DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO Al NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCIESIASTICI , AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CUE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. XLV.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLVII.
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DIZIONARIO
DI EKUDIZIONE
STORICO -ECCLESIASTICA
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IVjETZ {Meten). Città con resi- denza vescovile e forte di Francia nella Lorena, capoluogo del dipar- tiraento della Mosella, di circonda- rio e di tre cantoni^ distante 3o leghe da Strasburgo, e 6i da Pa- rigi, in un bacino magnifìco, al confluente della Mosella e della Scilla. Capoluogo della terza divi- sione militare, e della XXJI conser- vazione forestale, è sede d' una cor- te reale dalla quale dipendono i dipartimenti della Mosella e delle Ardenne; di tribunali di prima i- stanza e di commercio. Avvi una chiesa concistoriale riformala, ed una sinagoga concistoriale, le dire- zioni dei demani e delle contribu- zioni dirette ed indirette, una con- servazione delle ipoteche; camera, borsa, direzione del genio; scuole reggiraentarie e d'artiglieria, di pi- rotecnica militare; accademia, col- legio reale ; società delle lettere , scienze ed arti, d' incoraggimento
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d* agricoltura e industria, scuole gra- tuite di diverse cose, società medi- ca, d' arti e mestieri con conser- vatorio, cassa di risparmio e di prestiti^ ed altri stabilimenti. Giun- gendo a Metz dal lato ovest, la Mo- sella è divisa in due rami che co- municano insieme mediante due ca- nali che formano l' isola Sauley, e scorrendo separatamente attraverso il nord vi formano l' isola Cham- bière. Il ramo occidentale è il più considerabile, quello dell' est si di- vide in due correnti, che formano la piccola isola ov' è il palazzo della prefettura e il teatro. La gelile che viene dal sud è appena pervenuta alle fortificazioni che si divide in due rami, uno de' quali circonda la piazza all'est, e l'altro percorre l' interno di Metz, onde riunirsi tosto al primo ; verso i trinciera- menti di Guisa innalzati nel i552 dal duca di tal nome, la Seille si congiuDge al braccio orientale della
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Mosella. Le diverse correnti di que- ste due riviere sono attraversate da venti ponti. Metz è una piazza di guerra di prima classe assai impor- tante, sia per la difensiva che per l'offensiva; alle sue antiche forti- ficazioni furono sostituite opere im- mense, sotto gli ordini de' mare- scialli Vauban e Belle-Ile. Si cita- no fra le sue opere principali, il forte della Double-Couronne e quel- lo di Belle-Croix: Carlo V voleva da principio tentare la presa di Metz. L'antica cittadella, situala sulla riva destra della Mosella al- l' ovest, era vastissima ed assai for- te; fu in parte smantellata nella ri- voluzione, e le sue fosse si conver- tirono in un bel giardino pubbli- co ed in estese piantagioni. Al sud della città evvi il Paté, fortificazio- ne avanzata che occupa il sito del- la naumachia che i romani aveano stabilito a Metz. Si entra nella cit- tà per nove porte, fornite di ponti levatoi, Metz è eretta in parte so- pra un poggio, che va a termina- re all' estremità dell' angolo che formano i corsi della Mosella e del- la Seille, di cui la piazza di s. Cro- ce segna la sommità. L'interno è generalmente bello e di un vivo aspetto; le strade sono larghe, di- ritte e bene lastricate; la piazza Quartier Coislin è bellissima, e la spianata della cittadella offre uu passeggio amenissimo ; altre piazzo sono adorne di arcale, che danno un'idea dell'antica Metz. Un gran numero di edifìzi pubblici sono degni di osservazione ; tali sono la cattedrale, monumento gotico in- cominciato nel 1064, di cui si am- mira l' arditezza e la sorprendente leggerezza, e eh' è sormontato da una torre traforata alta SyS piedi; U palazzo del governo cretto con
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gran spesa sotto Luigi XVI, e do- ve risiedono i tribunali; il palazzo pubblico, quello della prefettura, il collegio reale, l* ospedale milita- re, gli arsenali e le caserme di di- verse armi, il mercato coperto e nuovamente fabbricalo , le chiese della Madonna, di s. Vincenzo e di s. Simeone, il tempio riformato, la casa di carità e di lavoro, la bi- blioteca della città, ed il teatro la cui facciata è adorna di portici di ordine toscano. Vi sono altie quat- tro biblioteche ; quella della città contiene piìi di 3-2,000 volumi, le altre sono quelle del vescovato, del- l' artiglieria e genio, e dell' ordine degli avvocati. Metz ha pure gabi- netto di storia naturale e giardino botanico, e ne' dintorni il vivaio dipartimentale. Questa piazza rin- chiude grandi stabilimenti militari; la polveriera è una delle piii belle del regno; il grande arsenale di co- struzione, la fonderia reale di can- noni, la fucina di artiglieria, ec. Neil' isola di Chambière si trovano il bel poligono dell' artiglieria, il campo di manovra della guarnigio- ne, una nitriera artifiziale e il por- to della città. Vi fioriscono molte manifatture, ed il commercio è im- portante. Questa città è patria di molti uomini illustri, fra gli altri del maresciallo Fabert, di David, Carlo e Giuseppe Ancillon, Carlo Fieux, cav. di Mouhy, Beauregard predicatoj'e, Ferry ministro prote- stante, Buchoz medico e naturali- sta, Giacomo le Ouchat scrittore, Pilaslre Desrosiers lo sfortunato primo areonauta , Sebastiano Le- dere ingegnere, geografo e incisore, i generali Gustine e Lasalle, Lacra- telle il vecchio ec. Gli ebrei so- novi numerosi. Presso il villaggio di Jouy-aux-Arclies vi si vedono
MET ancora 17 archi d'acquedotto ro- mano, che conduceva Je acque del villaggio di Gorze, distante da Metz tre leghe, ad una naumachia esi- stente verso la estremità sud di questa piazza. Nel territorio si tro- vano sorgenti salse.
Questa antichissima città che pri- ma della rivoluzione era il capo- luogo del paese Messio nella Lore- na, fu fondata dai gaulesi in un'e- poca assai rimota. Nel IV secolo in- cominciò a prendere il nome del po- polo de Medioniairicì, assai possen- te nella Gallia Belgica, divenendo la sua capitale, nome che fu adot- talo sino agli scrittori del IX seco- lo. Ciò non pertanto dal principio del V il nome del popolo de Mc' diomalrici e quello della città si cangiarono nell'altro di Meltis o Metae, la cui origine è sconosciuta. Allorché se ne impadronirono i ro- mani era già importantissima, dan- dole Tacito il titolo di Socio-civi- tas; essi vi scopersero hei monu- menti. Fu chiamata pure Divodu- rum Mediomairìconim, Civitas Me- diomatricoriim. Fu una delle pri- me città della Gallia, che depo- nendo la sua antica barbarie, si sia incivilita sul gusto de' romani, di- stinguendosi per varie opere vera- mente magnifiche. Fu interamente rovinata nel ^5i dagli unni, allor- ché sotto il comando d'Attila en- trarono nelle Gallie, Divenne po- scia la capitale del regno fianco di Ostrasia o Aulrasia, spesso anco chiamato regno di Metz, e che pre- se verso l'anno 855 il nome di Lo- rena [Fedi). Nel 928 Enrico l'Uc- cellatore, imperatore d'Alemagna, se ne impadronì, e rimase ai suc- cessori di questo monarca sino al secolo XI, in cui pervenne a go- vernarsi colle proprie leggi, dividcn-
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do l'autorità col proprio vescovo, ma sotto la protezione dell'impero, e fu allora che divenne assai flo- rida pel suo commercio coli' Ale- magna. Nel i444 i' l'e Carlo VII l'assediò, per Renato duca di Lo- rena, ma conservò la sua prima libertà sino al i552, in cui fu presa dal contestabile di Montmo- rency generale di Enrico II, il qua- le vi fece erigere una cittadella e fu riconosciuto come il ristaurato- re e il difensore della germanica libertà. Nell'ottobre dell' istesso an- no fu Metz assediata con 100,000 uomini da Carlo V, che dopo 65 giorni d' inutili sforzi fu costretto alla ritirata dal duca di Guisa che n' era governatore. Però i vescovi di Metz continuarono ad ammet tere la sovranità degl* imperatori ricevevano da loro le investiture rendendo loro fede ed omaggio ciò sussistette sino al i633, in cu Luigi XIII dichiarossi signore so vrano de' tre vescovati di Metz, Toul e VerduHj^ lo che fu anche confermato pel trattato di W^estfa- lia nel 1648, e precisamente per l'articolo 44' Dall'epoca della oc- cupazione fatta da Enrico li , Metz perdette i diritti di città libera, e diminuirono il suo commercio e la popolazione ; quel re vi eresse un parlamento pei vescovati di Metz, Toul e Verdun, godendo il vesco- vo di Metz il titolo di principe dell'impero. Metz fu ancora l'an- tica sede de' re di Lorena.
La sede vescovile fu eretta nel HI secolo nella provincia di Tre- veri, della cui metropoli fu falla sufFraganea, ma poscia lo divenne di Besangon e lo è tuttora. Dice Commanville, che il vescovo di Metz prelese al titolo di arcivescovo o di prototrono. Il primo vescovo di
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Metz fu s. Clemente romano disce- polo di s. Pietro, secondo la tra- dizione della chiesa, speditovi da Roma, e morì verso l' anno gS. Giuseppe Cajot nelle Antichità di Metz, prova che s. Clemente non ha potuto essere mandato da Roma da s. Pietro, e che si recò nelle Gallie verso la metà del III secolo.
I ss. Celestio o Celestino e Felice che ve l'aveano seguito da Roma, occuparono successivamente la sede.
II quarto vescovo s. Paziente gre- co fondò fuori le mura della città la chiesa di s. Giovanni Evangeli- sta ; nel iigS si scoprirono le sue reliquie nella chiesa di s. Arnolfo. Gli successe s. Vittore, che fece o- norevolissima comparsa nel concilio di Colonia del 346 ; indi fiori s. Simeone onorato nell'abbazia di Se- pones, ove furono portate le sue veliquie nel 770; e poi Sambacio che fu come il predecessore sepol- to nella chiesa di s. Clemente, ove pure venne deposto il successore s. Rufo, cioè nelle catacombe di Metz. Dopo di lui e nei primi del V se- colo divenne vescovo s. Adelfo, indi s. Firmino greco, Legonzio, s. Au- tore che fu testimonio nel 45i del- la presa della città fatta dagli unni. Degli altri vescovi di Metz notere- mo Aigulfo, nato da una figlia del re Clodoveo, che ampliò le rendite della mensa , cui il Chenu, Ardi. et episc. Galliae, dà per successo- ci un s. Arnolfo o Arnoaldo ni- pote del re Dagoberto, e Papulo che eresse presso le mura la chie- sa di s. Siniòriaiio; quindi regi^tra 8. Arnolfo o Arnoldo discendente de' primi re di Francia, che sposò Doda.da cui ebbe s. Clodolfo o Clo- doaldo, che fu esso pure vescovo di Metz; eletto dal popolo nel 6i4> la QiogU^ si fece monaca, mei liaun»
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ziando nel 62q per ritirarsi nel rao» nastero di Remiremond, vi morì nel 641, donde le sue reliquie furono portate a Metz nell' abbazia del suo nome, dal successore s. Quirico o Goerico, il quale costruì la basilica di s. Pietro. A questi il Chenu dà per successole Dodo, poi Glodulfo, o sia s. Clodoaldo figlio di s. Ar- nolfo, che il Butler dice eletto ad onta di sua ripugnanza vescovo di Metz, ove morì nel 696, e parte di sue reliquie furono poste nella chie- sa del suo nome : il suo fratello Ansegisio sposò Regga figlia di Pi- pino da Landen, da cui nacque Pi- pino padre di Carlo Martello cep- po de' Ciu-Iovingi di Francia. Nel 742 divenne vescovo s. Crodegan- go nipote di Pipino che lo spedì ambasciatore al P&pa Stefano III invitandolo in Francia, e poi ad Astolfo re de' longobardi : nel 755 cangiò il capitolo della cattedrale in una comunità regolare, e morì nel 766. Drogone figlio naturale deU l' imperatore Carlo Magno, fu prii ma monaco a Luxeuil, diventò po- scia arcicappellano, ed ottenne il pa- lio col titolo di arcivescovo, nella qual qualità presiedette a molti concilii : il Papa Sergia li lo stabi- lì vicario apostolico in tutte le Pro- vincie di là dalle Alpi; fu abbate commendatario di Saint-Tron pres- so Liegi, e morì uelT 855. S. Ben- none primo canonico di Strasbur- go, poi eremita sul monte d' Ercel presso Zurigo, ottenne il vescovato dall' imperatore Enrico, ma nel 928 alcuni malevoli lo sorpresero a Metz, gli cavarono gli occhi ed aU tre parti, e lo misero fuori di sta-» to di esercitare le sue funzioni. U concilio di Duinsburg punì gli au- tori del delitto, e Rennone rinunt ztato il vescoviito otlenne in com«
MET penso un'abbazia per vivere. Teo- dorico consobrino dell' imperatore Ottone I, nel 984 dall' Italia tra- sferì nella chiesa di s. Vincenzo martire molli corpi di santi, e fon- dò la chiesa cattedrale sotto l' in- vocazione di s. Stefano. S. Teogero figlio del conte di Metz, nel 1100 si fece cluuiacense. Il cardinal Ste- fano del II 20 era nipote di Calli- sto II. Giacomo figlio del duca di Lorena, discendente di s. Arnolfo, sontuosamente edificò V abbazia e il monastero, accrebbe le rendite della mensa, e morì nel 1260. Per mor- te del vescovo Reginaldo de' duchi di Bar, il capitolo elesse due, onde Giovanni XXII sostituì in vece En- rico. Il vescovo Ademario dichiaiò esente dalla giurisdizione vescovile l'abbazia di s. Arnolfo posta fuori le mura, ciò che confermò il car- ilinal Guglielmo legalo. Nei i384 fu nominato vescovo Pietro di Lii- xembttrgo [P^edi) che l' antipapa Clemente VII creò anticardinale, beatificato nel 1527. Corrado Bayer del i4i(ì eresse i conventi de' do- menicani e carmelitani. Il cardinal Giovanni di Lorena del i53o; il cardinal Roberto di Lenoncourt, morto nel i533; il cardinal Carlo di Lorena, morto nel i574; il car- dinal Carlo di Lorena, morto nel 1607; il cardinal Anna d' Escart de Ginry, morto nel 161 2, cui suc- cesse Enrico o Gastone Foix, figlio naturale di Enrico IV. Quanto ai cardinali, si possono vedere le loro biografie. Gli ultimi vescovi furono preconizzati ne' seguenti anni , se- condo le Notizie di Roma. i'j33 Claudio de Saint-Simon di Parigi, traslato da Noyon. 1761 cardinal Lodovico Giuseppe de Lavai Mont- morency, traslato da Condom. 1806 Gaspare Giovanni Andrea Giusep-
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pe Jauffiet della diocesi d' Aix. 1823 Giacomo Francesco de Bos- sen o Bessgn della diocesi di Beily. Per sua morte Gregorio XVI nel concistoro de' 27 gennaio i843 di- chiarò l'odierno vescovo monsignor Paolo Giorgio Maria Dupont Des- loges di Rennes, canonico della cat- tedrale di sua patria, vicario gene- rale d' Orleans.
La cattedrale, una delle più bel- le chiese della Francia, è sacra a Dio sotto r invocazione di s. Stefa- no protomartire. Il capitolo si com- pone di nove canonici, compreso il teologo, il penitenziere e il mae- stro del canto, di altrettanti cano- nici onorari, oltre i pueri de cfioro; intervenendo nelle solennità gli alunni del grande e del piccolo se- minario. Anticamente il capitolo a- vea dodici dignità e ventililo ca- nonici. Nella cattedrale vi è pure la parròcchia, alcpianto distante dal- la quale evvi l'episcojiio, amplissi- mo e decente edifizio. Inoltre nella città vi sono sei chiese parrocchiali col battislerio, due conventi di re- ligiosi, e cinque monasteri di reli- giose, diverse confraternite. Ire ospe- dali, grande e piccolo seminario, ed il monte di pietà. La diocesi è va- sta, comprendendo tutta la provin- cia di Mosella. JVella città eianvi Ire chiese collegiale, di cui la prin- cipale era quella del ss. Salvo lore. I benedettini della congregazione di s. Vannes vi avevano quattro abbazie, cioè s. Arnoldo, s. Vin- cenzo, s. Sinforìano, ec. Allorché s. Leone IX fu a Metz consacrò la chiesa di s. Arnoldo. Nel 970 Teo- dorico vescovo di Metz, ottenne dal Papa Giovanni XIII, di poter l'ab- bate di s. Vincenzo usare della dal- matica e de' sandali. Anche le mo- nache benedettine avevano tre an-
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tiche abbazie, s. Pietro, s. Maria e s. Glossinola. Eravi un'ottava ab- bazia, quella di Ponlifroy, trasferi- ta in città nel iSya, la quale era dell'ordine de'cisterciensi, e regola- re. Tra le comunità religiose di Metz, i domenicani insegnavano la teologia. Nella diocesi, che prima era più ampia, si contavano altre dodici abbazie, con moltissimi sta- bilimenti religiosi. Clemente IX con- cesse a Luigi XIV re di Fran- cia e suoi successori, di poter no- minare le chiese, monasteri ed al- tri benefizi della diocesi di Metz. Avanti la rivoluzione il vescovo go- deva 1 20,000 lire annue di rendita, e pagava 6000 fiorini per le bolle. Al presente i fi-ulti della mensa sono tassati ne' libri della camera apostolica in fiorini 870.
Concini di Metz.
Il primo fix tenuto nel 55o, e fuvvi consacrato Cantino vescovo di Alvernia. Regia t. XI ; Labbé t. V; Arduino t. II.
Il secondo nel Sgo in ottobre contro Egidio arcivescovo di Reims, convinto di lesa maestà e deposto: Crodielda e Basina monache ribel- late contro r abbadessa, vi furono ricevute alla comunione. Ivi; Ar- duino t. III.
Il terzo nel 7^3 contro gì' ince- stuosi, e furono statuiti i regola- menti pei pedaggi de' ponti. Regia t. XVU; Labbé t. Vi; Arduino t. III.
Il quarto neir834> in cui fu as- tolto Lodovico I il Pio, scomuni- cato da Ebbone arcivescovo di Reims. Regia t. XXI ; Labbé t. VII.
11 quinto neir 835. I vescovi a- vendo celebrato la messa in s. Ste- fano, sette arcivescovi recitarono
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sette orazioni sull'imperatore Lo- dovico I, cui era stato interdetto r ingresso in chiesa, indi gli misero la corona in capo, ed Ebbone di Reims che aveva contribuito alla deposizione del principe, sulla tri- buna ad alta voce pubblicò che r imperatore era stato ingiustamen» te deposto. Arduino t. II.
Il sesto concilio nell' SSg a' 28 maggio, per riconciliare Carlo il Calvo e Lotario suo nipote, eoa Luigi il Germanico, il quale fu as- solto dalla scomunica con divei'se condizioni non accettate. Labbé t. Vili.
Il settimo nell' 863 o concilia- bolo e perciò non riconosciuto, a- vendo approvato il matrimonio di Lotario con Valdrude sua concubi- na, perchè i legati non eseguirono la volontà del Papa. Ivi.
L' ottavo neirSGg, in cui fu de- ferita la corona di Francia a Carlo il Calvo, a pregiudizio di Luigi II fratello di Lotario. Regia t. XXII ; Labbé t. Vili.
Il nono neir888, tenuto da Rat- bodo arcivescovo di Treveri nella chiesa di s. Arnoldo, per ristabilir la pietà e la disciplina, e fu proi- bito ai signori di prender parte al- le decime delle chiese di giuspa- trouato. Regia t. XXIV; Labbé t. IX; Arduino t. VI.
Il decimo nel 1240, contro l'im- peratore Federico II. Lenglet.
Il decimoprimo nel 1 252, presie- duto da Giovanni cardinal legato. Mansi, Sappi, t. 11, p. 479-
MEVN, Magcfunwn. Città di Fran- cia, dipartimento di Loiret, capo- luogo di cantone, in situazione a- mena sulla riva destra della Loira. Assai ben fabbricata, rimarcabile pei suoi prodotti, seguì sempre la sor- te di Orleans, fu molte volle pre-
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sa e ripresa tlagl' inglesi e dagli ugonotti : il suo castello fu ristau- rato sotto Luigi il Grosso. Nel- 1*89 1 vi fu tenuto un concilio, nel quale venne determinato che l'ab- bate di s. Pietro di Sens sarebbe eletto dai sufiVagi liberi de'raonaci. Labbé t. IX; Arduino t. VI.
MEVENNO (s.), abbate. La sua leggenda gli dà comunemente il nome di Conardo- MeK'enno. Usci da nobile e ricca famiglia della provincia di Gwent nel Soult-Wa- les, e passò a predicare il vangelo nell'Armorico con grande edificazio- ne e buon successo . Fondò un monastero sulle sponde del Meu, di cui fu fatto abbate verso il 55o, e stabilì in esso una mirabile osservanza. Altro monastero fondò presso Angers , che popolò de'suoi discepoli, e che visitava sovente per mantenervi il fervore. Morì verso r anno 617, e non pochi miracoli resero celebre la sua tom- ba. La sua festa è notata come solenne nei calendari della maggior parte delle diocesi di Bretagna, sotto il giorno 2 1 giugno.
MEZO, Amyzon. Sede vescovile della provincia di Caria, esarcato d'Asia, sotto la metropoli di Slau- ropoli, eretta nel V secolo, nell'A- sia minore, tra Magnesia ed Ala- banda, distante trenta miglia da Mileto, presso il mare Egeo. Al presente Mezo , Ainyzoneìi , è un titolo vescovile in parlìbus sotto l'arcivescovo pure in parlibus di Stauropoli, che conferisce il Papa. Per morte di Michele a Santander, Gregorio XVI nel concistoro dei i3 giugno 1844 i^e insignì monsi- gnor Francesco Grossmann di Rob- wen, diocesi di Warmia, canonico capitolare di questa cattedrale, e vicario generale, già parroco e i-
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spettore delle scuole , che in pari tempo dichiarò sufiraganeo di War- mia nella Prussia orientale.
MEZZA LUNA, o Luna crescen- lE. Ordine equestre. Si dice isti- tuito nel 1269 da s. Luigi IX re di Francia, anco col titolo del Na- viglio, o della Doppia mezza luna, di cui diede il collare ai suoi tre figli, fratello e nipote, ed a molti si- gnori francesi, per animarli ad accom- pagnarlo nel suo secondo viaggio per liberare i cristiani, e vuoisi che ter- minasse colla morte dell' istitutore, ma i critici lo credono chimerico. Quelli che pretendono che abbia esistito, dicono che il collare era in- treccialo di conchiglie marine d'ar- gento, e di doppie mezze lune di oro, con un naviglio pendente bian- co in campo rosso, e colla punta screziata di bianco e verde. Piut- tosto sembra questo essere stato r ordine degli Argonauti ( Fedi ), istituito da Carlo IH Durazzo re di Napoli, che il p. Boiianni a p. 71 del suo Catalogo attribuì a Carlo I d'Angiò re di Sicilia, e lo dice estinto sotto Pio II; parlando di quello della Nave o Naviglio di s. Nicola vescovo di Mira, eh' è appunto quello degli Argonauti, a p. 86, e scrivendo ch'ebbe termine dopo la morte di quel principe, ovvero nel i448> perchè lo sop- presse Renato d'Angiò cacciato dal Irono di Napoli da Alfonso V d'A- ragona. In tale anno bensì Renato 11 in Angers istituì o ripristinò l'ordine dei cavalieri della Mezza luna, sotto la protezione di s. Mau- rizio martire, consistendo la deco- razione in una mezza luna d'oixi coir epigrafe Loz (lode) nel cre- scere, in lettere di color celeste, per significare che si acquista lode nel crescere in virtù e in gloria.
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Da questa mezza luna, che per tre catenelle pendeva da collana o catena d'oro a tre giri, si conosce- va il valore e la generosità dei cavalieri, perocché vi si attacca- vano tante verghette d'oro trava- gliate a maniera di cilindro, oppure tanti puntali da stringa d'oro, quan- te volte si erano trovati in batta- glia e in assedi di città, dal nu- mero de' quali si giudicava del valore e gloriose azioni da essi fatte. I cavalieri portavano il man- tello di velluto cremisi rosso, e il maresciallo di velluto bianco con fodera e la sottana dello stesso drappo, e sul braccio destro una mezza luna d'oro pendente da una catena pur d' oro, come si- vede nella figura prodotta dal p. Bo- nanni. Si compose l'ordine di cin- quanta cavalieri, compreso il capo col titolo di senatore o presidente. ]I re Renato mai assunse tal tito- lo, ma solo quello di mantenitore. Slabin pure che niuno fosse am- messo nell'ordine se non era prin- cipCj duca, marchese, conte, viscon- te, o almeno non fosse nobile per quattro generazioni, e ch'essi fosse- ro esenti da eccezioni vili. L'assem- blea dell'ordine, che appellavasi an- co V Ordine di Anjou , si teneva nella chiesa di s. Maurizio di An- gers. Gli statuti prescrivevano diverse pratiche religiose e regolamenti. La seconda persona dell'ordine era il cappellano o limosiniere, che dove- va essere arcivescovo o vescovo, es- sendone i primari ufficiali il cancel- liere, il maestro delle suppliche, il tesoriere, il registratore, ed il re d'armi, alcuni de' quali porta- vano differenti mantelli , come di- stinto era qiidlo del senatore.
MEZZA ROTA SC ARAMPO Lo- dovico, Cardinale. Lodovico Mezza-
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rota Scarampo ovvero dell'Arena, padovano di basso e oscuro lignag- gio, secondo alcuni, che altri dico- no di Treviso; pel suo valore ed egregie doti e gloriose azioni si re- se chiarissimo al mondo, ed assai utile alla Chiesa. Studiò in Padova la medicina e le scienze naturali, né trascurò le buone lettere, le qua- li poscia nella sua vita formarono il suo amore, sebbene quasi sem- pre distratto da aflFari gravissimi ed occupato. Portatosi in Roma, dove a'quei tempi soprattutto era- no in pregio le armi e gli uomini di valore, a motivo degli usurpato- vi e piccoli tiranni, che di frequen- te infestavano lo stato ecclesiastico, tutto si diede alla professione della milizia, quantunque l'Ammirato Io voglia medico di Eugenio IV e suo cameriere segreto. Dopo molte illustri imprese, sotto il comando del cardinal Vitelleschi, in cui die- de prove di marziale fortezza e di coraggio superiore a quelle di altri capitani, venne sostituito in di lui luogo nel governo delle trup- pe pontificie. La prima impresa, che come capo dell' esercito gli ac- quistò eccellente reputazione e no- me assai celebre, fu quella di ac- correre in aiuto de' fiorentini con- federati col Pontefice, e di dare una sconfitta totale al famoso Ni- colò Piccinino capitano della Lom- bardia, per cui vendicò dalla tiran- nide di Francesco Sforza la Marca d'Ancona, e ricuperò altre parti del- lo slato della Chiesa da molti usur- patori e nemici oppresso. Grato il Pontefice a Lodovico, che già dal vescovato di Tran avea trasferito all' arcivescovato di Firenze, col pa- triarcato di Aquileia nel 14^9, cui il Sigonio aggiunge il vescovato di Bologna, sebbene quel comune non
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volle mai riconoscerlo e riceverlo per vescovo, a' 22 giugno o nel primo luglio 144^* '^ *^''^^ cardina- le prete di s. Lorenzo in Dam;iso e camerlengo, sebbene altri dicono vicecancelliere. II medesimo Euge- nio IV Io incaricò della legazione a Filippo Maria duca di Milano, al doge di Venezia, ed alla repubbli- ca fiorentina. Dopo la memorala vittoria Eugenio IV non fece cosa di momento senza consultarlo pri- ma, e per la singolare destrezza e prudenza ond' era fornito, gli affi- dò la direzione di lutti gli affari s'i ecclesiastici che politici del suo pon- tificato, per cui sembrava eh' egli solo lo amministrasse sotto il nome del Papa. JNicolò V nel i^5^ gli conferì l'abbazia di Monte Cassino, di cui fu il primo comuiendatario, e che poi unì alla mensa de' mo- naci, ciò che approvò con sua bol- la Calisto III. Questi lo spedì colle truppe della Chiesa contro i turchi, e capo della piccola flotta che per- ciò pose in mare. Riportò quindi diverse vittorie, poiché con piccolo corpo di soldatesca diede agi' infe- deli solenne sconfitta presso Bel- grado, ove ne lasciò morti seimi- la sul campo, colla perdita di ses- santa pezzi di cannone, bagaglio e stendardo militare. Lo stesso fece presso Rodi, dove con poche navi fugò e disperse una numerosa flot- ta de' turchi, e tolse loro dalle ma- ni tre isole dell'Arcipelago. Resti- tuitosi a Roma, fu accolto dai ro- mani con gioia e plauso universa- le, e con sommo onore dal Papa e dal sacro collegio. Avendo consi- derato che la piazza di Campo dei fiori stavasi negletta, e ridotta pa- scolo e ricettacolo di cavalli, la fe- ce lastricare di pietre. Adornò di- versi edilìzi contigui alla basìlica
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del suo titolo, e con gran spesa ne costruì de'nuovi. Ebbe alcune gravi differenze col caidinal Barbo, poi Paolo li, nipote di Eugenio IV, perchè vedeva con gelosia la so- verchia potenza che esercitava sotto lo zio e a di lui preferenza. Giun- to a notizia di Lodovico che il cardinal Barbo bramava il vescova- to di Padova, egli con pretesto di condursi ai bagni, volò in quella città e quindi a Venezia per attra- versarne indarno l' edètto, mentre r emulo presso lo zio Io poneva in discredito. Il Papa Nicolò V lo trasferì al vescovato di Albano, e gii diede la pingue abbazia di Chia- ravalle. Non potè il caidinale sfug- gir la taccia degli storici contempo- ranei, per avere pel primo tra i porporati mantenuto in copia cani e cavalli, numerosa famiglia e pre- ziose suppellettili, imbandita men- sa lauta e sontuosa, come altresì di essere stato dedito a'conviti ed al giuoco, in cui è fama che in una sola notte perdesse con Alfonso re di Napoli ottomila ducati, perdita che niun pregiudizio gli dovette re- care come il più ricco di quante persone e famiglie private fossero per tutta 1' Italia. Intervenne a quattro conclavi, e per quello di Paolo II concepì tal rammarico per la sua esaltazione, che passati po- chi mesi morì di affanno nel ì^65, d'anni 64. Fu sepolto nella chie- sa titolare di s. Lorenzo, dove il canonico della medesima Antonio Tocco ne ruppe la tomba, spoglian- dolo per avidità delle sacre vesti e dell' anello cardinalizio, per cui il sepolcro restò negletto per qua- ranta anni, finché la liberalità di Enrico Ilunis arcivescovo di Taran- to, segretario del sagro collegio e tesoriere, per dare al defunto un
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contrassegno di stima ed affetto, a proprie spese gli fece costruire un magnifico avello, lavorato sul gu- sto antico, che poi fu trasferito nel- la sagrestia de' canonici, con ele- gante iscrizione. Il cardinale lasciò tulli i suoi beni mobili, che monta- vano a enorme somma, a Nicolò e Luigi Scarampi suoi famigliari o nipoti come li chiama il Novaes, i quali presero la fuga. Ma Paolo li che gli avea accordato la facoltà di fare testamento, tuttavolla li le- ce arrestare a Castelnuovo, cari- chi d'oro e di argento. Li fece ri- tenere sotto onesta custodia finche non furono tutti insieme raccolti e adunati i beni del cardinale, e da- ti ad essi circa scudi duemila, ed alla famiglia settemila, oltre il sa- lario di due mesi, il Papa fece il rimanente distribuire ai poveri, alle chiese, e parte l'impiegò nella guer- ra d' Ungheria. Gaspare Veronese storico contemporaneo narra, che il cardinale quando fece testamento non avea più 1' uso libero della ra- gione, e che il Pontefice giudicò non essere convenevole che tante ricchezze, che derivavano dalla Chie- sa, dovessero passare in mano di persone che non vi aveano alcun diritto. Ne' beni immobili poi, e nelle terre e possessioni che si va- lutarono cinquemila rubbi di ter- reno, istituì eredi un fratello e un nipote, i quali in brevissimo tempo dissiparono il ricco e pingue patri- monio, fino a ridursi alla men- dicità.
MEZZAVACCA Bartolomeo, Car- dinale. Bartolomeo Mezzavacca, di illustre famiglia bolognese, compiti ì suoi studi nella scienza legale. Tenne in essa laureato nel 1 369. Passato indi a Roma, ottenne da Gregorio XI un posto tra gli udì-
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tori di rota, e dal medesimo fu promosso nel iSyS a vescovo di Rieti. Sebbene assente, nell' istesso anno a' 18 o 28 settembre Urba- no VI lo creò cardinale prete del titolo di s. Marcello, e per singola- re distinzione gli trasmise a Bolo- gna il cappello cardinalizio, il qua- le fu da lui ricevuto con gran pom- pa e solennità nella chiesa di s. Domenico, da Giovanni di Lignano insigne giureconsulto. Dotato essen- do di coraggio superiore all'ordi- nario, di sommo spirito e singolare destrezza nel maneggio degli affari, fu inviato a Napoli dal Pontefice insieme coi cardinali di s. Ciriaco e di Venezia, al re Carlo III Du- razzo, che coli' aiuto di Urbano VI occupato avea il regno di Napoli, acciocché presso quel principe si maneggiassero tutti d'accordo con calore ed efficacia perchè si ese- guisse quel tanto che il re aveva promesso in corrispondenza dell'aiu- to prestatogli, cioè di cedere il du- cato di Capua e di Amalfi a Fran- cesco Butilli nipote di Urbano VI. Giunti i cardinali a Napoli, si avvi- dero subito che il re faceva il sor- do alle istanze de' rappresentanti, non essendo disposto a compiacere il Papa. Ciò non pertanto il cardina- le di s. Ciriaco appoggiò con forza le richieste del Papa, il veneto si regolò con ambiguità, bilanciando le ragioni delle parti, il solo cardi- nal Reatino, così detto dal suo ve- scovato, trovando indebite le preten- sioni di Urbano VI, non seppe ri- solversi a cooperare che acquistas- se le nominate signorie un giovi- nastro perduto nella mollezza e nel lusso, che contribuiva non po- co al discredilo del pontificato, on« de piuttosto sostenne le ragioni del re. Ritornati i cardinali a Roma
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senza aver nulla conchiuso, Urbano VI ne fremè di sdegno, e preso in grave sospetto il cardinale di Rieti, montò in ira col re Carlo III, con- tro del quale determinò di portarsi armata mano per indurlo colla forza a mantenergli le promesse, e inti- mò ai cardinali di doverlo seguire. Negando però questi di unanime consenso di obbedire, intentò un ri- goroso processo, per cui sarebbero stali in seguilo riguardati come ri- belli e contumaci se dentro un da- to termine non si univano con lui, minacciandoli inoltre di privarli della porpora cardinalizia. Siccome però il cardinal di Rieti era più di ogni altro sospetto al Papa come fautore del contegno di Carlo III, e fomentatore della disobbedienza degli altri cardinali, lo privò con tutte le formalità della dignità car- dinalizia, ed ai cardinali di s. Ci- riaco e di Venezia assegnò il ter- mine di quattro giorni a produrre le loro difese; se non che interposti parecchi ragguardevoli personaggi in questa causa, furono ambedue ri- messi in grazia del Papa. Solo del cardinal Mezza vacca non volle sen- tire ragione alcuna di difesa. Spa- ventato esso dalla severità del Pon- tefice, prima d'incappargli nelle ma- ni, si involò con segreta fuga, e reca- tosi in Avignone dall' antipapa Cle- mente VII aderì allo scisma, e tramò congiura contro Urbano VI, alla quale presero parte cinque cardina- li che furono puniti coli' estremo giudizio in Genova. Bonifacio IX, successore di Urbano VI, nel primo anno del suo pontificato lo restituì insieme con altri alla primiera di- gnità col titolo di s. Martino ai Monti, perchè il suo antico tito- lo eia stato conferito ad altri, e de- coroUo delle legazioni di Genova e
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Viterbo. Narra il Gonlelorio che alcuni cardinali adunati nel castel- lo di Luzzara, alla morte di Urbano VI, in disprezzo del suo carattere violento, trattarono di eleggere in successore il cardinale benché de- posto. Mori dopo tante vicende tran- quillamente in Romanci iSgG, ed ebbe sepoltura nella basilica di s. Maria Maggiore, dove in antica tomba insieme col suo nome si vedono scolpite le insegne di sua famiglia.
MEZZODÌ', o/"f/i/ie equestre. Que- st'ordine cavalleresco della croce del mezzodì nel Brasile, venne istituito nel dicembre 1 826 da Pietro I imperatore del Brasile, per premia- re que' sudditi che lo avevano eoa zelo e valore assistito nel sottomet- tere le Provincie ribelli del Brasile, dopo le turbolenze scoppiate a Fer- nambuco, e gli avevano appianato la via al trono, venendo proclama- to imperatore del Brasile nel 1822. La decorazione consiste in una cro- ce d' oro che si appende nella par- te sinistra del petto.
MIC ARA Lodovico, Cardinale. Lodovico Micara nacque in Fra- scati a' 12 ottobre 1775, dotato di pronto e felice ingegno, ben pre- sto volle professare vita religiosa tra i cappuccini, in cui meritò per diversi gradi essere eletto ministro generale del suo ordine, quando già Pio VII per la sua dottrina ed e- loquenza avealo promosso a predi- catore apostolico. Divenuto Ponte- fice l'antico suo amico Leone XII [Vedi), gli affidò varie incumben- ze, indi a'20 dicembre 1824 '^ creò e riservò in petto cardinale prete, pubblicandolo a'i3 marzo 1826 con quell'onorevole elogio che riportammo nel voi. XXVII, pag. i5o e i5i del Dizionario, parlan-
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do ancora di sua famiglia, confe- rendogli per titolo la chiesa de' ss. Quattro. Lo abilitò per un tempo ad esercitare il supremo magistero del suo ordine, ed a continuare l'uf- fizio di predicatore apostolico. In- di Io annoverò alle congregazioni dell'indice, delia disciplina regola- re, dell'esame de' vescovi in sacra teologia, degli affari ecclesiastici, e poi lo fu pure a quella de' vescovi e regolari, dichiarandolo presidente della deputazione permanente dei Conservatori di Roma [Vedi). Gre- gorio XVI nel 1837 lo nominò vescovo di sua patria, alla quale facendo l'ordinaria dimora, con ze- lo pastorale esercitò quelle benefi- cenze che accennammo nel citato voi. XXVn, p. 218. Divenuto nel 1843 sotto- decano del sacro colle- gio, preferì restare nella chiesa di Frascati, in vece di passare a quel- le di Porto, s. Ruffina e Civitavec- chia, ed il medesimo Papa gli con- ferì la prefettura de' sacri riti. Quando nel i844 successe al de- canato del sacro collegio, Gregorio XVI lo trasferì ai vescovati d'O- stia e Velletri e alla legazione di Velletri, colle prerogative e protet- torie inerenti alla sua ragguarde- volissima qualifica ; essendo stato protettore anco di Frascati, del con- servatorio pio e della confraternita di s. Andrea de'pescivendoli. Inter- venne ai conclavi in cui furono eletti Pio Vili, Gregorio XVI e Pio IX. Visse parcamente o nel seminario di Frascati o nel conven- to de' cappuccini di Roma, solo breve tenjpo passò in Velletri. Fi- nalmente dopo lunga e penosa in- fermità, morì in Roma a*24 "^ag- gio 1847, nell'almo 72 di sua età. 1 funerali si celebrarono nella chie- sa della 6S. Concezione de' cappuc>
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cini, in cui celebrò la solenne mes- sa il cardinal Vannicelli, ed ivi fu sepolto secondo la sua disposizione. Nei Diari di Roma n. 46 e 47? ^ nelle Notizie del giorno num. 28, si leggono gli onori funebri che gli resero la città di Velletri, la città e seminario di Frascati, con ora- zioni necrologiche celebranti le sue qualità, scienza e meriti. Amorevo- le colla famiglia in gran parte la beneficò con pensioni vitalizie, de- stinando la principal porzione di sua cospicua eredità in favore del conservatorio di Frascati e di altri pii istituti, ciò che meglio descri- veranno i suoi biografi, quando gli eredi fiduciari ne avranno pubbli- cate le disposizioni. Di aspetto gra- ve, con bella barba, egli vestì al modo detto nel voi. XXVI, p. iS^.
MICHELE (s.), ordine equestre di Portogallo. V. Aia di s. Miche- le, che si estinse sotto il re Sancio I figlio del fondatore, e ne tratta pure il p. Bonanni nel Catalogo degli ordini p. 80, riportandone la figura.
MICHELE (s.), ordine equestre di Napoli. Fedi Armellino, ordi- ne non più esistente, di cui parla! ancora il p. Bonanni nel Catalogo degli ordini p. 84, riproducendo- ne la figura.
MICHELE (s.), ordine equestre di Francia. Pretendono alcuni scrit- tori che Carlo VII re di Francia avendo abolito l'ordine della Stella [Fedi) istituito da Giovanni li, per disprezzo impose il collare di tal ordine al Bargello^ ed ordinando che i suoi Birri portassero delle stelle sulle casacche, avesse intenzio- ne d'istituire un altro oidine sotto r invocazione di s. Michele arcan- gelo, antico protettore del regno di- Francia, lo che a cagione di sua
MIC morte non potè mandare ad effet- to, e che Lodovico XI suo figlio per effettuare le sue brame istituis- se l'ordine in memoria dell'insi- gne vittoria riportata dai francesi contro gl'inglesi sul ponte d'Or- leans ove è tradizione che s. Mi- chele si fece vedere in aria a favo- re de' francesi. Certo è che Lodo- vico XI Io fondò nel primo d'ago- sto i4^9 ^^^ castello d' Amboise, composto di soli Ireiitasei cavalieri gentiluomini, e che il re ne sarebbe il capo; ne creò subito quindici, e gli altri si riserbò nominarli nel pri- mo capitolo, ma il numero mai Io completò. Diede ai cavalieri per decorazione un collare d' oro com- posto di conchiglie intrecciate da doppio legame, poste sopra una catena d' oro da cui pendeva vma medaglia rappresentante il santo ar- cangelo in atto di cacciare il de- monio, o atterrare un dragone. Que- sto collaie i cavalieri dovevano portarlo dovunque ogni giorno, tran- ne quando erano coU'esercito, por- tando allora la semplice medaglia pendente da una catena d' oro, o da un cordone di seta nera, e que- sta mai potevano lasciare; la divi- sa o motto poi era: Immensi (re- mor Oceani, secondo la pia creden- za, che il santo arcangelo con tem- peste disperdesse i nemici della Francia tutte le volte che si ap[iros- simavano nell' Oceano al monte di s. Michele, ove fu fondata un' ab- bazia in suo onore, e per la sua apparizione ivi accaduta ad Aut- berto o Otberto vescovo d' Avran- ches verso l' anno 706, per cui in Francia se ne celebra la festa ai 16 ottobre. 11 gran collare dovea pesare duecento scudi d'oro, ma senza gioie, dovendosi in morte re- stituire al tesoriere dell'ordine. I
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cavalieri non potevano guerreggia- re senza farne consapevole il con- siglio, ed i francesi non potevano servire principi stranieri e far lun- ghi viaggi senza permesso del re. Per eresia, tradimento o viltà i ca- valieri venivano privati dell'ordine, e quando a questo erano ammessi doveano lasciar quelli che aveano, tranne i ricevuti dai Papi, impera- tori, re e duchi. Nell'ammissione pagavano al tesoro dell'ordine ^o scudi d'oro, o l'equivalente per , gli ornamenti della chiesa del Mon- te s. Michele in Normandia, desti- nata da Lodovico XI per celebrar- vi i divini uffizi e ricevervi i be- nefizi e le fondazioni in favore dell'ordine ; ma poi dichiarò che le cerimonie e le feste dell' ordi- ne si celebrassero nella cappella di s. Michele situata nella corte del palazzo in Parigi ; tuttavolta non pare che le assemblee e le fe- ste si facessero in tali luoghi. Alla morte d' un cavaliere ognuno do- veva fargli celebrare venti messe. Nella vigilia della festa di s. Mi- chele i cavalieri doveano col ve portarsi alla chiesa vestiti con man- to di damasco bianco lungo, bor- dato d'oro, ornato di conchiglie e nodi d' amore fatti di ricamo, e fo- derato di ermellino, e colla testa coperta di cappuccio cremisi. Nel di seguente alla messa presentava- no i cavalieri all'offertorio una mo- neta d' oro, indi pranzavano col re. Assistevano al vespero in mantelli neri con cappucci simili, violetto essendo quello del re. Intervenivano ancora al mattutino de' defunti per l'anniversario, e nel giorno seguente alla messa offrivano un cero d'una libbra col proprio stemma. Nel dì appresso assistevano alla messa can- tata in onore della Beata Vergine.
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Nel 1496 Alessandro VI, ad istan- za di Callo Vili, figlio di Lodovico XI, confermò questo ordine.
In principio ufìfìzialt dell'ordine erano il cancelliere, il registratore, il tesoriere e 1* araldo, che porta- vano vesti lunghe di ciambellotto bianco foderate di panno celeste con cappucci di scarlatto, ed il cancelliere era semplice ecclesiasti- co ; ma Francesco I variò il col- lare, sostituendo ai doppi nodi un cordoncino in memoria di sua ma- dre Anna di Bretagna, istilulri- ce dell'ordine della Cordeliera [Ve- di). Enrico II nel j548 ordinò nel capitolo di Lione che i cavalieri portassero mantello di tela d' ar- gento ricamato di tre mezze lune intrecciate di trofei, seminati di lingue e fiamme di fuoco, col cap. puccio di veluto cremisi pure ri- camato; che il cancelliere portasse mantello di velluto bianco e cap- puccio di velluto cremisi ; che il preposto ed il maestro di cerimo- nie, il tesoriere, il registratore e r araldo avessero un mantello di raso bianco ed il cappuccio di ra- so cremisi , e che portassero una catena d'oro con conchiglia simile pendente ; e che lutti i cavalieri presenti assistessero col re per la solennità dell'ordine nella cattedrale di Lione ai primi vesperi della fe- sta di s. Michele, e nel seguente giorno alla gran messa e secondi vesperi ; altri dicono che Enrico II volle che i divini uffizi si cele- brassero nella santa cappella di Vincenues, Avendo Francesco II e Carlo IX per diverse circostanze aumentato grandemente il numero de'cavalieri, nel iSyS il re Enri- co III fondò l'ordine dello Spirilo Santo [Fedi)y principalmente per ridurre a nuovo splendore questo
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di s. Michele di molto decaduto e comune, a cagione delie persone ch'erano decorate, non essendovi che pochissimi nobili , onde in Francia si diceva per proverbio: le collier de s. Michel à toutes bé- tes, o l'ordre des bctes de sommej ordinò dunque Enrico IH, che chiunque venisse decorato della croce dello Spirito Santo, dovesse ancora prendere quella di s. Mi- chele nel d'i precedente al conferi- mento della prima, laonde le armi degl' insigniti venivano ornate dei due collari, ed essi chiamati cava- lieri degli ordini del re. Tutlavol- ta introdotti nell'ordine nuovi abu- si, ed avvilito dai particolari che lo avevano ricevuto senza dar pro- vedi nobiltà e de' servigi prestati, queste esigette nel 1661 Luigi XIV quando operò la riforma com- pleta dell'ordine; quindi nel i665 fece un nuovo regolamento, pre- scrisse r osservanza degli statuti compresi in sessantacinque capitoli, e ridusse a cento il numero dei cavalieri da lui scelli, oltre quelli dello Spirito Sauto, e che tra essi fossero compresi sei ecclesiastici co- stituiti in dignità, e sei uffiziali del- le compagnie reali, e ninno potesse essere decorato dell' ordine di s. Michele se non fosse cattolico, ben costumalo , nobile per due genera- zioni, con altri requisiti ; che ogni anno tutti i cavalieri si riuniranno capitolarmente nella sala de' fran- cescani di Parigi, per- esaminare i regolamenti necessari al manteni- mento dell'ordine, presiedendo l'as- semblea un cavaliere deputato dal re ; e che la cnjce dell'aulica forma e figura fosse |)ei' u)età più piccola di quella dello Spiiilo Santo, u ri- serva della culuiiibu che sta nel mezzo di questo, iuvece dovendovi
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essere r immagìue in ismaUo di >. Michele, pendente da nastro nero; tutti poi doveano portar la spada, tranne i mentovati sei ecclesiastici ed uHkiali, e le scarpe l)ianclie, co- me si può vedere a p. 8i del p. Bonanni, che ne riporta la figura nel Catalogo degli ordini equestri. Le regole dell' ordine le registrò ancora il Sansovinn, e l'ultima edi- rione degli slalnti fu stampata a Pa- rigi nel 1725. Luigi XVIII desti- nò quest'ordine per decorare i pri- mari scienziati ed artisti, e quelli che si fossero distinti con nuove invenzioni ed intraprese utili allo slato, avendolo ristabilito con ordi- iiiM«a de' 16 novembre i8i6j ma dopo la rivoluzione del i83o non fu più conferito.
MICHELE (s.), ordine equestre di Baviera. L'istituì a'29 settembre 1693 Giuseppe Clemente elettore di Colonia, come duca di Baviera, nella sua residenza di Monaco; in- di venne solennemente confermato dal re di Baviera Massimiliano Giu- seppe, nella revisione degli oi'dini reali, agli 11 settembre 1808. II suo primiero scopo è il sostenere la religione cattolica, e difendere l'onore divino, cui si aggiunse il dovere di soccorrere i difensori della patria, ton decreto de'6 ago- sto 18 IO nella nuova conferma e ri- forma degli statuti dell'ordine, chia- mandolo Ordine del merito di s. Michele. In principio l'ordine si compose di tre classi, cioè di gran croci che formano il capitolo, de- gli uftlziali e de' cavalieri , a cui più tardi fu aggiunta la quarta classe de' cavalieri onorari : per es- sere ammesso ad una delle lie pri- me classi bisogna daie prove di nobiltà. Il gran maestro nomina ca- valieri onorari di suo proprio moto
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e senza ammettere petizione, uomi- ni di un merito distinto, non fa- cendo differenza di nascita, di con- dizione o di religione , e nessun membro può essere eletto senza il be- neplacito del re. Gli statuti prescris- sero che vi debbono esseie dieciot^ to gran croci, otto ufliziali, trenta- sei cavalieri, e dodici cavalieri o- norari, tanto ecclesiastici quanto laici. Pio VII col breve, Quoniani iuler niilitares cquestres ordines, dei 5 febbraio 1802, Bull, Boni. Conti- nualio t. XI, p. 284, dichiarò ad onore di questo ordu>e, che quegli ecclesiastici che ne fossero insigniti godessero 1' abito prelatizio e lutti i privilegi de' prelati domestici. Il regnante Luigi Carlo Angusto, con foglio governativo de' i4 settembre 1846, pubblicò il regio decreto col quale stabilì, che quest'ordine del merito di s. Michele si compones- se di membri dell' ordine naziona- le, di trentasei gran croci, di ses- santa commendatori e di trecento- venti cavalieri. La dignità di gran maestro, coli' approvazione del re, viene conferita ad un principe del sangue, ed ultimainenle lo era il duca Guglielmo di Baviera duca di due Ponti Bii^kenfeld. Sullo scudo di s. Michele, nella faccia della de- corazione vi è l'epigrafe: Quis ut Deus? Sulle quattro parti della cro- ce vi sono le iniziali P. F. F. P. che significano /7/e/rtJ, fidelitaSy far- iitudo, perseverantia. Nel rovescio vi è la leggenda ; Dominus potens in praelio.
MICHELE e GIORGIO (ss.) DELLE ISOLE JoNiE, Ordine equestre. Pel trattato de' 2 3 maggio i8i4 fu ceduta l' isola di Malta e sue dipendenze all' Inghilterra , e per quello del 5 novembre 181 5 po- ste le isole Jouie sotto la protezio-
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ne del sovrano della gran Breta- gna, il re Giorgio III eresse l'or- dine di san Michele e di san Giorgio a'27 aprile 1818, pubbli- candosi gli statuti a' 12 agosto, indi riformati da Giorgio IV li 5 aprile 1826, e poscia dal i"e Guglielmo IV il 17 ottobre i832. 11 re del- la gran Bretagna è sovrano del- l'ordine; un principe del sangue reale n'è il gran maestro, ed at- tualmente è il duca di Cambridge Adolfo Federico; in caso di assen- za viene rappresentato dal lord pri- mo commissario dello stalo libe- ro e indipendente della repubblica delle isole Ionie. L' ordine si com- pone di tre classi, cioè di gran croci, di commendatori e di cava- lieri. Il numero de' gran croci è stabilito di quindici, non compre- so il gran maestro, quello de'com- inendatori di venti, quello de' ca- valieri di venticinque. Ciascuna di queste tre classi piglia posto subilo dietro quella del nome medesimo dell'ordine del Bagno [Vedi); da ciò e dal limitato numero de'cavalieri di ogni classe, deriva che l'ordine di s. Michele e di s. Giorgio sia di- stintissimo. La placca della gran croce che forma l'.insegna de'cava- lieri, è composta di sette raggi di argento, separati da piccole liste di oro, e per di sopra si vede impressa in rosso la croce di s. Giorgio : lo scudo posto su tal croce ha 1' effi- gie dell'arcangelo s. Michele, colla epigrafe : /ìiispiciuni mclioris nevi. I commendatori oltre la decorazio- ne portano una placca d'argento, e nella decorazione evvi l'immagine di s. Giorgio sullo scudo, colla leg- genda suddetta. La festa solenne del- l'ordine suole celebrarsi con ma* gnifjca pompa il 2 3 aprile, giorno ia cui cade la festività di s. Giorgio.
MIC MICHELE ARCAiTGEto (s.). La Chiesa onora s. Michele come ar- cangelo, od il primo e principale degli angeli, come il capo dell'ar- mata celeste ; il suo nome significa: chi è simile a Dio ? Qitis ut Deus ? Daniele parla di s. Michele nei ca- pitoli X e XII : egli seppe nelle sue visioni, che 1' angelo custode della Persia erasi fortemente adoperato in favore di questo paese, e che Michele, al quale era affidata la guardia degli ebrei, avea rimosso tutti gli ostacoli che si franietteva- no al loro ritorno dalla cattività. Gabriele disse a Daniele, ch'egli avea fatto per ciò grandi sforzi in Persia per veotnn giorni, e che Michele essendo venuto in suo soc- corso, tutte le dillicoltà erano state superate. Parlando Daniele della crudele persecuzione di Antioco, si esprime cosi: « Allora si leverà Michele, questo gran principe, ch'è il protettore dei (igli del tuo popo- lo " ; il che significa che questo arcangelo verrebbe in soccorso dei Maccabei e degli altri difensori de- gli israeliti. Credesi che sia stalo Michele quell'angelo che condusse gli ebrei nel loro viaggio nel de- serto, e di cui dicesi nel cap. XIII dell' Esodo : « Manderò il mio an- gelo, il quale vada innanzi a te ". L' apostolo s. Giuda riferisce la con- tesa che Michele ebbe col demo- nio per la sepoltura del corpo di Mosè, e raccomanda la pietà, l'u- miltà e la modestia coli' esempio di questo arcangelo, che lasciando i rimproveri e le maledizioni , con- tentossi di dire al suo avversario : »» Il Signore ti soggioghi ". S. Gio- vanni nell'Apocalisse, cap. XII, ci fa la descrizione di un altro com- battimento tra Michele ed il de- monio, a motivo della Chiesa figu-
MIC rata dalla donna ch'era fuggita nel deserto, dove Dio le aveva pre- parato un ritiro. Fu da questo pas- so che venne conchiuso, che l' ar- cangelo s. Michele era il tutelare ed il difensore della Chiesa cristia- na. La festa di s. Michele si cele- bra ai 29 di settembre dal quinto secolo in poi. Essa era certamente stabilita nella Puglia nel ^()3, e se ne riporta l' istituzione nell'occiden- te alla dedicazione della celebre chiesa di s. Michele sul Monte (largano, oggi Monte sant'Angelo nel regno di Napoli ; per ciò è detta la. Dedicazione di s. Mi- chele nei martirologi di s. Giro- lamo, di Beda, ec. Benché s. Mi- chele sia non)inalo solo nel titolo di questa festa, apparisce però dal- le orazioni della Chiesa esserne og- getto tutti i santi angeli. Celebra- vasi nello stesso gioino in occiden- te la dedicazione di molte altre chiese intitolate del santo arcange- lo, principalmente di quella ch'era sulla mole Adriana. Il culto di s. Michele e degli angeli non fu me- no celebre in oriente posciachè Co- stantino ebbe abbracciato il cristia- nesimo. Sappiamo da Sozomeno che questo imperatore fece fabbricare in onore del santo arcangelo una chiesa che si chiamò Michaelion e nella quale Dio operò dei miraco- li : era questa forse quattro miglia lungi da Costantino[ioli. Nella stes- sa città eranvi f|ualtro chiese dedi- cate a s. Michele, e crebbe il nu- mero di esse (Ino a quindici, tutte di fondazione imperiale.
La Chiesa cristiana celebra inol- tre tre apparizioni di s. Michele. La prima è quella di Colossi nella Frigia, della quale non si sa di- stintamente il tempo, la cui festa è fissata a' 6 di settembre in tutte le
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chiese di oriente. La seconda è quella sul Monte Gargano, di cui parlammo all'articolo Apparizioive DI SAN Michele arcangelo . La terza è quella che il santo ar- cangelo fece ad Autberto od Ot- berto vescovo d'Avranches, su di uno scoglio chiamato la tomba od il periglio del mare, nel golfo tra la Normandia e la Bretagna, dove tiovasi l'abbazia di s. Michele: que- sta apparizione accadde verso l'an- no 706, e la festa fu sempre di poi celebrata in Francia ai 16 di ottobre, f^. MANpnEDOMA.
MICHELE DE'SANTI (beato). Nacque in Catalogna, nella città di \ich, a' 29 seltembie i^gr, di Enrico Augemit e di Margherita di Monserrada, ambedue ragguar- devoli per casato e per probità. Essi si presero grandissima cura dell'educazione del loro figliuolo, il quale fino dai più verdi anni mostrò molta inclinazione alla pie- tà. Perduti i genitori, uno de'suoi zii incaricossi della tutela di lui, e lo allogò presso un mercante. Il suo primitivo spirito di fervore e di mortificazione non venne meno fra le* occupazioni del commercio, alle quali accudendo eziandio con somma esattezza, si meritò l'ammi- razione del suo padrone e di quan- ti il conobbero. Sentendosi chiama- to ad un genere di vita più per- fetto, partecipò al padrone la sua risoluzione di entrare nello stato religioso ; si recò a Barcellona, e andò a presentarsi al superiore di un convento di trinitari, nel quale fu ricevuto. Dopo tre anni di pro- ve, fece professione a Saragozza, il 3o settembre 1607, in un'altra casa dell'ordine. Nel 16 19 passò ad Alcalà, e vi pronunziò di. nuo- vo i suoi voti. I superiori Io man-
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darono a cominciare gli (tudi al- l' università di Baez : a Salamanca terminò il corso di teologia, e fu ordinato sacerdote. Da quel momen- to egli si occupò interamente in tutte quelle opere che potevano procurare la gloria di Dio e la salute delle anime. 11 suo merito e le sue virtìi indussero i suoi fra- telli ad eleggerlo due volte supe- riore del convento di Valladolid, casa a cui egli rese assai grandi servigi. Iddio lo innalzò ad un al- to grado di contemplazione, gli diede lo spirito di profezia ed il potere di far dei miracoli. In capo ad alcuni anni di fatiche a van- taggio della religione, terminò la sua santa carriera nel iGaS, tren- tesimo quarto di sua vita. Il Papa Pio VI lo beatificò nel 1779.
MICHELE, Cardinale. Michele cardinale prete fu incaricato da Co- stantino Papa del 708 di trasferir- si in Costantinopoli, col carattere di apocrisario all'imperatore Anastasio, per congratularsi nel pontificio no- me di sua assunzione al trono im- periale, come ancora per confermar- lo nella fede ortodossa, e per ri- conciliare colla Chiesa molti vescovi penitenti, ch'erano miseramente ca- duti. Fu di tal facondia ed erudi- zione fornito, che colla forza degli argomenti e colia perspicacia e vi- vacità dell'ingegno convinceva co- loro che avevano opinioni contrarie ed opposte alla caltolicn fede. Gre- gorio Il immediato successore di Costantino lo confermò nella antica carica, quantunque il Baronio sia d'opinione che un altro cardinale dello stesso nome,- rliverso dal no- stro, fosse da quel Pontefice spedi- lo a Costantinopoli. Si crede però che sia Io stesso, tanto più che gli aatichì scrittori non fanno alcun
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motto della partenza del nostro cardinale dalla corte dell'impera- tore in occasione del nuovo Papa. D' ordine di 8. Gregorio II, il car- dinal legata depose Giovanni pseu- do patriarca costantinopolitano, e di universale sentimento del clero e popolo collocò sopra quella sede Germano santissimo arcivescovo di Cizico, soggetto insignemente zelan- te della purità della cattolica fede. Restituitosi a Roma dopo tante e sì egregie azioni, vide il termine de' suoi giorni verso l'anno 720.
MICHELI Giovanni, Cardinale. Giovanni Micheli nobile veneziano, uomo di gran talento e pari dot- trina, nipote per canto materno di Paolo II, fu da questi a* 2 i novem- bre 1468 creato cardinale diacono di s. Lucia in Scplisolio, quindi nel 1471 fatto vescovo di Verona, a cui nel i485 Innocenzo Vili ag- giunse la chiesa di Padova, dove mostrossi padre de' poveri e mece- nate de' letterali. Tuttavolta scrive il Marcelli contemporaneo canonico di Padova, che il cardinale rinun- ziò subito alla chiesa di Padova, e mai ne prese il possesso, quantun- que r Ughelli ed il Ciacconio affer- mino averla tenuta tre anni. Men- tre governava quella di Verona, Sisto IV restituì alla cattedrale la dignità dell'arcidiacono, che godu- to avea fino dai tempi i più re- moti, e l'imperatore Federico HI, essendo di ritorno da Germania, passando per Verona prese alloggio nell'episcopio. Innocenzo Vili lo decorò del titolo di patriarca di Costantinopoli, quindi Io incaricò della legazione dell' esercito ponti- ficio contro Ferdinando re di Na- polij ed egli con ammirabile pru- denza e destrezza si maneggiò co- sì bene, che stabilì uell' Italia la
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MIC pace tanto desiderala. Siccome però era assai ricco e dovizioso, pei ma- neggi di Cesare Borgia che accu- sollo ad Alessandro VI di falsi de- litti, fu posto in Castel s. Angelo, e vi perde miseramente la vita a mezzo di nn potente veleno, ap- prestatogli da un domestico, che ne pagò la pena sotto Giulio II. Morì il cardinale nel i5o3, in età di 5'/ anni, e 35 di cardinalato, essendo vescovo di Porto, chiesa che avea ottenuta da Alessandro VI nell'ago- sto 1492. Rimase sepolto in Ro- ma nella chiesa di s. Marcello, presso al lato destro della porta, in un magnifico e antico sepolcro, sul- r urna del quale vedesi la statua del cardinale vestito in abiti ponti- ficali, e nella sua base si legge o- norevole iscrizione. Lasciò per te- stamento la somma di quattordici- mila scudi per la fabbrica della cattedrale di Verona, a cui inoltre donò tutta la sua ricca suppelletti- le da dividersi colla chiesa di Pa- dova. Tutti convengono nell'elogio di personaggio di gran dottrina, protettore degli uomini eruditi e letterati, e padre dei poveri.
MICHELINA (beata). Nata a Pesaro d' illustre famiglia, fu ma- ritata in età di dodici anni ad un signore della casa dei Malatesta. A vent'anni perdette lo sposo, e po- co dopo l'unico figlio. Questa dop- pia perdita, che vivamente la com- mosse, la distaccò affatto dal mon- do, e la decise ad entrare nel terzo ordine di s. Francesco. La sua pie- tà parve follia a' suoi genitori, i quali la fecero rinchiudere in una torre; ma rimasta in libertà, se ne giovò per darsi alla pratica delle opere di misericordia, e per fare un viaggio alla Terrasanta. IMori nella sua patria, in età di ciuquau-
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tasei anni, a'ig giugno i356. La santa Sede approvò il suo culto nel 1737, e ne fissò la festa al di del- la sua morte.
MlCONE(Mconen). Città vesco- vile, capoluogo dell'isola del suo no- me nell'Arcipelago, nel dipartimen- to greco delle Cicladi settentriona- li, sulla costa occidentale, a 60 le- ghe da Tripolitza, con porlo buo- nissimo, e più di 4000 abitanti. L'isola di Micone o Miconi, My- conos, è di forma triangolare, che al nord ha l'altro porto di Panor- mo ; gli abitanti cogli idrioti sono riputali i pili abili marini dell'Ar- cipelago. Il prelato di Tine [Fedi) si qualifica anche vescovo di Mico- ne, ove all'occorrenza manda un sa- cerdote, e vi rimane una chiesa con pochissimi cattolici, almeno in- digeni.
MICROLOGO. Operetta assai stimata sui riti e sulle cerimonie della Chiesa, che si attribuisce a Giovanni scrittoi'e francese, o piut- tosto italiano, del secolo XII, inti- tolata: De ecclesiaslicis ohservalìo- nibus, che il Berlendi, Delle oblazio- ni all' altare, edizione seconda, chia- ma libro ripieno di santa e vera eru- dizione, e che merita in materia di riti di essere ad ogni altro piepo.sto; ma dice non potersi certamente as- serire chi ne sia stato l'autore: ne tratta a p. io3 e seg. riportando pu- re le diverse opinioni, e parlando del Micrologo, libro di musica compo- sto da Guido d'Arezzo monaco pom- posiano (su di che F. Musica), e del Micrologo della vita di Carlo Magno, Enrico Warthon, nel suo supplemento all'Usserio sulle scrit- ture, a pag. 35g cita un libro mss. col nome d'ivone di Chartres, in- titolato : Degli uffizi ecclesiàstici, e dice, che questo libro è lo stesso
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che il Micrologo stampato tante Micrologo ad Anversa nel i565,
volte, e di cui finora veiamenle ed annientò la sua edizione di /\.o
non se ne conosce bene l'autore; capitoli. Indi nel i56B Melchiorre
ma mentre negli stampati è desso Hittorp inserì il Micrologo nella
composto di soli 62 capitoli; nel sua Raccolta degli scrini liturgici .
rass. di Warthon in vece se ne Venne altresì pubblicato posteriore
contano 71. Gli otto primi, che mente nella Biblioteca de padri, e
mancano nelle nostre edizioni, trat- trovasi nel t. XVIII di nuella di
tano del mattutino e delle laudi, Lione. Si possono <listinguere due
delle ore di prima, terza, sesta, no- parti del Micrologo: la prima ri-
na, del vespero e della compieta, guarda la celebrazione della messa
11 nono capitolo è sull'introito del- secondo il rito romano; la seconda
la messa: è con questo capitolo che tratta delle diverse altre pratiche
comincia il Micrologo stampato ; in della Chiesa sotto il pontificato di
testa dell'opera del mss. di War- s. Gregorio VII. Vi sono riferite
thon leggesi il nome d'Ivone ve- dettagliatamente le parti dell'udizio
scovo di Chartres, locchè esclude delle quattro tempora e delle quat-
qualunque equivoco. Sì può ag- tro seguenti domeniche. Trovansi
giungere sull'asserzione di Warthon pure diverse osservazioni sulla dis-
che la scrittura del mss. corrispon- posizione degli ufìizi dell' avvento ,
de al tempo nel quale viveva Ivo- sulla notte di Natale, sull' ulhzio
ne, cioè alla fine del secolo XI od della festa di s. Stefano e degli
al principio del Xll. L'autore qual- Innocenti, sull'uffizio della domeni-
sìasi del Micrologo, si occupa della ca e dell'ottava della Natività, sul-
spiegazione delle cerimonie della la festa dell'Epifania, e sulle do-
chiesa romana, e si dà ad onore meniche che seguono.
di averne imparate molte dalla hoc- MIDA (s.). f^. Ita (s.).
ca stessa del dotto Papa s. Grego- MIDAIUM, Medaeuin, Medaiuin.
rio VII, eletto nel 1078, morto nel Sede vescovile della Frigia Saluta-
io85. La prima edizione del Mi- re, nell'esarcato d'Asia, sotto la
crologo è dovuta a Giacomo Le metropoli di Sinnada, eretta nel V
Fevre d'Etaples che lo fece stam- secolo. Ne furono vescovi Epifanio
pare a Parigi nel i5io, col nome che fu al concilio di Calcedonia;
di Bernone abbate di Richenou o Giovanni che intervenne a quello
Augiense. Ivi nel 1527 fu ristam- di Costantinopoli sotto Menna; Co-
pato insieme al trattato d' Eckio stantino che fu al V concilio ge-
sul sagrifizio delia messa. Giovanni nerale; Teodoro sottoscrisse ai ca-
Cochlee ne fece una terza edizione noni in IVulloj Giorgio fu al VII
a Magonza nel suo Specchio del- concilio generale; e Metodio a qiiel-
l'antica divozione verso la. messaj lo di Fozio, nel pontificato di Gio-
raa pubblicò i soli primi' 22 capito- vanni Vili. Oriens chrìst. tom. I,
li del Micrologo che riguardano p. 84 1.
particolarmente la celebrazione del- MIDDELBURGO , Middclbitr-
la messa ; su quella di Cochlee fu- gnni o Mediohurguni. Città vesco-
rono fatte l'edizioni di Venezia nel vile de' Paesi Bassi, capoluogo del-
iSay e di Roma nel 1590. Pame- la provincia di Zelanda, di circon-
lio fece nuovamente stampare il dario e di cantone, a 28 leghe da
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Aiusterdam, in mezzo all'isola di Waiclicien, che si trova alle boc- che dello Schelda sopra un largo canale, e comunica col mare del nord; canale scavato nel r8i6 e 1817 in sostituzione dell'antico por- to delia città interamente colmo. E residenza del governatore della provincia e di altre autorità. Que- sta città, di forma quasi semicirco- liuc, è grande e bella ; le sue for- tificazioni fiuono in parte distrutte, n)a conservò de'ripari con bastioni, cinti da una fossa larga e pro- fonda. Il palazzo pubblico situato nella gran piazza è osservabile per la sua gotica architettura, e sopra vi sta un'alta torre; la facciata è adorna di venticinque statue degli antichi conti e contesse di Zelanda. La piazza Rotonda è circondata di viali d'alberi, e di bei fabbricati detti dell'abbazia, e cos\ pure del- l'edilizio deiramiiiiragliato; sì os- serva inoltre la chiesa di s. Pietro, antica cattedrale, che contiene mol- li bei mausolei, gii edilizi della compagnia delle Indie e del com- mercio, gli arsenali, i fabbricati del pubblico peso, il quartiere Molen- Water ed i pubblici passeggi. Vi sono diversi stabilimenti scientifici , come la società zelandese per tutti i rami di letteratura, arti e scienze, che ha biblioteca, museo di storia naturale, collezione di medaglie e di oggetti rari. Un tempo il suo com- mercio era assai considerabile; no- mina otto membri agli stati di Ze- landa, e tra gli altri fu patria del {)octa Adriano Beverland, e del teo- logo Melchiorre Leydeker. I din- torni sono paludosi e pregiudizievo- li, e l'uragano del iS-ìj cagionò terribili guasti alla città.
Middelburg (piazza di mezzo) prese il nome dalla sua situazione
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nel mezzo di Walcheren. In ori- gine era un piccolo villaggio, che i signori di iJorsselle ingrandirono poscia, e fecero cingere di mura nel iiSa. Dopo un assedio di 22 mesi la città fu presa agli spagnuuii nel i574, da Gugliehno i princi- j>e d'Orange, capo de' confederati, e riunita alle Provincie-Unite, di cui fece parte sino al 16 inaggio 1795, in cui ceduta alla Francia fu incorporata nel territorio fhm- cese a' 2 ottobre. Compresa pri» jiia nel dipartimento della Schel- da, divenne poscia il capoluogo del dipartimento delle Bocche delia Schelda. GÌ' inglesi la presero nel 1809 nella loro spedizione contro r isola di Walcheren, ma furono costretti evacuarla nel medesimo anno.
La sede vescovile, ad istanza di Filippo li re di Spagna, fu istitui- ta da Paolo IV a' 12 maggio loSg culla bolla Super universa, dichia- randola suliraganea della metropoli d' Utrecht. Stabilì la diocesi nel ter- ritorio di 56 niii^lia di lunghezza e 33 di larghezza, ed al vescovo gli assegnò tremila ducati d'oro annui dalle decime, e millecinque- cento ducati da detto re , cui die il diritto di nominare a questa chiesa. Ne fu primo vescovo Nico- la Castro o de Castel, ma i suoi successori non risiedettero mai a Middelburg, perchè la città e tut- ta la Zelanda avea abbracciato le nuove fatali opinioni religiose della pretesa riforma, onde il vescovato durò soli tredici anni. Al presente Middelburg è un decanato della missione d'Olanda, con otto stazio' ni, altrettanti pastori e più di 2000 cattolici con una chiesa.
MIESGIllERTO. Sede vescovile armena sotto il cattolico di Sis, di
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cui furono Tescovi Precursoi-e che fu al concilio di Sis, e Wierse cui scrisse il Papa Innocenzo XI. Oriens christ. t. I, p. i436.
MIOAZZl Cristoforo, Cardina- le. Ciislofoio de Migazzi de Valle a Sullelturin, nacque da nobile fami- glia in Trento a' 20 ollobrc 17 i4' Educato nelle scienze, secondo la sua distinta condizione, ben presto mostrò desiderio di abbracciare lo stato ecclesiastico, e ne effettuò po- scia la vocazione. Benedetto XIV lo dichiarò arcivescovo di Cartagi- ne in parllbus, quindi colla riten- zione del titolo arcivescovile, nel concistoro de' 20 settembre lySG lo traslatò al vescovato di Vacci» in Ungheria, e nell'anno seguente ali ma""io lo trasferì alla chiesa arcivescovile di Vienna d'Austria. Clemente XI lì nel concistoro de'2 3 iioven)bre 1761 lo creò cardinale dell'ordine de' preti, rimettendogli la berretta cardinalizia per monsi- gnor Mantica di Udine, cameriere segreto e segretario d' ambasciata dello stesso Papa, poi cardinale. Jntervenne successivamente ai con- clavi di Clemente XIV e Pio VI, ed ebbe per titolo la chiesa de' ss. Quattro Coronati, divenendo poscia primo cardinale dell'ordine de'preti. Venne annoverato alle congrega- 7/ioni de'vescovi e regolari, di pro- paganda fide, de' riti , delle indul- genze e sacre reliquie, non clie fatto protettore dell'ordine de' mo- naci di s. Paolo primo eremita. Allorché Pio VI nel 1781 si recò n Vienna dall'imperatore Giuseppe 11, il cardinale si recò ud ineon- Irarlo e ad ossequiarlo nel castel- lo di Sluppach, e nella sua per- inanen/.a in Vienna ricevcile testi- monianze di particolare slima e be- nevolenza dai Poulelìce. Assislclle
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alle «acre funzioni che vi celebrò, e l'accompagnò in diversi luoghi che Pio VI onorò di sua presen- za, incedendo nella carrozza ponti- ficia ; e nella messa pontificale che celebrò nella metropolitana nel gior- no di Pasqua, il cardinale fece da vescovo assistente al trono ed all'al- tare. Nella partenza di Pio VI si trovò nell'abbazia di Molk, ove gli celebrò la messa ed augurò pro- spero viaggio. Per l'elezione di Pio VII non potè il cardinal recarsi al conclave di Venezia, e finalmente giunto alla età grave d'anni ottan- totto e mezzo circa, mori in Vienna a'i4 aprile i8o3, venendo esposto nella sua metropolitana decorosa- mente, ed ivi restò sepolto, avendo goduto quarantadue anni la dignità cardinalizia. Fu compianta la sua perdita per le virtù ed eccellenti doti che lo fregiavano , pel zelo pastorale , e pei benefizi da lui fatti all' arcidiocesi.
MIGLIORATI Cosimo, Cardi- nale. V. Innocenzo Vili Papa.
MIGLIORATI Giovanni, Cardi- nale, Giovanni Migliorati di Sul- mona, eccellente dottore nel dirit- to canonico, Bonifacio IX lo sur- rogò al di lui zio cardinal Cosimo nell'arcivescovato di Ravenna l'an- no i4oo, ove introdusse i carme- litani, a'quali concesse il tempio di s. Giovanni Battista. L'Agnello non Solo diminuisce la sua dottrina, ma aggiunge che giammai risiedè nella sua chiesa, e non fu gran fatto economo de' beni ecclesiastici. Di- venuto lo zio Papa Innocenzo VII, a' 12 giugno i4o5 lo creò cardi- nale prete di s. Croce in Gerusa- lemme, coir amministrazione per- petua della sua chiesa. Intervenne ol concilio di Pisa ed ai conclavi eh' ebbero luogo ai suo tempo, ino-
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rendo in Bologna nel i4'o> o fu sepolto nella chiesa di s. Petronio con semplice iscrizione.
MIGLIORATI Cosimo, Cardina- le. Cosimo Migliorati romano, deno- minato Orsini a cagione della ma- dre ch'era di questa illustre fami- glia, o come pretendono altri na- poletano c|ual discendente d' Inno- cenzo VII. Professò nell'ordine di s. Benedetto, e fu abbate di Farfa, quindi da Sisto IV fu nel i479 promosso ad arcivescovo di Trani, ed a 5 maggio i48o a cardinale prete del titolo di s. Sisto. Ma do- ^po venti mesi di cardinalato colpi- to da fulminante apoplesia, termi- nò il corso de' suoi giorni in Brac- ciano nel i48i j e trasportalo al monastero di Farfa fu ivi sepolto in un mausoleo di marmo.
MIGNANELLI Fabio, Cardinale. Fabio Mignanelli patrizio sanese, sog- getto assai inoltrato nelle buone let- tere e nelle scienze, laureato nell'una e l'altra legge nell' università della patria, nella quale lesse pubblica- mente per alcuni anni, avendo fatto molti progressi in quella fa- colla. Trasferitosi a Roma, sposò Antonina sorella del cardinal Ca- podiferro, che ad esimia bellezza e pari pudicizia univa la cognizione delle lingue greca e latina, quale dopo averlo fatto lieto di un figlio, per mezzo di cui propagossi poi in Roma la prosapia Mignanelli , essendo rapita dalla morte gli die- de agio d'applicare l'animo alle cose di chiesa. Ottenuto un luogo tra gli avvocati concistoriali, colla mediazione del cardinal Capodi fer- ro fu destinato nunzio al senato veneto, e poi alla corte di Vienna a Carlo V, dove condusse ad ot- timo fine le incumbenze delle qua- li era stato incaricato. In appresso
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venne trascelto al governo della Marca,, e nei i5/\.i da Paolo HI alla vicelegazione di Bologna, dove essendo legato il cardinal Bonifacio Ferreri, ricevè tal Pontefice che ritornava da Lucca dopo il collo- quio avuto in quella città con Car- lo V, che nel i54o 1* avea nomi- nato al vescovato di Lucerà. Con tal carattere intervenne al concilio di Trento, e fu uno de' vescovi che si distinse per la sua dottrina, in premio della quale e degli altri suoi meriti Giulio HI a' 20 dicem- bre i55i lo creò cardinale prete del titolo di s. Silvestro in Capite. Indi lo fece prefetto della segnatu- ra di giustizia, e con felice successo delegato a Siena per quietare i tu- multi destatisi in quella città, che trovavasi in gran pericolo per aver cacciato il presidio spagnuolo di Carlo V. Due anni dopo la sua pro- mozione alla porpora fu dal vesco- vato di Lucerà trasferito da Giu- lio III a quello di Grosseto. Ven- ne oltre a ciò deputalo, ma senza successo, insieme col cardinale de la Baume, a comporre una molesta e spinosa controversia sui confini, e su certi castelli occupati e molli danni fatti nella Campagna romana dalle truppe di Pietro di Toledo viceré di Napoli sotto Paolo IV . Mori in Roma nel iSSy in ripu- tazione di gran cardinale, d'anni 61, dopo aver col suo suffragio contri- buito alle elezioni di Marcello H e Paolo IV, e fu sepolto nella chie- sa di s. Maria della Pace senza al- cuna funebre memoria. Scrisse un libro sul peccato originale e la giu- stificazione, che dedicò ai padri con- gregati nel concilio di Trento.
M 1 LAWO GiANiODovico, Cardina- le. Gianlodovico Milano da Valen- za nella Spagna, quantunque gio-
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vane di eia, ma di gran senno for- nito e d'ultima indole, lo zio Ca- listo IH lo fece vescovo di Segovia, ed a' 20 febbraio 14^6 lo creò cardinale prete, pubblicandolo a' j8 settembre, e conferendogli per tito- lo la chiesa de' ss. Quattro. Dipoi lo nominò vescovo di Lerida, lega- to di Bologna e coramissiirio apo- stolico per sedare le controversie ch'eransi eccitale nel principato di Catalogna e nella contea di Bar- cellona, tra il comune di quelle Provincie e Giovanni re d'Arago- na. Dopo essere intervenuto ai con- clavi di Pio II e Paolo II, es- sendo slato assente da quelli di Si- sto IV, Innocenzo Vili ed Ales- sandro VI, morì nella Sj)agna in età decrepita nel i5o8, dopo 52 anni di cardinalato, e fu sepolto in Lerida nella chiesa di s. Anna dei domenicani^ a norma di sua testa- mentaria disposizione.
MìLk^O {Mecliolanen). Città con residenza arcivescovile, antichissima d' Italia, nobilissima e magnifica ca- ])itale del regno Lombardo- Feiieto (f^edi), capoluogo del governo del suo nome, di provincia e di quat- tro distretti che rinchiudono no- vanlotto comuni ; a 5o leghe da Venezia, altra capitale di detto re- gno, i4o da Vienna, i io da Ro- ma, e 160 du Parigi. Longitudine est 6', 5ì', 16"; latitudine nord 45", 8', -ì" . È posta in una pianura fertile e ridente, circondata a qual- che distanza da amene, ubertose e deliziose collinette, e dolcemente in- clinata dal nord ai sud, sulla riva sinistra dell' Olona. Mediante tre canali navigabili, il Naviglio grande, che viene dal Ticino, il canale Mar- tesana, che deriva dall' Adda e che circonda la maggior parte della cit- tà propriamente delta, e quello
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di Pavia, questa città comunica col Po, e quindi col mare Adriatico. E residenza del viceré, d'uu coman- do militare e di un governatore; di nn magistrato camerale, di una corte d'appello, di un tribunale ci- vilcj di uno criminale ed uno di commercio, di una congregazione centrale, e di un istituto imperia- le e reale di scienze, lettere ed ar- ti, di un' accademia di belle ar- ti, ec. Questa celebratissima città ha la forma di un poligono irre- golare. E cinta di mura con ba- stioni, tranne lo spazio dai Por- tello alla porta Tenaglia , dpve non avvi che un semplice muro di ciiconvallazione ; queste fortifi- cazioni sono però deboli troppo per servire di difesa. Un tale circuito che rinchiude gli anticlii sobborghi ha dodici porte, cioè sei principali e sei minori. Fra le prime si di- stinguono r Argentea della ora O- rientale e Renza per corruzione , che dicesi anticamente dedicata al sole; incominciata nel 1784 e co- strutta in due spartili edilizi sui disegni dei Piermarini_, non ebbe alloia compimento: demulilisi que- sti due fabbricali, venueio eretti sul sito slesso due grandiosi corpi ad uso di barriera, secondo il di- segno dei Vantini; la Romana co- strutta nei 1098 per condecorare il ricevimento di Margherita d'Au- stria, destinata sposa a l'ilippo HI monarca di Spagna e duca di Mi- lano, tutta in pietra e con Ijei la- vori; la Ticinese, detta anche di Marengo, di recente costruzione, e d'architettura del marciiese Cagno- la, decorata da un muestoso arco isolato di magnifica costruzione. Le altre porte maggiori sono la Ver- cellina, disegno del Canonica, dei i8o5; la Couiasiua, iabbricula in
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pietra arenaria, e compita nel 1826 a spese de' negozianti ; e la Nuòva, eretta nel 1812, sui disegni del professore Zanoia, tutta ptuedi pie- tra arenaria, e di elegante ordine corintio. Sono le sei minori quelle della Tosa o Tonsa, Vigentina, Lo- dovica, Poilello del castello, 1' Arco della piazza d'armi, Tenaglia. Dal secolo XI sino al fine del passato la città dividevasi in sei porte, oltre le minori dette Pusterle, con stemma proprio, quali vedonsi an- cora nello stendardo di s, Ambro- gio. Alle dette porte si possono ag- giungere due altii accessi per le barche del canale Caviglio, le cui acque , derivale dall' Adda e dal lago di Como, entrano in città pres- so la porta JVuova, il qual canale coli' altro Naviglio delle acque pro- venienti dal Ticino e dal Lago Mag- giore, oltre il beneficio dell' irriga- zione neir adiacente pianura, e quel- lo della navigazione felicemente con- tinuata fino all' Adriatico, da dove giungono le merci fino alla riva, formano particolarmente il comodo e la ricchezza della città per la fa- cilissima comunicazione colla stessa de' paesi e luoghi vicini ai canali medesimi, massime pel trasporto dei prodotti e materiali d'ogni genere, come di massi di marmo e grani- to, di cui tante belle colonne e nu- merosissime adornano questa città. Essa è fabbricala in generale con poca regolarità ; le strade sono be- ne lastricate, alcune larghe, tutte con canali coperti e sotterranei che ricevono le pioggie, senza l' incon- veniente de' stillicidii, e s'immet- tono ne' canali sotterranei maggio- ri destinati allo spurgo della città e comodo degli abitanti. Le case, generalmente ben fabbricate, hanno da tre a cinque piani; molte sono
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bellissime e tneritano il pome di palazzi, essendo fra questi osservabi- le quello vastissimo e di giandiosa architettura della famiglia Serbello- ni, la cui facciata è imponente, ma- gnifico l'atrio interno, ed elegante il cortile adorno di portici, distin- guendosi nel mezzo della facciata un bellissimo pezzo architettonico con co- lonne isolate, che forma una mae- stosa loggia, decorata d' un grande bassorilievo di stucco rappresentan- te alcuni avvenimenti storici di Mi- lano del teuìpo di Federico I. Fra gli altri pubblici edifìzi, monumen- ti principali, rami diversi di am- ministrazione, e stabilimenti civili , militari e giudiziari sparisi per la città, si distingue il palazzo della corte rifabbricato nel passato se- colo, sugli avanzi dell'antico palazzo ducale, con facciata di ordine joni- co moderno, disegno di Piermari- ni, con vasto cortile, magnifico sca- lone, adorno ne* suoi ricchi e co- modi appartamenti di belle pittu- re, distinguendosi soprattutto il gran scalone di ordine corintio, detto delle cariatidi. Il palazzo arcive- scovile, dono dei duchi Visconti, alla bramantesca, ristorato ed or- nato dall'arcivescovo Guido Anto- nio Arcimboldi, sul finire del XV secolo nel i494> diviso in due se- parati cortili, il più magnifico dei quali d'ordine di s. Carlo venne costrutto dal Pellegrini, di cui è pure la facciata del palazzo, del quale per altro non fu eseguita che la sola porta maestosa, ed il suo compimento lo ebbe dal ricordato Piermarini : la bella galleria fu do- nata dall'arcivescovo Monti, con a- bitazione de' canonici maggiori, i beneficiati minori abitando nell' o- spizio parallelo all' arcivescovato stesso, il quale sta annesso al duo-
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tao. 11 palazzo del governo, il cui interno consiste in un ampio qua- drato arcato con colonne, e due belle ed ornate scale, che mettono a vari comodissimi appartamenti, i quali servono di residenza al gover- natore, e a diversi uffizi apparte- nenti al governo, con gran facciata adorna di una loggia grandiosa.
11 palazzo della contabilità, edifi- zio di Fabio Magnone, altra volta collegio Elvetico, e di cui s. Carlo fu il primo a concepire V idea per la educazione de' seminaristi svizzeri, e per opporsi alla propagazione del- l' eresia sotto la direzione degli u- miliati. Ne fu benemerito Gregorio XIII, che gli die nuova vita e lo affidò per la istruzione scientifica ai gesuiti in Brera nel iSyg, quin- di dopo averlo sovvenuto col suo asse privato, nel i584 gli assegnò i frutti della commenda della Ma- donna del Prusseno : oltre s, Carlo che gli assegnò benefizi, il suo cu- gino cardinal Altemps vi um la sua commenda di Mirasele, acciocché vi avessero posto 24 chierici della diocesi di Costanza. Gli alunni ve- stivano di saia rossa. Vi erano am- messi i giovani grigioni , svizzeri, vallesi, e specialmente di Friburgo e Soletta, i cui cantoni nominava- no quattro posti; sei posti vi avea il vescovo di Coirà. Vi si studiava teologia dommatica e scolastica, sa- cra scrittura, santi padri, non che le controversie per acquistare ca- pacità di confutare gii errori di Lutero, Zuiniglio e Calvino. Soppres- so il collegio da Giusc'[)pe 11, fu destinato ad uso di residenza del governo di allora: 1' edifizio fu fat- to dal magnifico cardinal Federico Borromeo. La sua architettura è bellissima, e non teme questa fab- brica il confronto di qualunque mo*
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numento dell' antichità, sia per la purezza dello stile, sia per la in»- ponente grandiosità che vi domi- na ; vi si entra per due cortili cir- condati da portici con colonnati di granito roseo, che vengono riuniti da uno de'suoi tre grandi vestiboli, servendo gli altri, uno d'ingresso, ed il terzo di comunicazione ed ac- cesso ad una gran sala : le ampie abitazioni tanto del piano terreno, quanto del superiore servono ora per gli uffizi della direzione gene- rale della contabilità, ivi collocata : la repubblica Cisalpina vi aveva po- sto il corpo legislativo de'giuniori, e il regno d'Italia il ministero del- la guerra,' poi il senato. Gli elve- tici nel giugno 1797 cessarono di godere i posti nel collegio, e i beni furono dati all' ospedale maggiore in compenso de' soldati infermi che avea mantenuti. Pei reclami degli svizzeri, l'imperatore d' Austria ri- slcibili ^4 posti per alcuni elvetici nel i84t coir annuo assegno di 1000 lire, onde studiare in Milano per sei anni la fisolofia e teologia. La direzione generale delle pub- bliche costruzioni, acque e strade è in piazza s. Marta, colla stampe- ria reale : prima era nel palazzo detto la canonica. La stamperia reale, già ducale, onorifico ed assai vantaggioso stabilimento, con nu- mero considerabile di torchi, cioè trentasei, ove sonovi impiegali più di cento trenta operai, oltre alle persone addette agli uffizi di am- ministrazione, con fonderia di scelti caratteri, litografia, calcografia, car- tiera, ec. L'introduzione della tipo- grafia in Milano è generalmente assegnata ul 1469, su di che dà importante documento il Marini, Archiatri t. II, p. 209 e seg., ret- tifìcaudo il Sassi che dottameute
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Sdisse dell'origine e de* progressi dell'arie d'imprimere i libri in Milano, in cui ora sonovi più di 4o lipogiafìe. La zecca è un gran- dioso slabilitnenlo monetario , e- relto nel 1778, considerato come uno de' migliori esistenti, tanto per la quantità delle macchine che servono alla fabbricazione delle mo- nete, quanto per l'ottimo sistema inlrodollo, e per la scelta degli ar- tefici ed operatori di ogni genere, ammirandosi in esso tutti i conge- gni necessari alla fusione e parti- zione dei metalli : il suo gabinetto numismatico fu trasferito a Brera nel 1817. La zecca di Milano ri- sale ai tempi dei romani, essendo conosciute le due monete d' oro di Luitprando e Desiderio re de' lon- gobardi, ivi battute. Stabilita l'im- munilà, Lotario diede privilegio di batter moneta all' arcivescovo, come conte della città, e con l'impronta dell' imperatore ; costituitasi la cit- tà a repubblica, rivendicò tal diritto regio, battendosi monete colla cro- ce patria e l'eflìgie di s. Ambro- gio: Azone Visconti pel primo ne impresse in pi-oprio nome. Osserva il Muratori, diss. XXVII, che fino da antichissimi tempi cominciò que- sta nobilissima città a goder il pre- gio della zecca e del batter mone- ta, a fronte della vicinanza di Pa- via ; poiché tanta sempre fu la di- gnità e lo splendore di questa me- tropoli dell' Iiisubria, che non me- no i re longobardi, che gì' impera- tori franchi e tedeschi, a riserva di Federico I, vollero sempre in essa conservato qucH' onore, perchè ivi sovente i re ed imperatori posero la loro sede, e vi piesero talvolta la Corona ferrea ( l'ali) ; anzi an- che sotto gl'imperatori cristiani nel secolo IV, si trovano monete bat-
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tute in Milano; che parimenti in tempi de' re goti continuasse ivi la prerogativa della zecca, sembra molto credibile. Veramente Federi- co I distrutta Milano non soppres- ^ se la zecca, ma da s. Mattia alla Moneta dove stava, la stabilì in '• un vicino villaggio, dove si coniò moneta imperiale, imitata per tut- ta Italia, e che fra i milanesi ebbe corso nominale fino al 1778. L'i- stituto geografico-militare, grandio- so ed utilissimo stabilimento eretto e dalla sovrana munificenza protet- to, in cui vedesi una ricca colle- zione di mappe, carte geografiche, stromenti relativi, e scelta bibliote- ca. 11 monte del regno Lombardo- Veneto, edifizio d'ordine jonico, disegno di Piermarini, eretto sui caseggiati dell' antica famiglia Mar- liani, ed aperto il 5 settembre i753, col nome di Monte s. Teresa, indi riaperto nel i8o4 sotto quello del- l'amministrazione de' fondi del de- bito pubblico, nel luglio i8o5 de- nominato Monte Napoleone, dal 18 «4 al 1821 provvisoriamente chiamato Monte dello stato, e che nel gennaio 1821 assunse la deno- minazione presente di Monte del regno Lombardo- Veneto : stanno in questo locale riiuiiti vari uflìci , ([uelli cioè della prefettura dei mon- te, e della commissione liquidatri- ce del debito pubblico. Di questo monte, chiamato volgarmente Mon- te di Milano, meglio ne parlammo ai voi. XVII, p. 45 e seg., e XL, p. i59 e 162 del Dizionario.
La direzione generale del censo risiede in una porzione dell' antico edificio del collegio de' gesuiti, a- datta perciò ai vari suoi ullici, per cui vennero disposte nel piano su- periore vastissime gallerie, con co- lonne isolate, e con grandi sale per
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la formazione e riunione delle map- pe, per gì' ingegneri geogiafì, ed altre ad uso di archivio. Sul cele- bre censimento milanese, tanto en- comiato ed ammirato, diremo che sotto Carlo V nel r543 fu ordi- nato un estimo generale e reale di tutto lo stato milanese, compito nel i584, e posto in esecuzione nel 1599. Carlo VI nel 17 18 istituì una giunta al censimento nuovo, per compilare un nuovo e diligen- te estimo generale e il valore di <;iascun fondo; quindi Maria Tere- sa nel 1749 ne ordinò la revisione e compimento, operazione eh' ebbe fine nel 175^7 ed esecuzione nel 1760. Aggregato al IMilanese il du- cato di Mantova, ne fu ordinato il censimento. Venute allo stato, dopo la rivoluzione, le provincia di Beigamo, Brescia, Crema e la Valtellina, indi altre formanti il regno italico, poi il Lombardo-Ve- neto, fu voluto estendere a tutte il censimento, che con lode si sta ora perfezionando. L' uffizio del da- zio grande, e quelli delie finanze e tesoreria occupano il uìaesloso impo- nente palazzo altre volte di Tomma- so Marini, con facciata composta di tre ordini d'architettura, ed il cui interno, formato da portici con colonne, fa risaltare una perfetta armonia coli' esteriore, per la ric- chezza e profusione degli ornali. Diverse e grandiose sale nel piano terreno ornate di buone pittiu-e, servono per la cassa del tesoro e delle finanze; il superiore essendo destinato, come lo fu, per alloggio de' principi. Il palazzo altre volte Clerici è la residenza de' tribunali civili di prima istanza, di appello, di commercio, e della pretura ur- bana o tribunale di conciliazione. I vari appartamenti che lo coni-
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pongono fornirono tutte le comodi- tà necessarie agli uffici di tutti questi tribunali. Il casino della no- bile società, nella contrada di s. Giuseppe, occupa un vasto fabhri- cato, che le serve di adunanza sino dal dicembre 18 15, e il cui dise- gno è in origine del Bramante, ma che il cav. Cagnola abbellìnell' in- terno con elegante e ricca decora- zione. Numerose sono le sale, ma la più grandiosa è quella che serve alle grandi accademie ed alla dan- za, tutte però adorne di buone mo- derne pitture. Fondata questa so- cietà nel 1799, fu ripristinata nel 181 5: in questo luogo sorgeva il palazzo de' Torriani. Il magnifico palazzo innalzato da Leonardo Spi- nola nel 1591, e che poscia passò alia famiglia Cusani, fu di recente acquistalo dalla società detta del Giaidino. Il suo cortile è decoroso, e le parti che compongono questo edificio sono ricche, bene intese e grandiose; i migliori artisti ebbero parte agli ornati delle sale, di recen- te accomodate, vedendosi unito al fabbricato un giardino ridotto an- ch' esso a vaga forma, con passeggi, grotte, cascate d'acqua ec. Il casi- no e società del Giardino origi- nato nel 1793, nel 1818 acquistò il palazzo di architettura Palladia- na. Vi sono altri casini, come del- l' Unione, del Commercio, ec.
Passando dalla strada detta Isara e Marina, che da porta Orientale mette a porta Nuova, presentasi uno de' più ricchi e magnifici pa- lazzi architettonici moderni, in tut- te le sue parli decorosamente ador- no, innalzato nel 1790 dal conte Lodovico di Belgioioso. L' interno e l'esterno annunziano la grandio- sità di chi lo fece costruire, non meno che il buon gusto del suo
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al'chitelto Leopoldo Polack vienne- se. Esso è adorno di statue, basso- rilievi e pitture a fresco. Merita pure particolare osservazione il bel- lissimo giardino annesso sul dise- gno dello stesso architetto, il quale dacché fu dato in proprietà al prin- cipe viceré , fu considerabilmente ingrandito colla unione dell' orlo die apparteneva alla cosi detta Ca- nonica. Dei quattordici archivi sono i più importanti quelli notarile, del- lo stato, diplomatico, di giustizia, della guerra, capitolare di s, Am- brogio : quello della curia arcive- scovile pati grave incendio poco prima di s, Carlo. Fra le caserme merita particolare menzione quella magiiinca di s. Francesco, sulla piazza dì s. Ambrogio, eretta nel luogo del convento de' francescani, anticamente basilica Naboriana, ed una delle più grandiose e bene in- tese che in questo genere di edifizi veder si possa; ne fu architetto r ingegnere militare Rossi, del cui disegno è pure 1' altra caserma del Castello nella piazza del Foro, e che fa parte del fabbricato interno, stato riservato dall'antica fortezza prima della sua demolizione nel 1801 ; ha una porla maestosa, d'ordine dorico, costruita in granito rosso. La caser- ma di cavalleria di s. Simpliciano occupa il soppresso monastero di tal nome, e presenta una ricca e regolare facciata, grandiosi e co- modi cortili ed ampie scuderie. Al- tre grandiose e comode caserme si sono stabilite, e trovansi distribuite nella città dopo la soppressione dei monasteri, e sono la caserma di cavalleria e fanteria in s. Vittore grande, quella dell' Incoronala nel borgo di porta Comasina, l'altra di s. Angelo nella piazza di tal nome, quella di s. Euslorgio nella
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piazza cosi nominata, ed il gran corpo di guardia nella piazza dei Mercanti. Le piazze in generale so- no piuttosto piccole, tranne però la vasta piazza d'armi, chiusa da un muro di cinta, che separa la città dalle campagne, e ,che serve di passeggio amenissimo. Sul lato sud-est di questa piazza ed al con- fine delle antiche mura, Galeazzo II signore di Milano fece erigere nel i358 un castello che prese la de- nominazione di Giove, dall'antica porta Giovia soppressa ed incorpo- rata nella fortilicazione del castel- lo medesimo, il quale dopo la sua morte fu demolito dai cittadini nel 1378. Il suo successore e figlio Gio- vanni Galeazzo Io fece ricostruire nello stesso luogo, assai più forte^ con alte muraglie e di profonde fosse munito, e questo durò sino_ alla morte di Filippo Maria ultimo de' Visconti, cioè sino al i447' Am- mutinatasi la città col pensiero di reggersi in repubblica, fu di nuovo dal popolo rovinato e demolito; IVel 1430 impadronitosi della città Francesco Sforza marito di Bianca Visconti, fu da esso col consenso de' cittadini per la terza volta ri- fabbricato con maggiore ampiezza e solidità, avendo sostenuto in va- ri tempi lunghi assedi. Finalmente nel 1801, come si disse, vennero atterrate tutte le esteriori fortifica- zioni, e nel loro luogo formosti una vastissima piazza detta del Ca- stello o del ForOj e vi si sostitui- rono al luogo delle antiche mura, de' ben ordinati viali pei pubblici passeggi, ombreggiali da piante «- sotiche.
All' estremità della piazza d'Armi nel i838 si terminò l'arco di trion- fo ordinato nel i8o4) ma ioco- minciato nel 1807 a capo della 3
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strada del Sempione, di cui dovea portare il nome, tutto noanno di Crevola, ed elevato dalle fondamen- ta sul grandioso e ben immagina- to disegno del cav. march. Cagno- Ja, in occasione delle nozze del prin- cipe Eugenio viceré: dovea fregiar- lo una statua della Vittoria, in ri- cordo della battaglia di Jena, e i fasti Napoleonici. Le vicende politi- che fecero rimaner sospesi i lavori, ma ricominciati per munificenza di Francesco I, ordinò che condotta fosse a compimento un'opera sì bella, accettandone la dedica, col- r inauguramento di Arco della Pa- ce. Dodici grandiosi bassorilievi fi- gurano le imprese che la pace tor- narono, oltre sei busti. Il grande sopraornato di bronzo figura la Pace, tratta in cocchio da sei ca- valli, mentre quattro fame da cia- scuno degli angoli ne annunziano l'arrivo. 1 quattro colossi sdraiati in alto rappresentano il Po, il Ti- cino, il Tagliamento e l'Adige. Al nord dell' atterrato castello si co- strusse sotto il governo italiano il così detto anfiteatro od arena, disegno lodatissimo del Canonica, lino de' più insigni cdifizi, fatto per accrescere il decoro e lo splendore della città di Milano, che mancava ancora d' un monumento di questo genere. Questo ampio e sontuoso recinto nel genere antico, ad imita- zione del circolo di Caracalla, è di forma elittica , lungo braccia 4<^o> e largo 200, e vedcsi cinto da un muro altissimo in pietra, e circon- dato sino ad una certa elevazione da comode gradinate al disopra delle quali evvi una piattaforma di sufficiente larghezza, che offre un passeggio ombreggiato ; può conte- nere quasi 4^,000 spettatori, e ser- ire dì circo, d' ippodromo e di nau«
]\1IL machia, avendovi il comodo di riem* pirlo coir acqua che scorre all'in- torno. Nel giorno 17 giugno 1807 vi si diede il primo spettacolo di corse, e nel successivo dicembre una regata, presente Napoleone j indi si fecero ascensioni areosta- liche, fuochi d'artifizio, ed altri spettacoli. Ad un'estremità del mag- gior diametro stanno le carceri, compite nel i 827, fiancheggiate da torri; all'altra parte una porta trionfale dorica di granilo, bellis- sima. Nell'asse minore la porta Li- bitinaria fa fronte al Pulvinare, sul quale sorge uno de' più insigni por- liei moderni con otto colonne co- rintie di granito rosso pulito. Sen- za parlare di altre piazze, ci limi- teremo a citar quella de' Mercanti, posta nel centro della città, fian- cheggiata da alcuni fabbricati di antica origine, ed altri di bella ar- chitettura, ch'ebbe prima il nome di piazza di Tribunali, a cagione dei tribunali che ivi esistevano, ora trasportali al palazzo Clerici, e po- scia quello di piazza de'Mercanti, per- chè quivi questi si adunano, quasi ad una specie di borsa, essendo sta- la per tale oggetto formata una sala nel fabbricato con portici. In questa piazza hanno le loro residenze vari pubblici dicasteri ed uffici , cioè r archivio pubblico notarile, e la commissione centrale di beneficen- za, la cassa di risparmio., la con- gregazione centrale, 1' ufficio delle ipoteche, la camera di commercio, la scuola elementare maggiore nor- male, la direzione generale de' gin- nasi, e r ispettorato delle scuole e- Icmentari normali, la delegazione del primo circondario di polizia, ed il gran corpo di guardia mi- litare.
Per l'esercizio del culto caltoli-
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co numerosissime in Milano sono le chiese. Fra i più celebri e rinoma- ti edifìzi dell'Italia, vanta Milano la sua cattedrale metropolitana o duomo, dopo quella di Roma, il costante oggetto di uni versai me- raviglia per la mole gigantesca e singolarità del disegno di gotica co- struzione ardila e bizzarra , sor- prendente per magnificenza e ric- chezza, osservabile per la leggerez- za delle masse piramidali, per la moltitudine delle statue, sculture e bassirilievi , che in ogni parte l'a- dornano s'i entro che fuori, per cui non dubitarono alcuni di chiamar- la r ottava meraviglia del mondo. Questo tempio tutto coslrutto in marmo bianco, estratto dal monte Gandolia, dicesi occupi il luogo di un famoso tempio di Minerva ; esso ebbe principio l'anno i386 il i5 di marzo, ma non piacendo a Gian Galeazzo Visconti questa sua pri- ma costruzione, non parendogli il tempio corrispondente alla magni- ficenza di quella che destinava ca- pitale d'Italia, fece disegnarne uno che non avesse il pari nello stile d' allora, ed ordinò gli si desse una nuova e piìi grandiosa forma nel iSSy. Fu il tempio compito nel- la facciata per ordine di Napo- leone, che vi si fece coronare re d' Italia : a tal fine si vendè il patrimonio della fabbrica, che pro- dusse un milione e mezzo ; e dei promessi cinque milioni dal fon- do di religione, Napoleone ne diede due soli. Vuoisi che Gian Galeaz- zo ordinasse V erezione del tempio in conseguenza di un volo fatto al- la Beata Vergine, perchè gli inter- cedesse figli maschi. S' ignora chi ne fu il primo architetto, si nomi- na un Gamodia tedesco, ma non è certo, sebbene lo siile ricordi il
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gotico oltramontano. Tra i primi che diressero la fabbrica, si trova- no Simone da Oisenigo, Guarniero da Sirtori, Marco Bonino, Matteo da Campione. Incominciando da ta- le epoca, si vuole avervi operato i83 architetti. La forma interna è quella di una croce latina diretta dall' est air ovest, e divisa in cin- que navate, delle quali quella di mezzo è al doppio più larga delle altre; S2 grossi piloni di marmo quasi ottagoni, dell' altezza di brac- cia 4'> dividono queste navate e sos- tengono le volte gotiche, e quattro altri più grossi sostengono la cupo- la del centro della chiesa : per la cupola Galeazzo Maria Sforza chia- mò tre architetti di Strasburgo, ma solo verso il i49o 'a fece voltare Lodovico il Moro . La maggio- re lunghezza del duomo è metri 148,109: sul pavimento di s. Pie- tro di Roma è. fatta di palmi 6o5, cioè metri i35, 16; s. Pietro è 187; s. Maria del Fiore di Firenze è 1 55,72. Larghezza, compreso lo sfondo delle braccia, metri 87,80; larghezza totale delle cinque navi, metri 57,67. Altezza della maggio- re nave, dal pavimento al colmo del- la volla, metri 46,80; della cupola fino all'impostatura della lanterna, metri 64,25 ; da questa imposta- tura al belvedere, metri 27,37; della cuspide piena, metri i2,5o; statua e piedistallo, metri ^,i6. Dal pavimento, compreso la grande guglia di siile moresco, e la statua in rame dorato della Beata Vergi- ne Assunta, la elevazione totale di questo superbo cdifìzio, ascende a metri 108,28. Alla sinistra entran- do vedesi il bel battistero a foggia di tabernacolo isolato, formato da una grande urna di porfido, prò- veuiente, senza dubbio, da qualche
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antico bagno ronfiano, che servì di deposito alle sacre spoglie di s. Dionigi vescovo di Milano, con altri santi martiri, e che da s. Carlo fu destinato a conservar l'acqua bat- tesimale per immergervi la testa dei bambini, secondo il rito am- brosiano quivi professato ; le colonne che lo circondano sono di marmo antico detto macchia-vecchia, ed i capitelli di bronzo mirabilmente la- vorali. Gli altari, le cappelle sono in marmo a colori diversi, e ve- desi il tutto adorno di bassirilievi in ogni genere, pitture pregiale e la- vori finissimi e ricercati. Vi si dislin- gue la statua in marmo bianco di Martino V, il quale consacrò l'alta- re maggiore ; quella pregiatissima di s- Bartolomeo, opera di Mar- co Agrati, che rappresentò il san- to scorticato, e portante la sua pelle sul dorso; il magnifico mo- numento sepolcrale di Gio. Giaco- mo de Medici, zio di s. Carlo e fratello di Pio IV; quello in mar- mo nero del cardinal Marino Ca- racciolo governatore di Milano; il deposito di Ottone Visconti detto il Magno, e di Giovanni, zio e ni- pote, arcivescovi e signori di Mila- no, cui sovrasta la statua sedente di Pio IV; il mausoleo con tre busti rappresentanti gli arcivescovi Giovanni, Guido e Gio. Francesco Arcimboldi, oltre tanti altri monu- menti sepolcrali, lapidi, ec. Il coro fu disegnato dal Pellegrini, e gli stalli di noce furono bellissimamen- te intagliati su disegni de' migliori cinquecentisti. Nell'altare maggiore sotto un tempietto di bronzo sta un magnifico tabeinacolo pur di bronzo doralo, coi dodici apostoli attorno, e il Salvatore in alto, e molli rilievi, dono di Pio IV. Nel- i' abside, ridipinta e dorata non ha
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guari, conservasi il santo Chiodo, postovi il i46r. bell'architrave di legno nell'arcone del coro, vi è il Crocefisso di s. Corbella, secondo l'uso particolare del rito ambrosiano, avendone riportata la ragione nel voi. XVIll, p. 272 del Dizionario, mentre nel voi. XI li, p. 98 e 99 parlammo della mentovata reliquia. Questa metropolitana, come capo- rito, serve di esempio alle altre chie- se dell' arcidiocesi, e la forma del- l' altare, del tabernacolo, degli os- tensori!, degl'incensieri, de' busti, sono il tipo di quei che il rito ri- chiede. È degna soprattutto di mi- nuta osservazione la sotterranea cappella, ove riposa il corpo di s. Carlo Borromeo, di forma ottango- lare, con la volta coperta di bassi- rilievi , trofei ed ornamenti assai rilevali di lastra d'argento, i quali ricordano gli avvenimenti più ri- marcabili della vita del santo, ed otto cariatidi negli angoli, pure di grossa lastra d' argento, ra|)presen- tanti le sue virtù: i lavori d'ar- gento sono doni dell' arcivescovo Lilla, del duca Borromeo, e del cardinal Quirini. Nel 1817 si can- giò e rinnovossi 1' aspetto di questo luogo con nuovo disegno dell'ar- chitetto Peslagalli, che lo rese più elegante e magnifico. Sull' altare posa il sarcofago che contiene le spoglie mortali del santo arcivesco- vo in abito pontificale, arricchito di gioie. Il sarcofago è composto di una cassa pesante 4o^o oncie di argento, con rarissimi cristalli di monte legati in argento, dono di Filippo IV re di Spagna, i cui slemmi vi si vedono apposti in oro massiccio. Una grande finestra oriz- zontale, praticala nel pavimento della chiesa, illumina il sotterraneo, e dà luogo ai fedeli di poter assistere ai
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divini uffici ch'entro vi si celebrano. Tutte le pitture che adornano que- sto tempio sono de'priini maestri di Italia. 1 vetri dipinti rappresentan- ti diversi fatti storici, aggiungono maggior lustro alla sua maestà, ma lo rendono un poco oscuro; il Bren- ta, e più il Bertini, benemerito dell' arte, rinnovarono le finestre cadute per una salva di cannoni all'epoca repubblicana. 11 suo pa- vimento di marmo a colori diversi, fatto a compartimenti con disegno
^B arlifizìoso, fu compito nel i835.
^^ La straordinaria quantità di statue interne ed esterne che adornano questo sacro edifizio, si fanno a- scendere a più di 2800, e dicesi giungeranno a 34oo circa quando d'ogni grandezza saranno collocate per compimento degli ornali e del- la chiesa. Neil' esterno la profusio- ne delle colonne, delle statue, de- gl' intagli, delle medaglie, de' bassi- rilievi, dei lavori pregiati d' ogni sorla, gareggiano colla magnificen- za, polendosi dire francamente, che quanto la scultura e 1' architettura ha di più bello, tutto fu posto in opera all' adornamento della faccia- ta di questo tempio, che ha cinque porle, delle quali è singolarmente pregevole la maggiore . Le statue in marmo bianco, poste sopra tutto l'edifìzio e che sembrano staccate come tante punte, formano il più imponente colpo d' occhio. Le gu- glie terminate ed abbellite di sta- tue e gotici arabeschi , superano finora il numero di 80, oltre alle 24 minori, dovendo essere in tulle i35 ad opera compita. Verso la facciala è degna di osservazione una grandiosa meridiana, che ai- traversa per intero il tempio: fu con diligenza e somma accuratezza eseguita sotto la direzione degli a<
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slronomi dell'osservatorio di Brera nel 1786, ed ha il gnomone all'al- tezza di 73 piedi.
Alle pomposissirae funzioni pon- tificali servono moltissimi sacri ar- redi e paramenti che si conserva- no nella sagrestia. Due tesori pos- sedeva questo duomo di Milano : quello della metropolitana e quel- lo de' doni falli a s. Carlo, che nel dì della sua festa esponevan- si parte nel sotterraneo, parte sul balaustro superiore. Gran parte an- dò alla zecca al tempo della re- pubblica ; il rimanente è unito nel- la sagrestia meridionale. Fra le ricchezze di questo tesoro, capo di arte del cesello è una Pace d' 010 donata da Pio IV, con due colon- ne di lapislazzuli, croce a tredici diamanti, e vari cammei, probabil- mente lavoro del Caradosso. In mezzo rilievo si rappresenta Cristo deposto in grembo alia Madre con quattro altre figure, e di sotto la balena che rigetta Giona, in alto il Padre Eterno e angeli. Un evangeli- slario antico su pergamena, ricchis- simo d'oro e gemme, con Crocefisso d' oro da un lato, e altre figure, do- nato dall' arcivescovo Ariberlo da Canlù. Due statue d' aigenlo dei ss. Ambrogio e Carlo , dono la prima della città, la seconda degli orefici. Croce d' oro per le proces- sioni capitolari, pesante oncie 370, con veutuna gemma. Il magnifico paliolto pesante 5ooo oncie d' ar- gento, regalo di monsignor Taver- na canonico, fatto nel i835, per non rammentare altro. Una degna piazza anteriore manca al duomo, dietro al quale era anticamente un campo santo. Molti descrissero que- sta insigne cattedrale, che si posso- no leggere nella bibliografia mila- nese t. I , p. 386 , Milana e il
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suo territorio, fra' quali Gaetano Franchetti che ne pubblicò la Sto- ria e descrizione nel 182 r. lu detta bibliografia sono pure gli au- tori che fecero la storia e illustra- rono la maggior parie delle chiese di questa città.
Fra le altre numerose chiese di Milano meritano particolar men- zione quella di s. Maria presso s. Celso, una delle più ragguar- devoli per la sua architettura, e delle più ricche pei capi d' opera dell'arte che l'adornano, la quale ebbe principio nel i49'> P^^' o^'" dine di Gian Galeazzo Maria Sfor- za, nipote di Lodovico il Moro, sul disegno del Bramante ; quella di s. Lorenzo, che dev' essere antichissi- ma. Distrutta dal fuoco nel 1071 l'antica chiesa. Tenne rifabbricala in più piccola forma, e questa pu- re rovinala dal tempo, s. Carlo ordinò si rifabbricasse quella ora esistente, col disegno di Martino Bassi ; è d' ordine dorico, ricca di sculture, di dipinti pregiati, e di monumenti sepolcrali , fra i quali si distingue quello antico di Galla Placidia, figlia di Teodosio il gran- de, e del di lei marito Ataulfo : è pure osservabile 1' antichissiaio mo- saico, che dicesi mostri Cristo di- sputante coi dottori. La chiesa di s. Ambrogio, una delle più auliche e rispettabili basiliche della cillà, edificala nel 887 da s. Ambrogio, che vi celebrò i divini udlzi e vol- le in essa essere sepolto vicino ai corpi de' gloriosi martiri Gervasio e Proiasio, in onore de'quali l'avea fabbricala. Era in origine divisa in due chiese, separale da un mino con tre porte, ma vennero riunite nel i5o7 , e si formò una chiesa sola, decorala da un atrio o cor- tile rettangolo, con portici udorui
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di antichi dipinti. L'interno è co- strutto in tre navale di gotica ar- chitettura , con magnifiche cappel- le e pitture pregiate. Anticamente nel coro della basilica di s. Am- brogio si tenevano i concilii provin- ciali. La chiesa di s. Maria della Passione, innalzata nel i58o in for- ma di croce latina, con torreggian- te cupola, tanto nell'interno, quan- to neir esterno riccamente abbelli- ta. E divisa in tre navi, con al- trettante porte, e contiene otto cap- pelle per parte; è forse più di ogni altra adorna di pitture. La chiesa di s. Stefano maggiore, altre volte collegiata ed ora parrocchiale , la cui fondazione viene altribuita a s. Marliniano vescovo, e prima chia- mata s. Zaccaria. Nel secolo X [ devastata dalle fiamme, fu quindi rifatta, non però colla maestà del- la precedente, e venne denominata s. Stefano al Broglio ed alla Ruo- ta, La chiesa attuale fu coslrulla al tempo dell'arcivescovo Visconti, successore di s. Carlo, e perfeziona- ta nel 1596; r interno è diviso in tre navi, con sei arcate per parie, con cappelle corrispondenti, ed un coro maestoso, il tutto adorno di pitture e di statue. La chiesa di s. Paolo, superstite del vasto mo- nastero delle agostiniane dette an- geliche, con bella facciata ricca di ornamenti ; è di una sola nave di ordine corintio, saviamente architet- tata e di bei dipinti adorna. La chiesa di s. Nazzaro grande, basilica edificata nel 882 circa ad onore dei ss. Apostoli, e quindi della Nazza- riana pel capo di s. Nazzaro in es- sa trasportato da s. Ambrogio. F'or- ma vestibolo a questa chiesa il grandioso sepolcrale edifizio con cappella deilicala alla Beata V'eigi- ne Assunta, costrutto nel i. il 8 al-
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la bramantesca dal maresciallo Gio. Giacomo Trivulzio, dello il Magno, che vivo volle prepararsi il soggior- no della morte. La facciala di questo vestibolo è di figura qua- drata, ma non ridotta al termine, ornata di pilastri , con tre porle che danno accesso all' interno, di figura oltagona, semplice, e conve- niente al carattere dell' edifizio, sla- to piti volte ristaurato e rimoder- nato, con statue e pitture. La chie- sa di s. Alessandro in Zebedia, co- strutta come attualmente si trova nel 1602, con la forma d'una cro- ce greca, con magnifica cupola, spa- zioso coro, e comodo presbiterio ; menzionata questa chiesa sino dal secolo XI f, col titolo di parrocchia- le, fu data nel XVI ai barnabiti, i quali soppressi nel fine del secolo passato, vennero di nuovo ristabili- ti nel 1825 nel possesso di essa coli' assegno di una parte dell' au- lico collegio. È adorna di buone pitture, ed il suo altare maggiore vedesi ornato di pietre duie stima- bilissime. La chiesa di s. Maria presso s. Satiro^ innalzata sugli a- vanzi di un profano tempio, dal duca Lodovico Sforza il Moro, sul disegno del Bramante, formata di tre navi, adorna di bronzi dorati, sculture, dipinti a fresco, statue, ec: è composta di due chiese unite, cioè di s. Maria falla dal Moro, e eli s. Satiro eretta dall' arcivescovo Ansperto nell' 869. La chiesa di s. Sebastiano eretta per voto della città in occasione della peste del 1570, con disegno del Pellegrini, che riuscì una delle più belle di Milano, con tre porle ihe danno ingresso all'interno, il quale corri- spondo alla bellezza esterna per la sua semplicità ed elegatiza. La chie- sa di s. Euslorgio, annoverata tra
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le più antiche di Milano, è risguar- data come uno de' primi cristiani edifizi, di cui viene da alcuni re- putato fondatore lo stesso s. Eu- slorgio nel IV secolo, assumendone il nome dopo di essere slata dedi- cata ai ss. Re Magi. Ne'primi tem- pi era ben lontana dalla città, ma soggetta quindi alle incursioni ed al devastamento de' barbari, fu m varie epoche riedificata; nel secolo XIII rimodernata ed ingrandita, e finalmente ridotta con maggiore re- golarità e decoro, come si trova al presente, con tre porte corrispon- denti alle tre navate dell'interno, adorno di belle cappelle, statue, monumenti e pitture. La chiesa di s. Maurizio delta il monastero mag- giore, posta secondo alcuni ov'era il tempio di Giove; l'interno è di una sola nave con buoni freschi: dedicala prima alla Beala Vergine, nel secolo XII lo fu a s. Maurizio. Il monastero serve al presento di ricovero a varie religiose di diver- si soppressi monasteri. La chiesa di s. Vittore al Corpo, basilica di an- tica fondazione, che dal nome di Porzio, figlio di Filippo Oldani suo fondatore nel 1 1 4, prese la deno- minazione di Porziana, ma essendo- vi stalo trasportato nel 3o3 il cor- po del martire s. Vittore, fu da quel tempo chiamata col nome pre- sente. Da essa s. Ambrogio ricu- sò l' ingresso all' imperatore Teo- dosio I reduce dalla strage di Tes- salonica. UtKziavano da antico un capitolo e i monaci cisfercicnsi, il primo dura tuttora cogli onori del- la nobiltà imperiale. Dicesi che nel monastero de' cislerciensi fosse se- polto Bernardo re d'Italia figlio di Pipino. Divenula 1' antica chiesa cadente dal tempo, venne riparata nel 990 dall'arcivescovo Arnolfo,
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ed in essa furono stabiliti i bene* dettini, che \i «tetterò alcuni seco- Ji, indi passò in abbazia, e final- roente nel iSoj fu data agli oli- Tetani, i quali eressero l'odierna bellissima chiesa nel iS^i sul di- segno di Galeazzo Alessi perugino: l'interno è fatto a croce latina, in tre navi separate da piloni, con archi , con belle cappelle e con pitture di merito. La chiesa di s. Maria delle Grazie, di gotica archi- tettura, fabbricata nel luogo ove esistevano i quartieri delle milizie del duca Francesco I Sforza, che donò nel i463 il fondo ai dome- xiicani per fabbricarvi la chiesa ed il convento, unendovi somme gran- diose. Lodovico il Moro nel i49^ prese ad ingrandire questa chiesa in forma di croce latina sui disegni del Bramante, ma per le di lui vicende restò l' opera imperfetta, però ripiena di fini lavori di cotto, stemmi, medaglie ed emblemi. La facciata è semplice di gotica archi- tettura, come lo è l'interno, fatto a tre navi con grandiosa cupola, ampio coro e cappelle semicircola- ri ne' lati, disegno del Bramante, come la magnifica sagrestia ed il contiguo chiostro. Degne sono di ammirazione le belle opere a (ver SCO e le pitture- pregiate che a- dornnno la chiesa e le cappelle, esistendo ancora 1' avanzo della di- pintura del famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci nel refettorio del vasto convento, che contiene di- verbi grandiosi cortili, ed ora ad uso del militare: (|uivi s. Pio V vista- bili la inquisizione. Il palazzo pontifì- cio di Roma possiede due arazzi rap- presentanti il detto Cenacolo, e ne facemmo parola nel voi. IX, p. 5o del Dizionario. La chiesa di s. Simpliciano, basìlica di gotica co-
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struzione, ed una delle quattro che anticamente esistevano fuori della città, e che si vuole fondala da s. Ambrogio sotto il titolo della Bea- ta Vergine. Seppellito essendovi nel 4oo s. Simpliciano, prese il nome di questo santo : 1' interno della chiesa è costrutto in tre navi in forma di croce latina con cupola, e va adorno di buone pitture. La chiesa di s. Maria Incoronata è formata da due chiese unite fra loro, con eguale e semplice fac- ciata, essendo di eguale forma il lo- ro interno con due presbiterii, da poco tempo restaurato ed abbellito. J-.a prima fu eretta ad onore della Beata Vergine Incoronata nel i^5i dal duca Francesco Sforza Visconti, e la seconda nove anni dopo, da Bianca Maria di lui moglie, che dedicolla a s. Nicola di Tolentino: essa va adorna di depositi e di monumenti. La chiesa di s. Angelo che serviva altre volte coli' annesso grandioso convento ai minori os- servanti, è di costruzione imponen- te, con facciata di due ordini e l'in- terno di una sola nave che si al- larga nel presbiterio: benché sog- getta a diverse vicende, pure si conservarono molti freschi preziosi e varie pitture degne di ammira- ?ione. La chiesa di s. Fedele è bellissima architettura del Pellegri- ni, non avendo però la facciata compita : i gesuiti n'entrarono al possesso nel iSGq, ma soppressi nel 1773 vi subentrarono i cano- nici della cappella ducale di s. Ma- ria della Scala, cessati i quali, con- tinuò ad essere nel numero delle parrocchie, conservando il titolo di cappella ducale. Di questo insigne edìfizio due sono gli ordini archi- tettonici della sua bella facciata, ed elegaotissiniQ ^ sorpvendeale l'ini
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terno, composto del solo ordine co- rintio, con colonne pregiate e con magnifica cupola, spirandovi tutto grandiosità e bellezza.
Fra i numerosi stabilimenti di beneficenza, ospedali , orfanotrofi ed altri luoghi pii , vanta Milano l'o- spedale maggiore, quello militare, la Senaura od ospedale pei pazzi, r ospedale dei benfratelli per gli uominij e quello delle sorelle della carità per le donne, l'orfanotrofio civile maschile, e quello delle don- ne, il luogo pio degli esposti e delle puerpere, il luogo pio Trivul- i\, il pio istituto delle monache, il collegio delle nobili vedove; due pie case d'industria, sia per gli uo- mini che per le donne privi di giornaliero lavoro : il numero che ■vi si accoglie è di circa 2800 al giorno ; il monte di pietà, la cas- sa di risparmio, la compagnia d'as- sicurazione contro i danni, ed il lazzaretto. Aggiungasi l'ammini- strazione centrale di beneficenza, chiamata congregazione di carità, nella quale vennero concentrali tren- ta e più luoghi pii elemosinieri, e che annualmente distribuisce la som- ma di circa 800,000 lire milanesi. Il eh. Cattaneo a p. CIX delle sue Notizie, dice che l'ospedale di Milano ricetta nel corso d'un anno 24,000 infermi . Meritando però alcuni degli accennali stabilimenti una qualche breve indicazione, a- ■vrà il primo luogo l'ospedale mag- giore nella contrada del suo nome, maestosa ed imponente fabbrica posta fra le due basiliche di s. Ste- fano e di s. Nazzaro grande. De- vesi questo edifizio alla generosità di Francesco Sforza duca di Milano, non che della di lui moglie Bianca Maria, ed alla contribuzione volon- tavia del popolo milanese. ( dellj
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principi diedero per tal opera pia un loro palazzo ed alcune case e giardini vicini, ed essendosi a que- sta aggregati i vari ospedali sparsi per la città e diocesi, e riunite eziandio le rendite dei medesimi, fu perciò detto maggiore. La sua fondazione segna l'epoca 12 aprile i45'6. Antonio Filarete, detto l'A- verulino, fu l' architetto di questa fabbrica di gotica architettura , la quale forma un perfetto quadrato con portici inferiori e superiori. Possiede nove cortili, uno de'qua-^ li, il più vasto, trovasi perfeltainen- te nel mezzo. La distribuzione del- le crociere presenta la fi'gura d'u- na croce greca : nel 1 797 fu dato compimento alla fabbrica coll'ere- zione di un fianco mancante. Di fronte al magnifico ingresso della porta maggiore sta la chiesa di buo- na forma. Non avvi parte relativa ai bisogni dello stabilimento, che non sia disposta con ordine e ra- ra intelligenza. A questo grandioso ospedale sono uniti i seguenti sla- bilimenti : il luogo pio di s. Corona, che somministra il comodo de'me- dici, chirurghi e medicinali a tulli i poveri infermi della cillà; quello detto la Senaura, posto fuori di por- ta Tosa, ed a poca distanza, vasto fabbricato destinato al ricovero ed alla cura de'pazzarelli. Questo loca- le, altra volta de' gesuiti, è capace per un numero di 4^0 posli, fra i quali ve ne sono de'gratuiti ed altri a carico delle famiglie o dei comuni. Provvidi e filosofici rego- lamenti dirigono questo istituto, e nulla viene trascurato onde addol- cire, per quanto è possibile, la sor- te di quegli sgraziati.
Altri stabilimenti sanitari con pen- sione trovansi eretti in questa città sotto provvide discipline, da abilj
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professori assistili. Il benefico islitiUo degli esposti e delle puerpere sta nel soppresso monastero di s. Cate- rina della P».ota, ed in esso sono an- nualmente mantenuti più di 4<300 individui de'due sessi. Neirospedale erasi da prima destinato nn luogo per la tumulazione de' cadaveri , ma ritrovatosi col tempo troppo angusto ed incomodo, si pensò a farne uno più vasto e più lontano dall'abitato , e scelto il luogo op- portuno, si eresse nel 1698 una chiesa a croce greca , chiamata s. Michele de' nuovi sepolcri, la qua- le oggi non forma che il corpo di mezzo della fabbrica attuale. In se- gtiito ingrandita, formossi un ma- gnifico portico all'intorno della chie- sa, nel quale si pose un continua- to numero di sepolcri, più alti da terra, affine di preservarli dall'ac- qua sorgente, e fu chiamato Fop- pone : il porticato fu perfezionato nel lySi ; ma ora il luogo diven- terà magazzino della strada ferra- ta, ed invece i morti si seppellisco- no ne' cimiteri di s. Gregorio, al Genlilino, di porla Romana, ec. ed il consiglio comunale nel i838 decretò un ampio camposanto. L'ot- timo stabilimento di beneficenza ch'ebbe principio nel 177 1, e di cui fu fondatore il principe Antonio Tolomeo Trivulzi, che destinò il proprio palazzo a ricevere le per- sone d' ambo i sessi superiori all'e- tà di 60 anni, incapaci a gua- dagnarsi il villo, pia opera a cui con benefica liberale oiano con- corse anche 1' imperatrice Maria Teiesa, fu chiamato luogo pio Tri- vulzi, il quale ampliato poscia da altre pie largizioni, è ora capa- ce per 5oo persone, che vi tro- vano ogni sorta di soccorso. Qui- vi muri nell'anno 1799 la celebre
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Maria Gaetana Agnesi, la quale dopo aver brillato fra i matemati- ci, venne a nascondere volontaria in questo luogo la sua letteraria rinomanza, prestandosi all' assisten- za ed al soccorso delle persone in esso ricovrate. La benemerita isti- tuzione sotto ii titolo di s. Gio- vanni di Dio ebbe luogo fino dal i588, ed è opera veramente de- gna e caritatevole. Con V acquisto di una porzione del luogo, da pri- ma abitato dagli umiliati, si eres- se r ottimo stabilimento col titolo di ospedale de' religiosi benefratelli, a sollievo de' poveri ed onesti cit- tadini infermi, i quali dà questi pie- tosi religiosi laureati in medicina, chirurgia e farmacia, vengono assi- sliti e provveduti colla maggior cura in lutto ciò che può ad essi abbisognare sino alla loro perfetta guarigione. Col mezzo di ricche dotazioni, e disegno di Pietro Gi- lardoni, nel iSaS s'ingrandì con nuova e grandiosa fabbrica que- st' ospedale, il di cui esterno prese una foima più regolare ed ele- gante. In origine lu fondato pei convalescenti dell'ospedale u)aggiO' re, secondo l' intendimento di s. Carlo; ma nel 1 842 il sacerdote Luigi Sormanni fece costruire a proprie spese una sala per comodo de' convalescenti dell' ospedale dei benefratelli. La chiesa eretta nel iSgS è dedicata a s. Maria Ara- celi. 11 luogo pio ha acquistato il locale di s. Maria di Loreto per erigervi un nuovo ospedale, col ca- pitale perciò lasciato dalla marche- sa Luigia Visconti Castelli, e coi sopravanzi sempre crescenti dell'os- pedale dei benefratelli stesso, do- vendo servire per gli ecclesiastici regolari e secolari infermi, per le persone civili decadute, e forse per
allre ancora. Nel i836 la contessa Lama Visconti Ciceri a proprie spese fece alzare dalle fondamenta r ospedale delle fate-bene-sorelle , con disegno di Giulio Aiiiisetti ; ii vasto ed ordinato edifizio fu aperto nel 1840, ed aliìdato alle suore dei- la carità. Sulla piazza di s. Ambro- gio, nel soppresso vasto monastero de'cisterciensi, fu stabilito l'ospeda- le militare. La fabbrica è del Bra- mante, la quale consiste in due grandiosi cortili, con portici che li circondano, divisi da un lungo cor- ridoio. Non avvi niente di più ma- gnifico di questi cortili, dorico l'uno, jonico l'altro, con colonne. L' inter- no dell' antico refettorio presenta grandiosità e magnificenza. Nel vasto monastero soppresso de' benedettini, fu trasportato l'antico orfanotrofio civico maschile, luogo assegnatogli da Giuseppe II a benefizio dello stabilimento, colle rendite de' mo- naci, i quali concentrò nel mona- stero di s. Simpliciano, aggiun- gendovi anche 1' entrate della sop- pressa inquisizione e quelle dell'al- bergo de' pellegrini. I due grandiosi cortili di questo vasto edifizio si credono opere del Bramante. Fin dal secolo XVI pensandosi a sop- primere la mendicità, s. Carlo sta- biPi nel iSyS un ospedale de'men- dicanti. Fatto arcivescovo di Mila- no il cardinal Federico Borromeo, fece costruire la solida e semplice fabbrica per applicarla al ricovero degli orfani di ambo i sessi , la quale venne poscia destinata a be- nefìcio delle sole femmine. Accre- sciuto il numero di queste, ne fu collocata porzione nell'antico mo- nastero delle cappuccine, indi riu- nite allorché fu ingrandito 1' orfa- notrofio. Appena fuori di porta Oriente è situalo il lazzaretto, sor-
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prendente edifizio eretto nel 1488 da Lodovico il Moro, in occasione della pestilenza del 146 f> avendo contribuito alla generosa impresa il cardinal Ascanio Sforza suo fratel- lo. Questa fabbrica allora non com- pita, fu ridotta nel i5o6 allo sta- lo presente, al tempo di Luigi XI [ re di Francia, in quell' epoca signo- re di Milano, ma coi fondi lasciati dal conte Galeotto Bevilacqua al- l'ospedale grande, di cui è tuttora proprietà. L'edifizio pressoché qua- drato, ha il portico arcuato e con- tinuo, sostenuto da colonne, termi- nato da sole tre parti, gira all'in- torno, e dava accesso a 296 ca- mere, giudiziosamente provvedute de' necessari comodi e ventilazione; il profondo canale di acqua viva che scorre all'intorno, serviva al- la nettezza ed impediva qualunque comunicazione coli' interno. Questo lazzaretto fu di grande soccorso nel- le quattro epoche memorabili in cui la peste fece stragi in Milano, e soprattutto nel 1629: oggi é ri- dotto ad abitazioni private. Milano ha la gloria che nel 1828 fondò la cassa di risparmio, il primo be- nefico stabilimerito di questo gene- re che si fondasse in Italia.
Le scienze e le arti, coltivate splendidamente con zelo in questa città, contano molti stabilimenti , accademie, biblioteche, licei, ginna- si, collegi, scuole, ec, annoveran- dovisi il palazzo delle scienze ed arti in Brera, l'istituto di scienze, let- tere ed arti, r accademia delle bel- le arti, la pinacoteca, la biblioteca, il gabinetto numismatico, l'osserva- torio, la scuola d' incisione ed al- tre scuole di belle arti, la biblio- teca Ambrosiana, il gabinetto dei bronzi dorati, il conservatorio di musica, il seminario, il collegio
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Longone, il collegio Calchi-Taeggi, il collegio militare, l' istituto dei sordi e muti, il collegio della Gua- stalla, il collegio di s, Filippo, il collesio della Visitazione detto di s. Sofia, il liceo e ginnasio di s. Alessandro, il ginnasio comunale di s. Marta, la scuola elementare maggiore normale, la scuola ele- mentare femminile, la scuola vete- rinaria, ec. ec. Non riuscirà discaro almeno un qualche cenno di alcu- ni di questi scientifici stabilimenti. 11 più rimarcabile, tanto sotto il rapporto dell'architettura, che sot- to quello della sua destinazione, è senza dubbio il palazzo delle scien- Ee ed arti in Brera, uno de' più grandiosi e imponenti di Milano, con bella facciala, e con interno magnifico, sede sempre delle pub- bliche scuole, e sotto il governo dell' imperatrice Maria Teresa e de' (li lei successori arricchito di diversi rami di scienze, essendo pre- sentemente il complesso ed il cen- tro de' più celebri ed elevati isti- tuti di pubblica istruzione. Vi s'in- segna grammatica, rettorica, logica, matematica, fisica, diritto, istoria, botanica, chimica, anatomia, econo- mia politica, diplomazia, architet- tura, scultura, disegno, pittura ed incisione. Sono stabiliti in questo palazzo l'istituto di scienze, l' ac" cademia di belle arti, la pinacote- ca, la biblioteca ricca di rare edi- zioni e mss., il gabinetto numisma» tico, r osservatorio astronomico, la scuola d' incisione, e quelle di di- seguo, pittura, architettura, scultur ra, ornato, prospettiva, anatomia, gessi, ed altri oggetti di belle arti. Avvi piu'e un ginnasio imperiale con tutte le sue scuole, ed unito vi si trova un orto botanico. Uno de' più grandiosi e pregevoli slabi-
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limenti, si è la unione delle nume- rose sale che compongono la pina- coteca, nel qual prezioso deposito si riunirono tutti i quadri più in- signi delle diverse chiese e mona- steri soppressi, e vi si aggiunsero anche molti quadri di gran valore, comprati dalla munificenza del go- verno italiano, sotto cui ebbe vita questo raro deposito, adorno delle opere di Raffaello, Guido Reni, Al- bano, Domenichiuo, Palma, Gior- gione, Gentile Bellini, Mantegna, Francia, Cima, Tiziano, Paolo Ve- ronese, Carpaccio, ec. Oltre a' qua- dri si trovano qui pure riuniti bassirilievi, modelli di busti e sta- tue, disegni d' invenzione, e lavo- ri premiati d' incisione, gessi tol- ti dai migliori originali, busti, vasi, candelabri, ec. La biblioteca rico- nosce il suo principio dalla muni- ficenza di Maria Teresa. Nel lySS la congregazione dello sfato fatto avea l'acquisto della celebre libre- ria l^ertusati, che unita alle altre due di Brera e di s. Fedele, ven- ne collocata in questo palazzo delle scienze ed arti, in ampie e mae- stose sale nel 1770. La benefica sovrana fece l' acquisto di gran porzione della preziosa libreria del famoso Alberto Haller, quindi i di lei successori gareggiarono nell' ar- ricchirla di novelli tesori con iscel- te opere della biblioteca di Fir- mian ed altre ancora. La soppres- sione de' corpi religiosi aggiunse pure nuova e numerosa suppellet- tile d'ogni specie di libri, oltre ai doni ed ai legati numerosi; che se questa biblioteca non abbonda di mss. e codici, come altre d' Ita- lia, primeggia però nelle opere del- le scienze esatte, e per tutte quelle più dispendiose e classiche, relative ai viaggi ed alia storia naturale. \[
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prezioso stabilimento del gabinetto numismatico ebbe principio nel i8o3 nella zecca, colla raccolta dei conii e coi pezzi sottratti alla fu- sione e meritevoli di conservazio- ne. Fu costituito il gabinetto reale delle medaglie con decielo 6 mag- gio 1808, ed arriccbito da quel pe- riodo con molti altri musei. Com- prende questa collezione la classe antica e la moderna colle rispet- tive loro diramazioni, ed è corre- data di ricca e scelta analoga bi- blioteca. Questo gabinetto fu tra- sferito per sovrano decreto 7,3 gen- naio 1817 nel palazzo delle scien- ze ed arti, ed aperto al comodo del pubblico. L'osservatorio astro- nomico fu innalzato dai gesuiti nel 1 766, sul disegno del celebre p. Boscovich. Questo stabilimento vi- desi da quel tempo , e molto più in seguito, arricchito dei più preziosi esteri islromenti. In vici- nanza trovasi la scuola d' incisione, istituita dalla munificenza austria- ca sotto Leopoldo II, e formata d'una lunga sala bene illuminata ed ottimaoiente disposta, adorna d' un numero considerabile di stam- pe di classici autori. Brera ebbe origine dagli umiliati, ordine reli- gioso del milanese, il quale ivi fab- bricò il convento nel luogo rega- lato da Algiso del Guercio, chia- mato praedium e volgarmente bre- da o brera, onde conservò l' anti- co nome. Abolito l'ordine, s. Car- lo destinò il locale e gran par- te de' beni ai gesuiti, i quali nel 1572 vi aprirono collegio pubbli- co, e coi denari del sauto, di Tom- maso Crivelli e del municipio, fe- cero un maestoso edificio, eh' è quello di cui .si è parlato, venendo nel 18 IO disfatta la chiesa antica per dare spazio all' accademia.
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Fra i liberali istituti di cui può Tantarsi Milano, evvi la biblioteca Ambrosiana, nel luogo delle antiche scuole pubbliche, ftibbricafa e do- tata di fondi dal cardinal Federico Borromeo cugino di s. Carlo, ed aperta ad uso pubblico nel 1609; vi raccolse dall' occidente e dal- l' oriente tal copia di libri, tale rarità e numero di mss., che su- bito in maraviglioso modo se ne sparse la fama nelle più rimote contrade. Al cullo delle scienze e delle lettere il cardinale aggiunse lo studio delle lingue persica, ebrai- ca, caldea, arabica, siriaca, armena, e costituì un collegio di dottori , cui altro aggiunse che appellò tri- lingue, per l' italiano, latino e gre- co; ed un terzo degli alunni, onde ne' linguaggi esotici fossero eruditi gl'ingegni più eletti de' seminari; ora è superstite il collegio de* dot- tori. In questo grandioso edifizio, architettato da Fabio Mangone, poi ingrandito coli* area della chiesa della Rosa, con facciata di ordine dorico, in molte stanze vedesi di- sposto un magnifico deposito gene* rale delle produzioni delle arti e scienze d' ogni paese, vari oggetti di storia naturale, pezzi di antichi- tà e di scultura, pitture, modelli, gessi, statue, busti, lavori mecca- nici, ec. Contiene più di i4o,ooo volumi, e più di i5,ooo mss. pre- ziosi, contandovisi le Antichità giu- daiche di Giuseppe Ebreo, tradot- te in latino da Ruffino, sopra un papiro egiziano del V secolo ; un Virgilio del Petrarca, con note scritte di sua mano, e con minia- ture; il prezioso volume di Leo- nardo da Vinci, detto il codice At- lantico, restituito nel 1816 dalla Francia dei tredici volumi che di sua mano nel 1796 *i presero tra
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le altre cose gii agenti della sua accademia nazionale, onde gli altri dodici sono restati nella biblioteca dell' istituto di Francia ; la cronaca dei Papi, di Martino Polono; un Dante su pergametìa del XV seco- lo; il Decamerone stanipato nel 1471 da Valdarfer ; il Virgilio membranaceo stampalo a Venezia nel 1470; una considerevole serie della corrispondenza epistolare di s. Carlo e del cardinal Federico; alcune cose di Galileo, ed altre ra- rità. E noto che dai paliinsesli di questa biblioteca si trassero le let- tere di Frontone, e vari frammen- ti di Cicerone, che furono stampa- li dal dotto cardinal Mai, come anche l'Omero miniato, la versione gotica della Bibbia di Ulfila, inter- pretala e illustrata dal conte Ot- tavio Castiglioni, ed altre novità. IVeir ultima sala della biblioteca si ammirano varie produzioni assai pregevoli del pennello e della ma- tita, distinguendosi il cartone raris- simo originale della scuola di Ale- ne dipinta nel Vaticano da Raffael- lo, alcuni quadri di primi autori, e vari disegni a penna di celebri artisti e maestri. Il reggimento amministrativo della biblioteca Am- brosiana è affidato ad una congre- gazione di conservatori, tra i quali senza elezione e in vita è un ec- clesiastico della famiglia Borromeo, e mancando questo, il setolare an- ziano della medesima. Vedasi l' o- puscolo : La biblioteca ydmbrosia- na, epistola, del ci», ab. Luigi Po- lidori, Milano i83i.
La grandiosa canonica de' cano- nici regolari lateranensi, unita alla chiesa della Passione, fu dal gover- no italico nel 1808 convertita in un conservatorio di musica, dove giovani dell'uno e dell'altro sesso,
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sotto opporlunissime discipline e r insegnamento di celebri maestri e professori, s' istruiscono nell' arte del canto, del suono ed anche della composizione musicale: vi sono 1^ piazze gratuite, 16 j)er i maschi e 8 per le donne, oltre ai posti di pensione. Molti allievi si sono già distinti sui pubblici teatri per sin- golare capacità ed intelligente Or secuzione della musica vocale ed istrumentale. Il seminario maggio- re o teologico, secondo il disposto dal concilio di Trento, s. Carlo si affrettò di aprirlo nel i564, che poi collocò nelle case presso il pon- te di porta Renza, e lo dotò con alcune possessioni degli umiliali, e con decime sui beni ecclesiastici ; Io diressero i gesuiti, poi gli oblati. Per bene alloggiare gli alunni, s. Carlo nel iSyo cominciò la magni- fica fabbrica, sul disegno di Giu- seppe Meda, ampio quadrato eoa portico a colonne binate di granito, e riuscì uno de' pezzi più insigni dell' archilellura moderna in Mila- no. Da questo seminario arcivesco- vile dipendevano quel della cano- nica, quello sopra Arona fondalo dal cardinal Federico, quel di Ce- lana posto sul territorio veneto , quel di Monza e quel di Poleggio. Non bastando il seminario mag- giore al crescente numero de' chie- rici, il governo restituì a tal uso la canonica. Questa fu istituita nel loSy fuori di porta Nuova al tem- po de' concubinari, acciocché ì pre- ti migliori vivessero in comune, secondo i canoni. Vi si posero poi gli umiliati, aboliti i quali, s. Car- lo ne fece un altro seminario di 60 chierici sotto gli oblati ; il go- verno del 1798 r avea dichiarala proprietà dello slato. Dopo la sop- pressione del monastero e chiesa
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de' cislerciensi dedicata a s. Luca, venne questo locale convertito in un bellissimo ed utile stabilimento per gli orfani militari, e fu aperto nel 1802 sotto il nome di colle- gio militare di s. Luca. Il gene- rale Theuliè, in allora ministro della guerra, concepì il disegno di questo benefico stabilimento, e ne divenne il più attivo e zelante pro- tettore sino alla fine della sua vita. In esso stanno riuniti 3oo allievi, la maggior parte figli de' bravi morti sul campo dell' onore o che furono altrimenti benemeriti della patria. La utilissima istituzione de' sordo- muti, dalla munificenza governativa sostenuta, fu ultimamente traspor- tata da porta Tosa ne! borgo di s. Calocero, e stabilita pel mante- nimento di trenta maschi ed al- trettante femmine, nell' antico pa- lazzo Sforza-Pallavicino, espressa- mente a tale uso riaccomodato. JN'el collegio di s. Filippo si dà alle fanciulle una compiuta, religiosa e nobile educazione, potendo gareggia- re coi più distinti e rinomati delle principali città: fu istituito nel i8i i a spese dello stato. Per non dire di altri collegi di femmine, nominere- mo quello della Guastalla, di cui parlammo all'articolo Guastalline. Milano possiede sette teatri, li grande, detto della Scala, perchè eretto sull'area dell'antica chiesa di s. Maria della Scala, è uno dei più grandi e magnifici dell'Euro- pa, con architettura del Piermari- ni, aperto ai pubblici spettacoli nel 1779, e recenleme?ite rimodernato e dipinto, con due ampie sale e molli comodi luoghi; riesce de' più sonori, mercè la curva della volta, liscia e di poca centinatura. La chiesa di s. Maria della Scala era stata edificala da Regina della Sca-
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la moglie di Barnabò, con belle decorazioni ; indi dopo la sua mor- te il marito nel i384 ottenne che Urbano VI l'erigesse in collegiata con padronato, ma avverte il Ma- rini, Archiatri, t. I, p. io4j che tali grazie Regina aveva oUenute nel 1 383 dall' antipapa Clemente Vlf, con di più una ricca indul- genza a chi visitava la chiesa. Il teatro della Canobbiana, così chia- mato dall'antica scuola di dialetti- ca e morale filosofia, chequi vicino esisteva, fondata da Paolo Canobio, fu eseguito sul disegno del medesimo Piermarini, ma in più piccola forma : la facciata è bella e regolare, e l'in- terno comodo e ben decorato, poi- ché questo e quello della Scala hanno il vanto di aver veduto re- staurarsi la pittura decorativa. Per mezzo di due archi comunica col- r imperiale reale corte, e fu aperto nell'estate 1779. Sulla già soppressa chiesa di s. Salvatore fu eretto il piccolo ma elegante teatro Re, che prese il nome da Carlo Re suo posses- sore, che lo fece costruire ultimamen- te con disegno del cav. Canonica, e ridipinto nel i836. Ivi il buon ar- ciprete Datco aveva nel 787 fon- dato la chiesa di s. Salvatore, e il . primo spedale di trovatelli o bam- bini abbandonati che al mondo si conosca. Per essere nel centro della città è assai frequentato il teatro Carcano, così detto dal suo pro- prietario Giuseppe, fu eretto nel 1 8o5 con disegno del cav. Cano- nica, ove anticamente esisteva la chiesa e monastero di s. Lazzaro. E assai elegante ed armonico, ma poco frequentato per la sua lonta- nanza dal centro della città, il teatro di Lentasio, di semplicissima forma, così detto per essere slato costruito nel i8o5 nel silo della soppressa
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chiesa e monastero del Lentasio eretti da un arcidiacono di quel cognome. Ove esistevano la chie- sa ed il monastero de' ss. Co- sma e Damiano sorge un elegan- tissimo teatro di' declamazione, e- relto da una società che assunse il nome di Filo-Drammatici. Per l'ad- dietro due erano i teatri delle ma- rionette, ma ora rimane quello solo detto del Fiando , dal nome del proprietario, comunemente chiama- to Girolamo dal protagonista mon- ferrino. Da poco in qua se ne pose uno corrispondente al ponte de' Fabbri.
Fra le altre cose degne d'esse- re vedute in Milano, si osservano le sedici colonne in marmo bianco d'ordine corintio, composte di quat- tro pezzi, che stanno lungo il cor- so di porta Ticinese, e che forma- no il monumento più grandioso delle antichità di questa città. Cre- desi una parte preziosa delle terme Erculee, fabbricate da Massimiliano Erculeo. Le opere che trattano del- le antichità di Milano sono nota- te nella citata bibliografìa milane- se. Il corso di porta Orientale , fiancheggiato di vari palazzi , il pili gradito e frequentato tralte- uimento della popolazione. I pub- blici giardini deliziosissimi , con luoghi per .spettacoli popolari. 11 principio della strada del Sempio- rie, opera delle più dispendiose e didicili che siasi intrapresa sotto il cessato governo italiano. Le strade ferrate di Monza, e quella Lombar- do-Veneta che conduce a Venezia. Milano contiene in genere di fab- briche e manifatture lutto ciò che serve al bisogno, al comodo e al piacere della vita. Le arti mecca- niche sono quivi lodevolmente col- tivale al paro delle liberali ; 1' arie
MIL della lana e quella delia seta fu* ronvj introdotte nel ii48 dagli umiliali, quali alimentavano ses- santamila operai pel lanifìcio, e quarantamila per le seterie. Rag- guardevoli sono le fabbriche di stoffe di seta in ogni generCj e con oro ed argento; lavori in tali ed altri metalli ; istromenti di mate* malica, fisica, chirurgia, armi, ec. ; concie ed altre fabbriche; slampe- rie, librerie, litografìe; manifattu- re di fiori e frutta finti : alcune delle tante fabbriche sono premia* te e privilegiate. Oltre le chiese, i palazzi ed i pubblici stabilimenti, si trovano in Milano anche presso i privali cittadini non poche galle- rie, biblioteche e musei contenenti molti oggetti d' arte meritevoli di osservazione. Come la copiosa rac- colta di quadri della casa Castel- barco, cominciata con quella de'con- ti Simonetta, poi cresciuta conti- nuamente dagli attuali sontuosi possessori, ove in 22 locali sono di- stribuiti più di mille dipinti d' o- gni scuola, incominciando dall' età di Cimabue sino ai viventi. La gal- leria Borromeo ha oltre 4oo qua- dri delle migliori scuole; le altre più rimarchevoli sono le gallerie Lillo, Melzi, Archinto, Scotti-Galle* rati , ec. Celebre è la biblioteca e museo Trivulzio; fra le biblioteche private la Lilla è la più copiosa, contando 3o,ooo volumi; le rac- colte Verrij Taverna, Mulazzani, Beccaria ; l' armeria Uboldo, com- posta di mille e più pezzi d',armi di difesa e da oflesa di epoche di- verse, riunita e messa in bell'or- dine dal cav. Ambrogio Uboldo j assai importante è la serie degli scu- di e degli elmi, la cui erudita de- scrizione fu nel 1839 e 1841 pub- blicala dallo slesso colto possessore.
MIL 11 museo del cav. Pelagio Pelagi, consistente in raonumenli antichi di nazioni e di epoche diverse; il gabinetto mineralogico fondato in sua casa dal conte Vitaliano Borro- meo, ec. ec.
Nel 12 15 per cura del podestà Brunasio Porca novarese furono compilati gli statuti di Milano, testi- monianza di mero e misto impe- ro; magistrato supremo era allora il podestà, ■ risiedendo la sovranità nel consiglio generale. Questi sta- tuti civili perderono ogni vigore coir unità imposta dal codice Napo- leone, che aboPi ogni legislazione spontanea. Franchigia nazionale fu il senato, istituito da Luigi XII. La congregazione di stato antica terminò col 1796. Ab antico la città per stemma porta in bianco la croce rossa, con ornalo di pal- me e ulivi, simbolo di pace e di guerra. L* arma viscontea, che fu quella dello stato^ ed ora è dive- nuta propria del regno, è la biscia d'azzurro in campo d'argento, con fanciullo rosso nascente dalle sue fauci : di sua origine parlammo nel Tol. XXIX, p. 59 del Dizionario. Lo stemma ecclesiastico della città e diocesi di Milano si compone delle immagini di s. Ambrogio in mezzo ai ss. Gervasio e Protasio, coir epigrafe : Tales ambio dejen- sores. Il palazzo della città, nomi- nato Broletto, stava in piazza dei Mercanti, ove ancora sorge la tur- re della campana del comune, che ogni sera suona la rintoccata ; ia prima fu dov' è la corte. La torre fu eretta nel 1272 da Napoleone della Toire, e fu abbellita dal pode- stà Bossi. Quello dove ora siede la municipalità, vastissimo corpo aper- to in due ampi cortili a portico, fabbricato da Filippo Maria Vis- voi. xi\.
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conti > la città ne fece acquisto nel iSrg. La congregazione muni- cipale è composta d' un podestà, e sei assessori, oltre il consiglio com- posto di sessanta nobili, e principa- li negozianti. A spese della città è mantenuto un coipo di zappatori pompieri, istituito nel 181 1. llcarat- teie morale de' milanesi li mostra inclinati alla beneficenza, alla tran- quillità d'animo, ai comodi della vita, ai divertimenti, senza pregiu- dizio dell' industria, delle arti e manifatture, e de' buoni studi, che distintamente vi si coltivano. La dovizia e bontà de' cittadini, e l<i ricchezza degli stabilimenti pubblici provvedono generalmente alla classe indigente. Il dialetto milanese di fondo, grammatica e costruzione i- taliano, ritiene alcuni modi, paro- le e pronunzie de' suoi diversi do- minatori, e moltissimo dei trova- dori o poeti provenziali che canta- rono le armi, gli amori, le cortesie. L' attuale popolazione della cit- tà di Milano e de' Corpi santi ( villaggi presso diverse porte ) è di circa 200,000 anime; anticamente però era assai maggiore, e nel se- colo XV contava quasi 3oo,ooo abitanti ; ma le guerre e le pesti- lenze ad un tempo ne diminuiro- no non solo la grandezza e l'opu- lenza, ma anche la popolazione. Nello spazio infatti di 666 anni, cioè dal 964 al i63o, la città ven- ne afflìtta da contagiose pestilenze per quattordici volte, fra le quali la più crudele fu ne' tre anni che precedettero al i363, che secondo riferisce Pietro Azario vi perirono 75,000 persone; fatale fu quella ancora del 1461 che die origine al lazzaretto; quella del 1576 in cui rifulse il prodigioso zelo di s. Carlo Borromeo; e nell'ultima del i63o
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morirono 20,000 persone. Circa 25o sono gl'israeliti ed altrettanti gli acattolici. Tn Milano l' aria vi è salubre, né frizzante, né rilasciata, massime dopo che furono tolte le risaie dalle sue vicinanze. A p. 877 della bibliografia milanese, dell' o- pera citata, sono riportale le storie di persone illustri o nobili fami- glie milanesi. Molli santi e sante milanesi accrebbero i fasti della Chiesa, su di che si possono vedere Bosca, Martyrologinm ecclesiae Me- diolanensisy i6g5. Sormani, La gloria de sand milanesi, 1 761, Fio- rirono altresì gran numero di mi- lanesi nelle armi e per valorose imprese, nella lelleralura e nelle belle arti, di cui discorrono le o- pere bibliografiche notate a p. 384 e 385. Tra gli altri nomineremo^ il poeta Ialino Cecilio Stazio, lo storico Valerio Massimo, Salvio Giu- liano compilatore dell' Editto perpetuo e prefetto di Roma, gl'imperatori ro- mani Elvio Pertinace e Giuliano Di- dio, ed oltre i nominati di sopra ed altri che ricorderemo, fra gì' innu- merabili illustri milanesi registre- remo i seguenti. Nella storia, Co- rio, Calco, Ripamonti, Giulini, Oslo, Puricelli, Verri, Allegranza, Fuma- galli, Bianconi. Nell'architettura, Giambattista e Sanlo Corbelli, So- lerò, Agrippa, Giacomo della Por- ta, Tibaldo, Bassi. Nella pittura , parecchi usciti dalla scuola del Vin- ci, Lomazzo, Crespi, Campi, Pro- caccini, Bossi, Appiani. Nella scul- tura, Marco Agrato, Girolamo e Guglielmo della Porta, Buonvicino, Rusconi, Albertolli. Altri artisti, Caradosso, Saracchi, Cristiano Sanlo Agostino, Guzzi, Domenico dc'Cam- mei, Giovanni delle Corniole, Ja- copo da Trezzo, Birago, Rossi, Del- finoue, Paladini, Pigino, PcUizoue.
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Poeti, DoUino, Bellincioni, Biffi, Vis- conti, Raineri, Maggi, Alessandro Verri, Parini, Monti. Medici, Piro- vano, Varese, Sacco, Rasori. Mili- tari, i Torriani, i Visconti, i Tri- vulzi, Serbelloni, Medici. Scienziati e scrittori diversi,, Maino, Piatti, Paciolo, Maioragio, Alciato, Carda- no, Benzoni, Busca, Cicerano, Ot- tavio Ferrano, Gregorio Leti scrit- tore maligno. Cavalieri, Ceva, Bec- caria, Frisi, Lecchi, Pini, Regi, O- riani, Sacchi, Carpani, Marchesi, Carli, Gioia, Romagnosi, Custodi ; e tra le donne la celebre Agnesi che ottenne vma cattedra di ma- tematica nell'università di Bolo- gna, e la famosa Manzoni che s'il- lustrò nella poesia. Nelle arti e nel- le scienze tuttora fiorisce un eletto numero di chiari ingegni. Milano diede alla Chiesa universale, oltre uu grandissimo numero di vescovi, cinque sommi Pontefici, cioè Ales- sandro Il Baggio o Badagio, Ur- bano III Crivelli, Celestino IV Ca- stiglioni. Pio IV Medici, e Grego- rio XIV Sfrondati oriundo di Cre- mona; ed al sacro collegio i se- guenti cardinalij ad ognuno de'qua- li premetteremo l'epoca dell' esalta- zione, e tulli còme i Papi hanno le loro biografie.
1061 s. Anselmo Buggio o Ba- dagio. 1088 Conte. II 38 Tom- maso. II 44 s- Guarino Foscari. 1 1 55 A rdizzone Rivoltella. ii65 s. Caldino Valvassi-Sala. 1 lyS Uber- to Crivelli, poi Urbano III. 1182 Albino. I 198 Uberto Tcrzago, U- berto Pirovano. 1227 Goffredo Ca- stiglioni, poi Celestino IV. 1^44 Goffredo Castiglioni. 1281 Glusa- nio Casati, 1288 Pietro Pcregrossi. 1375 Simone Brussani. i4i « Bran- da Castiglioni. 14^9 Gerardo Lan- driani de' Capitani. i456 Giovanni
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Casliglioni. 1473 Giovanni Arcim- boldi. i483 Gianiacopo Scalfenali. 1484 Ascanio Maria Sforza. i493 Giannantonio Sangiorgi. 1 5oo Anto- nio Trivulzio. i5i7 Scaramuccia Trivulzio, Agostino Trivulzio. i535 Jacopo Simonetta. 154^ Giovan- ni Moroni. i544 Francesco Sfon- drati . 1^49 Giannangelo Medi- ci, poi Pio IV. 1557 Antonio Tri- vulzio. i56o Giannantonio Ser- belloni, s. Carlo Borromeo. i56i Lodovico Simonella. i565 Carlo "Visconti, Francesco Abondio Casti- glioni, Alessandro Crivelli, France- sco Alciato, Francesco Crasso. ìS'jS Renato Birago. i583 Nicolò Sfon- drati, poi Gregorio XIV. i587 Fe- derico Borromeo. i588 Agostino Cusani. 1^90 Pietro Emilio Sfon- drato. iSiQi Flaminio Piatti o Pla- to. iSgS Alfonso Visconti. i6o4 Ferdinando Taverna. 1621 Giulio Roma. 1629 Teodoro Trivulzio. i633 Cesare Monti. i652 Luigi Alessandro Omodei. 1 654 Giberto Borromeo, i657 Camillo Melzi. i6(36 Alfonso Lilla. 1667 Vitalia- no Visconti. 1670 Federico Bor- romeo. 1681 Federico Visconti. i6go Ferdinando d' Adda, Luigi Omodei. iGgS Jacopo Antonio Mo- rigia, Federico Caccia, Celestino Sfondrali. 1699 Giuseppe Archinlo. 1712 Agostino Cusani. 1713 Be- nedetto Erba Odescalchi. 1715 Bernardino Scotti. 1717 Giberto Borromeo. i73g Gaetano Stampa, Marcellino Corio. 1 743 Gioacchino Besozzi, Giuseppe Pozzobonelli. 1 747 Gio. Battista Mesmer. 1753 Fabri- zio Serbelloni,*Gio. Francesco Stop- pani, Carlo Francesco Burini. 1756 Alberico Archinlo. 17^9 Ignazio Crivelli, Antonio Maria Erba Ode- scalchi, Giuseppe Maria Castelli. 1766 Vitaliano Borromeo. 1771
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Antonio Eugenio Visconti. 1776 Giovanni Archinlo, Angelo Maria Burini. 1789 Ignazio Busca. 1794 Antonio Bugnani. 1801 Gian Fi- lippo Gallerati Scolti, Lorenzo Lil- la. 1802 Carlo Crivelli. 1804 Carlo Opizzoni.
Fuori delle mura di Milano crescono i boi-ghi e nominatamen- te quello degli Ortolani e quello di s. Goliardo. Importantissimi so- no i contorni del contado di Mi- lano, ma solo accenneremo alcuni de' principali. Un miglio circa da Milano \i è la strada che riesce due miglia all' abbazia di Chiara' valle [J^edi). II monastero andò in parte distrutto, avendovi cessato i cisterciensi nel 1797; la chiesa è delle più notabili della diocesi. Fu edificala sulle rovine d' una più. vecchia verso il fine del secolo XllI, ed è di quello stile che dicesi go- tico, divisa in tre navi, attraversata in cima da un lungo braccio che gli dà figura di croce . La na- ve maggiore è tutta dipinta dai fiamminghi, e finisce nel coro con sedili di noce diligentemente inta- gliali. L' altare maggiore ha pre- gevole dipinto, de' quali nelle cap- pelle ed altrove ve ne sono altri. Vi è la cupola con campanile con bei lavori: quivi ebbero sepolcri i Torriani, gli Archinli ed altri. Nella strada Pavese, un miglio lunge il famoso castello di Binasco, sorge la Certosa ( Fedi ) della di Pavia, uno de' più sontuosi edifizi d' Eu- ropa. Bice il Marini, Archiatri t. I, p. io5, che Gian Galeazzo Vis- conti , disgustato di Urbano VI perchè non potè avere il titolo di re, seguì le parti dell' antipapa Clemente VII, quando con affetta- la ed apparente religiosità gli fece cader nel pensiero di Tuler edifica-
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re la magnifica Certosa di Pavia, con un tempio di quaranta altari per ofFerirvisi giornalmente altret- tanti e più sacrifizi, la qual cosa fu subito dall'antipapa approvata con bolla degli i r luglio i 394, die riporta nel t. II, p. 53, avvertendo che r ignorò lo stesso p. Tromby. Però la prima pietra vuoisi gettata da Gian Galeazzo agli 8 settembre 1396. Il Visconti verso il 1399 vi chiamò i certosini che compirono splendidamente V edilìzio , vi stet- tero fino al 1782, e vi furono re- integrati nel 1843. Del tempio al- cuni reputano architetto Enrico Gamodia, altri Marco da Campio- ne : lo stile non gotico tedesco, ma piuttosto di quello che allora do- minava, ha queir eleganza che sul principio del secolo XV appariva in tutte le arti del disegno. Ha tre navi e forma di croce latina; la facciata di stile bramantesco fu co- minciata nel 147^ ^^^ disegni di Ambrogio da Possano, adorna di gran numero di scolture ed orna- ti i più squisiti del secolo XV. La porta che mette al tempio è ope- ra d' Agostino Busti, ricca di su- perbi fregi e storie a bassorilievo, fra le quali primeggiano la fonda- tione fatta dal Visconti, e il tras- porto delle di lui spoglie mortali nel tempio, la cui interna veduta è veramente maestosa. La volta è dipinta ad oro ed oltremare con stelle d'oro; i piloni rivestiti di marmo, fregiali di statue; le quat- tordici cappelle nelle navi ornate di preziosi marmi, di tavole, di affre- schi, di bassorilievi, di paliotti di squisito lavoro. Un cancello magni» fico introduce alla crociera del co- vo, che precede il santuario ; gli stalli ne sono intagliati con artifi- cio finissimo. Nella crociera spicca-
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no due cappelle sontuosamente or- nate : in angolo vedesi il mausoleo del fondatore, ricchissimo di scol- ture. Il magnifico monumento dì Gian Galeazzo , isolato , è uno de' più grandiosi per la mole e per merito d' arte. A molte finestre sono bellissimi vetri colorati ; ed agli altari laterali dei bracci della croce, sono quattro stupendi can- delabri di bronzo. La cupola è tut- ta dipinta a buon fresco. Ricca ba* laustrata sta innanzi all'altare mag- giore, il quale è tutto commesso a gemme, e fregiato di vaghissime scolture. Sono degni pur di consi- derazione la vecchia e nuova sacre- stia, il lavatoio e il refettorio de'mo* naci ; il gran chiostro coi ventiquat- tro casini isolati, con orticelli per le abitazioni de'religiosi, ispira vene- razione e raccoglimento. La Certosa forma come il Vaticano una piccola città. Benché soggiacque a molte dilapidazioni, questo monumento è ancor grande. Prima di questa ce- lebre Certosa, nella strada del Sem- pione altra n'era stata fondata nel i349 da Giovanni Visconti arcive- scovo e signore di Milano , finita nel i353, quando il Petrarca di- morava presso il Visconti ; più vol- te si restaurarono la chiesa e il monastero : questa chiamasi la Cer- tosa di Garegnano.
Il Lago maggiore o Verha' no, sulle sue riviere , sui mon- ti e nelle valli circostanti offre i più svariati prospetti , e vi si vedono i begli orrori selvaggi del- le Alpi, e le bellezze pittoresche dell'Italia: la sponda orientale ap- partiene al regno Lombardo-Ve- neto, da Sesto a Pino; l'occiden- tale agli stati sardi sino a Bris- sago; e fra Brissago e Pino ambe- due le sponde al cantone svizzero
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del Ticino. Questo lago, nno ilei a cui conduce un'agevole via sparsa più ampi d'Italia, è nutrito spe- di alcune cappelle. Fu innalzato cialoienfe dalla Toce e dal Ticino; nel 1697 a spese degli abitanti ha acque trasparenti che contengo- de' contorni e della famiglia Bor- no varie specie di pesci e delle romeo. La statua ha 28 metri d'al- tratte, alcune delle quali grandissime, tezza, e 20 il piedestallo di granito: In ampio seno si presentano sulla testa, piedi e mani sono di bron- riva orientale Aligera, Arona sul- zo fuso, il resto di grosse lastre di r occidentale, che si fanno l' una rame, mentre le barre che queste all'altra prospetto, gloriose ambe- sostengono fanno scala per salir si- due del nome de' Borromei ; e ver- no al capo. 11 disegno è del Cera- so la metà delia riva occidentale no, l'opera di Siro Zanella pavese evvi la baia delia Toce, ove si tro- e di Bernardo Falconi higanese; vano le famose /.yo/e Borromee. Art- mirabili le proporzioni. Valicata a gtra ha favolosa origine, chiamossi sinistra del Lago maggiore la pun- anticamente Stazzona, vi fu stazio- ta di Belgirate, si è in quel seno ne militare, poi emporio di fiorentis- del lago in cui sorgono le dccan- simo commercio. I conti di Ange- tate isole Borromee, che vedonsi ra o Angleria ebbero origine, se- emergere come un mazzo di fiori, condo la tradizione, dai re longo- Prima presentasi alla vista l'isola di bardi, ed a loro si attribuisce la s. Giovanni, segue l'isola Madre che costruzione della rocca. L' arcive- sorge in mezzo del seno, poi l' iso- scovo Ottone Visconti, toltala ai la Bella, già Isabella dal nome di Torriani, la fece rifabbricare ed or- una d' Adda moglie di un Borro- nare di pitture allegoriche alla bat- meo, che in parte nasconde la Su' taglia da lui vinta a Desio. Dopo penare. L' isola di s. Giovanni del- Ottone, i Visconti e gli Sforza pre- ta Isolino, e la Superiore che di- serò il titolo di conti d'Angera, an- cesi anco de Pescatori, fanno bei zi usarono conferirlo ai propri pri- contrasto colla sfoggiata magnifi- mogenili. Filippo Maria Visconti nel cenza delle isole Bella e Aladre, e 1439 die in feudo questa signoria questa resa più vaga dalla natura ai Borromei, che tennero molla cu- fa bel contrasto con quella, in cui-
ra della rocca, ed il cardinal Fe- derico, rivendicatala dal fìsco, la in- grandì e vi aggiunse nuovi edifizi. 11 giardino contiguo ha romane e- pigrafi. Feudo de' Borromei fu pu-
r arte raccolse tutti i suoi ornamen- ti, ingegni e graziose bizzarrie. Fu il conte Vitaliano Borromeo che nel 1637 trasformò tale scoglio in un luogo di ricercate delizie, con
re Arona, nella cui rocca atterrata dieci giardini posti a scalinata, con
nel 1800, nacque s. Carlo; accre- ridente selva d'aranci, di folto bo-
sciuta a' dì nostri dal trafilco, eb- sco d'allori, di torri, d'archi, di
be titolo di città. La maggior sua statue, e d' un grandioso palazzo
chiesa è di corretto stile. Il nuovo ove sono profuse tutte le squisitez-
teatro, le pubbliche scuole, le bel- ze, i cui sotterranei formano un
le case e le pulite vie, la rendono appartamento a musaico da stupo-
pregevole. Lustro maggiore le viene re. Inoltre nell' isola Bella è una
dal famigerato colos>o di s. Carlo, galleria con pregiate tavole; ed in
che sorge sopra un prossimo colle, quella Madre sonovi cinque giav-
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dini, ed ampio bosco d' allori, d'a- beti e cipressi.
Faremo per ultimo parola di Monza , oltre quelle dette altro- ve, come all'articolo Corona fer- rea, ove dicemmo di essa e del tesoro della basilica di san Gio- vanni Battista, edificata dalla regi- na Teodolinda, la quale in essa ri- pose i doni di s. Gregorio I, ac- cennati air articolo Longobardi. Monza sotto i romani fu chiamata Moguntia, perchè Augusto ne fece un luogo di ritiro pei soldati che aveano combattuto aMagonza; poi fu detta Modoelia, e Teodorico re de' goti vi eresse un palazzo. Sotto I longobardi divenne la favorita re- sidenza d'alcuni loro re; e Federi- co I v'ebbe un palazzo. Soggiacque a varie vicende, secondo che fu con- traria o favorevole a' milanesi : da Carlo V venne data in feudo ad Antonio di Leyva governatore di Milano, indi fu da Antonio venduta per 3o,ooo ducati ai conti Durini, ed ora ha titolo di città ; e per industria, popolazione, e vanto di antiche e recenti memorie primeg- gia fra tutte le terre del contado milanese. La basilica fu ingrandita nel secolo XIV coi disegni di Mat- teo da Campione. La facciata di stile gotico, di marmi bianchi e neri, con bassorilievi, statue e a- rabeschi, ha sulla porta maggiore la statua in rame dorato del Pre- cursore. L'alto campanile è gran- diosa fabbrica del Pellegrini, che disegnò pure 1' elegante batlisterio. Il tempio ha tre navi, ed è adorno .di assai pregevoli dipinti: l'altare maggiore disegnato dall' Appiani, è ricco di paliollo d' argento dorato, con bassiriliovi , gemme e snaalti. Delle altre chiese di Monza, le più ipler^ssanti sono s. Maria in Islra-
MIL da, ». Maurizio, s. Gerardo. Gran- dioso è il seminario, con due por- tici di 88 colonne di granito ; ele- gante il teatro, bello il ponte sul Lambro, ampio il collegio de' bar- nabiti, ragguardevole il palazzo mu- nicipale, importante l' archivio. I dintorni offrono una serie di ame- ne ville, oltre la villa reale, delizia degna di principi e rinomata in tutta Europa; il parco reale è uno de' più vasti d'Italia, comprendendo ri,ooo pertiche di terreno. 11 pa- lazzo venne eretto nel 1777 dal- l'arciduca Ferdinando con disegno di Piermarini, ove l' Appiani di- pinse la favola di Psiche.
Milano, Mediolanwn, già capita- le di tutta la Gallia Cisalpina [f^edl), e più. volte residenza degli imperatori occidentali e de' re di Italia, non che capitale dell' Insu- bria, nome antico di quella porzio- ne della Lombardia [T^edi) fra l'Ad- da e il Ticino, i cui popoli chia- maronsi insubri, i quali secondo Tito Livio erano celti o gauli ; è vero però che sotto il nome d' in- subri si comprendevano pure mol- ti popoli, i primi de' quali erano venuti dal nord ; sembra che il lo- ro nome primitivo fossero ombri, significante nella loro lingua valo- l'osi. Vaghe ed incerte sono le o- pinioni del nome Milano, come sul- la origine de' primi abitatori del suolo milanese. Risalgono alcuni al- le origini etrnsche, e supponendo Olenio 0(1 Olano Galeno, lucurao- ne etrusco, venuto nell' Insnbria, altro capo introducono di quella nazione detto Medo, e da que'due nomi riimiti, deducono quello di Milano o Mediolano, come accenna r Alciali. Altri la credono così det- ta quasi in medio aniniiim, perchè posta tra i c|M6 fi unii Ticino ed
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Adda; ricorrono altri ad origini gali dagli etruschi, che istituite do- celtiche, dalle quali verrebbe quel- dici città chiamarono Etruria nuo- la denominazione ad indicare una va, abbiano questi ultimi ad essere città posta in mezzo alle terre ed considerati come i principali abi- alle pianure, e come ora direbbesi latori del milanese, sembra essere mediterranea. Sembra priva di fon- quasi una certezza che Milano, si- damento la supposizione del ritro- tuata nell' Insubria, sia stata fooda- vamento di una troia col tergo la- ta od almeno ingrandita nell' anno nulo solo per metà, all' epoca in Sgo piima di Gesù Cristo, da Bel- cui Beiloveso determinossi alla fab- loveso capitano dei gallo-insubri bricazione o piuttosto alla riediQ- nell' Italia (redi) superiore, e ni- cazione di Milano ; si abbracciò tut- potè di Ambigato principe de' cel- lavia quella tradizione, confermata ti. Beiloveso con una banda di bi- dai versi di Ciaudiano e di Sido- turigi, edui, arverni, gessati e am- nio Apollinare , perchè riguardan- barri, dopo aver cacciato dal pae- dosi Milano a qualche epoca come se gli etruschi, colla pace com|M le una seconda Roma, vi si trovò u- opere di essi. Ogni borgata ebbe na certa conformità con Roma me- un capo gallo; con rozza e robusta desima, ponendosi la troia quasi al religione veneravano le forze della confronto colla lupa allattatrice di natura, imponendo i druidi leggi Romolo e Remo. Se però è vero e superstizioni ai popoli. Quanto che i galli giunti in Italia, cogli in- fossero fieri lo provò Roma, che subri si collegarono più facilmente, salvata dai valorosi difensori della perchè trovarono il nome di una patria, costituì un tesoro apposta città corrispondente a quella di un da non toccare se non quando i loro boigo o villaggio, sotto il no« galli minacciassero, me di Milain, presso Autun, con- Da prima Milano non fu che un viene supporre il nome di Milano borgo, ma ben presto divenne il più antico della venuta de' galli, luogo principale de' galliinsubri-ci- Alla tedesca lingua di quei popoli, salpini ; il perchè conoscendo Ro- May-lnnd, o paese di maggio, e ma non potersi tenere sicura fin- propriamente in gallico 3Ied-lan, che non dominasse la Gallia Cisal- fertile paese, e Mcl-lan, in mezzo pina, com'essa intitolò 1' Insubria, alle pianure, onde altri Medioln- perciò Lucio Furio e Caio Flami- niim si riscontrano in Francia. Om- nio consoli romani varcarono il Ho mettendo le opinioni che alcuni coli' esercito ; ma sconfitti si rifu- storici e filologi ci lasciarono sui giarono tra' cenomani, dalla Gai- primi abitatori del suolo milanese, lia venuti sul bresciano e sul ve- e non disputando se tal preminenza ronese, i quali disertando la cau- si debba accordare, secondo Stra- sa nazionale, s' allearono ai ro- bone, ai primi discendenti di Noè, mani, che senza tregua molestava- o agli orobii, secondo altri, oppu- no 1' Insubria. Allora i galli ten- re agl'insubri, la cui principale re- tando l'estremo caso, nel 123 fu- sidenza dicesi essere stata nel luo- rono vinti da Marco Claudio Mar- go chiamato Hnudii Campi o Ca- cello e Gneo Cornelio, e Virido- stel Seprio, e passando stil diilibio maro ultimo re de' galli-cisalpini se quei due popoli vinti e soggio- restò ucciso sul campo, indi Mila-
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no soccombette ai vincitori, e Mar- co vi entrò trionfante. Dopo che Mario a Vercelli sbaragliò una nuo- va irruzione di cimbri, dal conso- le Publio Cornelio Scipione Nasica, l'anno 191, seguita la ritirata di Annibale (il quale da Milano ave- va ricevuto opportuni soccorsi), la Hallia Cisalpina fu ridotta a pro- vincia, e Milano fu onorata del ti- tolo di primaria città dell' Insubriaj soggetta però a leggi e magistrati romani; e sotto il consolato di Pompeo fu onorala del nome di seconda Roma, come la più ricca e maestosa delle altre città della provincia. Tra gli altri l'ebbe in governo Cicerone, e poi Bruto cui i milanesi eressero una statua. Giu- lio Cesare già nell' anno 4^ avan- ti la nostra era, avea concessa la cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina, e ftlilano venne ascritta alla tribù Onfentina, perciò teneva comizi propri, e raccolti i voti li mandava suggellati a Roma, per valere come fossero dati di presen- za. Neil' impero , la Gallia restò sotto r immediata tutela del senato romano, e solo a' tempi di Adria- no vi fu spedito un prefetto, pro- teggendo il popolo i difensori della città, specie di tribuni. Ad abbat- tere il dominio di Roma, i germa- ni minacciarono le sue provinole e J' Italia, onde sembrò agl'impera- tori necessario risiedere più vicino alle Alpi. Prima vi stavano a tem- po, poi quando la difesa rese ne- cessario dividere l'impero, Massi- miano Erculeo vi si fermò sta- bilmente, cìnse di mura la città, e l'abbellì nell'anno 2^5 della no- stra era, poscia abdicò all'impe- ro • nel 3o5. Il poeta e console Ausonio quindi celebrò in versi le sontuosità di Milano, dicendo ivi
MIL essere tutto mirabile, abbondanza d' ogni cosa, belle case, doppio mu- ro, circo, teatro, templi, palazzo, zecca, terme, marmorei portici, fe- condi ingegni, costumi all' antica, per cui quasi non avea di che in- vidiare Roma. Frattanto non solo l'evangelo erasi propagato in Mi-' lano e nella regione, ma fioriva nel sangue de' suoi martiri, e Co- stantino imperatore nel 3i3, dopo aver dato in Milano sua sorella in isposa a Licinio imperatore, vi pub- blicò la legge ove tollerava qua- lunque religione, primo passo a render dominante la vera, legitti- mando l'esercizio del culto cristia- no. Inoltre dividendo Costantino l'Italia in due parti, stabilì Milano capitale della settentrionale, e la residenza di un vicario distinto cbe governava sette provincie: la Ligu- ria nella quale era compreso il mi- lanese, l'Emilia, la Flaminia, ii Piceno annonario, la Venezia col- r Istria, le Alpi Cozie, e le due Rczie. Continuando Milano ad au- mentare in ricchezza e magnificen- za, giunse al suo più alto grado di splendore, a segno che gli stes- si imperatori vi fissarono la loro ordinaria residenza nel secolo IV e e nel principio del V.
Parteggiando l'imperatore Co- stanzo per gli ariani nemici di s. Atanasio, e trovandosi in Milano, ivi nel 355 fece con violenza con- durre il Papa s. Liberio, ma non gli riuscì fargli abbandonar la di- fesa di s. Atan.'tsio, onde 1' esiliò in Tracia. Nel 365 gì' imperatori Va- lentiniano I e Valente, essendosi tra loro diviso l'impero, il primo si tenne la parte occidentale, e non in Roma ma in Milano fermò la sua sede. L' itnperatore Valenti- niano II incaricò s. Ambrogio di
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tlissuadere 1' imperatore Massimo dall' invadere 1' Italia, e di doman- dargli il cadavere .dell'ucciso im- peratore Graziano; e morendo gli lasciò raccomandati i suoi figliuoli. Il santo in più incontri con sacer- dotale franchezza parlò all'impera- tore Teodosio I mentre era in Mi- lano, e gli vietò la comunione e r ingresso alla basilica Porziana do- po l'eccidio di Tessalonica. Avendo Teodosio I spartito in due tutto r impero, Costantinopoli fu metro- poli dell' orientale , dell' occiden- tale Milano , da cui dipendeva- no l'Italia, l'Africa, la Gallia , la Spagna, la Bretagna, il Norico, la Pannonia, la Dalmazia e mezza Illiria. Ma venendo presa e sac- cheggiata Milano nel 4^2 da Atti- Io re degli unni, cessò di essere residenza degl' imperatori, come cessò allora di essere metropoli del- l'Insubria. JVel 4?^ cadde in po- tere degli eruli comandati da O- doacre, che si proclamò re d'Ita- lia, dando termine all'impero d'oc- cidente. Nel 493 Teodorico re dei goti se ne fece padrone, ma la maggior depressione della città ed il più grande suo avvilimento fu nel 539, quando soggiogata da U- raia nipote e generale di Vitige, trovossi spogliata de' suoi abitanti, i quali, escluse le donne date ai borgognoni, furono tutti crudel- mente trucidati. Tanto fece Uraia considerando Milano ribelle e par- teggiare per gl'imperatori greci che pretendevano l'Italia. In fatti, -ve- nuti Belisario e Narsete generali di Giustiniano I, la città divenne suddita degl'imperatori d'oriente, e inoh'i de' fuggili ripalriarono. Men- tre Narsete cominciava a ricingerla di mura, venuto in Italia nel 568 Alboino coi longobardi, Milano passò
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sotto il dominio di essi, che incomin- ciarono quel regno che lasciò il no- me al paese, scegliendo per sede Pa- via. Il re Alboino impose a Mila- no per duca uno de'capi dell' eser- cito, che sparli fra' suoi fidi le terre, e gli abitanti ridusse a con* dizione di servi : il duca pose sua corte a Cordusio, curia diicis, epo- ca fatale e terribile, in cui restò Milano oppressa e negletta. Il Pa- pa Adriano I, avendo invocato il soccoi-so di Carlo Magno, questi coir imprigionamento del re Desi- derio, nel 773 o poco dopo die termine al regno longobardico, e principio a quello nuovo d' Italia. I longobardi aveano tenuto il cle- ro in assoluta soggezione, e Carlo Magno per consolidare il suo pò-! tere lo léce intervenire alle assem- blee, considerandolo come gli altri possidenti. In tal modo crebbe l'au- torilà episcopale, e l'arcivescovo di Milano divenne il personaggio più ragguardevole di Lombardia, e contrappeso all'armata potenza dei conti, ciò che il popolo vide vo- lentieri.
In processo di tempo, sotto i de- boli successori di Carlo Magno, l'arcivescovo di Milano cogli altri vescovi più volle elessero il re in Lombardia. Il magnanimo arcive- scovo Ansperlo da Biassono, ricinse la città di forti mura, verso 18 79, la ristorò dalle passale rovine, l'ab- bellì con edifizi, e singolarmente coH'atrio di s. Ambrogio. I vesco- vi fatti potenti, conferirono la coro- na d' Italia non più a stranieri^ ma ad italiani, per cui nelI'SSS Berengario duca del Friuli fu co- ronato dall'arcivescovo Anselmo. Gli disputarono quella dignità i re di Geimania; poi Lamberto duca di Spoleto, eletto da una fazione
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contraria all'nrci vescovo di Milano, assediò anche e prese Milano nel- r8g6. Qui cominciarono le gare fra vari re, duranli le quali l'ar- civescovo e il popolo crebbero di importanza , perchè gli emuli cer- carono amicarseli con doni e pri- vilegi. Intanto sopraggiunsero gli unni a devastare le campagne, e Milano si accrebbe colla distruzio- ne di Pavia ordinala nel 924 da Berengario condottiere degli unga- li o unni : nel 945 vi si tenne la prima dieta per l'elezione del re d' Italia, Passata nel 962 la coro- na imperiale ai tedeschi, fu l'Italia unita alle sorti di Germania (P'c di), non perchè gl'imperatori pro- priamente la padroneggiassero, ma ne aveano l'alto dominio, governando- si i principati, le repubbliche e si- gnorie a proprio piacere, solo ob- bligati all'omaggio di sovranità e al servigio militare. Gli elettori del- l'impero sceglievano il re di Ger- mania, che ad Aquisgrana prende- va la corona d'argento; poi sceso in Italia, i signori e vescovi lo ri- conoscevano, indi consecrato re d'I- talia a Milano o a Monza colla corona di ferro dall'arcivescovo di Milano, passando a Roma vi rice- vea dal Papa la corona d'oro e il titolo d'imperatore: i lombardi gli pagavano il viaggio, e l'imperatore «e n' andava e spesso non ricom- pariva più , e i signori tornavano a fare ogni loro voglia come indi- pendenti ; cose tutte trattate a'ioro articoli, conje Coronazione, Impero, ed altri relativi. Vedasi Francesco Antolini: Dei re d'Italia inaugU' rati o no con la corona ferrea , Milano i838.
Valperto de Medici ai'ci vescovo di Milano, invilo Ottone I a venire in Jtqlia, eie incoronò re nella basilica
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di s. Ambrogio. Ottone I per repri- mere i suddetti signori feudatari irre- quieti, per farsi amici i comuni rico- nobbe i privilegi che già eransi pro- cacciati. Quando Landolfo arcivesco- vo ottenne l' intera giurisdizione di conte di Milano, e nominava i magistrati, i nobili si opposero, ma falliti nell'impresa accettarono feu- di da esso. Divenuto arcivescovo Eriberto da Cantù, pretese ch'essi fossero suoi vassalli, e vintili nel io36 invitò Corrado II re di Ger- mania a venire per la corona di ferro, e Io trattò splendidamente e lo fornì di truppe per soggiogare i pavesi . Ingelosito l' imperatore della potenza clericale, imprigionò Eriberto che fuggito rientrò \a Mi- lano per difendersi, e per mante- nere l'ordinanza militare inventò il carroccio, sul quale pose lo sten- dardo di s. Ambrogio, come si disse all'articolo Carrozze ed al- trove. L'arcivescovo nel loSy trion- fò dell'imperatore e de'noljili, che dovettero sottomettersi, talché tro- vandosi sotto la giurisdizione mede- sima i liberi cittadini e i vassalli, re- stò costituito il libero comune. Osser- va il Muratori che i milanesi furono de'primi a mettersi in libertà, cac- ciando i ministri cesarei ed eleggen- done de'propri, prendendo qualche forma di repubblica. Le guerre in- testine prodotte dai simoniaci e nicolaiti diei'ono 1' ultima mano all'emancipazione della plebe mila- nese; già avea cacciato di città col loro capo Lanzone, Eriberto nel io4'2. Verso questo tempo si ripor- ta la primaria origine de' famosi Uniilinli (P^edi), avvenuta quando l'imperatore Enrico III occupata Milano mandò in Germania pres- soché tutti i cavalieri che vi tro- vò, i quali vestironsi di bianco, ed
MIL ollcnnero ripalriare , onde liunili dal ven. Meda furono apjMovati dalla santa Sède nel ri 17. Il Pa- pa Alessandro II pertossi a Milano e nel 1067 vi canonizzò s. Arialdo dia- cono, martirizzato nel precedente anno a' 28 giugno dai nicolaiti e simoniaci concubinari ; questi nel 1076 martirizzarono pure s. Er- lembaldo nobile milanese, che Ur- bano li reduce da Francia cano- nizzò in Milano nel 1096, Nel logS Milano si sottrasse interamente nel politico da ogni dipendenza dall'im- pero, regnando Enrico IV, che es- sendo in guerra col Papa non po- tè usar della forza. Alla crociata promulgata da Urbano II si asso- ciarono molti milanesi, t. "«'quali i Selvatici, i Ro, i Roci, e Ottone Visconti che conquistò in oriente lo scudo della serpe, che divenne la gloriosa insegna dello stalo. Pre- cedette i crociati T arcivescovo An- selmo da Boisio con un braccio di s. Ambrogio, e vi morì di ferite. Quelli che tornarono con Angil- berto Pusterla e Senatore Settata fondarono il pio luogo delle quat- tro Marie, ed altri la chiesa di s. Sepolcro.
Governandosi i milanesi coi loro consoli, la prosperità infuse smania di dominar sui vicini, e comin- ciarono guerre fraterne. Tutte le città vicine Tremavano alla sola minaccia de' milanesi di fare uscire dalle porte il terribile carroccio ; quindi Milano al70ssi al punto di essere considerata la prima città di Italia. Lodi venne ridotta in cene- re nel II 11; Como nel 1127 di- roccato dopo dieci anni d'attacchi ; indi Pavia e Cremona furono mi- nacciale coU'esercilo. Intanto i mi- lanesi seguirono le parti di Cor- Vado HI contro liOtario II imperf^-
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tore, ed Innocenzo II mandò loro per legalo s. Bernardo, il quale ri- cevuto con sorami onori li riconci- liò colla Chiesa, essendo stali sedot- ti da Anselmo vescovo intruso. Vo- lendo Federico I Barbarossa rimet- tere l'impero in vigoria, dopo che i predecessori aveano domato i feu- datari coll'alzar i comuni, a questi volle por freno colle armi. Prese le parti de'Iodigiani, e devastò mol- te terre de'milanesi, massime Tor- tona , togliendo a Milano i dazi e la giurisdizione, dopo essersi im- padronito della città con lungo blocco nel 11 58. I miTanesi alla sua partenza cacciarono nell' anno seguente il presidio, indi ripresi i loro diritti, portarono la guerra contro quanti avevano secondato l'imperatore, e riedificarono Torto- na. Tornato Federico I con più robuste armi, con centomila uomi- ni, cui associaronsi le milizie di più di trenta città italiane, spaventate dal crescente potere di Milano, la cit- tà come ben forte si pose in dife- sa, ma la fame e le malattie la costrinsero a cercar patti. Federico 1 in Roncaglia li accettò, esigendo d' imporre i magistrati, ciò che i milanesi ricusando, l' imperatore li pose al bando dell' impero , fece mutilare chi poteva prendere, e po- se l'assedio a Milano nel 1162, Inesorabile non volle accordar con- dizioni, la prese nel marzo, ordinò agli abitanti che tulli uscissero e- siìli nelle vicine terre, abbandonan- dola al furore degli altri italiani, che vi sfogarono la loro invidiosa rabbia. Federico I guastò, ma non distrusse le mura coronate di fre- quenti torri , e non vi sparse il sale come dice la leggenda: i mi- lanesi soffrirono cinque anni di du- vo esilio prima di ripalriave.
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Non andò guari che considerali da Italia. Nel 1 186 si creò in Milano Federico I gl'itiìiiani come gente con- im magistrato col nojne di podestà, qiiistata, giurarono essi difendersi venendo a ciò eletto Uberto Vis- e riedificar Milano, che nell'aprile conti piacentino; questa magistra- I 167 vide i suoi emuli concorrere tura però andò soggetta a varie al suo risorgimento e fortificazioni, vicende secondo le dominanti fa- ciò che non potè impedire l'impe- zioni. Risorta più bella e vigorosa ratore. Papa Alessandro III benedì di prima, Milano si vide poscia questa concordia di italiane volontà, involta nelle civili discordie, per le e vari principi contribuirono con- famose e deplorabili fazioni dei forti e denaro ; allie città si uni- Guelfi e Ghibellini [f^edi). rono alla famosa lega lombarda Eccoci prossimi a parlare de'pri»
che formossi contro Federico I sino nii dominatori di Milano, i Torre o al numero di ventitre ; cioè Milano, Torriani, ed i Visconti. La farai- Creoìona, Lodi, Bergamo, Ferrara, glia Torriani o della Torre credesi JJrescia, Mantova, Verona, Vicenza, francese d'origine, e la stessa che Padova, Treviso, Venezia, Bolo- quella della Torre di Auvergne. gua, Ravenna, Bobbio, Rimini, Mo- Due di questi signori, venuti io dona, Reggio, Parma, Piacenza, Tor- Italia nel secolo XII, fermatisi in tona, Vercelli, Novara. L'imperato- Como per le nozze di due signorQ re sbuffante pose i lombardi al eredi di Valsassina, ottennero que- b'jndo dell'impero, ed i milanesi sfo dominio, per cui i discendenti ed altri italiani per interrompere le si dissero conti di Valsassina, passa- coinunicazioni fra Pavia e il Mon- l'ono a Milano, e fattisi protettori ferrato, di parte imperiale, fabbri- del popolo contro la nobiltà, vi carono la città d'Alessandria della acquistarono onoj'i, poteri e ric- J'aglia (Fe^j). Indi nel 1 1 76 pres- chezze. La famiglia Visconti viene *o Legnano a'29 maggio riporta- dagli antichi signori d' Anghiera. rono gloriosa vittoria su Federico Alcuni però la fanno derivare da J, che si salvò confondendosi coi Berengario II re d' Italia , altri cadaveri, venendo sconfìtto lutto il dalla famiglia imperiale Angela suo esercito: la coorte milanese di Flavia. Furono chiamati Visconti soli 900 uomini, delta della morte, per essere .«tati lungo tempo luo- faceiido prodigi di valore , decise gotenenti nel governo politico del- dclla vittoria. A mediazione di Ales- l'arcivescovo di Milano, il quale Sandro Hi nel 1177 si combinò hiogotenenle dicevasi Vicecoines . dall'imperatore una tregua colle Questa famiglia si fece capo della città lombarde, e preferendo di aver- nobiltà di Milano contro i Tor- ie amiche, \n Costanza {l^edi)^\m'h riani con cui ebbe lunghe risse, la pace ai rappresentanti della lega finché rimastane vittoriosa ottenne
liMnbarda, assicurando loro il dirit- to di eleggere i propri magistrati, e darsi leggi e governi municipali, .M)tto una determinata protezione dell' iuq)ero germanico. Allora Fe- derico 1 divenne alleato de'milane-
la signoria della patria. Nel 1199 tra la repubblica di Milano ed il popolo di Lodi si sottoscrisse pace onorevole e lega, crescendo Milano in edifizi , manifatture e per studi, ne'quali divennero celebri
per
sostenere i suoi diritti in Qberlo dell'Orto legista, e Giovuiv
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ni medico. Milano ebbe per lo più nemiche Pavia e Cremona ; amiche Piacenza, Crema, Novara, Vercelli, Verona, Bologna, Faenza e Tre- ■viso ; mulabili Como, Lodi e Ber- gamo. Non avendo i milanesi buon sangue cogl'imperiHli , da cui era stala dislrulta la città , nelle lolle di Enrico Vie Federico II, figlio e nipote del loro antico nemico, se- guirono i loro avversari e parteggia- rono per Ottone IV che incoronaro- no re d'Italia, ond' essere soccorsi nella conquista delle città lombar- de. Sostenendo Innocenzo III Fede- derico II, scomunicò i milanesi se- guaci di Ottone IV, perchè dive- nuto ribelle alla Chiesa, al modo detto alla biografìa di quel Papa. In seguito i milanesi furono -vinti dai cremonesi, prendendo parte per Enrico contro l'imperatore suo pa- dre. Federico II tolse loro diverse città, che poi ricuperarono, e Gre- gorio IX spedì legati a Milano per riconciliarla con quelT imperatore nel 1236, favoiendo i milanesi. Tuttavolta volendolo affrontare re- starono i milanesi sconfìtti a Cor- tenova nel 1287, proteggendo e scortando la loro ritirata Pagano della Torre o Torriani signore della Valsassina : il carroccio tolto loro da Federico II, fu da questi mandato a Roma nel Campidoglio. Impazienti di ricuperare la gloria militare, i milanesi ripresero ardire, poterono costringerlo alla ritirata nel i23g, combattendolo compiuta- mente: nella battaglia si distinse la coorte detta degV in coronati j però nel 1 241 soffi irono altra rotta da Federi- co li, dopo aver rinnovata contro di lui la lega lombarda a Mosio sul mantovano. Inutilmente il cardinal Conti, poi Alessandro IV, erasi por- talo in Lombardia per rimuovere
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Federico II dalla guerra contro i milanesi. Pagano della Torre nel 1240 o 1242 era slato nominato per gratitudine dal popolo suo prolettore contro la nobiltà , do- po il quale venne il nipote pro- clamato anziano della credenza , carica equivalente alla dignità tri- bunizia de' romani : Pagano per l'amore conciliatosi del popolo mi- lanese, e per la sua moderazione e rare doti fondò la grandezza di sua famiglia. L'arcivescovo cedendo i diritti di conte, si riserbò di bat- tere moneta, riscuotere un pedag- gio alle porte ed altro, raggua gliandosi la loro entrata ad ottanta- mila fìorini d'oro.
Tre consigli intanto impedivano solidità di ordinamenti civili, cioè quello della credenza di s. Ambro- gio, quello della credenza de'consoli, e quello chiamalo la motta: i di- ritti della sovranità stavano nel con- siglio generale, la nobiltà favoriva per lo più i ghibellini aderenti al- l'imperatore, che per segno aveano il colore rosso, mentre bianco era il contrario de'guelfì segnaci del Papa, a- vendo per loro la plebe, che al suono della martinella del duomo combat- tendo sotto lo stendardo di s. Ambro- gio prevaleva. Altri interni guai per Milano furono l'eresie de' catari e patarini che aveano più denomina- zioni: s. Pietro da Verona pel suo zelo restò da loro martirizzato. Re- duce da Lione, ove avea deposto Federico li, nel i25i Innocenzo IV giunse a Milano ricevuto per- ciò con grande onore, e vi dimorò due mesi, portandosi poscia a Brescia. Avendo i milanesi nominato il sud- detto Pagano protettore del popolo ambrosiano, specie di sovranità de- mocratica , dispiacendo ai nobili questo re popolare, e mal riuscendo
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coU'opporvi i Visconti, chiamò a signore il tiranno Ezzelino III da Romano, che però il popolo capi- tanato da Martino della Torre ni- pote di Pagano, prendendo la cro- ce bandita contro di lui da Ales- sandro IV, l'incontrò ed uccise. Nel 1253 insorte essendo altre dissensioni fra il popolo ed i no- bili, Manfredi Lancia marchese d'In- cisa fu creato signore di Milano per tre anni, essendo dopo nomina- to per anni cinque il marchese O- berto Pallavicino che prese il titolo di capitano generale. Nel 1257 Martino della Torre anziano del popolo scacciò dalla città i nobili coir arcivescovo Leone e Perego loro capo, divenendo primo signo- re de'milanesi; ma nel seguente an- no si conchiuse la pace della di s. Ambrogio, tra i nobili ed il popolo, nella quale si bilanciarono i dirit- ti de'primi con quelli del secondo. Morto Martino della Torre gli suc- cesse nel 1263 Filippo suo fratel- lo col nome di podestà e signore perpetuo, ma attesi i dominanti dis- ordini, venne per cinque anni no- minato signore di Milano Carlo di Angiò. Napo o Napoleone della Torre, figlio del famoso Pagano, più tardi alla morte di Filippo l'anno 1 265 gli successe nel titolo e nel potere ; e Rodolfo I re dei romani lo nominò suo vicario im- periale, per cui fece rivivere i di- ritti già spenli degl'imperatori. Do- vendosi eleggere 1' arcivescovo di Milano, come meglio diremo par- lando degli arcivescovi, i popolari portarono Raimondo zio di Marti- no suddetto de'Torrianij e i nobili Ottone Visconti : il Papa Urbano IV favorendo questo, sotlopose la città air inlerdelto che non lo vo- leva: Raimondo divenne poi pa-
MIL triarca di Aquileia. Nel voi. XXXII, p. 272 e 275 del Dizionario nar- rammo come Gregorio X Visconti di Piacenza nel 1273 si recò in Milano agli 8 ottobre nel mona- stero di s. Ambrogio, e lasciò la città ai 12 di detto mese nell'in- terdetto perchè era ostinata in ri- fiutare Ottone; non che quanto vi fece nel ritorno, sottoponendo alla scomunica la fazione de' Torriani, che avevano tentata l'uccisione di Ottone ed occupate le sue rendite ecclesiastiche. Dipoi l'esule Ottone raccolte forze, coi vassalli della se- de episcopale, coi nobili e coi ghi- bellini sorprese a Desio i Torriani a'2 1 o 27 gennaio 1277, li scon- fisse, e mandò a morir di fame e di rabbia nel castel Baradello Na- poleone che i comaschi avevano chiuso in una gabbia di ferro ; terminando di vivere in prigione anche altri suoi parenti. Entrato Ottone trionfante in città, fu gri- dato arcivescovo e signore tempo- rale, incominciando da lui la for- tuna di sua casa ; poscia nominò signore Guglielmo Lungaspada mar- chese di Monferrato , colla lusin- ga di sedare colla autorità sua i partiti dominanti in città. Nel 1282 poi scacciò il marchese, e vi governò solo, facendo nominare nel 1287 capo del popolo Matteo Visconti suo nipote, e l'anno dopo podestà di Milano con ampi pole- v'ì, essendo stato nominato anche vicario imperiale dall' imperatore Rodolfo, ed avendo 1' investitura della città e stato da Adolfo nel 1294, confermatagli da Alberto I. Morto Ottone nel 1295, impau- rite le città lombarde del crescente dominio di Matteo I dello Magno che gli era successo nella signoiia, stabiluono in Pavia una lega contro
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di esso, ma egli scoperta una con- giura ordita a suo danno la distrus- se; tuttavolta nel i3o2 fu costretto alla fuga per opera de' Torriani ricondotti in città dalla loro fazione. Guido della Torre nipote di Na- poleone divenne perciò signore del- la patria, mediante gli aiuti dei guelfi, del patriarca d'Aquileia Rai- mondo suo zio, e di Alberto Scot- to signore di Piacenza, che con ne- ra gratitudine indi gli tolse. Lo Scotto però la ricuperò. Divenuto Cassone o Gastone suo parente arcivescovo di Milano, per gelosia Guido nel iSog lo rinchiuse coi tre fratelli nella torre d' Anghieri, rompendo così l'unione di sua fa- miglia, e facendosi nemici i suoi partigiani. Venuto in Italia l'impe- ratore Enrico Yll per prender la corona in Milano e sistemarvi la pace, nel i3io vi ricondusse Mat- teo I, lo riconciliò coi milanesi, ritornandolo in possesso del sovra- no potere col titolo di vicario del- l'impero. I Torriani vennero con Guido all'improvviso assaliti, e per sempre cacciali dalle truppe tede- sche coU'opera e maneggio de'Vis- conti: Guido si ricovrò in Cremona, dove morì nel i3i2, e la sua fami- glia non potè più ricuperare la signo- ria di Milano. Un ramo de'Torriani ritiratisi nel Friuli vi fiorirono col ti- tolo di conti di Valsassina. Matteo I assoggettò Alessandria, Tortona, Pia- cenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Como, Cremona, Vercelli, Novara; ma sco- municato per eretico, si ritirò a mo- rire tra 1 canonici di Crescenzago. Nel 1822 gli successe nella signoria Galeazzo I suo figlio, che fu per perdere ogni cosa per le sue im- prudenze e lascivie ; si alleò con Lodovico il Bavaro, sconfisse i cro- ciati, e spiegò tirannico dominio.
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Nel iSiS Azzone suo figlio fu proclamato signore e nominato vi- cario imperiale; ristorò la grandez- za di sua famiglia, fece cingere la città di nuove mura, la miglio- rò, nobilitò con pitture di Giotto e di altri il palazzo di corte, alzò la torre di s. Gottar<lo col primo orologio che suonasse in Milano, e fu il primo de' Visconti che si di- chiarò apertamente sovrano, e che fece porre sulle monete il suo no- me ed effìgie. Gli turbò la qinete a mano armata Lcdrisio suo cu- gino. Alla di lui morte nel iBSg il concilio generale gli die succes- sore lo zio Luchino, che dilatò il dominio, introdusse l'ordine in Mi- lano e la pubblica sicurezza, culla monarchia assoluta nel i34i) do- po essere stalo nominato col fia- tello arcivescovo Giovanni 11, vica- rio di Milano e delle città sogget- te da Benedetto XII, coli' annuo tributa di diecimila fiorini d' oro. Avvelenato Luchino da sua moglie Isabella del Fiesco, nel i349 prese le redini del governo l' arcivescovo Giovanni 11 suo fratello, che comprò Bologna e Genova, proteggendo le arti e le scienze, e colmando di o- nori e doni i cultori di esse e il Petrarca da lui chiamato a Milano; avendo ricusata l' ollerta signoria che gli fece di Roma una fazione, disgustata dal vedere i Papi slabi- liti in Avignone dal i3o5. Per la invasione di Bologna, Clemente VI nel i35o lo scomunicò, e interdisse Milano, per non essere Giovanni li comparso in giudizio; indi il Papa gli spedì un legato ordinando restituir Bologna, e che deponesse o l'arcive- scovato o il dominio temporale; ma Giovanni 11 vestito pontilìcalmente, nel duomo alla presenza del popo- lo, moslrossi col pastorale in una
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mano e la spada nell'altra, dicendo al legalo: diftudero P uno coW al- tra. Ciò saputosi dal Papa, citò il Visconti a recarsi in Avignone, e l'arcivescovo promise di compa- rire. Narra il Corio, seguito da al- tri e da altri ligettato , che vi mandò innanzi il suo segretario ad apparecchiar le cose necessarie per dodicimila cavalli e seimila pedoni; ciò che saputosi da Clemente VI, chiamò il segretario, e rimandollo a Milano con dire al suo signore che sospendesse il viaggio. JN'el iSSa l'arcivescovo fu assolto, e data Bo- logna in vicariato per dodici anni coll'annuo censo di dodicimila fio- rini, e subito centomila, come rife- risce il Fantoni nella Storia d'A- vignone; aggiungendo il Novaes che il Papa rinnovò in lui l'investitura di Milano.
Morto nel i354 Giovanni II, Matteo II, Bernabò e Galeazzo li suoi nipoti spartirono lo stato, serban- do Milano eGenova indivise, parteg- giando per gl'imperatori. Matteo li morì nel i356, ed i fratelli si distin- sero per crudeltà, e Urbano V nel I 363 condannò Bernabò usurpatore di diverse terre della Chiesa, quale eretico ed empio , comprendendo nella sentenza i di lui discendenti: più inlimò la crociata con indul- genze a chiunque contro di lui pigliasse l'armi. Ritornato nel i 364 Bernabò al suo dovere, non andò guari a malmenar di nuovo lo slato della Chiesa, il perchè Urba- no V ricorse all'inqjeiatore Carlo IV, acciò si recasse in Italia a raf- frenarlo, concedendo indulgenza a chi l'avesse seguito. Divenuto Papa Gregorio XI , dichiarò guerra a Bernabò, e gli formò altro proces- .so ; lo citò a presentarsi alla san- ta 5ede, dichiarandolo persecutore
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della Chiesa e degli ecclesiastici. Venne finalmente abbattuto dall'»; • sercito che gli mosse contro, co mandato da Amedeo VI conte d' Savoia. A Galeazzo II successe il figlio Gian Galeazzo nel iSyB, it quale cacciò lo zio Bernabò nel castello di Trezzo a morir di cre- pacuore o di veleno nel i385: fu padre di trenta figli legittimi o naturali che sparsero in Italia, in Germania e in oriente la stirpe de' Visconti; e maritando le, sue fi- glie coi duchi d'Austria, di Bavie- ra, di Wurtemberg, coi principi d'In- ghilterra, di Cipro e di Gonzaga, le loro doti gli costarono più di due milioni di fiorini d'oro. 1 milanesi se ne rallegrarono di veder estinto Bernabò , e giurarono obbedire al nuovo signore, che tenendo ventu- na città soggette, allestì il diadema per coronarsi re d'Italia, i cui signo- ri però mandarono fallito il disegno. Gian Galeazzo spedì in Boemia suo ambasciatore Pietro. Filargo, poi car- dinale e Papa Alessandro V, per ottenere dall' imperatore Venceslao le insegne e titolo di duca di Mi- lano, e lo conseguì nel i SgS anco pei successori, dicesi collo sborso di centomila scudi, dominando altre trentacinque città. Gian- Maria che gli successe nel i4o2, non profittò della paterna grandezza, che per mostrarsi tiranno, feroce e insen- sato : si abbandonò ai capitani di ventura condottieri di truppe mer- cenarie e senza sentimenti di ono- re, onde occuparono alla Chiesa an- che Bologna. J\on paghi del sac- cheggio, allettavano anche dominio, e Facino Cane uno di essi erasi impadronito di molte città lom- barde, anzi del governo di Milano stesso, tanto che, allorquando Gian Maria nel i^\i fu trucidato ia
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%. Goliardo, al fratello Filippo Ma- lia non reslava che Pavia. Ma Fi- lippo, accorto e spietato, sposando Beatrice da Tenda, rimasta vedova di Facino, n' ebbe in dote i vtisti possedimenti di questo, poi la lece accusare per adultera e morire. C-inoscendo che la forza era lutto, e la forza stava in mano de'men- tovati duci , s' appoggiò al conte Carniiignola prode condottiero, e a Francesco Sforza più foilunato di lui, figlio del celebre Muzio Alten- dolo di Colignola, della qual (àrai- glia parlammo nel voi. XXII, p. 299 e 3oo del Dizionario ed al- trove. IS'el concilio di Costanza eb- be fine il lungo scisma, e l'eletto Martino V recandosi nel i4i8 in Italia, da Pavia si diresse a Milano, dove giunse a' 12 ottobre, splendida- mente trattalo dal duca Filippo ; a' 16 ottobre inaugurò l'ara massi- ma del duomo, ed ai 17 parti per Brescia. 11 successore Eugenio IV fu grandemente tribolato dal duca di Milano con insidie e lunghe guerre che a' loro luoghi descri- vemmo : inoltre Filippo parteggiò pel conciliabolo di Basilea, ed ago- gnò il dominio di Roma : il conci- liabolo elesse antipapa col nome di Felice V, Amedeo YlII duca di Savoia, vedovo di Maria figlia del duca Filippo. Pel duca guerreg- giarono nello slato pontificio Ni- colò Piccinino e Francesco Sforza, impadronendosi della Marca ed al- tri luoghi. Solo ne! 144^ Eugenio IV si pacificò con Filippo, il quale diede la sua figlia naturale Bianca in isposa allo Sforza. La corle fe- ce sfarzi di lusso , s' imparentò coi reali di Francia e di Germania, fiorirono le manifatture, si miglio- rò l'agricoltura, la ricchezza e l'o pulenza si accrebbe in Milano.
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Filippo Maria Visconti, ultimo di sua stirpe, morì d' apoplessia ai i5 luglio 144? > senza prole legit- tima, e lasciando erede de'suoi sta- ti Alfonso V re d' Aragona e di Napoli suo strettissimo amico. Ma i milanesi che avevano elevato i Visconti al comando, si credettero tornati liberi , o«de costituirono Vaiirca repubblica ambrosiana. Pe- rò pretendevano pure a questo paese l'imperatore Federico IH come feu- do, e Carlo duca d'Orleans come discendente per linea materna dai Visconti , per Valentina sorella de- gli ultimi due duchi; aspirando al- tresì al dominio del ducato Luigi duca di Savoia nipote di Filippo, la repubblica di Venezia, e princi- palmente si pretese da Fiancesco Sforza come marito di Bianca, e siccome adottato per figlio dal de- funto, e sostenne le sue ragioni con forte esercito. Per la pace d'Ita- lia s'interpose coi pretendenti Ni- colò V, e nell'anno i448 nominò legalo il cardinal Giovanni Mori- nense. Intanto Francesco alfumò Milano, e ridotti all'estremo i mi- lanesi, mandarono a Vimercato a fare a lui la dedizione , ed ecco la dinastia Sforza sottentrata alla signoria di Milano. Egli era fi- glio del celebre Muzio Altendolo di Colignola in Romagna , prode guerriero che prese il cognome Sforza per la violenza onde tutto voleva a suo modo. Avendo servito sotto gli stendardi della Chiesa, Gio- vanni XXIII lo nominò conte di Co- tignola e gonfaloniere della romana Chiesa. Il duca Francesco generoso risparmiò i danni e l'onta della sconfitta, frenò la licenza militare, abbellì con edifizi Milano, e favorì j letterali che corrisposero col ma- gnificarlo. Federico 111 portandosi S
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R Roiiia nel ì^52 a coronarsi im- peratore, -vi prese pure da Nicolò V ìò corona longobardica, invece di jiceverla a Milano, per non essere coslrello a riconoscere duca lo Sforza, 3Vel i4^4 Nicolò V ottenne pace all'Italia, con trattato conchiusò in Lodi, tra i fiorentini, il duca di Milano,- i veneziani , e poi vi fece accedere Alfonso V. Le quindici città alla iiìorle di Francesco, nel 1466 passarono al degenere figlio Galeazzo Maria , clie rifiutando i materni consigli, disgustò i signo- ri, che nel i47^ '' assassinarono nella chiesa di s. Stefano (la sua figlia naturale Caterina , maritata a Piiario, e di cui parlammo ad Imola e Forlì sue signorie., fu nva di Cosimo I granduca di To- scana). In quel frangente Bianca seppe conservare il dominio al fan- ciullo Gian Galeazzo Sforza, e nel- l'anno seguente Sisto IV spedi in Milano legalo il cardinale de' ss. Nereo ed Achilleo, acciò non ac- cadessero innovazioni. La vedova del defunto, Bona di Savoia, prese il governo dello sialo , pel figlio minorenne del figlio. Bianca fu al- lontanata, e Lodovico Sforza dello il Moro (forse per aver introdolli nel suo giardino di Vigevano, e poi a Milano, i gelsi) zio del fanciullo Tisurpò la reggenza , quindi eccitò Carlo Vili re di Francia alla con- quista del regno dì Napoli, a scen- dere in Italia. Allora accelerò la morte del giovane duca nel i494. Lodovico gli succedette e nel ì^c)5 assunse il ducato di Milano, inve- stitone con diploma da Massimilia- no I re de'romani. Adornò Milano con edifizi , favori Bramante da Urbino, e il gran Leonardo da Vinci dalla cui scuola uscirono ini- tuortali pittori, Molti greci fuggili
MIL da Costantinopoli, in Milano furon« d'eccitamento agli studi. Il duca Lo- dovico il Moro con 600,000 zec- chini di rendita polca dirsi felice, se la giustizia di Dio non gli a- vesse preparato il castigo. Divenuto nel 1498 re di Francia Lodovico XII, come nipote di Valentina Vis- conti, pretese il ducato di Milano, si collegò coi veneziani e con A- lessandro VI, e nel i499 costrinse alla fuga il Moro, il quale avea tentato di muovere contro il re Ba- jazello II imperatore de'turchi. Egli avea pur deposto l'allro nipote Fran- cesco Sforza nato nel 1490, che poi morì nel i5i2. Lodovico XII compensò il Papa con dar a suo figlio Cesare Borgia il ducato di Valenlinois. Entrali i francesi a'6 ollobre i499 '" Milano, Gian Gia- como Trivulzio posto dal le a go- vernatore di Milano, scontentò i ciltadini, i quali richiamarono il ]Moro, riporlalovi da gcnli tedesche nel 1 5oo, Poco dopo abbandonato diigli svi/zeri da lui iissoldati, a' 1 o aprile i francesi per tradimento lo fecero piigioniero sotto Novara, e lo condussero in Francia, ove morì iniseramenle a Loches nel i5o8. Quanto, al cardinal Ascanio Maria Sforza, fratello del duca , inimica- tosi con Alessandro VI, fu contem- poraneamente fallo prigione in Ri- valta dai veneti, preso a tradimen- to da Corrado Laudi , e venuto nelle mani del re di Francia, per tre anni lo tenne chiuso nella tor- re di Bonrges, solo rilasciato nel i5o3 pel conclave di Pio III ; quin- di Giulio li vietò il suo ritorno, come avea promesso. I francesi ri- preso Milano, il re ne ottenne l'in- vestitura nel i5o5 da Massimiliano I con diploma.
Qual padre connine, Giulio II si
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riliiò dalla lega di Cambray. I francesi ne restarono tanto rammari- cati che non solo gli mossero guerra, ma sedussero alcuni cardinali na- zionali e spagnuoli. Questi osarono convocare un conciliabolo a Pisa per deporre il Papa, indi passaro- no a tenere il detestabile congres- so in Milano, ove il clero stiman- do contaminala la città chiuse loro le porle de'templi, per cui trasfe- rii'onsi ' a Lione. 11 Rinaldi dice all'anno i5ii, n. 4'> ^^^^ ta'^ ri- soluzione gli scismatici la presero a' 1 2 novembre, e giunsero in Mi- lano a'7 dicembre; ed al n. 5o racconta che Giulio li scomunicò i senatori di Milano ed i mae- strati delle città di Lombardia per secondare i voleri del re di Fran- cia nel riscuotere inique imposte, comprendendo in tal sentenza Tri- •vulzio. 11 Ripamonti nella Storia della chiesa di Milano , lib. 1 4, scrive, che il cardinal Carvajal, ca- po de' cardinali sediziosi, fu quivi eletto antipapa col nome di Mar- tino; ma o vi è equivoco ndla notizia, o tale elezione restò af- fatto occulta fra loro senza pa- lesarsi al pubblico, non essendovi alcuno scrittore contemporaneo che ne parli, né facendosi menzione al- cuna di ciò nella palinodia di detto cardinale in tempo di Leo- ne X nel concilio Lateranense V {Vedi) da Giulio 11 opposto a questo conciliabolo. Gli altri car- dinali furono Brissonet , Borgia, Brie, Sanseverino, con altri riferiti dall' annalista Spendano con altre notizie all'anno i5ii, n. 11 e 16, anno i5i3, n. io. 11 Marini, Ar- chialri t, I, p. 24^ > "^tò che la piima sessione del conciliabolo fu tenuta in Milano a' 4 gennaio i5i2, come si legge negli atti di
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esso stampati in Parigi, Nell'ar- chivio Valicano è la rarissima edizione, che fu fatta in quel tem- po in pergamena, a spese dell'ab- bate Subasiense Zaccaria Ferre- rio, protonotario di questo sedi- cente concilio , poi vescovo di Se- baste e dì Guardia, uomo dot- tissimo e di gran credito nella cor- te romana.
Stabilitosi in Lombardia il do- minio francese, durò fino al i5i2, in cui dalle armi della quadrupli- ce lega, promossa da Giulio 11, fu rimesso nel ducato di Milano Mas- similiano Sforza figlio del defunto Moro, ricevendone l'investitura da Massimiliano I ; ed i francesi colla giornata di Novara furono rincal- zati olire le Alpi. Tuttavia il duca Massimiliano Sforza non potendo reggere al peso delle enormi som- me, che gli conveniva pagare ai collegati che lo sostenevano in tro- no, e più alle possenti armate con- dotte nel i5j5 dal nuovo re di Francia Francesco I, fu obbligato io tale anno a cedergli il dominio, e mori poi nell'anno i53o. Na- te alcune gelosie di stato tra il re e Leone X, mossero questi a collegarsi contro di lui coU'impera- tore Carlo V, il quale cominciò ad affacciare pretensioni sul milanese, accresciute poi pel suo matrimonio con Renata di Francia. Le truppa di Francesco I furono sconfitte in Lombardia dall' esercito papale e cesareo comandato dal cardinal le* gato Giulio de Medici, poi Clemen- te VII, il quale entrò trionfante iix Milano a' 19 novembre i52i, cac- ciandone i francesi. In mezzo alle turbolenze di que' tempi vide Mi- lano, ma per poco tempo ancora, un principe della famiglia Sforza reggerne il ducato : fu questi Fraa-
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Cesco IF fratello di Massimiliano, non meno di lui infelice ed agitato ora dagli amici svizzeri ed altri, ora dai nemici, ora rimesso, ora scac- ciato dalla sua dominazione, di buon cuore e perspicace ingegno, ma senza forza di rimediare all'agonia del paese. Nel i522 Francesco II si trovò in Genova allorché vi giun- se Adriano VI, il quale si mostrò assai inquieto pel sacco dato alla città. Dopo la battaglia della Bi- cocca i francesi si ritirarono dal- l'Italia, ma passate di nuovo le Alpi, nel iSaS tornarono ad asse- diare Milano; costretti ad abban- donarlo, furono battuti dai colle- gati ad Abbiategrasso. Nell'anno •i52 4> '" cui la peste fece stragi in Milano, Francesco I re di Francia ritornato in Italia con un'armata, riconquistò Milano, ma perduta la battaglia di Pavia, nel parco della Certosa venne fatto prigioniero e trasportalo a Madrid, e Francesco II ricuperò Milano nel iSzS. Cadu- to questi in sospetto degli spagnuo- li, e bloccato nel castello di Mila- no, ne cede loro il possesso nel seguente anno. Carlo V, mediante grossa contribuzione, investi Fran- cesco II ne' diritti del ducato di Milano, avendone ceduta ogni ra- gione su di esso il re Francesco I a Carlo V pel trattato diCambray nel 1529. Colla morte di France- sco II, ultimo duca nazionale, senza figli, né della prima moglie figlia di Cristiano II re di Danimarca, né della seconda sorella di Carlo V, fìn'i il dominio di sua famiglia nel declinar di ottobre i535, la quale avea dato a Milano i summento- vati duchi, l'imperatrice Bianca Ma- ria alla Germania, Ippolita regina di Napoli, e Dona regina di Polo- nia. Francesco II, principe degno
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di miglior fortuna, con suo testa- mento chiamò alla successione del ducato di Milano Carlo V, preve- dendo che diversamente sarebbe stato sempre la preda del più po- tente che lo avesse invaso^ e for- se per tal motivo non lasciollo ad alcuno di sua famiglia, come scrive il Ratti, Della famiglia Sforza. Lo scudo de' duchi Sforza era azzurro con una pantera avente un fiore d'oro nelle branche. Da Muzio At- lendolo detto Sforza il Grande, e da Antonia Saliinbeni, nacque Bosio Sforza sli[)ile de'conti di s. Fiora, che tuttora fiorisce nel duca d. Loren- zo, erede delle fortune e preroga- tive de' Conti, Perelti, Savelli ec. (/^e/5?;) signore di Gemano ec. [Vedi). Carlo V, come erede del defunto duca e delle ragioni di Alfonso V, divenne duca di iNIilaiio nel i535, nei cui sterminati possessi, come goccia d'acqua nell'oceano, questo ducato perdette ogni importanza. Vi pose per governatore d. Anto- nio di Leyva, principe d'Ascoli spa- gnuolo, che restandovi poco tempo, fu succeduto dal cardinal Marino Caracciolo napoletano, e da quella serie di governatori che si legge nel t. I, pag. 87 di Milano e suo territorio. Girolamo Morone illustre milanese e conte di Lecco, scaltro politico, cercò scampare dalla rovi- na gli Sforza e la patria, poi con- giungere l'Italia in una lega che ne salvasse l'indipendenza, ma essa era perita. Carlo V con bolla d'oro del i'ì'49> stabilì l'ordine di suc- cessione di questo ducato nei di- scendenti di suo figlio