedicata all' Immacolata Concezione della beatissima Vergi- ne, ed è un ampio, e bello edili- zio. 11 capitolo si compone di cin- que dignità;, la prima delle quali è il decano, non che di due canoni- ci, cioè del teologo, e del peniten- ziere. Vi sono pure diversi preti, e chierici provveduti di conveniente onorario, per servigio del culto di- vina. Nella cattedrale evvi il fonte

COM

battesimale, e la parrocchia. Nella città vi sono pure due alti-e chiese parrocchiali munite del sagro fonte, oltre tre conventi di religiosi.

COMBA o COMBI. Sede vesco- vile dell'Asia minore, nell'interno della Licia, e secondo Tolomeo in vicinanza del monte Cragus. Di- venne vescovato nel secolo quinto, sotto la metropoli di JMira.

COMBEFIS Francesco. Scritto- re ecclesiastico del secolo decimo settimo, nato in Marmande sulla Garonna, diocesi di Agen. Professò r Ordine dei frati predicatori, e ben presto passò da scolare a maestro nella tilosofia e teologia. Era dota- to di un bel talento, ma più an- cora d' una esemplare virtù. Avea un particolare diletto per lo studio della lingua greca, che imparò as- sai bene. I prelati di Francia, nel i656, lo scelsero per attendere alle nuove edizioni dei padri greci : e infatti disimpegnò l' incarico con ta- le accuratezza, che la repubblica letteraria dovrà essergli per sempre obbligata. Egli ci diede molti fram- menti, e trattati interi di parecchi padri ; pubblicò le opei'e di s. Am- fìloco vescovo d' Iconio, di s. Me- todio e di s. Andrea cretense ; po- se alla pubblica luce alcuni nuovi scritti di s. Giovanni Grisostomo, che avea tratti dalla biblioteca del re con una difesa degli Scolii di s. Massimo sopra, s. Dionigi. Diede poi il nuovo aumento della biblio- teca de' padri greci in due volumi in foglio, nel primo de' quali ab- biamo le opere di s. Asterio vesco- vo di Amasia, e di altri padri gre- ci ; e nel secondo, eh' è tutto sto- ricOj ci ha data la storia de' mo- notelili. Nel 1672 accrebbe di un nuovo volume la biblioteca de' pa- dri grecij dandogli il titolo : No-

COM

KÙssifiium auctiiarìtnn. Due anni do- po pubblicò il suo Ecclesiastiis grae- cus, opera utile ai predicatori. In (juesta introdusse molli opuscoli dei due Basilii di Cesarea e di Seleu- cia. Dipoi diede alla luce le opere di s. Massimo in due volumi in fo- i^lio. Nel 1675 fece stampare il li- bro di s. Teodoto di Ancira con- tro iSestorio, con note ed un' ora- zione di s. Gennaro di Costantino- poli. Il clero di Francia volle dar- gli un compenso coli' assegnargli u- na pensione di mille lire annue, favore per lo innanzi non mai ac- cordato ad alcun regolare. Per or- dine di Colbert, ministro di stato, fece anche la edizione dei cinque storici greci, che sci isserò dopo Teo- fane, per servire di seguito alla sto- ria di Costantinopoli. Abbiamo e- gualmente di lui un' altra operetta col titolo : fllaniptilus originu/n re- rnmque constantinopolitaniiii ex va- riìs auctorìbus. Quest' opera con- siste in alcuni trattati di parecchi autori antichi sopra la storia di Costantinopoli. Sul finire della sua vita coionò le tante fatiche lettera- rie con una raccolta di note e cor- rezioni sopra tutte le opere di san Basilio, pel quale nudriva una par- ticolar devozione. Il p. Combefis cessò di vivere nel 1679 in età di setlautaquattro anni, consumato dal- le austerità del chiostro, dall'assi- duità allo studio, e dai dolori del- la pietra.

COMEA. Sede episcopale dell'A- sia, della seconda Mesia, nel patriar- cato di Costantinopoli. Fu eretta nel quarto secolo, e sottoposta al meti'opolitano di Marcianopoli. Ma- rio, suo vescovo, intervenne al con- cilio generale di Nicea.

COMES CHARRORUM, ovvero Cheinoara seu Chòant. Sede vesco-

COM 5^

vile dell'Asia nella seconda provin- cia di Fenicia del Libano, di pen- dente dalla metropoli di Damasco, che Commanville dice eretta nel quinto secolo. Siccome alcuni la chiamano anche Charra, ed Hau' rani, cosi può vedersi 1' articolo Carra seu Charres, detta anche Harrain, sotto il patriarcato d'An- tiochia, nella provincia Osroena.

COxMlNGES, o COxMMlNGES. Città vescovile del regno di Fran- cia, antico paese dell'alta Guasco- gna, già capitale della contea del suo nome, ed ora appartenente al dipartimento dell'alta Garonna. Pre- se il nome di Convenaei, dalla po- polazione formata da una parte de- gli abitanti de' Pirenei, che viveva- no indisciphnati , e senza ordine. Pompeo, dopo aver vinto in Ispa- gna il partito di Sartorio, riunì quelle genti in un luogo detto per- ciò Co/wenae, cioè comunità, for- mando una delle nove popolazioni, che fecero chiamare l'Aquitania Novenipopulana. Questa città cor- risponde all' antica Liigdununi Con- \'enariini, che s. Gregorio di Tours disse posta sulla cima d' un monte isolato. Fu distrutta Corainges dal- l' esercito del re Goiitrano nel 585, per avere aperto le sue porte a Gondobaldo, che dicevasi essere fi- glio di Clotario. Tutti i cittadini furono passati a fil di spada, alcuno ne sopravvisse, come raccon- ta il medesimo s. Gregorio. Il ve- scovo, che sino dal 5o6 eravi stato istituito sotto la metropoli di E- luse, e poi d' Auch, ne fu scaccia- to, ed ignorasi ov' egli e i suoi suc- cessori avessero sede sino al seco- lo XI.

Essendo morto Ottone, vescovo di Cominges, nel lyoS fu eletto a succedergli s. Bertrando, figlio di

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A Itone conte dell'Isola. Il suo zelo iece Slìbito lifìoiire la diocesi, e ri- fabbricò la città nel medesimo sito, ma in modo piìi ristretto; il perchè viene riconosciuto per secondo fon- datore, ed anzi d' allora in poi la città pi-ese comunemente il nome di s. Bertrando di Comminges. Vi- cino alla sua chiesa, il santo vesco- vo fece edificare un monistero pei chierici, e volle che vi osservassero la vita comune. Terminò i suoi giorni dopo cinquant'anni di epi- scopato. Dipoi Bonifacio Vili fece vescovo di Comminges Bertrando de Got, che nel 1299 trasferì al- l'arcivescovato di Bordeaux, da do- ve nel i3o5, benché non deco- rato della dignità Cardinalizia, fu assunto al pontificato col nome di Clemente V. Quindi stabifi la resi- denza pontificia in Avignone. Nell'an- no 1809 da Tolosa si recò all'antico suo vescovato di Comminges, ed ai 16 gennaio fece trasportare ad un ricco avello le ceneri di s. Ber- trando, suo predecessore, le quali e- rano state seppellite nella sua chie- sa, avanti la cappella della beata Vergine.

Cominges ebbe i suoi conti par- ticolari, che pretendevano essere af- fatto indipendenti dai duchi di A- quitania; ma essendosi estinta la lo- ro casa nell'anno i548, nel regno (li Enrico II, fu la contea riunita alla corona di Francia. La città col territorio nella giurisdizione appar- teneva al parlamento di Tolosa; ma il vescovo aveva diritto di as- sistoie agli stati. Pel concordato del ibo2, questa sede vescovile restò soppressa, come si legge nella bol- la, perciò emanata da Pio VII nel precedente anno, tertio Rai. decem- bris, che comincia colle parole: Qtd Clirisii Domini vices in terra. Ne

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fu ultimo vescovo Eustachio Anto- nio d' Osmond della diocesi di Pa- rigi, il quale era stato eletto a governarla nel 1785 da Pio VI. La chiesa cattedrale, dedicata alla b. Vergine ed al patrono e vescovo s. Bertrando, era uffiziata da tredici canonici, da quarantadue prebenda- ti, e da quattro dignitari. Si conta- vano nella diocesi duecento venti- due parrocchie, ventidue delle qua- li erano nel territorio spagnuolo : ed eranvi religiosi di diversi Ordini. La mensa vescovile ascendeva a ven- totto mila lire, eoa la tassa di quat- tro mila fiorini.

COilIMEDIE, e COx^IMEDIANTI. V. Teatri.

COMMEMORAZIONE, Gomme- moratio, mentio. Ricordanza, che si ha di alcuno, e ciò che si fa in o- nore della sua memoria. In termi- ne ecclesiastico di liturgia, e di bre- viario, la commemorazione è un'o- razione che si recita in memoria di un santo nel giorno che si celebra un' altra festa. La commemorazione, per dir meglio, è una preghiera e cerimonia destinata a rinnovare la memoria, che si fa delle feste, e delle feiie, di cui non si può fare interamente l'uffizio, a cagione di una maggior festa, che succede nel medesimo giorno. Questa memoria si fa con un'antifona, un versetto, ed una orazione, che diconsi alle laudi ed al vespero in onore del santo, o della feria, di cui celebra- si la sola commemorazione. Nel me- mento della messa si fa la comme- morazione delle persone, alle quali si applica in particolare il frutto spirituale di essa . Dicesi anche commemorazione una colletta, una segreta, ed un postcommunio nella messa.

La commemorazione da Ridolfo

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fu chiamata ISlemoria Sanctoruin, e da Gemma Sujfragia Stinctoruni. Dice il IVlacri essere queste comme- luorazioui per l'ordinaiio della Cro- ce, della b. Vergine, e degli apo- stoli Pietro e Paolo patroni di tut- ta la Chiesa, e della pace. La pri- ma della croce si tralascia nelle fe- ste per togliere la cagione di me- stizia ; si dice poi nel tempo pa- squale per denotare il suo trionfo. Quella della ss. Vergine si tralascia quando nel coro si è recitato il suo piccolo uffizio, come prescrisse la S. C. de' Riti ai io gennaio 1604. 1 beneficiati sono obbligati di fare le commemorazione de' santi titola- ri de' loro benefizi, e tralasciando- la sono obbligati alla restituzione Pro rata V. Bonacin. dispiu. I, quaest. I, punct. 4 "• 28. Anche i religiosi sono obbligati alla Com- memorazione del santo titolare di quella chiesa, dove sono stabiliti di famiglia. Nel tempo dell' avvento non si dicono le consuete comme- morazioni, perchè facendosi allora menzione della venuta del supremo principe della Chiesa, cedono i San- ti suoi servi, siccome osserva il Du- rando, 1. VI, e. 2. Nel tempo del- la Passione di Gesù Ciisto si la- sciano le Commemorazioni, perchè la Chiesa attende solamente a Cri- sto sofferente. Nel tempo pasquale, e nelle ottave si tralasciano ancora in segno di solennità ; laonde ca- dendo la domenica privilegiata nel- r ottava, ancorché si faccia l'uffizio della domenica, e non dell' ottava, con tuttociò si lasciano le solite commemorazioni. J^. il Ruiz, in Caerem. Romano.

Ma per tutto ciò che riguarda le commemorazioni, vanno consul- tati i liturgici, come il Gavanto colle addizioni del Merali, parte i.

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delle Rubriche, dtll*: Couiiiii^murn- Zìoiii; quelle dell' ai'i>eiito, e qua- resima ; deir ordine da aservarsi nelle commemoraziotii j di quelle de' morti nelle messe da vivo, a della conclusione delle commemora- zioni : terza parte o sezione delle ru- briche del breviario Romano ; Ta- vola delle commemoraziojii dei gior- ni delle ottave; de commemoratio- nibuSj rubrica IX, cioè delle com- memorazioni delle ferie, delle vigi- lie, della festa semplice, de' giorni fra r ottava, e delle domeniche ; mentre alla sezione quinta, riporta la rubrica. De Commemoradonibus comniunibus, seu suffragiis. D. Gio- vanni Diclich nel suo Dizionario sac. Ut. voi, I, p. 170, e seg. , col- l'autorità della s. congregazione dei Riti, tratta pure delle Commemo- razioni d' ogni specie, colla spiega- zione di varii dubbi liturgici.

COMMEMORAZIONE dei Fe- deli DEFONTi,o Anniversario dei Mor- ti. E vma festa, che si celebra da piìi secoli il secondo giorno di novem- bre, in memoria di tutti i fedeli trapassati, e della quale in parte si trattò all' articolo Anniversario dei Defonti (l'aedi). Nella Scrittura Id- dio, nel 2 lib. e. 12, 4t> à^tt Mac- cabei, disse, che e cosa santa, e sa- lutare il pregare pei defunti, e suf- fragarli, perchè sciolti dai legami delle pene che soffiono pei peccati da loro commessi, giungano all'e- terna felicità della visione beati- fica di Dio nel paradiso. Delle col- pe veniali non vanno esenti nep- pure i giusti , cadendo facilmen- te anche per sorpresa ; il per- chè debbono le loro anime cancel- larle col patire in purgatorio, e sde- bitarsi colla divina giustizia, affine di presentarsi nel cielo , nette da ogni macchia. D'altronde le anime

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defedeli dofonti, do[)o che sono par- tite da questa vita, per seiiliisi di- minuite e accorciate le gravissime pene del purgatorio, ed agevolarsi il sollecito godimento di Dio, al quale aspirano continuamente, han- no bisogno della caritatevole pie- tà de'viveuti lèdeli, acciocché colle orazioni, penitenze, limosine , cele- brazioni di messe , ed altre opere pie e meritorie possano essere am- messe all'eterno godimento del cielo. La preghiera per i morti è un atto di pietà, e di carità, di cui si trovano le prove nell'antico testa- mento, non che nella pratica della giudaica sinagoga. Una delle prove è quella delle purificazioni, che gli ebrei usavano per riguardo de' de- fonti, lo che dimostra la loro persua- sione, che la divozione dei vivi pro- cmasse spirituali soccorsi ai morti. Quindi gli scritti de' primi Padri chiaramente provano, che sino dal- l'origine del cristianesimo fu sem- pre creduto nella Chiesa esservi un purgatorio ; e tutte le antiche litur- gie flmno parola dell'orazione, e del siigrifìzio pei defonti. San Cirillo di Gerusalemme, spiegando ai ca- tecinneni molti luoghi della li- turgia, dice loro doversi pregare per l'imperatore, e per tutti i vi- vi, nominarsi i martiri per invocare ia loro valida intercessione, e far menzione ancora de' fedeli defbnti per sollecitare la divina misericordia in loro favore. Clemente di Ales- sandria, che fioriva nell'anno 200 dell'era nostra, assicura dover gli uomini espiare i falli leggeri con pene che soffriranno dopo morte, prima di entrare in cielo. Tertul- liano, parlando di certe tradizioni apostoliche, dice che si offerivano al suo tempo de'sagrifizii pei morti, e nelle feste dei martiri; anzi dalle

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stesse costituzioni apostoliche, 1. 8, abbiamo al e. i4, questo invito: facciamo memoria dei niartin per essere fatti degni di partecipare dei loro combattimenti. E s. Cipriano nell'ep .12, 89, disse : offriamo sagri- fìzi pei martiri ogni i'olta, che ce- lebriamo r anniversaria commemo- razione della loro passione. Va qui avvertito, che questi sagrifizii e que- ste oblazioni non si facevano ai martiri, ma a Dio in onore de'mar- tiri.

Osservò s. Agostino, che le ester- ne pompe funerali sono fatte a con- solazione de' vivi; e non vi ha che la preghiera, i sagrifizii, e le li- mosine, che possono essere utili ai morti. A questi le pompe funerali possono giovare solamente, in quan- to destano nel cuore de' viventi la fede, e la pietà verso di loro, e li eccitano a pregare per essi. Le pom- pe esteriori poi sono attestati della fede de' vivi, o una testimonianza ch'essi danno alle virtù dei trapas- sati , donde gli spettatori possono trarre eccitamento a seguitare i lo- devoli esempli. Molti poi sono quel- li de'primi secoli della Chiesa, che domandarono pregarsi per loro do- po morti, non che pei genitori, pa- renti ed amici. Costantino il gran- de volle essere sepolto nel portico della chiesa degli apostoli, per aver parte alle sante preghiei'e, al misti- co sagrifizio, e alle divine cerimo- nie. Si sa inoltre, che anticamente le orazioni, e i sagrifizii pei defon- ti alcuna volta si continuavano, ed offerivano per trenta, o quaranta giorni dopo la morte. Si legge di s. Gregorio I, ch'egli ordinò di can- tare trenta messe per Giusto mona- co defonto , il quale dopo l'ultima messa apparve a Copioso suo pre- vosto, e gli disse, ch'era stato libe-

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rato dalle pene. Di più, la fonda- dazione delle chiese, de' monisteri, de'collegi, le donazioni, i monumen- ti, i funerali, i testamenti prò re- demptioiie animae suae ^ provano che dall' imperatoi'e Costantino in poi, massime dopo il sesto, e setti- mo secolo, la pia pratica di pregare pei morti era generale nella Chiesa, nella quale si distinsero gì' inglesi. In un concilio, adunato in Cel- chyt dai vescovi soggetti alla sede di Cantorbery nell'S 1 6, venne ordinato che dopo la morte di un vescovo si facessero preghiere per lui , non che limosine. Quindi, dato il segno nella chiesa di ciascuna parrocchia, i fedeli si doveano unire nella ba- silica per cantare trenta salmi per l'anima del defonto. Poi ogni pre- lato ed abbate dovea cantare sei- cento salmi, far celelirare centoventi messe, porre tre schiavi in libertà, e dare a ciascuno di essi tre scel- lini; e tutti i buoni servi di Dio digiunavano un giorno. Volle inol- tre il concilio, che per trenta gior- ni si recitasse dopo le ore canoni- che un certo numero di orazioni domenicali pei trapassati , e se ne rinnovassero i funerali nel trente- simo giorno , cioè che si cantasse la messa con gran solennità. Co- mandò finalmente il concilio ai fe- deli, di compiere questi doveri di religione con egual fedeltà, come se si trattasse di uno della loro fami- glia, affinchè , mediante il fervore di una generale intercessione , essi possano meritarsi il regno eterno , eh' è comune a tutti i santi. Quello, che qui è ordinato pei vescovi, ogni famiglia lo praticava pei suoi geni- tori ; si facevano celebrare delle messe per trenta giorni ; si distri- buivano limosine pel riposo dell'a- nima del defunto, e quelli che le

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ricevevano andavano a pregare sulla tomba delle persone morte. V. e. IO. apud Spelman, Condì. Brìi. voi. I, p. 327 ; Johnson, Canon, eccl. di Lawsand voi. I, ad an. 816; Conc. Labhé t. VII, p. 1489. Finalmente fu stabilito un gior- no , consacrato specialmente alla preghiera pei morti, eh' è appunto la festa della loro commemorazio- ne, la quale per divozione, e per vieppiù suffragare le anime de' tra- passati, da molte chiese si celebra anche con ottavario , e da alcune anco con solennità , massinie da quelle dei Cimiteri di Roma [l^edi). Secondo Sigiberto, all'anno 998, s. Odilone abbate di Cluny, istituì in tutti i monisteri della sua con- gregazione cluniacense ( che tanto fiori e si propagò ) , la festa della Commemorazione , o anniveisario de' fedeli defunti , assegnandola al secondo giorno di novembre. Tale festa con autorità apostolica fu po- scia adottata da tutta la Chiesa di occidente, indi propagossi per tutto il mondo cattolico. Pietro Galesino, nelle note al Martirologio , ne fa autore il Pontefice Giovanni XVI per insinuazione dell'abbate Odilo- ne, come altri 1' avevano attribuita a Papa s. Bonifacio IV. Il Berca- stel, Storia del cristianesimo ^ t. XII, pag. 34, dice che s. Odilone ab- bate, il quale terminò di vivere nel 1049, stabili la divozione, che si solennizza per tutti i morti nel giorno seguente alla festa di Ognis- santi, forse a suggerimento d'un santo eremita; e che tal comme- morazione dovea consistere, nel dire nella vigilia il vespero de' morti , nella mattina seguente il mattuti- no, e la messa solenne, col suono di tutte le campane ; dice ancora che una pratica pia passò in breve

6o COM

;id altre chiese, e dopo qualche liMiipo divenne comune a tutto il inondo cattolico. V. l'annalista Ri- naldi all'anno 104B, num. 6.

Dipoi il concilio di Oxford, adu- nato l'anno \iii, dichiarò la Com- memorazione di tutti i morti, festa di seconda classe, ed in essa erano permessi solo qiie' lavori, che erano necessari ed importanti. In qualche diocesi era di precetto fino al mezzo- tìi ; in quella di Vienna, e di Tours, e nell'Ordine cluniacense era solen- nizzata in tutto il giorno, mentre

il) altri luoghi non era che festa

o

«li divozione. I greci hanno fatto per lungo tempo la rimembranza generale dei defonti nel sahbato prima di quaresima , e in quello avanti la Pentecoste, ma offrivano il sagli fizio pel riposo dei defunti in ogni sabba to. Il Pontefice Ur- bano VI poi, nel 1389, dispose che cadendo la Commemorazione de' fe- «leli defonti in giorno di domenica, si dovesse trasferire nel seguente lunedi, siccome notò il Burio, RR. PP. Inxvis notilia in vita Urba- ni fi.

Avverte il Cardinal Bona , Rer. Litiirg. lib. I, cap. 18, § 7, che nel regno di Valenza , ed in altri luoghi della Spagna costumavano a tempo suo i sacerdoti celebrare per la Commemorazione de' morti due, o tre volte la messa, o per privilegio o per consuetudine, per- venuta forse da Alessandio II, che neir ordinare a' sacerdoti la cele- brazione di una sola messa al gior- no , e celebrandosi allora in un medesimo giorno la messa de' de- funti, ed altra per la corrente so- lennità, nulla su ciò dispose. Es- sendo però andata tal pratica in disuso, il Pontefice Benedetto XIV per le suppliche dei re di Spagna,

COM

e Portogallo, coU'autorità della co- stituzione Quod, etc. data a' 2 1 ago- sto 1748, Bull. Bened. XIV, t. II, p. 498, concesse che nei regni di Spa- gna e di Portogallo, ogni sacerdote potesse celebrare tre messe nel gior- no 2 novembre per la memoria , che si fa di tutti i defunti, pe' quali ognuno dovrebbe applicare le due messe concesse di nuovo, senza ri- cevere per queste limosina alcuna, sotto gravissime pene, contenute nella stessa bolla. Il suo successore Clemente XIII, per maggiormente giovare le anime del purgatorio, col consiglio, e voto della congre- gazione delle indulgenze, a' 19 mag- gio 1761, pubblicò un decreto, col quale in perpetuo concesse, che la messa celebrata nel giorno della Commemorazione de' morti da qual- sivoglia sacerdote, godesse il privi- legio come fosse detta in altare pri- vilegiato, prescrivendo però che il celebrante non possa pretendere mag- gior limosina della consueta, secon- do l'uso de' luoghi.

La Chiesa cattolica adunque sta- bifi la Commemorazione di tutti i fedeli defonti, che sono morti nel Signore, cioè in grazia sua, ma che neir uscire da questa vita non sono stati trovati dal divin giudice colla coscienza pura, che abbiano po- tuto essere ammessi immediatamen- te nel regno del cielo, nel quale, come si disse, non può entrare cosa alcuna, che non sia afifatto monda ed immune da ogni pur tenue mac- chia. E vero, che se ne fa la com- memorazione tutti i giorni nella messa, nella quale sempre la Chie- sa costumò pregare pei defonti tan- to in generale che in particolare , e che parimenti ogni giorno con vari esercizi di pietà, e specialmen- te la sera ad un'ora di notte sono

COM invitati i fedeli a porgere le loro preghiere a Dio, e a recitare il sal- mo De profundis {Vedi), per le sanie anime purganti; ma, per rav- vivare maggiormente qiiest' obbliga- zione che abbiamo verso eli esse, e in peculiar modo pei genitori ed altri congiunti, la quale è un ef- fetto della comunione de' santi, che unisce in un sol corpo la Chiesa trionfante in cielo, e la Chiesa mi- litante in terra , e la Chiesa pui-- gante o paziente nel purgatorio, ha voluto saggiamente la medesima santa Chiesa, accordando anche il tesoro delle indulgenze, che in quel giorno tutti i fedeli si uniscano a sufifragarle con ogni sorte di ora- zioni, messe, ed opere buone, of- ferte a Dio con la intenzione, che giovino alla soddisfazione de' debiti cui quelle benedette anime hanno contratto colla divina giustizia. V. Albano Butler, Vile de Padri, dei Martiri, ec., secondo giorno di no- vembre. La Commemorazione dei morti, e gli articoli analoghi nel Di- zionarìo.

COMMENDA. Benefìcio ecclesia- stico dato in custodia, in ammi- nistrazione e godimento ai Cardi- nali, ai vescovi, agli abbati rego- lari _, ai chierici, ed anche ai cava- liei'i di Ordini equestri religiosi, i quali prendono perciò il titolo di Commendatore, e Commendata- rio. Commenda viene dalla parola la- tina commendare, cioè dare in custo- dia; commi ttere, dare in commenda, ridurre in commenda un benefìcio ecclesiastico. Dicesi anche Commenda- tario e Commendatore colui , che fonda una commenda, o che la gode per successione condizionata, e con obblighi spirituali; e chiamasi pure Commendataria il fondo, e lo sta- to su cui fu istituita la commenda.

COM r,i

Un vescovato, un'abbazia, un titolo o una diaconia cardinalizia si dan- no pure in commenda; il vescova- to a'vescovi, l'abbazia agli ecclesia- stici o prelati secolari e regolari, i titoli e le diaconie a' Cardinali, i quali possono essere preti Cardinali di un titolo, e commendatari di un altro, diaconi Cardinali di una dia- conia, e commendatavi di un altra, non che Cardinali vescovi suburbi- cari, e commendatari di un titolo. Ciò è avvenuto quando un Cardi- nale dell'ordine de' preti passando dalla sifa chiesa titolare al vescova- to suburbicario, o ad altro titolo, co- me di primo prete; ovvero quando un Cardinale diacono passando dal- la diaconia che aveva ad un' al- tra, per amore che portava al- l'antica sua chiesa titolare o diaco- nale, bramò ritenerla in commen- da; locchè si concede dal .som- mo Pontefice nel concistoro segre- to. Gli ultimi esempi si leggono nelle Notizie di Roma per Vanno 1837; dove sono registrati il Caidi- nal De Gregorio vescovo di Fra- scati, e commendatario della chiesa di s. Alessio: il Cardinal Fesch del titolo di s. Lorenzo in Luci- na (chiesa che suol ottarsi dal Car- dinale più antico dell'ordine pre- sbiterale residente in R^oma), e commendatario della chiesa di s. Maria della Vittoria: non che il Cardinal Riario Sfoi-za diacono del- la chiesa di s. Maria in via Lati, e commendatario della chiesa dia- conale di santa Maria in Domnica. Così i Cardinali dei tre ordini dei vescovi, de'preti, e de'diaconi, pos- sono essere commendatari di vesco- vati, ed abbazie anche nuìlins; anzi di queste ve ne hanno alcune che per lo più a loro si conferiscono in coin- n)cnda. Rileva il Galletti del Fri-

6^. COIVI

miccro , p. 343, clic il Caidinal Bentivcnga, creato tla Nicolò III nel 127.S, aveva in commenda il titolo cardinalizio della chiesa di s. Croce in Gerusalemme di Roma: laonde già erano in uso nel secolo XIII tali commendatone, mentre quelle degli Ordini equestri e caval- lereschi voglionsi originate verso il 1270. P\ Commendatore. L'ab- bate commendatario è diverso dal- I abbate regolare.

L'uso delle commende è antichis- .simo nella Chiesa, ed eccone l'ori- gine. Allorquando un benefìcio ec- clesiastico era vacante per assenza, o morte del titolare, la custodia ed amministrazione si confidava ad un economo finché fosse provve- duto cH altro titolare. L'economo era un vescovo, un semplice eccle- siastico, ed anco un laico. Se l'eco- nomo era ecclesiastico, governava il beneficio nello spirituale, nel temporale : se laico, non aveva che r amministrazione del tempo- rale, e godeva di una parte del reddito durante il tempo di sua amministrazione. E che tali com- mende si usassero nel IV secolo deJla Chiesa, lo abbiamo da s. Ata- nasio, il quale secondo Niceforo lib. II, parlando di stesso dice, che gli avevano dato in commenda, cioè gli avevano dato da governare una chiesa, oltre quella di Alessandria di cui era patriarca. Ed a'tempi di s. Gregorio J, eletto l'anno Sgo, le commende ecclesiastiche già era- no assai frequenti durante l'assenza o la malattia de'pastori, o duran- te la vacanza delle loro sedi per morte, per violenza ec. // Registro di tal Pontefice è pieno di questa specie di commende, ovvero di com- missioni ch'egli dava a'vescovi, per prendere cura delle chiese vacanti.

COM

Questi vescovi erano chiamati nel- l'occidente Coininenclatari, o l'^isi- latori: e nella chiesa africana In- tercessori, o Intervenienti.

Il Codice dei doveri, del eh. Martinetti, parlando a pag. 3^5, di quelli degli abbati commendata- ri beneficiati e prebendati di ogni specie, ecco quanto dice sull' origi- ne delle Commende : » Vacando " una chiesa, o monistero ammi- » nistrato da'regolari, e qualora le •' persecuzioni, le circostanze, il ri- -•' stretto numero impediva l'elezio- " ne di un capo, che curasse il » buon governo della chiesa o mo- » nistero; il vescovo soleva nomi- » nare una specie di economo, che » chiamavasi intercessore quasi in- » terveidens. Questi non poteva du- » rare più di un anno perchè non » abusasse nell'amministrazione, e ■' quindi se ne nominava un altro » finché fosse durata la vacanza. 55 Insensibilmente questi intercessori 55 si confermarono, commendata fl- it deli administratioìie. D' indi eb- 5) bero origine le commende, i cui » frutti si applicarono poscia ai •s Commendatari ad instar beneficii. •3 f^. il testo in cap. Constitiitum. 11. » 7.9. I. Chopin lib. t. monast. tit. » 2. n. 6: Landeraeter de veterib. " cler. et monachis, lib. 2, e. \^: " Gonzales in cap. ne prò def-- 5> cln, de elect. Idem in cap. 2. de » concess. praebenda ".

Può dirsi coi trattatisti delle ma- terie beneficiarie, che vacando in antico un beneficio elettivo, un ve- scovato, un'abbazia, o un beneficio di /ns patronato, al quale l'Ordinario per alcun riguai'do non potesse provvedere immediatamente, la cu- ra di quello era raccomandata dal superiore a qualche degno indivi- duo, finché se ne facesse la prov-

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visione. Egli però non aveva facol- tà di valersi dell'entrate, ma solo di governarle; e a questo si no- minava un idoneo soggetto, che per lo più era un beneficiato, a cui la cura comandata era di peso per- chè bisognava, che la prendesse per solo servizio della chiesa. Questi non potevasi dire avere il beneficio della chiesa commendatagli, se non assai impropriamente; il perchè in real- tà non aveva due benefìci; ciò non pertanto nacque una massima tra i canonisti che uno poteva con- seguire due benefizi ; uno in titolo, l'altro in commenda. Questa in principio non durava che sino alla provvisione, ed in progresso si com- mendò per un tempo lungo a se- gno, che i Pontefici dovettero proi- bire ai vescovi di commendare più che per sei mesi, giacché era grande l' abuso, che sino dal seco- lo Vili i vescovati, le parrocchie e i monistcri si davano in com- menda perpetua, contro la lodevole origine, ed istituzione delle com- mende, ch'ebbero per iscopo non l'utilità de' commendatari, ma sib- bene quella delle chiese, cui davan- si a custodire. Indi giunsero i com- mendatari ad impadronirsi dei be- ni delle chiese loro affidate in cu- stodia . Laonde nel IX secolo i concili invitarono i principi di co- operare a rimettere abbati nei mo- nisteri affidati ai laici, che impune- mente avevano usurpato anche il nome di abbati. V. l'articolo Abbate di questo Dizionario, ove parlasi de- gli abbati-conti, come degli abbati Vi partibus. Il primo ad introdurre un tale abuso vuoisi sia stato Car- lo Martello. Questa specie di ab- bati commendatari pretendevano di farsi per anco reggitori de'monaci, ai quali bisognò dare, oltre l'abbate

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laico, divenuto ereditario, un abbate- monaco.

I Capitolari di Carlo Magno, i concili, e lo zelo de'Pontefìci in diverse epoche si dichiararono con- tro le commende perpetue tanfo degli ecclesiastici, che dei secolari, finché nel i Boy Clemente V, con ima bolla le annullò tutte senza neppure eccettuare i Cardinali, co- me si legge nel Bercaslel, Storia del Crist. t. XV. p. i3g, e neW Exlraw 1. de praebend. in exlravag. com- inun. D' allora in poi i Pontefici, ritenendo gli altri vescovi ristretti nel termine di sei mesi, pas«;arono a dare le commende ad vitrun, le quali se si danno a chi abbia in titolo un altro beneficio incompali- le, serve benissimo e non ferisce la legge che vieta non si pos- sano dare due benefìci , cioè se non uno in titolo, 1 altro in com- menda ; ma realmente il commen- datario ad vitam, in quanto alle utilità è come il titolare. Anche col dare in commenda il benefìcio ad uno, che non abbia le qualità ricercale dai sagri canoni, non si contravviene alle prescrizioni dei medesimi, ma gli si coi fatti, non colle parole. Il concilio gene- rale Lateranense celebrato da Leo- ne X, nelle sessioni del \^\\, nei Decret. de Reformat, dispose: che le commende essendo pregiudizio- voli ai monisteri, tanto pel tempo- rale, che per lo spirituale, dopo In morte degli abbati regolari, le loro abbazie non potessero essere date in commenda, se non fosse per la conservazione dell'autorità della san- ta Sede; e quelle che sono erette in commenda, cessassero d' esserlo dopo la morte degli abbati com- mendatari; o non fossero date iii commenda, che ai Cardinali, o ail

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altre persone qualificate : che i com- incntlatari, i quali lianno una mensa separata da quella dei monaci, som- ministrassero la quarta parte del- la loro mensa pel mantenimento del monistero : e se la loro mensa fosse comune con quella de' religiosi, si prenderà la terza parte di tutte le rendite pel mantenimento dei mo- naci, e del monistero. Cos\ quel "venerando concilio dispose, e de- cretò.

Egualmente il concilio di Tren- to annullò le commende perpetue nella sessione i5 De reforni. e. 2 i ; e nella sessione 27. e. 4- ^^ ^^^^ rammentato, che fu intenzione di quel sagrosanto concilio di rime- diare sulla materia beneficiaria a tre cose: primo alla pluralità dei benefizi ; secondo alla successione ereditaria i terzo all'assenza dei be- neficiati ; e per proibire ogni plu- ralità ordinò che imo, benché insi- gnito della dignità Cardinalizia, non potesse avere più di un beneficio, e se quello fosse cosi tenue che non bastasse per le spese del be- neficiato, potesse averne anche un altro, il quale fosse però senza cu- ra d'anime; proibì le commende de'benefici di curati ad vitani per essere un pretesto ad averne due; comandò pure che i monisteri per l'avvenire non fossero commendati, e quelli che sino allora lo erano, quando vacassero, fossero ridotti in titolo; proibì ancora le unioni ad i'itani, essendo un altro pretesto di conferire più benefizi sotto il no- me di uno. Per levare la suc- cessione proibì ingressi , ed ac- cessi , e le coadiutorie con futu- ra successione, eccetto nelle cat- tedrali, e ne' monisteri, che il Pa- pa accorderebbe per giuste cause. Ma queste proibizioni non sortiro-

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no interamente relfetto, e le com- mende sussistettero ancora nella Francia prima delle turbolenze la- crimevoli accadute nel declinare del secolo decorso. S'intende che tali commende, o benefici regolari si davano dal re di Francia colla dispensa del Pontefice. Nel nuovo regolamento fatto per la Brettagna nel 1 74^» t'a 'e altre cose si leg- ge, che gli abbati commendatari sedevano come i vescovi in roc- chetto, e mantelletta; uso particola- re della provincia di Brettagna, che rimontava ad una concessione di Francesco I. Va però avverti- to, che le commende non sono in- giuste di loro natura ; dappoiché il concilio di Trento e gli altri an- teriori concili si sono contentati di far voti pel ristabilimento del- l'antica disciplina per questo rispet- to. E quanto al succitato capo 21, ■sess. 2 5 del concilio di Trento, il quale sembra non approvare, che le abbazie sieno possedute in com- mende, i canonisti non lo consi- derano, che come im consiglio, e non come una proibizione. La pa- rola confidit è il vero fondamen- to di tale interpretazione.

Per riguardo ai diritti dei com- mendatari, ed i loro doveri, essi gli hanno comuni a quelli degli ecclesiastici . Oltre a quanto an- diamo ad accennare, vanno consul- tati i canonisti, come La Combe, Raccolta di giurisprudenza alla pa rola Commenda ; Piales, Trattalo delle Commende ; V Altaserra, Asce- ticon, seu originum rei monasticae, lib. IO. Gli abbafi commendatari sono veri amministratori delle ren- dite della commenda, e dei dirit- ti, e proprietà della sospesa le- gittima corporazione. Come ainmi- nislralori delle rendite, dilferiscon(j

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dagli altri amministratori , poiché r erogazione s' impiega a proprio comodo, mentre le commende di- vengono una specie di beneficio, di cui il fruttato appartiene al commendatario. Come amministra- tori delle proprietà , e dei dirit- ti altrui sono tenuti gli abbati commendatari a migliorare piutto- sto che deteriorare le terre, e i fab- bricati della commenda, non im- porre debiti, usi, e servitù pregiu- dizievoli ; sostenere i dii'itli vigenti, e rivendicare i perduti ; non frap- porre alcun impedimento perchè Ja sospesa corporazione proprietaria venga a riprendere l' antico gover- no de' suoi beni ; non alienarli pre- sa r alienazione anco nel lato sen- so, e convenire nei contratti per- messi, purché vi sia V utilità della Chiesa, e sotto la censui'a dell' ec- clesiastica autorità, e finalmente di- stribuire a' poveri limosine, cioè il sopravvanzo d' un convenevol man- tenimento ecclesiastico, e prendeie a cuore il bene spirituale e tem- porale dei loro monisteri ec. P^. il Rebleffa, titul. de Commenda, n. 25, e n. 26 ; e l' Amydenio, De stylo dalen'aCj Commenda proprie non est titulus, cap. 1 4, n. 18. Conimendae a principio dahanlur ad quinquennium, quod proragaba- tnr, cap. 17, n. 28.

COMMENDATORE. Titolo ono- rifico di equestre dignità, come di cavaliere proprietario di una com- menda di j'us patronato, o cavalie- re celibe, e religioso professo di Ordine militare, investito dell'am- ministrazione d' una commenda del medesimo Ordine, ovvero cavaliere appartenente all'Ordine cavalleresco col titolo di Commendatore. Nel già sovrano e rifiorente Ordine ge- rosolimitano, chianiato volgarmen- voi. XV.

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te di Malta, dalla sede di esso, e pel gran maestro, che stava in quel- r isola, le commende, e i commen- datori sono di due specie, e natu- re : i primi sono commendatori celibi, che appartengono alla me- desima religione equestre gerosoli- mitana, la quale loro in ammi- nistrazione le commende, chiaman- dosi commendatoi"e l' investito ; i secondi sono i commendatori delle commende di j'us patronato, le qua- li appartengono a quelle famiglie, che le istituirono con beni fondi. E siccome tali commende si go- dono nelle rendite dal capo od al- tro della famiglia fondatrice, esso prende il titolo di Commendatore. Un tal godimento di redditi si go- de da padre in figlio, sino alla e- stinzione della linea maschile, ter- minata la quale è interamente de- voluta alla detta religione Geroso- limitana. Uno de'distintivi del Com- mendatore Gerosolimitano dal sem- plice cavaliere, è di portare la cro- ce d' oro smaltata di bianco, più grande nella forma, ed appesa al col- lo. Tanto per le dette commen- de dell'Ordine gerosolimitano , che per quelle di j'us patronato, e per la distinzione dei commendatori dai cavalieri della medesima reli- gione gerosoHmitana, ciò è in viso anche in altri Ordini equestri reli- giosi. Alcuni di questi hanno anche il titolo di gran Commendatori. Tre se ne leggono nel p. Fulvio Fon- tana, / pregi di Toscana nell' im- prese di s. Stefano. L'ultimo di essi fu il Cardinale Carlo de Medici. Dopo di esso la dignità di gran Commendatore rimase sospesa. ^. Commenda.

Commendatore è pur quel cava- liere di un Ordine militare, che go- de il reddito di uua commenda, e

66 COM COAI si dice religioso, perdio ne segue ee più grande di quella di cavalie- gli statuii. Questi, sebbene atnmo- le , e nell'appeiidersi essa al collo gliato, conservando la castità con- con nastro di fettuccia più larga , jngale, per indulto, e beneplacito come si potrà vedere a"rispettivi ar- del Pontefice, ne gode il titolo e ticoli. Per dire qui alcuna cosa di la rendita. Tali sono nella Spagna siffatti Ordini e gradi, parleremo i commendatori degli Ordini di s. di due Ordini, che il regnante Pou- Giacomo di Calatrava, come in tefice Gregorio XVI istituì, e rese Francia una volta i commendato- più splendidi, cioè quello di s. Gre- ri dell' Ordine di s. Lazzaro, e tut- gorio ]Magno , fondato coli' autorità ti gli altri commendatori degli Or- della costituzione Quod Sunwiis. dini, di cui si tratta nel Z>/:;/o/i«/vo. data il. primo settembre i83i; e Per un somigliante privilegio i re quello dello Speron d'oro rinnova- di Spagna sono gran maestri dei to con maggior onorificenza , me- tre Ordini menzionati di s. Giaco- diante il contenuto del breve, Lit- mo, di Calatrava, e di Alcantara, tcrae apostolicac , Cam honiìnuni Fu Papa Adriano VI che, essendo mentex dei 3i ottobre i84r. Per re di Spagna il suo discepolo Car- i* Ordine di s. Gregorio I stabilì lo V imperatore, fece perpetua nei quattro gradi , cioè di gran croce re di Spagna la dignità di gran di prima, e seconda classe, di com- maestri de' sopraddetti tre Ordini mendatori, e di cavalieri; ai com- del loro regno, locchè quei sovrani mendatori diede la croce e fcttuc- avoano già ottenuto da altri Pon- eia più grande de' cavalieri, perchè telici a tempo limitato, come si leg- l'appendessero al collo, potendo usa- ge in Natale Alessandro, Hist. Ec- re in vece di questa l'altra di cava- re t. > III, p. Sy, num. 4- Se può bere, la quale si dovesse appende- essere commendatore, col godimen- re al lato sinistro del petto. I mili- to del reddito della commenda del- tari commendatori, e cavalieri rice- la religione cui appartiene , vm vono la croce, sovrastata dalle in- semplice laico ammogliato , con segue, ed emblemi militari, gli al- più di ragione può esserlo un ec- tri colla corona smaltata di color clesiastico, il quale talvolta è pu- verde. Dipoi lo stesso Gregorio XVI, re commendatore di semplice ti- per maggior decoro dell'Ordine, col- tolo di qualche Ordine cavalleresco, la lettera apostolica Cnm amplissi- nvente tali gradi, essendo stato ag- via honorum mimerà jiirc, data ai grcgato al- medesimo per onori- 3o maggio i834, ridusse ad uno ficenza. Vi sono commendatori an- i due gradi di gran croce di pri- che dei prelati, come in Roma ma classe, stabilendone il numero monsignor Coniwendatore di san a trenta; il secondo grado volle che Spirilo (^T edi) , il quale è uno fosse dei commendatori, in nume- de' primari prelati della Sede Apo- ro di settanta; ed il terzo quello "■f^'ica. de'cavalieri composto di trecento Finalmente vi sono degli Ordini individui. Dichiarò poi, che in ta- equestri, che conferiscono il grado li cifie si dovessero comprendere i di commendatore, maggiore del Ca- soli appartenenti allo stato pontifi- i'aliere [ledi): il quale consiste ciò, riserbandosi oltre tal numero nella distinzione del «itolo, iiella cio- di annoverarvi gli esteri; e volendo,

co:\r

the il gran cancfllicre fieli' Ordine l'osse il Cardinal segietaiio de" bre- vi prò tempore. Laonde il primo fu il Cardinale Emmanuele de Gregorio, come abhiamc dalle Notizie, di Rn- ina annuali, giacché il Cardinal Al- bani, die allora era segretario dei Jjrevi, non fu pnl)bIicalo dalle No- tizie annuali di Ptoma con tal gra- do, perchè morì a' 3 dicembre del- io stesso anno i834.

Per conto poi dell'antichissimo ed illustre Ordine dello Sperone d' oro , col breve, Cam Iwniinttni V7entes, il medesimo Papa che re- gna per restituirlo al suo primiero gian lustro, e rincmaìv/a, io rifor- mò, col vietare a chiimqiie di con- ferirlo. Abrogandone peiciò i privi- legi, lo dichiarò composto di due classi, cioè di commendatori , e di cavalieri col godimento degli anti- chi diritti e privilegi. Per distin- guere poi i commendatori dai cava- lieri, voile che i primi portassero ai collo la croce più grande, ed ap- pesa a fettuccia più laiga di quel- la decavalieri : e perchè il grado di onore, e di dignità tanto piii risplenda, quanto minore è il nu- mero di coloro, al quale si confe- risce, dispose il Pontelìce, clje di centocinquanta sia il numero dei commendatori, e di trecento quel- lo dei cavalieri. Stabilì ancora, clie tale prescrizione di numero in entrambe le classi fosse pei soli sudditi pontificii: quindi creò gran cancelliere dell' Ordine del- lo Sperou d' oro, il Cardinal se- gi'etario de' brevi pi-o tempore, pei* cui ne divenne per primo il Cardi- nal Luigi Larabruschini segreta- rio di stato, e vescovo suljuibi- cario di Sabina, che lo è pure di quello di san Gregorio Magno. /. S. Gregorio M ac.xo Ordine e-

COM G-

c/'.ie<ilre , e Speroxe nono, Ordine e- qiiextre.

COMIMENDATOUE m s. Snrr^ To. Dignità, di cui in Roma è ji- veslito uno de" primari prelati del- la ^fÀe^ apo.stolica, come gran mae- stro, e precettore generale dell Or- dine de'canonici regolari di s. Spi- rito in Sassia, e del celebi'c e gran- dioso arcispedale apostolico di tal nome , veiamente degno , e conve- niente alla capitale del cristianesi- mo. Egli è ancora nimbate mitrato di Monte Romano, e barone della Manziana, con giurisdizione anche spirituale su Monte Romano. Pri- ma si chiamava presidente, poi pre- cettore e maestro generale di tut- to l'Ordine, indi commendatore.

Ina, re de' .sassoni occidentali, nel pontificato di s. Gregorio II, nelle vicinanze del Vaticano, fece edifi- care la chiesa di s. Spirito col ti- tolo di s. Maria in Sassia. Poscia recandosi in R.oma , aggiunse alla chiesa una gran .scuola, o collegio, perchè servisse di ospizio a' pelle- grini suoi sudditi anglo-sassoni , e peixiò fu denominata in Sassia. As- segnò inoltre alla chiesa ed ospizio (ove vennero posti alcuni sacerdoti pel divin culto), ricche rendite, le quali in seguito furono aumentate per la pia generosità di OlTa re de'merclori, allorquando recossi in Roma, per venerare la tomba dei principi degli apostoli, acciocché ve- nendo quivi i sudditi del suo re- gno, potessero godervi l'ospitalità. Inoltre ne furono lienefattori altri sovrani inglesi, e principalmente i romani Pontefici, massime pegl' in- cendi ed altre gravi vicende , cui andarono soggetti 1' ospizio , e la chiesa. TuttavoUa allorché fu creato l^apa Innocenzo HI, essendo la scuo- la affatto rovinata, siccome d'animo

68 C O M

grande, e di vasta meule, edificò mi sontuoso ospedale pegl' infermi , e pei fanciulli esposti perchè ille- gittimi, d'ambo i sessi. Ne afiidò la cura ai Canonici regolari dello Spirito Sanlo (Fedi), siccome ospi- taiari, istituiti in Montpellier dal conte Guido francese; laonde la chiesa, e l'ospedale presero il nome di s. Spirito in Sassia, come pure lo prese l'Ordine, perchè il Pontefice dedicò l'una, e l'altro allo Spirito Santo, come scuola di carità. Di- chiarò Innocenzo ìli V Ospedale di di s. Spirilo in Sassia di Roma, capo e principale di quelli, che in seguito avessero eretto i me- desimi canonici regolari, e Gui- do gran maestro generale di essi. Innocenzo IV ristorò ed ampliò l'ospedale; Gregorio XIII tra que- sto, e la chiesa eresse il magnifico palazzo per residenza del commen- datoi'e, e de'canonici ; ma la chiesa e l'ospedale già avevano ricevuto grandiosi abbellimenti, giunte, e l'i- parazioni dalla provvidenza e splen- didezza di Sisto IV, che vi fece un luogo anche pei nobili infermi. Di- poi, nel i6o5. Paolo V eresse l'uli- lissimo, e celebre banco dei depo- siti di s. Spirito; Benedetto XIII, e Clemente XII vi unirono l'ospe- dale de' dementi, e molto beneme- riti dell'intero stabilimento furono Benedetto XIV, e Pio VI, senza nominare altri. F. Ospedale di s. Spirito in Sassia.

Nel pontificato di Nicolò V, es- sendo nata grave controversia sul primato tra l'ospedale di s. Spirito di Roma , e quello di IMontpellier, de'canonici regolari ospitalari, il Car- dinal di Lerida diede formale sen- tenza in favore di quello di Roma contro l'ospedale, e il commenda- tore di Montpellier; e Nicolò V con

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autorità apostolica la confermò pie- namente neh' anno ì/^'^'j. Ol- tre i canonici regolari , furono an- co istituite delle monache ospitala- rie, principalmente per la direzio- ne delle fanciulle illegittime , delle quali monache si parla al volume VII, p. 9.75 del Dizionario. Con- siderando per altro Benedetto XIV la grande distanza da Roma tanto di esse quanto dei canonici dello stesso Ordine, che diversi Pontefi- ci avevano assoggettato al commen- datore generale di s. Spirito in Sas- sia di Roma, sottopose gli uni e le altre ai rispettivi Ordinari, toglien- dole dalla giurisdizione del com- mendatore, come si ha dalla costi- tuzione Saepe Romanorum, data ai 5 aprile 174I5 Bull. Maga. t. XVI p. 24. Che il commendatore sia gran maestro generale dell' Ordine di s. Spirito, dalla cui giurisdizione dipendevano tutti gli ospedali, e le pie case si di canonici regolari, che di monache ospitaliere le quali pro- fessavano la regola di s. Agostino ed erano aggregate all'ospedale, o arcispedale di Roma, lo dice in due eruditissimi discorsi storico - legali Prospero Larabertini, avvocato con- cistoriale, poi romano Pontefice col nome di Benedetto XIV.

Notizie dei più celebri Maestri ge- nerali, Precettori o Commenda- tori dell' Ordine , ed arcispedale apostolico di s. Spirito, ove sono interessanti notìzie riguardanti il pio stabilimento.

Innocenzo III avendo approvato l'Ordine ospitalario, di cui fu fon- datore il conte Guido, chiamò, co- me si disse, quello a Roma, e nel- r afìlidargli l'ospedale di s. Spirito, lo dichiarò maestio generale di

COM esso, che di tutto 1' Ordine , e de- gli ospedali dipendenti. Quindi i ca- nonici regolari, e i loro maestri ge- nerali fondarono ospedali in molte parti d' Italia, Germania, Francia, Spagna, Polonia, ed in altiù stati di Europa , e in alcune parti del mondo, come nelle Indie occiden- tali. Difatti, negli anni i56o e i562, per