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OBELISCHI TORLONIA

SUGLI

OBELISCHI TORLONIA

«ELLA VILLA «OMEKTAWA

RAGIONAMENTO

STORICO-CRITICO

FRANCESCO GASPARONI

ROMA

NELLA TIPOGRAFIA SALVIUCCi

1842

i

Ai» ALESSANDRO TORLOMA

IL FRATEL SUO CARLO

, i/ieeco/rueno 00/ ree oanc c/re mi rieo-ce 1/ /reuentarti c/c un /i/reccuio/o ecccorn e cy acuto, 1/ yaa/e contiene /a c/eocncucne c/ tutto guanto oc r //e rocce a c/ce yeme//i o/c/cc/i c/c granito rata tcotc erette ne//c ture Qi '//a //omentiina , c/a/ giunto c/e /cron reu-cocci fi e r ccrmcnocccon tace c/cc/

/e onyena/i fono a// mna/oa mento /oro ouy/

cc/f/iauti / cantate a ycirne <ceyno ctc yiticue care tu a //a memoria c/y/c i//uutn neutri /furenti. //??e= / erciocc/e con certo c/e tc uu/ru arac/o ace/r <rot= to occ/uo /a te/u ritraente / in/fredcc 'neramente

romana , a cuc ti eri fiottio e c/a, cui non fi arre fra,} fi ne a, sconcio c/i ,t o/Zecifuc/iu , ne a gravezza c/ n/icnc/io c/e cmeof e piotile fo cor f aedi , e /a /efa, e condì ui fa '■ /ne c/ e//-e / enfenc/mentio fao. //ero mi aoc/e /animo c/ aver fo/o mano nin- no a f&ne r confo e ncorc/azione c/i àiffe / r/cecia- /dà c/c// o/cera, e c/i averne /coi /affo //ormare , ricconi e /ci , c/a un /eneiwZ e mo/fo /amra/ian ncufro una narrazione a, aiura 1/ rforia : /a yaaZ mentire /ino c/a un /a fo fornar non muratici a// /iccenc/e c/ey/i arc/deffi , nu /a foco eoo/tera.

tore Mt/arte , e cyuta a/ /ro/onmiento àw c/ man~ c/a/v a//c i ^laiteritu '/ nome c/e yeni/ori ad en~ tram/i cornimi.

Orci /oi a c/madtrarà 1/ yrac/imento inio/er /a co/onna c/i africano, c/e ne//a c/etta àia Q // /a no/coti a /ónta ad mio nome , à /doccia accettare co/ //ro otcMo una mec/ay/ia c/e a e //a ricorrenza c/e// inaiiyaracuone c/ea/ O/c/mc/i feci oco/^nre in onor tao c/a / va/ente 'tyò /vinetti con /yyenc/i c/e / c/. //. 'y//arc/i. //oei o-cio/to c/o mi i/e/ito c/ yrci^ à tue/ ne avrò anc/e e wemey/o contri/ato- teco a

// rt /net nc/ctre a /ut Zon/ant' tu/ o/t /a rt/w/nunzct c/e ziaj-/rt /, ìctren/e , c erteci/ c/e/ ncu/ro c///wre, c/e / ntv/ro re/ e/fo , e c///ct ttat/rcc /ue/cc no eo/ctnàc c/ct/nt

Q/è oc a// c/Z/e^rmui c/e //toc

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/// CC/JCC tZ oy ZZ/ty/o c/e/ /&I2.

RAGIONAMENTO

STORICO-CRITICO

SUGLI OBELISCHI TORLONIA

SELLA VILLA NOMENTASA

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§ I.

PROEMIO

pRE come la fortuna dell’ armi romane sopra l'Egitto desse all'eterna città eli obelischi, che son forse i monumenti di più rimota antichità : osservare che ve n’ha degli ammirandi per altezza, di preziosi per vena di marmo, degli in- cigni per magisterio di lavorìo meglio 'che l’Egitto stesso or non ha più : e con- chiuder finalmente che per essi Roma è scuo- la non solo di greca e latina archeologia, ma bene di egiziana ancora, quanto sarebbe argomento degno per eccellenza di dar materia alle prime pagine di questo mio fievole scritto

altrettanto ingenuamente io confesso esser questa materia in massima parte lontana da miei poveri studi. Lascerò dunque al sapiente filosofo, all’ eru- dito archeologo le profonde meditazioni sugli egi- ziani obelischi, lascerò loro il privilegio di pene- trare per entro albujo di secoli che furono, e sol- levare ben anco un lembo del velo impenetrabile che ricopre le arcane note in essi sculte agli occhi dei profani. Io mi starò invece contento di toccare e leggiermente ( a maniera di appendice di questa narrazione mia) mi starò, dissi, contento di toc- care de’ Faraoni che gli scolpirono, dei Cesari che gli trasportarono, dei Pontefici che restaurati no- vellamente gli eressero ad ammirazione e meravi- glia del mondo incivilito.

è?

Cosi la materia che io recherò al mio dire sa- rà interamente rivolta , conforme il titolo che le ho fatto, a due monoliti di granito rosa, che la ri- verenza e la gratitudine di un magnanimo concit- tadin nostro, faceva divegliere col ferro e col fuo- co dalle cave di Baveno sul Lago maggiore, a far- ne due insigni obelischi che la memoria del padre e della madre sua fra noi eternassero. I quali ora, sapientemente intagliati di geroglifiche cifre, ha vo- luto si alzassero sui loro piantati a maggiore e qua-

regio ornamento della sua villa nomentana, di poco fuori la Porta pia, alla destra di chi va. E poi- ché della munificenza del loro ordinatore già corse il grido per l’intera Europa , chi non intenderà che io parlo del principe Alessandro Torlonia? Così tra le molte lodi da lui meritate e come sostenitor li- berale delle buone arti, e come avvivatore di osmi

u

maniera di utile e onesta industria, non sarà pure da tacersi e mediocremente lodarsi delle virtù del- l’ animo suo, ma da gloriarsene eziandio. Bello è in vero poter menar vanto collo straniero di una pa- tria adornata di ricchi e be'monumenti alle cagioni di cittadini generosi, meglio è poter dire ad esso... e pensa che queste opere ammirande non furono alzate a nuda insegna di umana superbia ! Vedi . . . questa propone a’ presenti e alle generazioni che se- guiteranno, santissimo esempio di religion fervo- rosa, quella di patria carità, questa di affezion do- verosa alla prosperità e salute pubblica, quella del quanto siano da tenersi care e pregiate le arti, le lettere, le scienze: poi va discorrendo.

Ma raro e difficile a’ nostri tempi è, quello che fu alli romani antichi frequentissimo, lo innalzare in aperto e lo inaugurare a’ nostri padri e congiun- ti magnifici monumenti onorarii e d’amore, a du-

zi-

rare eternamente vivi nella memoria de’ posteri. Questa grandezza di animo non che inattesa, in- sperata, doveva rigermogliare in questa nobil pa- tria che fu regina del mondo, e il doveva nel- la mente e nel cuor d’ un romano , del principe Alessandro Torlonia. Per voi Roma ha dunque ve- duto rinnovarsi uno spettacolo non più visto da Co- stanzo imperadore sino a noi , l’ approdamento alle rive del regai Tevere degli obelischi di cui dissi, e de quali son per tramare la storia; ha veduto la dedicazione e inaugurazione di essi al pietoso uffi- cio che gli destinaste. Voi ne commetteste in Mi- lano del più pregiato granito dell’Alpe il primo ta- glio in misure proporzionate. Voi proponeste il tra- sportamento a Roma per via di fiumi e di mari , e qua, dopo molte traversìe, gli vedemmo giunge- re nell’anno 1839, campati dall’intrepido capitano di marina pontificia, signore Alessandro Cialdi , ora commendatore e colonnello.

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§ II.

DI BAVENO , SIO GRANITO UOSA , SUA CAVA ( Tavola I. ) LAVORAZIONE , MISURE E PESO DEGLI OBELISCHI.

Baveno, nelle cui cave furono tagliati gli obeli- schi Torlonia, è un picciol villaggio negli Stati sardi, e sorge sulla sponda di verso occidente del Lago mag- giore per dove s’ inerpica e trapassa la via del Sem- pione. Da Baveno, ricetto a pochi marinai e pesca- tori , si denomina la soprastante montagna che rac- chiude per entro alle sue viscere tanta copia di gra- nito, da bastar forse interminabilmente a Milano, e alle altre città e castella circumvicine. E eia è fama

u

che quelle cave di granito siano aperte da lunga età, può recarseli dubbio, se è vero che a Car- lo il santo de’Borromei forniron pietre e materiali per la edificazione della milanese metropolitana. Sa- lendo un cotal poco sul pendio del monte, che è da manca della strada, si gode l’occhio di meravi- gliosa prospettiva. Le montagne intorno intorno imbianchite della neve, appaion più distinte e me- glio rilevate dall’ orizzonte cui finiscono. Colà di mezzo all’immensa ampiezza di quel giro di mon- ti si spiccano da un lato le rupi di Baveno, dal- 1 altro quelle di Laveno, che giureresti vederle pre-

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cipitare a perpendicolo nel lago che le specchia. Più da lungi, sulla diritta, è la montagna di Nostra Donna del Monte., appo Varese, che leggiermente dipinta in azzurrili colore si vela e disperdesi in mezzo a’ vapori. A piè dello spettatore convengono, quasi raggi d’un circolo al loro centro, i tre rami del lago: e in mezzo dell’ onde, solcate ovunque da battelli, emergono come a dir per incanto quelle si celebrate Isole borromee che non so quale scrit- tore volle poeticamente assomigliate ad eleganti Najadi, cagione la meravigliosa e rara loro bellez- za. ( Tavola IT. )

Il granito di Baveno è roseo. Granito è una roc- cia che essenzialmente consta di grani di quarzo , di felspato e di mica. Quarzo è nome generico di pietra bianca, il più delle volte - lucida, spessa, solida e polita - (disse Dante), concoidea, dura: prima di quella classe di minerali che dimandasi a base di silice. Quarzo vien diviso da’minerologi in nobile ed ignobile. Quello è cristallizzato in prismi che terminano in piramidi esaedre, ed informa il cristallo di rocca o di monte; questo è parte della costituzione del granito e, come il quarzo nobile, sfregia il vetro, scintille sotto il focile, ma è co- mune. Il felspato appartiene a’ minerali a base d al-

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lumina. Havvi di più sorte felspati , come a dire quel d’Irlanda, l’adularia e il labrador, i quali for- mano altrettante pietre tenute care dai fisici , e dai gioiellieri: poi ecci il felspato comune che entra nel- la composizion del granito; e la sua cristallizzazione è il parallelepido ed anche il romboide transversal- mente striato. Questo felspato comune, secondo suoi colori , partesi in bianco o rosso , da cui le di- verse specie di granito. Mica è una pietra, varici meglio dire, una sostanza così trasparente e sotti- le, die ove la si trovi in misure convenevoli se ne fa uso, come da’ Moscoviti, in cambio del vetro alle finestre esposte a’ grandi rigori di gelo : e per- chè è elastica e può resistere agli scotimenti delle artiglierie, se ne adopera ne bastimenti per l’uso stesso. Ha vario colore: aureo, argentino, bianco, nero, roseo. La lucentezza sua metallica diresti ri- sultare dalla sovrapposizione di esilissime lamelle: in fatto ella è divisibile, pella sua lunghezza orizzon- tale, in una quantità presso che infinita di lami- nette. Nera è la mica nel granito, qua e disper- sa in piccioli frastagli che di leggieri si spiccano dal matrice con un ferro puntuto. Oltre questo ella è comunissima in quasi che tutte sorte di roc- cie, esempligrazia ne gneiss, ne’ micaschisti, e con-

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tribuijsce alla lucentezza di alcuni sassi, che il cre- dulo volgo, secondo che la mica è dorata od ar- gentina, ha per oro od argento vero. Del resto di- remo e riterremo dunque essere i grani bianchi del granito di Baveno di quarzo, i rossi di felspa- 1o, i neri di mica (1).

Siffatto granito piglia bellissimo polimento, e mostra a quando a quando certe zone grigie inge- nerate degli stessi elementi, che di lui compongon la massa o il corpo, ridotti in grani microscopici.

(i) È noto che il granito abbonda assaissimo in natura. Si direbbe, e fu già opinione de’secoli scorsi, che l’ossatura o lo scheletro del globo sia di granito. Appare sulla brulla cima delle piu alte montagne. Il trovi nelle viscere della terra e nel seno di quelle , a massi , in filoui ( granito in posto ) . Il vedi spar- so a fior terra in pezzi staccati e d’ immensa grossezza { tro- vanti ). Sa pure ognuno che di questi graniti trovanti il pez- zo più colossale fu quello che si giaceva dentro un pantano a quattordici miglia da Pietroburgo , del peso di tre milioni di libbre. Il conte Marino Carburi il tirò in quella capitale del- le Russie, sopra palle composte di rame, di stagno, e di ca- lamina, a farne un basamento a foggia di scoglio per la sta- tua equestre in bronzo di Pietro il Grande, opera di Palconet. L’obelisco di s. Pietro innalzato dal Fontana è dunque meglio che due volte minore del sasso di Pietroburgo, posciache non pesa oltre le libbre g63,537 e venticinque quarantottesimi. Nel- le roccie granitiche è sempre scarsezza di materie metalliche e d’altri minerali che alla loro pretta costituzione non appar- tengono.

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Gli obelischi Torlonia hanno pregio di tinta uniforme, rara ad aversi anche ne’più piccioli pez- zi, e delle più scelte qualità.

A ragion d’onore e riverenza al nome di Pao- lo Emilio Provinciali, Maggiore nel corpo del Ge- nio, la cui sapienza e solerzia forni in tanta parte i più importanti materiali che informano questo scritto, io dovrò ora proseguire mio discorso an- notando come fu da lui trovato che la gravità spe- cifica di questo granito di Baveno sta in ragione di 1000, a 2607, 12; ma che Buschetti la disse di 2602, 259. Quella del granito rosso egiziano è di 2654, secondo Brisson ( Pesanteur spécifique des corps), vai dire qualcosa sopra il nostro. Ma en- triamo più strettamente in materia , che già è tempo.

I nostri monoliti han dunque di altezza me- tri 10,277 (palmi 46) a tutta la cuspide: de’quali la piramide tronca aggiungene 9,980, ed il pira- midi© m. 0,297. I quattro Iati alla base misurano per ciascuno m. 1,117 (pai. 5), i superiori m. 0,670 palmi 3) (1). Laonde la solidità loro un per uno,

(i) Ed ecco gli obelischi Torlonia maggiori di quattro dei dodici che ornano Roma, cioè del Matteiano sul monte Celio, del Minerveo della Minerva, del Macuteo della Rotonda, e

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dee essere , siccome è , di metri 8 , dee. 510, cent. 475 cubici , che rispondono a palmi cubi 763, onc. 156; e il loro peso, conseguenza la gravità lo- ro specifica pei calcoli del Provinciali, è di chi- log. 22,187. 830 granirne, che sono libbre roma- ne 65,436, onc. 4 intorno. Così gli obelischi Torlonia son dunque i massi più grandiosi che siano usciti mai dalle cave di Baveno. In fatto i soli che potreb- bono star loro a petto , che son le colonne le quali ornano la Porta orientale di Milano, di estratte prima de’ nostri monoliti, vi stan sotto di me- tri 1,797.

E qui mi par luogo acconcio da dire il come svellersi dal monte gli obelischi , ancorché vero sia che nulla pratica nuova si usasse.

Eecersi di gran fori circolari (colà si appellano draghe) profondi forse meglio che un due metri , che caricatisi a ino’ di mine e incendiati a cognite

dell’ Aureliano della Passeggiata, siccome sarà meglio manifesto per l’appendice posta in fine a questo nostro lavorietto. Par incre- dibile che quasi tutti i giornali , e persino quelli che crescono al- l’ombra dei romani monumenti, abbiano errato nel raffrontare gli obelischi Torlonia ai preesistenti dell’alma città. Veggasi la di- ligentissima Tavola disegnata ed incisa da Gio. Battista Cipria- ni , sottosegnata col seguente titolo - Dodici obelischi egizi , che si osservano rialzati ad ornamento della città di Roma, po- sti secondo l’ordine della loro rielevazione. -

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cautele staccarono dalla roccia due informi e gran-

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dissimi massi con fragor disusato. Informi così co- m’erano si fecer rotolare poco a poco per la china di quella rupe alpestre ( alta sopra il livello del la- go met. 246) ; e quando pur Dio volle e furono a sito capace al potervi lavorare attorno. Si recarono allora cunei o zeppe di ferro e magli a levarvi di sopra il superfluo della materia ( Tavola i. > : poi si die’ mano alle punte di acciajo a far loro pigliare, benché grossolanamente, la figura piramidale pro- pria delle aguglie. Fu grande pena.

§ III.

IMBARCO DEGLI OBELISCHI SULLE PIATTE DEL LAGO MAGGIORE ,

E LORO VIAGGIO A VENEZIA.

In questa forma speciale ridotti gli obelischi Torlonia, si attese di poi a rimoverli di quel loco sco- sceso, e mano mano sdrucciolarli sulla costa del la«o 1 ontan dalla cava metri 3700, o su quel torno ; mi- glia romane due e mezzo. Niuna via usata da’car- ri , neppur modo a maneggiare e collocare argani era colassù: appena gli uomini salgono e discen- dono per quelle balze. Ma che non può ardire e costanza a far seguire deliberazioni e imprese ognor

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credute impossibili? Ed ecco i monoliti scorrer giù per que’ burroni, eccoli in men si teneva a luogo designato prima, ben 80 metri di sotto. Quivi si adagiarono sopra tre grosse travi volte nel senso di loro lunghezza, e di quivi col sussidio decurti fu- rono in riva allago pervia tortuosa e declive, pre- parata in letto di assi o tavoloni robusti.

A ricevere il carico poderoso si eran fatti ap- prodare a quella riva due batti : colà dicono piatte per la singoiar forma che hanno: si usano in quelle navigazioni. Ora in esse piatte si fecero entrare gli obelischi per via un ponte, che fu costruito di grossi legni, posato dall’ una estremità in terra, dall’altra sui due fianchi della piatta. Quinci a schi- vare il pericolo che questa , forzata dal peso non in- chinasse fuor misura dal lato di verso terra, si usò del provvedimento di bilanciare, dal lato di con- tro, il carico con altro batto. Gli obelischi , un per uno alla lor volta, tirati dalla violenza degli arga- ni, passarono dunque su di quel ponte parallela- mente all’asse delle piatte, e si giacquero sui loro bordi distesi a traverso di acconcie travi. La forma di cotali piatte, e il modo con cui si stavan posati sui loro bordi i monoliti appare per la Tavola II. , e IV. spezialmente.

Tiv. Ili

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In cotali buoni termini messe le cose, si navigò il Lago maggiore sino a Sesto Calende a imboccar nel Ticino, e via via nel Canal grande per Milano dove gli obelischi, a ricevere loro perfezionamento, dovevano essere disbarcati. senza pericoli si cor- se il Ticino, perchè gli è questo un fiume di acque assai rapide, e molti che ancor vivono ricordano più naufragi in quelle occorsi. Ma come fu al pia- cer di Dio si fu a Milano, e salvi; traghettati in tutto chiliometri 98,100, che agguagliano miglia no- strali 65,8.

Nella metropoli degli Insubri furon discaricati gli obelischi dalle piatte alla officina o magazzino ( da coloro appellasi Sostra ) dello scarpellino An- tonio di Niccola Pirovano che è sul naviglio della Martesana. ( Tavola in. ) L’abilissimo maestro bravali di martellina fina dando loro quella regolarissi- ma forma nella quale oggi gli veggiamo alzati sui loro piantati, salvo le scritture geroglifiche le quali sono state scolpite qui in Roma sui disegni e sotto la immediata direzione del chiarissimo professore di lingue orientali, padre D. Luigi Ungarelli Bar- nabita. Che dicano quelle scritture il saprai, lettor grazioso e benigno, a suo luogo.

Or dunque rimessi gli obelischi sulle piatte, e

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giù giù per il canal naviglio eli Pavia furono di nuo- vo nel Ticino, di poi nel Pò, navigando a Piacen- za, Cremona, Guastalla, Pontelagoscuro sino alla Cavanella, che è altro de’ canali interni di naviga- zione a mancina dell’ El idano. Questo secondo viag- gio fu lungo chiliom. 380,500 (miglia romane 255,4). Per la Cavanella si fu a Loreo fuor via il sostegno di Torre nuova, e nell’Adige. Poi per Torre vec- chia a Brondolo, per via un canale interno. Indi a Chioggia per la laguna, e a Venezia. Furono altri chiliom. 123,950 pari a miglia 83,2 di nostra città. E tutte tre navigazioni, chiliom. 602,550 (miglia 404,4).

Niun s’ ammiri di tutto ciò. La celerità dell’ap- prestamento de’ monoliti fu effetto della perspica- cia colla quale il principe Torlonia ordina e dirige ogni sua impresa. La prestezza di quel viaggiare per acque dimostra la moltiplicità de’ canali navi- gabili che informano la gran rete della navigazio- ne interna del regno Lombardo Veneto (1).

(i) De’canali navigabili di Francia, di Olanda e d’Inghilter- ra si parla assai ( dice il sig. abate Don Luigi Polidori in una nota ad un suo poemetto intitolato , Viaggio alla Certosa di Pa- via ); di questi di Lombardia o poco, o non mai, comechè an- tichi per l’età in cui furono incominciati, e pregevoli per la lunghezza del tratto che scorrono, per l’ampiezza de’loro let-

io

g IV.

IL PRINCIPE TORLONIA SPEDISCE DI ROMA A VENEZIA LN BASTIMENTO A CARICAR GLI OBELISCHI.

Era appena fermato che da Milano viaggias- sero gli obelischi a Venezia che il principe delibe- rava del come dovessero quindi dalla regina dcl- T Adria venire in Roma. Il loro trasportamento, che senza meno doveva farsi per mare e di poi pel Te- ver nostro, se noi vide qual problema insolubile, pure, attesa la gravità delle moli e la lunghezza del viaggio, non parvegli cosa di leggier momento. E più che a deliberarsi del modo ondeggiava a cui

ti e per le molte opere architettoniche ed idrauliche che vi s’incontrano, abbiano diritto a maggior fama. Bastimi, dal can- to della comunicazione interna che per essi si ottiene, accen- nare che risalitosi il Po dall’Adriatico al Ticino, e da questo pel canale eh’ è detto di Pavia fino a Milano, vassi con uno de’ suoi rami infino al Lario, e coll’altro al Verbano. Belle ol- tremodo sono le molte chiuse che s’incontrano lunghesso il ca- nal di Pavia, o si guardino dal canto della solidità e magni- ficenza con che sono costrutte , o da quello degli sbocchi la- terali, metodo ingegnoso assai, perchè più sollecito riesca il crescere o diminuire delle acque , secondo che fa di mestieri alla navigazione. Per le indicate acque sottopassanti contansi nel solo canale di Pavia 75 condotti sotterranei , la maggior parte a sifone. L’ammontare della spesa loro è di lire italiane 790,110,94. secondo il computo che ne il sig. Buschetti nel- la sua storia de’ canali navigabili di Lombardia.

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affidare la capitaneria. In line ( tra gli altri molti piloti proposti) meritò di essere eletto il già ricor- dato in queste carte, signore Alessandro Ciakli. Onesto ardimentoso giovane, che alle difficili dot- trine dell arte nautica congiunge una pratica da vegliardo por viaggi di mare a lungo corso esegui- li, ebbe ben presto fornito un suo piano di tra- sportamento degli obelischi dalle A enezie ai sette colli; e veniva lodato e approvato senz’altro dal principe. In quel piano proponeva il Cialdi di no- leggiare un sol bastimento, equipaggiarlo, e at- trezzarlo a suo talento: al piacer suo liberamente reggerlo. Onesto sembrare a lui mezzo più spedilo alla caricazione de monoliti, questo consigliare eco- nomia. Dovere trovarsi legno capace a navigazione anche di fiume; di portata più, manco; di costruzione solida e piatta. E di vero il Tevere no- stro, che intendeva rimontare col medesimo legno carico degli obelischi , è tale un fiume misero di fondo, per la incuria de’ tempi, che nulla più. In acque ordinarie vi son luoghi che non han fondo maggiore di met. 1,34, a met. 1 , 78 ( palmi roma- ni 6 ad 8); laddove nelle varie fogge di bastimen- ti marittimi può soltanto sperarsi uno scalo di 60 a 70 tonnellate tutto un bel più, che s’immerga

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o peschi in ristretti termini. Nel picciol nume- ro di bastimenti che offre il vicin porto di Civita- vecchia non avrebbesi creduto mai trovarlo: ma il Cialdi che aveva in sua mente deliberato che uno di nostra bandiera si mostrasse all’estero degno del- l’onorevole commissione , fece pratiche ed esami co- sì diligenti che infine gli venne pur fatto di rico- noscere in un nostro trabaccolo o pielago le desi- derate qualità (1). E il volle detto il Fortunato , e sopra di esso salpò di quel porto il 5 luglio del 1839 alle vele per la Venezia. Vide Napoli, Ragu- si, Ancona, Rimino, e frammezzo un imperversar continuo di mare e’ fu nel magnifico porto di Ve- nezia a quarantadue giorni dopo rimbarco suo ( 15 Agosto). Eppur niuna avarìa!

§ V.

GLI OBELISCHI SON CAItlCATI NELL’ ARSENALE DI VENEZIA SULLA NAVE DETTA IL FORTUNATO.

Gli obelischi Torlonia avevan preceduto bar- rivo del Cialdi in Venezia di cinque giorni: eran sulle piatte all’arsenale. E ben sapendosi egli a

(i) Era delia portata di 66 tonnellate, rispondenti a chi- log- 64,614; e pescava tutto carico met. 1, 78.

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quale uso gli aveva il principe consecrati, gli volle detti dal nome degli illustri genitori di lui: chia- mò il primo Don Giovanni, Donna Anna il secon- do. Appresso faceva toglier via la coperta del For- tunato , poi apparecchiare in sua stiva capace letto a giacervi stabilmente i monoliti senza danno del pielago (1). Si lavorò alle prove di quanto valessero braccia di equipaggio, tutto zelo e ardore di cavar-

(i) Non era facile cosa stabilire un letto di travi di un sol pezzo che giungessero ila prora a poppa a posare con egual forza sopra tutte le coste della stiva, la di cui forma non si ac- concia ad una regolare figura geometrica. Era però essenzia- lissimo che esse travi distribuissero per tutta la lunghezza del fondo della carena il grave peso dei due obelischi; caso di- verso era inevitabile il disfacimento del sistema del naviglio.

Non basta; era ancora d’uopo stabilire dal fondo della stiva una congrua altezza a questo letto perchè fossero dolci i movimenti di rullata e di beccheggio nella lunga navigazione che si doveva imprendere. E siccome al problema che riguar- da l’ equilibrio del bastimento fra tutte le forze alle quali è sottoposto , manca il principale elemento per essere risoluto , cioè una buona teorìa della resistenza dei fluidi , così facen- dosi schermo della propria esperienza potè il Gialdi dare al centro di gravità del carico del suo bastimento una posizione da ottenerne ottimo costrutto nella pratica.

In quanto poi all’ esecuzione di siffatti diversi calcoli, fa- cea mestieri un buon maestro d’ascia che dirigesse ne’ minu- ti particolari la lavorazione, e cotale individuo avevasi lo stes- so Cialdi condotto da Civitavecchia nella persona di France- sco di Giovanni, la di cui abilità era da lui tenuta in conto-

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si di quell’impresa con onore e lode pubblica, gra- dimento del principe. Così il 24, a malgrado la caduta pioggia fu varato il bastimento, e il giorno di poi cacciato nell’arsenale a calarvi dentro gli obe- lischi. Il 28 fu a’ preparamenti per l’ imbarco : si re- carono cinque argani : si fasciaron le aguglie a quat- tro imbrache. Alle prime tre un bozzello adoppia poleggia si accomandò: due a due a quella della culatta. Tiri si armarono in quinto: agivano 25 fi- la. E’ rispettivi bozzelli di ritorno, misuratamente allogati, reggevano capitiratori agli argani, come dimostra la Tavola IV.

La dimane dugencinquanta operai, furono a po- sti loro sulle piatte, sul pielagOj agli argani ed al- tri ulficii. L insolito e nuovo spettacolo aveva mes- so di gran curiosità ne’Viniziani; traevano infoila all arsenale. Giungevavi , corteggiato da tutto il suo stato maggiore, S. E. il Comandante dell’ I. R. Ma- rina austriaca in Venezia, signor Marchese Pao- lucci , per tacere di altri distinti personaggi e signo- ri grandi. Allora il Cialdi fece segno si agisse. E la piatta carica dell'obelisco Don Giovanni fu caccia- ta sotto le bighe nel canale e fermatavi immobile. Indi legati i bozzelli alle imbrache, e gli argani for- zando, sospesero orizzontalmente quel primo mo-

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nolito al piacere del Cialdi, e via la piatta a sot- tentrare il bastimento da prua. Nel quale ( come appena fu assicurato con canapi, e cogli altri argo- menti che l'arte suggerisce) si fece senz’altro ca- lare il Don Giovanni in istiva per lo culmine, pie- gandonelo alcunché obbliquamente, attesa la ri- stretta apertura della coverta; e in quella veniva posandosi sul proprio pajuolo o letto disteso a gia- cere, con zavorra ed altri pesi fu ajutato il fianco opposto del pielago a mantenere suo equilibrio. Poi scioltosi e fattosi indietreggiare, ecco in un su- bito sotto le bighe la seconda piatta carica dell obe- lisco Donna Anna, e sospeso. Allora rientrò il ba- stimento da poppa, e i due obelischi s’incontra- rono in essa , di culmine in base. Vollervi 50 minuti al primo, un’ora e 40 al secondo. Il di appresso e l’altro s’ innalberò la nave, si puntellarono per ogni verso i monoliti : era da partire.

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§ VI.

NAVIGAZIONE De’ MONOLITI DALLA VENEZIA A ROMA.

Seoccavan le dodici del giorno 5 settembre, e il Fortunato scioglieva sue vele dalla Venezia, vol- gendo la prua ver F Istria. Però al capitano Cialdi (uso in sue navigazioni a sommettere l’ardire al- la prudenza ) non parve convenevole cosa lasciarsi a lunghe traversate di mare, e si contenne colla

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nave in que’ limiti che, in caso di fortuna, ne l'avessero scorto a sicuro ricovero. Spirava maestro, vento propizio a quella navigazione, e in quattro giorni a Meleda, che è isola poco di lungi Ragusi. Quel sollecito andare aveva riempiuto di gioja i ma- rinai, e dicevano ... pochi più altri giorni, e in terra romana: sarà meraviglia al principe, a noi lodi, guiderdoni. Ma troppa distanza è dal conce- pir desiderj e speranze al compimento di esse! 11 13 sullo sboccar del golfo (trenta miglia o poc’ ol- tre lontani dall' isola Sansego ) il vento soffiò da scilocco in opposizion del viaggio, e veniva cre- scendo gigante d’ora in ora. Fu rabbioso, insop- portabile a sera: si ammainaron le vele. Argomen- tava così il Cialdi schermirsi di quella procella , e

passar via la notte senz’ appigliarsi a provvedimenti clic ritardare potessero suo viaggio, ma invano. 11 mare venne in furore: le onde sospinte dal sof- fio tremendo della bufera venivan come monti a cader giù in coverta, travolvendo seco quanto in essa trovavasi. Nella sentina crescevan le acque , cigolava forte il legno, era ornai impossibile tener- si in mare contro l’impeto e la furia di quell oraga- no prepotentissimo. Impavido veggbiava il Cial- di a corregger la combattuta nave, e in quel tu- multo e perieoi della vita avria pur voluto tentare tutti partiti che barte nautica gli soccorreva in folla alla mente. Ma presto e vide che uno solo era lo scampo che ancor rimaneva . . . dar volta a Duraz- zo, salvarsi in quella rada, comecché da lungi. Ne consulta, secondo leggi marittime, i primi del- l’ equipaggio che tosto accolgon con grida unani- mi la proposta di lui, e si lascia il Fortunato alla direzione del vento. Alla bell alba del novello davan fondo a Durazzo, gittando l’ancora speranza.

Abbonacciato il mare si partivan poi di quella rada il giorno 16 insieme a due altri legni che una medesima fortuna vi aveva raccolti. Ma il favore- vole vento e la serenità del cielo non durarono a lungo, com’ è consueto sotto equinozio. Nella notte

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si levò scilocco e libeccio, e da capo a rigonfiarsi il mare. Grande era già all aurora del 17 la tem- pesta, e fu giuocoforza indietreggiare con propo- nimento di rimettersi in porto aDurazzo. Ma che? un colpo spaventevole di mare, toccato da prua, innalbera a tale il bastimento, che nella sua rica- duta s’ immerge poco men che a travolgersi e per- dersi. E di vero la irregolarità e violenza di quel- l'urto mise a gran pericolo 1 alberatura tutta, e già v’ebbe scavezzato il pennone superiore del trin- chetto , e a gran pena potè salvarsi la vela. Allora fu un dar di piglio a gara al .pennone di riguardo, e non tosto preso, a suo luogo. Ma già i colpi in- cessanti di mare rimbalzano forte il naviglio sot- to vento della secca, che si prolunga fuori della pun- ta del meschino : e in quella ecco navigatori, di- spetto loro, girare in un punto di bordo, fidando loro salvezza nella resistenza del Fortunato o al mutabile vento: altre non v’ erano più! Ma scor- geva il ciel benigno il pericolante naviglio e, quasi dissi, impromettevagli salvamento. Gli obelischi Torlonia, quando che fosse, dovevano essere di- sbarcati al sospirato luogo e finterò equipaggio francato. Così dunque la notte che seguitò l orri- bile giornata ravvivò le speranze della sfidata nave,

sottentrando allo implacabil scilocco, vento meno infesto a quella navigazione, aquilone. Il soffio di siffatto vento, di vicin terra che era il Fortunato, ne Io spinse in acque alte, e per elle fece via verso la grande e sicura rada di Aulona, che è un de’ villaggi al pendio degli altissimi monti della Cri- mea: fu colà il 18. ÀI Capo s. Maria, di sopra Ta- ranto il 20 : di poi nel porto di Cotrone la sera del 22, dopo aver provata altra traversìa appo il Capo Stilo, rotto un secondo pennone. A novello alle vele: Siila e Cariddi superato il 27. Sopra Ivisa, a Gaeta la dimane, schivata destramente altra tem- pesta.

Da quel porto salpava il contrastato legno il giorno primo di ottobre, e, gran sorte, nel canal di Fiumicino il 2. Allora che traboccò la gioja dell’equipaggio tutto. Quale ad ammirazione pro- fonda si rivolgeva a guatare l’acqua perigliosa la- sciata indietro, quale il sospirato terreno baciava, quale al compagno le durate fatiche di ventotto giorni rammentava , quale i pericoli corsi , tut- ti ringraziavano a Dio. Tanto era diffusa in tutto 1 equipaggio la sollecitudine del principe per que’ monumenti di sua pietà filiale! Allora solo fu bel- lo il noverare le 1530 miglia geografiche percorso

dal Fortunato nell’equinozio, che sono miglia ro- mane 1864, o su quel torno. Gode sopra di ogni al- tro il Ciakli e novelle disè in Roma allo illustre commendatore D. Carlo Torlonia, che in assenza del fratei suo principe Alessandro, reggeva la casa: e tanto amore aveva messo, anzi più, che già fa- ceva sua, per una medesima concordanza di sen- tir col germano, l’ orrevole impresa di lui.

Per fortuna le acque di quel canale, comecché trovate scarse, si alzava n pure a palmi 8 ( m. 1,78), quanti appunto pescavasi il pielago. Potevan decre- scere d’ora in ora; e fu savio consiglio del Cialdi, rimontare il fiume al vegnente dì. Nostri bufali, co- me usa di qua, rimorchiaron dunque la nave il di- mani, e a sera 1 avevan già trascinata allo scalo di s. Paolo, che è luogo lungi dalla foce del Tevere elulioni. 34,900, che di nostre miglia sono 23,5.

Plaudirono Romani all’annunzio di quelFap- prodamento, plaudirono al principe che rinnovava dopo tanti secoli quella magnificenza, e furono colà in buon numero il dopo e molti altri appresso vaghi di contemplar quelle moli, state ludibrio de venti cotanti giorni e campate come a dir per miracolo. Lo stesso Pontefice Santo volle condursi a bordo del Fortunato: era con Lui il cardinale An-

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tonio Tosti suo pro-Tesoriere. Tacerò di un ponte agiato e ben fermo, gettato istantaneamente a con- giungere il bastimento alla riva.

§ VII.

PROPOSIZIONI DI TRASPORTAMENTO DEGLI OBELISCHI DALLA CITTA’ IN VILLA TORLONIA.

L aver tratti in Roma per vie si difficili, lon- tane e travagliate siffatti obelischi , comecché molto, non era però tutto. Mancava trasferirli dallo scalo della Basilica ostiense in Villa nomentana del loro signore: nella quale (già dissi) a testimonio im- manchevole di suo figliale affetto alla cara memo- ria del padre, della madre, gli voleva dedicati. Per far seguire cotale trasportamento, chi prof- ferivagli un piano, chi l’altro. De’ parecchi a lui presentati commettevane disamina al Cialdi. Que- sti accoglieva con amore l onorevol commessio- ne, si perchè vedeva in quella un tratto di novel- la bontà e fiducia del principe a cagion sua, e perchè gatteggiava ad un suo antichissimo propo- nimento, di speculare cioè alcun poco sul traspor- tamento de’ grandi pesi , che è quella parte di mec- canica che tuttavia ha mestieri di esser securata dall esperienza , gran maestra in tutte cose.

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Di quelle proposizioni una sola meritò preci- puamente le meditazioni sue più lunghe. E quella si fu che metteva avanti di scaricare i monoliti del- la nave in riva allo scalo di s. Paolo, usando del castello servito a’ marmi di quella fabbrica immen- sa , per di poi , terra terra , spingerli in Villa Tor- lonia. Se non che penetrato bene addentro di quel- la proposizione o piano, nel vide da ultimo fuor misura penoso e lungo. Dubitava in primo luogo si danneggiassero gli obelischi nello scaricamento, e tanti provvedimenti e cure valsi per recarli inte- gri, in poco d’ora disperdersi con iscemamento di lor pregio. Rifletteva quindi, e saviamente, che molti sarebbero stati i disordini, moltissimi gl’in- comodi de’ cittadini per quel transitare de’ grandi massi per le vie di Roma comecché contrasse- gnate le più curte. E già non poteva essere meno lungo il viaggio di met. 8,590, vai dire miglia 5 e decimi otto, dallo scaricatojo alla Villa. Vedeva im- possibilità tener uniti in andare i due obelischi ; difficoltà frequenti a superare ne’ passaggi da una strada all’altra; poi quasi certo pericolo di stiac- ciare vòlte di spechi e cloache che son per tutte vie di Roma. Arroge a tutto ciò la tardità con cui avrebbon dovuto procedere: cinquanta giorni era

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dubbio bastassero. Il principe volere per contrario celerità in ogni sua impresa, volerla maggiore se sia da turbare menomamente pubblica comodità , ledere sicurezza di opere utili.

Nel quale librare e speculare del Cialdi spon- tanea corse alla mente di lui la idea ( che poi eb- be effetto siccome vedremo tra poco ) di trasloca- mene, dico, de monoliti per via di acqua fin pres- so il Ponte nomentano, da cui non è gran fatto lontana Villa Torlonia. Ciò importava risalire il fiume nostro sino alla foce dell’ Attiene (ora Teve- rone) e entrarvi e navigarvi fino a luogo acconcio a cavameli fuori dell’ acque. Che fu quello colà nel maggior seno che fa l’ Attiene nella praterìa di Sacco-Pastore, 1200 metri appunto di sotto il Ponte nomentano: luogo insiem più prossimo alla strada maestra , alla Villa Torlonia.

Ma rimontare l’umile fiumicello già da tempo immemorabile lasciato alla balìa di sè, e interrato e inselvato tutto, con un volume della capacità e pe- so del Fortunato, non pareva manco imprendibile cosa del viaggio terrestre proposto. Eppoi anche il Tevere, qui dove è la ripa del Rione regola, non ha fondo in acque scarse che stia sopra a quattro palmi. In oltre 1 alveo suo è a tale ingombro di pa-

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lizzate, mole natanti ed altri opificii idraulici che niente meglio. La maggiore velocità dell’acqua che ritenuta pria da siffatti impedimenti ricade poi, superatigli , nel suo letto , e quella che gorgo- gliando rompesi di contro i piedritti o pile de’ pon- ti , son tutti ostacoli che fanno ivi difficilissimo il navigare anche a’più piccioli paliscalmi. Non si sgo- menta il Cialdi : riconosce per la minuta tutto quel tratto di Aniene che aveva a solcar colla nave : co- si il Tevere alla Regola. E, per quegli esami, può conchiudere e sostenere si passerebbe a prime acque saglienti sopra livello o pelo ordinario dei due fiumi; a forza di uomini dentro città, di bufali fuo- ri. Ma giunti colà ne prati di Sacco-Pastore i mo- noliti come estrarli della loro nave? Armare un ca- stello di legname per sopperire a quella bisogna era metodo troppo usato , dispendiosissimo : non pia- ceva per niun conto al Cialdi , e interrogò sua pra- tica. La quale ben presto di questo modo rispose- gli . . . strascina sopra terra gli obelischi dentro lor bastimento , e così mettigli in Villa nomentana. Per dir vero clovea sembrare e sembrò in effetto as- sai strano questo suggerimento del Cialdi, e si le- varono parecchi a dirgli contro, come suol acca- dere di tutte novità. Gli oppugnatori dicevano.

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Può darsi , e sarà anzi , che marinai abbiano di mol- ta facilità nel tirare a terra loro legni per raddob- barli, ma esser allora vuoti: niuno esempio aversi di navi cariche, e cariche di due obelischi, tratte da acqua in terra. 11 Cialdi a rincontro insisteva sul facile eseguimento di quel suo pensiero, e af- fortificavalo de suffragi di tale un uomo la cui au- torità nella scienza degl’ ingegneri poteva pur sta- re in luogo di dimostrazione; intesi dire di voi, si- gnore Paolo Emilio Provinciali. Ma assente allora di Roma il principe Alessandro a niuno buon fine sortirono quelle controversie , e si attese sua venuta.

In questo aspettare del principe fu pur messo in bilancia altro progetto di trasportamento de’mo- noliti dallo scalo di s. Paolo alla Nomentana villa. Proponevasi , dico , fare per acqua una porzion di viaggio fino a un certo termine stabilito, e poi se- guitarlo di quivi per via di terra e per via un par- ticolare apparecchio di ruote e tiro di bufali. Ma la ristrettezza delle strade ed altri inciampi, chia- rirono tosto della impossibilità di metterlo ad ef- fetto. Allora il Cialdi attese alla compilazione del suo piano , fornendolo ne’debiti luoghi di bellissime riflessioni : e quando il principe ebbe ridato a Ro- ma la sua presenza gliel sottometteva come a giu-

dice da ciò. E di vero io che più volte il vidi deli- berare anche di cose più difficili e gravi , con quel- la securezza che è creduta peculiare de’ soli esper- ti, non mi stupisco che e’ riconoscesse a prima giunta eseguibile il piano del Gialdi; che nel lo- dasse come di cosa nuova e ardita e pronta; che ordinasse l’ esecuzione.

Vili.

IL FORTUNATO NAVIGA DA RIPA-GRANDE A SACCO-PASTORE CHE È LUOGO SULL’ ANIENE.

Tutto fu in ordine prestamente. Se non che avresti detto una contrarietà all’ esecuzione del pro- getto del Gialdi , il mantenersi che facevan costan- ti al livello estivo le acque del regai Tevere. Pareva, in quella aspettazione del vederle crescere d’orà in ora, iscemassero anzi. Finalmente, venuti nel gior- no 25 novembre, elle si alzarono di 58 cent., e il subito dopo iscioglievasi con entusiasmo da Ri- pa-grande il Fortunato, dove a guadagnar tempo si era già fatto salire. Mi tacerò de’ passoni pel ton- neggio piantati lunghesso il fiume , che è quell’ope- razione colla quale si rimontano i fiumi di viva forza colle luni. Al polverino della Regola, rapida era la

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corrente, e si vinse usando dell’argano di bordo, e di altro fermato mano mano sopra terra, oltre il sussidio di due cime o funi raccomandate a passo- ni. Laonde niuna maraviglia se venuti nella sera non si ebbero camminati altroché metri 1372, ar- ripando a quella postura di Tevere che è detta la Renella, vicin ponte Sisto.

Foriero di più lungo viaggio fu il nuovo sole. Eran le acque a 65 cent, sull’ imo pelo, e grande fu provata la violenza di esse a’ fornici del Sisto. E che vi ebbe da fare assai a reggere ben diritto in quel cimento il pielago, che per la foga della corrente inchinava di mala maniera a girare. fu meno la fatica durata al Trionfale; ma dopo quelle rovine fu un bell’andare fin presso il ricin- to di Roma sulla Flaminia. Furono altri met. 2735. Popoli invaghiti di quella inusitata navigazione e di quelle svolazzanti bandiere proprio nel cuor di Roma, davano in folla su’ ponti , a’ balconi delle case, sulle sponde del fiume, ovunque potevano.

La piena delle acque cresceva a dismisura. Se- gnava l’ idrometro nel giorno ventotto 9. m. 53 , vai dire met. 3, 73 sopra lor basso livello; e pote- va farsi maggiore, e turbare e impedire del tutto quel navigare a ritroso. Perchè senz’ altri consigli

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Quivi, data la muta a bufali e proseguito cam- mino per altri buoni met. 3100 (miglia 2, 1 ), eb- be suo bellissimo fine la navigazione fluviale degli obelischi Torlonia. La quale fu lunga di 10,237 chi- liometri, sette miglia intorno. ( Tavola V )

Or mentre si navigava da Roma a quella volta, si apriva, colà ne’ prati di Sacco-pastore, lo scalo o la rampa che dalla destra dell Aniene, doveva met- tere in terra e bastimento e monoliti tutt ad un tratto. Aveva pendenza non minore di 9 per cento in sua lunghezza di met. 60. Si lavorava altresì alla gran nizza o al letto su cui doveva essere trascinato il Fortunato. Nizze sono un innestamento di travi e tavole robuste, quando più quando meno, se- condo pesi che hanno a portare. La nostra fu di legno castagno per le travi, e di quercia per le tavole o fodere: e fu lunga met. 13,45. Poi si ap- prestarono una moltitudine di grossi tavoloni di olmo lunghi met. 3,50, bistondati dai loro cigli : domandatisi parati a scorrervi sopra pesi. Da ulti- mo fu costrutto il ponte che doveva essere salita della nave, dal fondo dell alveo al pelo d’acqua

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del fiume. Questo cotal ponte, fatto in cinque grossi correnti e tavoloni sopra confittivi per traverso, a dati intervalli , era lungo met. 15 ; ed aveva suoi ri- tegni o sponde di altri due correnti a impedire che la nizza carica del pielago non divergesse da niun de’ lati nel passarvi sopra.

In questi preparamenti il Cialdi e lo ingegne- re Provinciali si diedero a calcolare il peso assolu- to del gran volume da estivarsi dell’acqua, e cac- ciarsi di poi in Villa nomentana. Constava dei due obelischi, del naviglio e suoi alberi, della prefata nizza, cannoni, ed accessori di cordami, legnami, troclee. Seguendo passo passo le teorie, e metodi insegnati da Juan, Bouguer, Mongeed altri ripu- tati trattatisti in queste materie, ebbono trovato che la cubicità dello scafo immerso o della carena era di met. 81,723. E posciacbè per le sperienze dello Strafico è manifesto che un piede cubico di acqua di fiume pesa libbre francesi 71 eguali a kil. 34,754, da cui si ha il peso del metro cubo in kil. 1035,947, conchiusero che li rinvenuti me- tri 81,723 di cubicità della carena dovevan pesare kil. 84,600, 7. Indi fattisi a calcolare le dimensio- ni della nizza videro essere, in legno castagno, met. cub. 3,995, e met. cub. 0,212 in legno quei-

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eia, oltre le ferramenta. Ed essendo, dissono, la gravità specifica del castagno kil. 685 , e quella della quercia kil. 968., 75, fu lor conosciuto che il legna- me della gran nizza pesava chilog. 2914, 55, e colle ferramenta ben 3 m. A’ quali pesi, giuntato l’altro de’ cordami per imbrache maestre, bozzelli ed al- trettali bisogne, ebbono a finale risultamento che il peso del volume estraentcsi e moventesi era di chilog. 95 m.; vai dire poco manco di un terzo di milione di libbre romane. Laonde ognun vede di per se, qualmente a rimuovere questo gran peso era uopo vincere gli attriti e la pendenza del ponte ( la quale non potè esser minore del 30 al cento); col recare in mezzo tali e cosiffatte forze che pa- reggiar potessero non solo l’equilibrio, ma che nel superassero ben anche, per qualunque non prov- veduto caso. E nel vero saria stata questa occasio- ne bellissima a spiegare un apparato e lusso di mac- elline sorprendente! Pur saviamente non volsesi più del bisogno, che ben dimostra poca sicurezza del fatto suo, e quasi che non dissi stoltezza, co- lui il quale a far seguire sue operazioni, fornisce apparecchi che passano ogni dovuta misura. 11 Provinciali ed il Cialdi , forti de’risultamcnti avuti da’ calcoli loro, giudicarono bastevole a tirar sopra

terra il bastimento, la forza di cinque argani come motori di cinque tiri in quinto, più di questa forza non vollero usata.

Non le pioggie continuate , non le gravi spese , non la variabilità stessa delle acque del fiume frap- posero ostacolo a cessare da tutti e singoli lavori commessi per mandare ad effetto cotal pellegrina impresa. Difficile soprammodo e ripugnante fu, in quella stagione jemale, l’adattare la gran nizza di sotto via il bastimento: difficile dissi e ripugnante perchè fu un agire immersi nell’ acque. Così pure si cacciò (ma a gran fatica) sott’acqua il ponte, orizzontale nel senso traverso. Cinque nuovi canapi furono recati. Ma meglio che le mie parole mostrerà tutti questi apparecchi la Tavola segnata num. VI per la quale si vede altresì come l’alveo dellAniene era ingombro di un enorme albero profondamente interrato, che non fu potuto svellersi mai , con tan- to inciampo al trarre speditamente la nave in ter- ra (1).

(i) Ma è qui d’ uopo ancora ricordare l’infaticato ed esper- to maestro Di Giovanni, il quale sotto la direzione del Cialdi aveva operato co’ suoi manovali i suddetti lavori, ledi cui in- credibili difficoltà locali li rendevano ogni giorno più ardui e direi quasi impraticabili.

Or dunque finiti appena quegli apprestamen- ti , fu un sapersi repentinamente in città che il gior- no 22 dicembre sarebbe seguito il desiderato tran- slocamento del Fortunato dalle acque dell’Aniene sopra sua riva. era altramente: se non che le dirotte pioggie cadute fecero revocar l’ordine del principe, e dire che seguirebbe il 26, e fu.

Intorno intorno allo scalo vedevasi il suolo do- ve a scaglioni , dove a ripiani o banchine accomo- dato al godervi con agio di quella festa di un ge- nere interamente nuovo. Vi eran tende e padiglio- ni eretti su i ripiani più alti dello scalo; ne’ quali il signore e ordinatore di quello spettacolo ricettava in numero grande gli amici della illustre sua con- sorterìa, e’ personaggi di più alto lignaggio. Brul- licavano i popoli per quel vasto prato ingombro di cocchi e cavalli e baracche di venditori colà corsi a fare smercio di loro mercatanzie. Ti saresti creduto in mezzo alla metropoli, e non in quel campo squallido e derelitto da tanti secoli. Al sopravveni- re del principe Alessandro Torlonia fu dimostra- zione in tutti di rispetto e gradimento. Il clangor delle tube, e il suono delle bande, e il rimbombo dell’ artiglierie di bordo, che squarciavano 1 aria, l’avevan detto presente. Colà di mezzo a quella

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moltitudine non era altro luogo vacuo, salvo quel- lo teneva lo scalo. Operaj vedevansi distinti in drap- pelli. Tutti sguardi erano alla gran mole natante, che, adobbata vagamente, doveva tra poco salire sopra terra, recando in suo grembo gli obelischi consecrati a Giovanni ed Anna Torlonia, testimo- nio perenne ne’ futuri dell’ immenso amore del fi- gliuol loro Alessandro. Macchine erano adoro po- sti. Ed ecco a convenuto segnai di tamburi farsi innanzi 130 uomini, e agire secondo concerti e comandi dati loro mano mano dal Provinciali e dal Cialdi. In questo la nave cominciò sua salita, e in 25 minuti primi la potenza degli argani 1 ebbe mes- sa in terra sullo scalo al fragor de’ cannoni e fre- mito de’militari stromenti. Per le Tavole VII e Vili ti è dato a divedere l’estrazione del pielago presa da due diversi lati ; di fianco cioè e da poppa.

Ancora un 2,818 metri, quasi due di nostre miglia, e il bastimento in Villa nomentana: bre- ve viaggio si, ma faticoso, e nemen franco da ti- mori; perchè colà dove s’ ingrotta l’antica cava di tufo detta di Sacco-pastore , sul cui dorso era giuo- coforza passare , sono screpoli e fenditure in buon numero. Per modo che molti giudicarono quel transito impresa più presto temeraria che ardita ,

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V

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se pria con puntelli non si afforzasse il grande an- tro. Ma nulla di tutto ciò, perchè saria stato un rimanere eternamente in quel prato con dispendi eccessivi. Bene supplì a’ puntelli lo studio della ca- vità sotterranea; e, sfuggendo i vani , fu fatto cam- minare il bastimento sul pieno de’ piloni che sor- reggon i volti informi di quella grotta immensa.

( Tavola IX- )

Fece dunque la nave il suo viaggio terrestre posta in moto da tre soli argani , armati in tiri sem- plicissimi: e durò otto giorni. Di questi, causa il terren molle per le più grandi pioggie cadute, ne furono spesi tre sul prato o tenuta di Sacco-pasto- re: gli altri su per Via nomentana. Quando venuti nel nono giorno del novello anno 1840, presente Cristina vedova di Carlo Felice di Sardegna ed altri cospicui personaggi e numeroso popolo, il For- tunato entrava Villa Torlonia frammezzo un in- cessante stormir di cannoni e maraviglia de spet- tatori (1).

(i) L’ingegnere Provinciali ed il capitano Cialdi trovaro- no che la distanza percorsa sul prato ragguagliò 109 metri per giorno, e quella sulla Via nomentana metri 286. La velocità del movimento dissero essere di un metro per ciascun minuto nel piano o falso piano, di 70 centimetri nella salita.

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Per questo modo ebbe finale esecuzione il tra- sportamento dall’ Alpi in Roma degli insigni obe- lischi Torlonia: e fu cammino lungo chil. 2880, commensurabili a romane miglia 1933: di tante, sole quattro e mezzo per terra (1).

§ IX.

METODO DELL’ INCISIONE DEI MONOLITI E CONTENUTO DELLE INSCRIZIONI.

Or quivi in Villa Torlonia entrato il pielago, fu de’più eletti pensieri del principe Alessandro quello di volere gli obelischi scolpiti a scritture ge- roglifiche; nè ciò a solo ornamento, ma così pure a informazion di concetto ben parlante di suo fi- gliale amore all uno e all’altro parente di lui, ed a notizia insieme del principio e del fine della nobile impresa toltasi animosamente sopra di sè.

Sa ognuno che la lettura, e molto più la in- terpretazione delle scritture geroglifiche fu un pro- blema insolubile fino a pochi anni indietro. All il- lustre francese Champollion il giovane, ed al cele- bre nostro italiano Rosellini dobbiamo esser tenuti dell’ avere eglino rimosso il velo densissimo che

(i) Vedi la Tavola V. sopraindicata.

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ottenebrava le misteriose cifre egiziane. Oggi loro mercè posson leggersi sugli obelischi i nomi dei potenti Faraoni che gli fecero rescindere dalle la- tomìe di Syene , e a che, e perchè gli alzarono in Eliopoli, ed a Tebe. Le quali tutte cose, conforme è grido dei dotti, sono state pur ora meglio pro- vate per l’interpretazione già uscita in luce degli obelischi romani , opera del predetto Rosellini e del padre Ungarelli che 1’ ha redatta nell' insigne lingua del Lazio: opera a cui serve di prodromo la storia degli obelischi del Zoega (1).

Perchè il principe Alessandro Torlonia venu- to nella deliberazione di volere incisi suoi obelischi a note egizie, invitava il lodato padre Ungarelli, affinché volesse piacersi mettere per esso lo in- gegno nella composizione di otto inscrizioni in lingua e scrittura antica egizia per 1 uso e nel sen- so accennato poco davanti. Non è a domandare con quale e quanto studio e solerzia corrispondeva il padre Ungarelli adesiderj del principe che è primo mecenate delle buone arti in Italia ! Attalchè non andò guari tempo che le otto iscrizioni geroglifiche

(i) La sontuosità dell’ edizione è degna del Sovrano, Gre- gorio XVI., cui è stata dedicata l’opera dall’eminentissimo Cardinal Tosti pro-tesoriere.

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ebbegli fornite e spiegate nel volgar nostro. Allora comandò il principe si desse mano senz’altro a scolpirle.

Sulla barca giacevano al loro primo posto gli obelischi , e tagliate via le sponde di essa fu comin- ciato a inciderli a norma dei cartoni e sotto la im- mediata direzione dell’ Ungarelli nella seguente guisa - Si eran prima cavate le forme geroglifi- che in gesso particolarmente dal Lateranese e dal Flaminio obelisco , perchè nelle incisioni fosse meglio imitato il carattere delle egiziane cifre. Poi dopo avere applicati li suddetti cartoni agli obelischi spalmati di cera e contornati gli egiziani segni , colla guida di lastre di ferro incavate sugli stessi contorni , si diè principio all’intagliare la du- rezza del granito. Sculte contemporaneamente le due prime facce, furono quindi voltati i monoliti nel medesimo senso, e sincisero le seconde facce, e di seguito le terze, finché all’ ultima voltata ri- masero fuori della nave che venne disfatta total- mente.

In questo mezzo 1 architetto signor Quintiliano Raimondi professore accademico di merito dell’in- signe e pontificia accademia di san Luca, fondava a’ luoghi destinati dal principe grandi massicci a

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soprammettervi i piantati che sorreggere dovevano gli obelischi. Dissi piantati e non piedistalli ; e que- sto fu bellissimo suggerimento dell’ Ungarelli , per- chè piantati e non piedistalli ebbero veramente gli Egizj. Torno alle inscrizioni.

Sono elle come dissi concepite in istile egizio , egizia è la lingua loro, dai nomi in fuori, egizia la scrittura.

Racchiude la prima faccia dell obelisco primario questo concetto voltato nella nostra lingua e fraseo- logia. - Alessandro Tot Ionia duca di Ceri ha fatto tagliare dalla cava di Baveno nel Sempione due nobili obelischi. - Dice la seconda e la terza. - Que- sto obelisco è dedicato da Alessandro principe di Coltella Cesi al padre suo Giovanni già duca di Bracciano , affile di eternare il nome di lui nella patria. - La quarta segna - l anno 1842, il mese di Mesori il giorno 28 (*) in cui l obelisco Icivo-

(*) L’ espressione geroglifica del mese Mesori notata in questo obelisco , e quella di Thóot nel seguente , non si vuo- le già ragguagliata al nostro calendario, secondo il quale Me- sori decorre nella sua massima parte coll’Agosto, e Thóot col Settembre ; ma sibbene al nostro clima. Dividendo , in que- sto rispetto , ad imitazione degli Egizj , in tre stagioni laA“ le dodici lune , Aprile rispondente a Mesori sta al- la quarta luna della stagione espressa col carattere

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rato in granito rosa venne innalzato cl incontro la porta che guarda il settentrione.

Nell’ obelisco secondario è espresso , quanto alla prima faccia, questo sentimento. - Il figlio del duca di Bracciano ha abbellito l edi fi zio del padre suo ( la Villa nomentana ) ha edificato case son- tuose , brillanti come il sole , per la perpetuità dei giorni. - Soggiugne la seconda. - Con singolare munificenza ha il duca Alessandro Torlonia fatto navigare due obelischi dal Ticino sino a Roma. - Indi la terza. - Questo monolito s intitoli V obelisco della fu duchessa Anna Maria Torlonia, che in attestato di ossequio ha fatto scolpire il figlio suo. - Poi la quarta. - L’ anno 1842 mese Thóot giorno 23 , venne innalzato I obelisco d’ incontro la porta che guarda il mezzogiorno : ciò sia per giorni in- numerevoli. -

come Maggio rispondente a Thóot sta alla prima luna della stagione espressa dagli Egizj col carattere

Si avverte poi che le date del 28 Aprile e del a3 Mag- gio furono notate in questi due obelischi secondo il tempo in cui sarebbesi potuto eseguire il rispettivo loro innalzamento , salve sempre migliori congruenze , e la volontà principalmente del possessore , che ne facessero differire , come in fatto e av- venuto , 1’ operazione.

( Nota dell’ Ungarelli )

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Ma posciachè tutti non leggeranno per intero questo libricciuolo, e perchè a pochissimi, anzi qua- si a niuno, è dato leggere non che interpretare le note egizie che sono intagliate su per le otto facce degli obelischi (1), faceva il principe Alessandro Torlonia mettere in giambici misti latini i concetti or or riferiti , dal chiarissimo monsignor Gabriele Laureani custode generale d Arcadia, e primo cu- stode della biblioteca Vaticana, e scolpirli sui pa- rallelepipedi dei piantati degli obelischi. Perchè mi sia dunque permesso trascrivere ora que latini giambici del Laureani colla corrispondente tradu- zione libera del padre Ungarelli.

(i) Vedi le Tavole XIII. e XV.

GIAMBICI MISTI

SCOLPITI NELLE OTTO FACCE DE’ PI ANTA T DEGLI OBELISCHI

RISPONDENTI AL CONTESTO DELLE SINGOLE INSCRIZIONI

GEROGLIFICHE

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OBELISCUS PRIOR

OCCIDENS

ALEXANDER . VIR . CLARVS . MVNIFICENXIA QVI . LATII . RVRA . SPATIOSA . TENET . ET . 0PP1DA 1STHAEC . IVSSIT . SECARI . MARMORA . SIBI . QVAE GEMINAE . DEINDE . FORENT . PYRAM1DES . PYLCHERRIMAE

MERIDIES

QVOD . TELLYRE . IMA . SVBLIME . 1IINC . CAPVT . EXTVL1T REGIFICO . HOC . MVNERI . DAT . ALEXANDER . SVO ET . PATRI . DEDICAT . EX . QVO . CAELI . SEDIBVS RECEPTVS . HVMANA . BONVS . MYNERA . EXCIPIT

ORIENS

HEM . UBI . PYRAMIDEM . IOANNIS . EAM . FILIVS TORLONIA . INAYGVRATO . DEDICAT . PATRI VT . SIT . PERENNE . AMORIS . MNEMOSYNON . SYI AETERNA . IN . VRBE . CONSPICVVM . ET . VIVAT DIV

SEPTENTRIO

AN . M . DCCC . XUÌ.

HEIC . ANTE . ADITVM . SEPTEM . OPPOSITYM TRIONIBVS HAEC . CONSTITVTA . MOLES . PYRAMIDIS . FVIT INCOLVMIS . QVAE PLVS . VNO . MANEAT SAECVLO

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OBELISCO PRIMARIO

OVEST

ALESSANDRO RINOMATO PER OPERE GRANDIOSE ED VTILI POSSES- SORE DI PIV' SIGNORIE NEL LAZIO FECE TAGLIARE DYE GRANDI MASSI DI GRANITO PER FARNE DYE INSIGNI OBELISCHI.

SUD

QVEL CHE SVPERBO ESTOLLE IL CAPO IN ALTO (Obelisco segnalo a note egizie ) OFFRE E DEDICA AL PADRE SYO IL QVALE SEBBEN COLA’ NEL CIELO ASSISO BENIGNO ACCOGLIE IL RARO DONO DEL FIGLIO IN TERRA.

EST

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ECCO L OBELISCO DI GIOVANNI TORLONLA! Q VESTO CON LIETO AV- SPIZIO CONSACRA AL PADRE IL FIGLIO SYO, PEGNO DI AMORE PERENNE , A DVRAR SEMPRE NELLA CITTA’ ETERNA.

NORD

L'ANNO 1842

QYIYI IN FACCIA ALLA PORTA SETTENTRIONALE DELLA MAGIONE FV INNALZATA LA MOLE DI QYESTO OBELISCO E QYIYI STIA PER TVTTI I SECOLI AVVENIRE

7

50

OBELISCUS ALTER

oniEivs

ALEXANDER . ÌIERYS . MEYS . IOAN'N'IS . FILIVS TORLON1A . AED1FICIA . PATRIS . REDIJIDIT OPERE . NOVO . CVLTVQVE . PYLCHERRIMA . DOMVS STRVXIT . QVASI SOLIS . REGI AM . IN . YRBE . SPLENDIDAS

OCCIDENS

ALEXANDER . MVLTARYM . DIVES . ARTIVM QVAS . STARE . VIDES . GEMINAS . UEIC . PYRAMIDES . EAS NATANTI . RATE . TICINI . PER . VADA . FLYMINIS DETVLIT . AD . VSQVE . FLAVI . RIPAS . TIBRIDIS

SEPTEN'TRIO

\

ANNAE . MARIAE . FAYTRICI . CONCORDIAE ALTERAM . ALEXANDER . HANC . PYRAMIDEM . FILIVS DOMVS . OBSEQVIA . MERITAE . GRATVS . DEDICAT QVAM . DE . IVCVNDAE . NOMINE . MATRIS . NVNCVPAT

MERIDIES

AN . M . DCCC . XLII.

HE1C . ANTE . ADITVM . QVI . MEDIO . STAT SOLE RVT1LVS IIAEC . CONSTITVTA . MOLES . PYRAMIDIS . FVIT INCOLVMIS . QVAE . PLVS VNO . MANEAT . SAECVLO

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OBELISCO SECONDARIO

EST

IL MIO SIGNORE FIGLIO DI GIOVANNI TORLON'IA AGGIVNSE NVOVO SPLENDORE AGLI EDIFIZJ DEL PADRE ED ALTRI FECE COSTRYIRE CHE ADORNANO A FOGGIA DI SOLI L’ ALMA CITTA.'

OVEST

ALESSANDRO CHE GENEROSO LE ARTI AVVIVA NOI GEMELLI OBE- LISCHI, CHE TV AMMIRI IN Q VESTA VILLA, ADDYSSE QVI DALL ONDE DEL TICINO A Q NELLE DEL TERRÒ FACENDOCI SOLCARE IL MARE . RA DER LA TERRA

IVORD

AD ANNA MARIA FATTRICE DELLA CONCORDIA GRATO IL FIGLIO ALESSANDRO CONSACRA QYESTO OBELISCO, PERCHÉ DEL NOME DI LEI SCOLPITO IN ESSO INDELEBILE SIA NELLA FAMIGLIA LA MEMORI \

SUD

L ANNO 1842

QVIVI IN FACCIA ALLA PORTA MERIDIONALE DELLA MAGIONE FV INNALZATA LA MOLE DI QVEST' OBELISCO E QVIVI STIA PER TVTTI I SECOLI AVVENIRE.

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§ X.

INNALZAMENTO DELL’ OBELISCO PRIMARIO DEDICATO AL DUCA DON GIOVANNI TORLONIA.

Ne’ primi giorni dello aprile trascorso gl’intagli degli obelischi erano aggiunti ad ogni loro perfe- zionamento, e la dolce stagione in cui si era en- trati faceva risolvere il principe a dire che si alze- rebbero i monoliti tra poco sui loro rispettivi pian- tati. In fatto e prendeva a disamina alcune propo- sizioni d innalzamento che già gli erano state sot- toposte in disegni e modelli. Di un modo partico- lare lodava un modello che era del Maggior Pro- vinciali , consistente in un sistema di bighe, secondo le pratiche usate in marineria, e conforme le idee ed applicazioni dell ingegnere francese Mimerei : poi dall’altro ingegnere Lehas messo in effetto nel- 1’ abbassamento e innalzamento dell obelisco di Luqsor(l). Se non che attesa la lontananza da Roma del Provinciali (2), che al detto sistema aveva ag- giunto utili modificazioni di suo ingegno, non fu

(1) Vedi 1’ opera intitolata L’ obélisque de Luxor , histoire de sa translation à Paris, par M. A. Lebas.

(2) Incaricato dal Governo era il Provinciali in Ancona a restaurare la cittadella di quella fortezza.

creduto servirsi del piano, o vogli proposta, di lui; tra perchè niuno quanto il proprio autore avrebbe po- tuto darli eseguimento, e perchè niuno de’ nostri in- gegneri e architetti sarebbesi tolta sopra di quella briga. Artificioso troppo parvegli un bel castello im- maginato dal prof. Raimondi sulle tracce di quel ce- lebratissimo del Fontana (salvo la via pensile {anda- toia ) ) ; oltrecchè le piaghe che eran da aprirsi sulle facce de’ monoliti a immettervi i così delti olivelli, freno allo scorrere in alto delle imbrache., non per- suadevano pienamente. Che se lo stesso gran Co- masco usò di esso espediente pel lateranese obelisco , ben è vero cbe non più monolito, ma scisso era quello. Maggiore semplicità e speditezza riconob- be in una terza proposta , cbe pur dava un ca- stello, messagli dinanzi dal giovane cavalier Nic- cola Carnevali architettore del teatro Metastasio: e questa elesse e volle avesse eseguimento nullaostan- te i grandi schiamazzi degli oppositori: schiamazzi che diedero grido all’ impresa , di lunga mano su- periore all’entità sua. E non di meno a niuno era stato impedito il concorrervi: e come il Carnevali ebbe innalzato 1 obelisco primario dedicato al duca Don Giovanni, fu, a parere dei bene timorati uo- mini, una semplicità, tra invidia e jattanza, rin-

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novarli , detraendo all’ operato di lui. A udirli avreb- bono tutti, con due dita, messo l’obelisco sopra il suo piantato. Io non sarò dall altro canto cosi stolto da fare del giovane Carnevali un atleta in mecca- nica pratica, ma neppure vorrò mancargli la lode di non aver bucherati i monoliti per innalzarli, di non avere stretto il principe a spendere un monte d oro in una selva di inutili travamenta ! Si può lodar di meno un uomo?

Ma vediamo ora qual fosse la forma del castello proposto e messo quindi in opera dal giovane Car- nevali per l’ innalzamento dell’ obelisco primario, e vediamolo per via i disegni da lui presentati al prin- cipe, e dichiariamolo anche colle stesse parole sue; chè io non vuò in verun modo torvi aggiun- gervi cosa di mio.

- Informasi il castello di un solido sistema di sei colonne quadre o , come dicono i pratici , can- dele. Le due principali intelajate sopra terreno, ( che son quelle segnate in pianta lettera A, Tavola X. figura prima), si alzano verticalmente fino a cento palmi romani di passetto; e loro corpo nonché un aggregato di dodici legni, stretti dentro a im- mediato contatto da spranghe di ferro, ma fascia- ture di corda agli innesti principali : il tutto chio-

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dato quindi, e vie più serrato all’esterno, in ga- llasse di legno, conforme il ricevuto costume.

Per la lettera B (Tavola suddetta) son date a di- vedere le quattro candele minori del castello : le qua- li, nella medesima altezza, fanno contrasto e ajutano le maggiori che loro stanno piantate di contro.

Dai fianchi esterni ( Tavola xi. e x //. ) sono esse candele non che affortificate da un doppio e tripli- ce ordine di puntelli, ma trammezzate e riunite da traverse orizzontali e diagonali , a farle immobili.

Appiedi il castello è una robusta intelajatura che nel ricigne; la cui mercè, nella pressione del- f innalzamento dell’aguglia, non dee risentire ivi movimento di sorta.

Distese a giacere posano a cima delle candele maggiori due asticciuole o corde a maniera di ca- valli: le quali sono afforzate da sotto-banchine e paradossi, che è sorta d’incavallatura chiamata alla cappuccina ( Tavola xi. ietterà a ) ; più nel di so- pra, il cavalletto triangolare, che per via le usuali staffe di ferro stringesi alle banchine ed alle astic- ciuole suddette, da cui pendono le traglie o car- rucole dei quattro tiri principali raccomandate a poderose funi.

A siffatta principale armadura congiungonsi

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( dai lati ) altri due cavalli con doppia catenella di corda; e ad essi sono appesi i quattro tiri ausiliarii ai di sopra notati.

Le imbrache della piramide consistono in una stretta infasciatura di corda così detta mancina , che involve le quattro facce fin oltre ai due terzi di sua altezza. Poi è una ligatura a fascia doppia , vai dire un soprammano di fune più grossa, che frena e tiene a contatto del masso quattro stalloni di ferro inginocchiati a squadra, a impedire qual sia scorrimento delle imbrache su per la fusatura del monolito, mentre a’ codoni sono attaccate le

OttO traglie di richiamo. ( Tavola XI. lettera 1 1 )

Costruito nel modo che è spiegato dal Car- nevali il castello, fu sottomessa all’ obelisco D. Gio- vanni un’acconcia nizza ( fìg. seconda, Tavola A'. ) ; e indi colla forza di un doppio tiro, fu esso trasci- nato davanti al piantato, cioè tra le maggiori e minori colonne del castello, di verso la Via no- mentana, giusta è dimostrato per la lettera C, Tavola X, e lettera A Tavola XII. Ciò fatto, rimase sapersi dal principe il giorno in cui sarebbe a lui piaciuto fosse alzato e impernato l’obelisco sopra il suo basamento. E questo giorno sempre memo- rando e famoso ne’ fasti dell eccellentissima Casa

8

58

Torlonia, non andò guari, a conoscersi che sareb- be stato il quattro giugno, del corrente anno 1842.

Il mattino di quel giorno, a italiane ore un- dici, presenti il principe Don Alessandro, il com- mendatore Don Carlo e il duca Don Marino, in- cominciò dunque l’obelisco a sollevarsi orizzontal- mente per pochi palmi, e con misurati movimenti cedendo la base di esso, la sua cuspide volgeva di pari passo in alto, e la mole mano mano drizzavasi a piombo nel volgere di poco tempo ( Tavola xi. lettera C, linee punteggiate ); causala tensione degli otto tiri primarii armati in quinto, e la prepotenza di otto argani messi in movimen- to ciascuno da sedici artiglieri che torneggiavano di conserva a tamburo battente; mentre un nono tiro ( Tavola xi. lett. E ) si portava via la nizza, e li due contro-tiri, lettere A, B Tavola XI, tenevano l’obelisco sotto la stessa linea parallela alla base del suo piantato.

Allora a causare ogni sfregamento della mole alzaia tesi contro il piantato, fu a questo addossata una stretta parata di erti tavoloni, eppoi si prov- vide a tener bene in equilibrio il castello, dal lato diverso il rurale palazzo , per quel poco d ora che ci avrebbe voluto a farle superare 1 altezza del

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piantato suo: si provvide, dico, a ciò per via un due ventole di grossa fune, per la cui azione il centro di gravità tenesse inalterabilmente il suo posto nel bel mezzo del piantato stesso.

Compiuti questi preparativi il capo-mastro muratore Giuseppe Cairoli, delle cui immanche- voli pratiche, solerzia e intelligenza tanto si loda il Carnevali, faceva ristorare suoi manovali delle durate fatiche, e con essi gli artiglieri pure: in tutto uomini 190, per far seguire di poi a ore ve- spertine l'operazione che doveva essere spettacolo a ben sette mila invitati dal principe; vuò dire l’innalzamento dell’obelisco dedicato a D. Gio- vanni Torlonia già duca di Bracciano sopra imba- samento preparatogli.

Alle ore ventuna la grande Strada pia e le vi- cinali formicolavano a tale di pedoni e di cocchi che niuno ricordava più tanto. Gremita era alle ventidue la villa di un eletta di persone; e poco stante venivaci di sorpresa il graziosissimo sovra- no e padre nostro, 1 immortale Gregorio XVI. Voi fortunato signor principe Don Alessandro Torlo- nia che alla letizia di quel giorno bramato, pote- ste (compartecipi la Donna del cuor vostro, e gli amati vostri fratelli ) aggiungere l’onore tanto più

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splendido quanto meno aspettato , di ricettare , dico, in questo vostro villereccio maniero il ponte- fice sommo, e un coronato, Luigi di Baviera, venuti ad ornare di loro augusta presenza l’am- mirando spettacolo. Erano colla Beatitudine sua tre amplissimi cardinali di santa Chiesa, Emi- nentissimi Pacca, Lambruschini, Tosti; per tacere di altri principi, porporati, e signori di alto li- gnaggio, sopraggiunti, quasi in bel concerto, a corteggiare la suprema dignità del mondo che gli avea colà preceduti.

Ma già, frammezzo uno strepitare di mortai, e il concerto di bande militari, appariva come in suo trono il Santo Padre, sotto l’esastila e mar- morea loggia del palagio che sulla grande piaz- za dove l’obelisco primario era da innalzarsi. E che corse allora una gioja inesprimibile sugli oc- chi e sul labbro di tutti! che più bella e più splendiente si fece allora la ilarità di quella festa magnifica e, quanto a privato cittadino, oserò dirlo , senza esempio. Io mi godrò dunque di avere consigliato al principe Alessandro la reale magnificenza di quella loggia marmorea, sopra i palladiani concetti.

In questo ( ore ventidue e mezzo ) il Carnevali

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ed il Cairoli fecero battere il tamburo, e artiglieri e manovali in un subito agli argani ed altre biso- gne. Il monolito poco a poco sollevossi ubbidiente alla forza degli otto tiri e dei tre contro-tiri, che a misura dell’ innalzarsi del masso vernano oriz- zontalmente trasportati (1), finché nello spazio di mezz'ora, o in quel termine, la piramide sempre parallela al suo asse fu veduta aggiungere colla sua base sino a due palmi sotto l’ultima traversa della parata; dove per comandamento del Carnevali do- veva restar sospesa e immobile a porre in opera li due contro-tiri regolatori a impernarla di poi sul suo piantato. Se non che il tempo , che già da al- quanti giorni scioglievasi in dirottissime pioggie, replicò anche in quel e in quell ora appunto le sue stemperanze, e fu necessità lasciar pendente al segno che dissi 1 obelisco, e operaj e spettatori ri- pararsi ai portici de' tempietti , del palagio e degli altri edifizj che ornano quell’ amenissimo subur- bano.

(i) La taglia di richiamo de’ contro-tiri veniva trasportata orizzontalmente mediante un legno verticale posto di rimpetto all’ obelisco, poiché il pendìo del terreno e la poca distanza di cui si poteva disporre non permettevano che detti contro- tiri si mettessero direttamente dall’ argano all’obelisco.

( Nota del Carnevali )

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Infrattanto il santo Padre poiché ebbe visto l’ascendimento dell’aguglia sino al punto che dissi, pigliava ad osservare la magnificenza interna di quel principesco casino con quell’ intelligenza che anche nelle cose pertinenti alle arti graziose lo distingue cotanto, e poco indi ritornava alla sua residenza del Vaticano, lasciando indelebile nell’ intera fa- miglia Torlonia, e dei numerosi invitati, la memo- ria di quel giorno auspicato.

Durò per molto ancora la pioggia. Pur final- mente, venuti nell’ora dopo il tramonto, apparvero in cielo le stelle, e fu mirabile cosa il vedere in pochi minuti accese le miglia j a di fiaccole, e fugate per ogni intorno le tenebre, quanto grande è la villa , e dalla villa fino alla Porta pia , lontana un miglio o su quel torno.

Allora il Carnevali ed il Cairoli fecero sonare il tamburo, e artiglieri e manovali, tutti, ai loro posti. Ma che? Le funi, irrigidite e contorte dal- l’acqua assorbita, non erano più arrendevoli , e convenne far recare corde asciutte a porre di nuovo in azione i tiri. Ciò fatto fu una gara bellissima degli operosi artiglieri e manovali a cavarsi fuori con lode di quello estremo, incorati dal Direttore e Capo-mastro che erano dovunque e comparteci-

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parano alacremente alle comuni fatiche. Alle tre ore della notte 1 obelisco impernava sopra il suo piantato ( Tavola xiv. ) , dopo ore quattro e mezza di sospensione. Cosi fra gli evviva de circostanti e un copioso fuoco d artificio, e lo sparo de’ mortai, e 1 innalzamento di globi aerostatici e il fremito di numerose bande , ( senza dire dei tanti rifreschi ser- viti nelle sette ore che durò la festa) ebbe suo ter- mine l’ inaugurazione dell obelisco primario che 1’ amore di un figliuol generoso e grande e pio fa- ceva innalzare a memoria perdurabile del padre suo illustre, il giorno 4 giugno del 1842 (1).

(i) A cosiffatto giorno plaudeva il cav. P. E. Visconti col seguente sonetto

Tolti dei Faraoni al regno afflitto Di Tebe gli obelischi e di Siene ,

Poi gli ergeva il romano in queste arene ,

Come trofei del debellato Egitto;

E se godea sull’ adempita spene

Del popolo di Marte il genio invitto ,

Eran di pianto e di squallor ripiene D’ Affrica le contrade al gran tragitto !

Ma sol giocondo un plauso avvien che sagìia Al ciel , mentre s’innalza il sasso altero.

Senza macchia di sangue e di battaglia:

E Roma stessa esulta al gran pensiero.

Se in lei d’ un figlio sol 1’ amore eguaglia L’ opre di tanta gloria e tanto impero !

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poco indi inzeppato sopra il suo perno ( Tavola xvi. ) : tutto nel correr breve di ventotto minuti con ap- plausi e contentamento universale. Una salva di mortai, globi aerostatici in gran numero e le ban- de dissero compiuta l'operazione.

Il direttore Carnevali e il capo-mastro Cairoli ebbero pur così dunque provato co’ fatti ( scorno e vergogna agli inimici loro ) che dove nell' in- nalzamento dell’ obelisco primario non fosse so- praggiunto l’importuno aquazzone, lo avrebbono eretto in molto minor termine di quello fu lo- ro necessario. Ma così va alle maldicenze, alle calunnie: elle soccombono sempre sotto il pro- prio peso quando testimoni stali loro con tra i fatti.

Durò la festa, sempre rallegrata dai concerti musicali, dai rinfreschi, dai giuochi popolari, e dai globi aerostatici, che a quando a quando si lanciavano in aria, sino a notte. Ma chi potria descrivere al vero l’affollamento delle carrozze e dei pedoni nel ritorno? Ben dico e solo, che nulla di simile ho io veduto mai.

Bene però a ragione, signor principe D. Ales- sandro, oggi avete di che chiamarvi lieto e con- tento. E quando dalle difilate vie nell’aperto, da sentieruzzi a sghembi su per le colline, dalle umili

XV]

AN NAE M ARME FAV TRIO CONCORDXAE

alteram-aiexander- hanc pitramidem-fiiits

DQMYS-OB SEQYIA-MJERITAE GRATVS -DEDICAI

QVA.M.-DE IYCVNDAE NOMINE

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capanne, dalle alte torri, da’ teatri, da’ tempi e da palagi, di cui tanto varia e riccamente s’ abbella la Villa vostra; quando, dico, tornerete a riguar- dare le due aguglie che diedero materia alla mia disadorna relazione, il gaudio d’oggi debbe tor- narvi alla mente e al cuore moltiplicato a mille doppj . Conciossiacbè vi ricorderà ad un tempo del lieto fine a che riuscirono le lunghe sollecitudini e il molto tesoro che poneste nella impresa; della grazia sovrana, del corteo de’ magnati, del concor- rimento d'ogni ordine di cittadinanze e di popolo. Poi dello spettacolo nuovo, della lodata magnifi- cenza, e finalmente dell’ appagata filiale carità; tutte cose che a buon dritto, a retribuire la pietà e tenerezza vostra, rifletteranvisi al pensier rimi- rando i due ben disposti monumenti da voi in- nalzati in onore di Giovanni ed Anna Maria Tor- lonia bene amati parenti.

APPENDICE

SUGLI OBELISCHI EGIZJ

RIALZATI

DAI PONTEFICI IN ROMA

I.

! belisco vaticano, iraiislatalo da Sislo V. nel 1586, allo metri 25. 567 , pari a palmi romani 115 2 : e compreso li tre gradi, li due piedistal- li e V ornamento superiore a tutta la croce me- tri 40 pai. 180 Erodoto nell’ Euterpe e Diodoro Si- culo narrano che il figliuolo di Sesostri e suo successore gue- rito stranamente da cecità erigesse in Eliopoli due obelischi di un solo pezzo, alti amendue cento cubiti e larghi otto. Or Plinio attesta che l’obelisco trasportato da Caligola nel circo valicano , e poi spuntatosi nell'alzarlo era uno appunto dei due che furono lavorati da Nuncoreo figliuol che fu di Sesostri. Che tal sia il senso del lesto pliniano non può dubitarsi purché si confrontino i tre autori , accennando Plinio la favoletta narrata dagli altri due, e conchiudendo : ejusdem remanet et alias cen- tum cubilorum, quem post coecitatem, visu reddito, ex oraculo Soli sacrami. Provata l’ identità dell’obelisco vaticano , cade a terra

NB. Nel compilare quest' Appendice ho seguitato l'ordine della Tavola del Ci- priani citala alla pagina 10, non che le tracce di un dotto opuscolo anonimo pub- blicato pochi anni indietro : il di più è mio.

72

la sentenza di taluni moderni , che gli obelischi privi di gero- glifici sieno lutti d’epoca o greca o romana , e rimane vittoriosa l’antichità rimotissima di quello illustre monumento, che adorna il maggior fòro e il maggior tempio del mondo. Questo obelisco, come sa ognuno, è il solo che a dispetto del tempo distruggitore e del furore degli uomini barbari , sia sem- pre rimaso in piedi. Bella è la gloria di Sisto Y. che il fe’ trasportare in mezzo alla gran piazza vaticana dedicandolo alla Croce di Cristo, con opera di Domenico Fontana. Ma i quattro leoni di bronzo su cui posa, e di cui il volgo mena il gran rumore, è un ripiego, che asconde l’ingegno, imma- ginato dall’ architetto a levare di sotto via all’ obelisco le im- brache servite al suo innalzamento.

II.

Obelisco esquilino , rialzato da Sisto V. nel 1587, alto metri 14. 751, pari a palmi 6G: e compreso il piedistallo, una specie di base , li tre monti e la stella di Sisto , più la croce in cimarnet. 25.555,y;«/. 114 Il magnifico mausoleo d’ Augusto era anticamente adornato da due obelischi com- pagni , uno de’quali è l’esquilino, l’altro è quello che sorge sul Quirinale. Che amendue fossero trasportali d’ Egitto ne fa fede Ammiano Marcellino: secutaeque aetates alios transtu- lerunt; quorum unus in Vaticano , alter in hortis Sallustii , duo in Augusti monumento eredi sunt; ma da chi, non ci è detto. Da Claudio imperatore non pare; perchè Plinio al suo tempo in Roma non ne contò che tre. Sembra piuttosto che il fossero da Vespasiano o da Tito, della famiglia Flavia , che pure, secondo Svetonio, usò di quel sepolcro. Se pi-

gliasi la misura del cubito, qual l’ha data, Vi travio egua- gliando amendue presso a poco l’altezza che Plinio assegna ai due obelischi nudi innalzati uno da Smarre, e l’altro da Erafio egiziani rè; la conghiettura del Mercati e del P. Kir- cher, che sieno i medesimi , non sarebbe poi tanto priva di fondamento , come si crede : Ecco il passo di Plinio : sunt et olii duo , unus a Smarre positus, alter ab E rapàio , sine ttoiis : quadragendm octonùm cubitorum. Il primo di loro che si scavò, ebbe nome d’esquilino per essere stato eretto da Sisto V . dinanzi il prospetto-postico della basilica liberiana.

III.

Obelisco lateranese , eretto da Sisto V. nel iò88, alto met. 52. 181, pai. 144; e col piedistallo a tutta la croce met. 45. 705, pari a pai. 204 j . Ecco il massimo degli obeli- schi conosciuti al mondo, ed anche il più bello per eleganza di geroglifici, e di forma. Il Mercati prova con salde ra- gioni esser quel desso che Plinio dice innalzato in Tebe di Egitto dal Ramesse, e che fu risparmiato da Cambise di Persia nell incendio di quella città. Tal circostanza è pure accennata da Strabone e da Ammiano Marcellino. Questi aggiugne che anche Cesare xVugusto osò toccarlo , e che solamente Costantino lo trasportò di Tebe in Alessandria, e di la Costanzo suo figliuolo in Roma. II quale con laborioso artifizio 1 anno dell’ era volgare 557. lo eresse nel circo massimo, dove lo vide ritto fino al suo tempo Aurelio Cas- siodoro. Per qual vicenda cadesse non si sa; certo è che vi lu trovato in pezzi, e poi ristorato fu di nuovo eretto l’anno 1588 di fianco alla basilica lateranese da Sisto V. come è

dello di sopra. Champolliòn pensò di leggere nel cartello di questo obelisco il nome di Thouthmosis , e però il disse in- nalzato in onore di esso Faraone.

IV.

Obelisco flamimo, rialzato pure dal gran Sisto V. nel 1589, alto metri 23.914, palmi 107; e col piedistallo, base to- scana o dorica , arma di Sisto e croce sopra met. 56.450, palmi 165. Augusto Cesare dopo la conquista di Egitto trasportò da Eliopoli in Roma due grandi obelischi , uno de’ quali fu da lui eretto e dedicato al Sole nel circo mas- simo, e l’altro innalzato per gnomone nel Campo marzio. Che venissero d’ Eliopoli ne fa fede Strabone , dove parla de- gli obelischi in quella città mezzo arsi da Cambise. Che poi 1’ obelisco flaminio sia quel desso che fu posto da Augusto nella spina del circo massimo, benché Champolliòn il gio- vane l’abbia negalo , non di meno ciò sembra fuor d’ ogni dub- bio dopo gli argomenti recati dal eh. sig. Cataldo Jannelli. Il Faraone autore dell’ obelisco èricordato da Plinio con queste parole: is obeliscus, quem divus Augustus in circo magno sta- tuit, excisus est a rege semenpserteo , quo regnante Pgthagoras in Aeggpto fuit. Questo obelisco è il solo di cui ragionasi con qualche verosimiglianza sapersi il senso racchiuso ne’ carat- teri geroglifici , perchè Tertulliano accenna , e Ammiano Mar- cellino riporta una spiegazione data da Ermapione delle sim- boliche scritte sculte sur un romano obelisco : ma quindi sorge strana quistione; imperciocché lo Zoéga, e i sapienti di queste cose da lui lino a noi pensarono che la spiegazione riportata da Ammiano Marcellino fosse, non una traduzione

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ma un sunto del testo geroglifico. Venne poi lo Cliampolliòn che non si trovò con essi d accordo nemmeno sull’ obelisco, quistionandosi tra il lateranese e il flaminio. Oggi si dice che i moderni gerofanti non potendo applicare le loro dottrine grammaticali tra quella spiegazione e i monumenti, pongano che 1 obelisco dichiarato da Ermapione più non sussiste in Iìoma. Fu dissotterrato dal circo nel 1589, e restituito al cielo da Sisto V. collocandolo nella gran piazza di Porta fla- minia. Ardisco dire, senza tema di far onta al vero, che è il solo monumento che sostiene degnamente la maestà della ro- mana magnificenza in quel modernissimo fòro. Oh le miserie architettoniche che sono mai quelle quattro fabbriche va- ladierane!

V.

Obelisco agonale o pamfilio, eretto da Innocenzo X. Van- no 1651, altomet. 16.559, pai. 74, e compreso il padiglione , la vasca, lo scoglio della fontana, il piedistallo, una specie base e il finimento da capo, consistente nell’arma del pon- tefice drizzatore del monolito , metri 50. 172 , palmi 155. Nel circo dal Fulvio e da altri creduto di Caracalla, dal Fa- brelti circo di Gallieno, e da’ più recenti archeologi circo di Romolo figliuolo di Massenzio , fu trovato l’obelisco Pamfilio così chiamato dal pontefice Innocenzo decimo di casa laudili, che di la lo trasse in piazza Navona , e lo innalzò sopra la maravigliosa fontana per suo comando costrutta dal Remino. Ella oltre un bacino di grandissima capacità , ha per iregio varie scolture d’ arte pregevolissime secondo que’ tempi, e tra 1 altre quella d’un cavallo marino, e d’un leo-

ve-

lie, e le quattro statue colossali de’ primi quattro fiumi del mondo per celebrità, in mezzo a cui sorge l’obelisco egizia- no, che sur uno scoglio traforato e un piedistallo di granito so- vrapposto ad esso scoglio, salendo arriva sino a centrentacin- que palmi d’altezza. Secondo Champolliòn sarebbe stato dedi- calo a Domiziano. Nel modello che di questa lontana lece il Remino presentare ad Innocenzo X. dal principe Ludovisi , i quattro fiumi non sono spiccati di rilievo, ma addossali al masso: e fu bellissimo accorgimento dell’artefice isolarli poi. Lo scoglio e gli accessorj della fontana son di mano dello stes- so grande artefice: le statue de’ suoi scolari. Il modello con- servasi tuttavia in casa Dentini.

VI.

Obelisco minerveo o della minerva, alto met. 5. 47, pai. 22.7, e col piedistallo , V elefante e la croce met. 12.69, pai. 54, eretto da Alessandro VII. nel 1067. Fu trovalo questo piccolo obelisco in poca distanza dalle rovine dell Iseo, dove pur si rinvenne l’ obelisco della Rotonda ; e se con esso non decorò questo tempio ad Iside consacrato, forza è che sorgesse o davanti al contiguo tempio di Serapide , o meglio davanti al vicinissimo della dea Minerva fabbricato ivi da Pompeo dopo le conquiste d’ oriente. Ragionasi anche che Champolliòn il giovane leggesse ne’ geroglifici dell’obelisco il nome di Neith, la Minerva degli Egiziani, ricordata pur da Platone nel Timeo. Comunque sia, il posto onorifico che al presente occupa, lo deve al pontefice Alessandro \ li. che con ben composto e grazioso disegno del Bernino nel collo- cò sul dorso d’ un marmoreo elefante : opera d’ Ercole Ferrata.

/ l

VII.

Obelisco della rotonda o macuteo, alto met. 6. 54, pari a pai 27 ; e colla scala , bacino della fontana e piedistallo e croce met. 14.527 , pai. 65 : traslocato da Clemente XI. nell’ anno 1711. Sorgea questo piccolo obelisco davanti a S. Maculo chiesetta di graziosissima architettura appo S. Igna- zio, presso cui fu trovato, e poi eretto per ordine di Paolo V. e dove servì agli archeologi per accertare il luogo dell' Iseo: ed egli fu forse uno di que’ tanti ornamenti che Alessandro Severo aggiunse a quel tempio, secondo che ne scrisse Lam- pridio. I senni et Serapeum decenter ornavit , additis signis et deliacis et omnibus mysticis. A detta di Champolliòn contiene nel suo cartello geroglifico il nome di Ramesse celeberrimo Faraone. Quel che è indubitabile intorno all’obelisco si è il traslocamelo che, con l’opera di Filippo Barigioni , ne co- mandò Clemente XI. per adornare la piazza del Pantheon e la fontana fabbricata poi da Gregorio XIII. con ricchissimo disegno di Onorio Longhi.

Vili.

Obelisco Quirinale o di monte cavallo , alto met. 14. 659, pai. 65 * ; e compreso lo stereobate , il piedistallo e la croce met. 28. 945 palmi 129 j , eretto da Pio VI. nel 1786. Dal magnifico Sisto innalzato sull’Esquilie il primo obelisco sco- perto nel mausoleo d’ Augusto, Pio VI. l’anno 1785 co- mandò uno scavo per cercare il secondo, e trovatolo feli- cemente lo collocò davanti il palazzo pontificio sul Quirinale. Già il medesimo Sisto avea posti in quella piazza i due gran colossi rinvenuti nelle terme di Costantino , rappresen-

10’

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tanti secondo 1’ opinion più comune i due gemelli Ca- store e Polluce in atto di frenar due cavalli, opera maravi- gliosissima reputata di greco scarpello. Per render adunque più largo e maestoso quel gruppo. Pio VI. come dice l’epi- grafe della medaglia coniata in memoria del fatto equis ad laxandum frontis spatium in obbliquum versis, vi eresse in mezzo l’obelisco egiziano , colle meccaniche dell’Antinori , e Pio VII. compì 1’ opera trasportandovi dal Foro Romano la gran taz- za di granito orientale, che accoglie il getto d’acqua che vi si ammira, con opera di Raffaello Stern , buon architetto moderno, ed autore del nuovo braccio del museo Chiaramon li.

IX.

Obelisco sallustiano o della tuiistta’ de’ mosti, eretto da Pio VI nel 1789, altornel. 15. 915 , pai. 6 % j e compreso i due piedistalli e la croce met. 50. 151, che sono pai. 156 4. Sallustiano fu detto questo obelisco perchè trovato negli orti di C. Crispo Sallustio in capo alla valle che divide il Quiri- nale dal Pincio. Non è certo da chi fosse trasportato in Ro- ma , perchè altri crede da Sallustio stesso , che governò la Numidia per Giulio Cesare, altri da Claudio imperatore, altri da Vespasiano , che di quel giardino avean fatto la loro delizia. Tra tante disparità di sentenze convengono però tutti che nel complesso de’ suoi geroglifici altro non sia che una cattiva copia dell’ obelisco flaminio , quantunque Allindano Marcellino lo dica espressamente venuto dall’ Egitto. Anche lo Zoéga stimò che fosse stato portalo dall’Egitto, ma nudo di geroglifici , e che poi dopo il secolo degli Antonini fosse lavorato in Roma , ed eretto circa V età d’ Alessandro

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Augusto. Dal luogo, dove fu trovato, fu prima tratto nella Villa ludovisiana, e di trasferito alla Basilica lateranese da Clemente XII. , e finalmente fu ritornalo sul Pincio da Pio VI. che lo innalzò, davanti alla chiesa della Trinità de’ Monti per ornamento di quel tempio, e di quella tanto ma- gnifica quanto stranissima scalea.

X.

Obelisco solare o campense ora detto di monte citorio , alzato da Pio VI tiel 1792, alto mel. 21. 791, pai. 97 5 ; e col piantato, e il globo in cima mel. 53.972, che sono di nostri palmi 152. Dei due obelischi trasportati da Cesare Augusto, Plinio attesta uno essere l’obelisco solare così detto per 1’ uso astronomico a che fu diputato , ed anche campense perchè posto nel Campo marzio. Egli , secondo l’edizione del P. Arduino, aggiugne, che ne fosse autore Se- soslri: is vero, qui est in Campo martio , novera pedibus mi- nor , f excisus est ) a Sesostride. Champolliòn disse da Psa- metico che è anteriore, secondo questo celebre archeologo, a Cambise d’anni centoventi. Ma due furono i Psametici : se del secondo intendesi, non sarebbero che anni quaranta sopra Cambise. Sciolga chi vuole questo nodo gordiano. L’obelisco restò dritto nel luogo, in cui fu eretto antica- mente fino all’assalto di Pioberto Guiscardo, e trovato ivi in più pezzi e poi scavato per ordine di Benedetto XIV. giacque di nuovo negletto per la disperazione di poterlo risarcire ; finché Pio VI. raccozzate e racconciate le sue lacere membra lo alzò ad ornamento della Curia innocenziana , con opera dell’architetto Antinori.

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XI.

Obelisco aureliano , o della passeggiata eretto da Pio VII nell’ anno 1822 , alto met. 9. 247 , pai. 41. 4 e colle gra- dinate , piedistallo , dado e fiore con monti e stella met. 17. 265 , pari a pai. 77 j. Questo obelisco, detto anche variano o barberino, perchè trovalo nel sito, ove credesi che fosse il circo di Elagabalo , ristoralo poi da Aureliano imperatore , è quel desso che ora torreggia sul Pincio innalzatovi dal settimo Pio, colla direzione d’un architetto Marini, per accoppiar la romana maestà alla delizia del pubblico pas- seggio. Non si dove, da chi , in che tempo sia stalo tagliato e scolpito. Vi è stalo letto ne’ suoi cartelli il nome di Antinoo favorito di Adriano, e d’altri !

XII.

Obelisco celimontano , monumento privato della villa già Mal tei, poi del principe della Pace, traslatato dal medesimo nel- l'anno 1817. È il più piccolo degli obelischi poiché non è alto che m. 2. 682 , pai. 1 2 , e coi tre gradi , il piedistallo , la giunta

3

e la palla sopra met. 12.256, pari a pai. 54 j. Sorge egli in un prato. De’ due pezzi , onde s’ informa, uno solo è ge- roglificalo colla figura , e colla simmetria medesima del- 1’ obelisco della Rotonda. Stava prima nell’orto d’Aracoeli sul Campidoglio ; ed è sentenza comune che sia di stile egi- ziano , e frammento d’ un obelisco assai più grande. pic- ciola mole costò nel suo innalzamento ambo le mani del ca- pomastro che dirigea le meccaniche; ei nel volere impernia- re il monumento sulla base, tenea inconsideratamente le

Bi- mani di sotto all’obelisco per guidarlo al suo punto, e men- tre con certa sua millanteria braveggiava agitando la mole, smucciarono le imbrache e le due mani restarono prese sotto il grave pondo : ivi le tagliava prontamente il cerusico chia- mato a gran pressa. L’ uomo visse ancora qualche anni ali- mentato dal signor della Villa.

073 <150 050 070 070 CtfO 070 050

INDICE DELLE MATERIE

PAG.

§ I. Proemio 1

§ II. Di Baveno, suo granito rosa, sua cava, lavorazio- ne , misure e peso degli obelischi 5

III. Imbarco degli obelischi sulle piatte del Lago mag- giore , E LORO VIAGGIO A VENEZIA 11

IV. Il PRINCIPE ToRLONIA SPEDISCE DI ROMA A VENEZIA UN

BASTIMENTO A CARICARE GLI OBELISCHI 1 5

V. Gli obelischi sono caricati nell’arsenale di Venezia

SULLA NAVE DETTA IL FORTUNATO 17

VI. Navigazione de’ monoliti dalla Venezia a Roma ... 21

VII. Proposizioni di trasportamento degli obelischi dal- la citta’ in villa Torlonia 26

Vili. Il Fortunato naviga da Ripa-grande a Sacco-Pa- store , CHE È LUOGO SULl’AnIENE 51

IX. Metodo dell’ incisione dei monoliti , e contenuto

DELLE INSCRIZIONI 40

X. Innalzamento dell’ obelisco primario , dedicato al

duca Don Giovanni Torlonia 55

XI. Innalzamento dell’ obelisco secondario, intitolato

ALLA DUCHESSA DONNA ANNA MARIA TORLONIA 64

APPENDICE

Sugli OBELISCHI EGIZJ RIALZATI DAI PONTEFICI IN PlOMA .... 71

IMPRIMATUR

Fr. D. Bullaoni 0. P. Sac Pai. Apost. Ma IMPRIMATUR

Joseph Canali Aichicp. Coloss. Vicesg.

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